Una lunga intervista de The Economist a Donald Trump, il 4
maggio, sulla sua politica economica, che in qualche modo riprende ed amplifica
il concetto che aveva espresso in una intervista
per il New York Times di “prime the pump”. Ovvero di “innescare la
pompa” dell’economia, “spendendo soldi per farne molti di più in futuro”. Questa
idea ha un chiarissimo sapore keynesiano, è del resto stata usata in economia
da Franklin Delano Roosevelt nel 1937 nell’ambito di un suo discorso, e dal
Wall Street Journal nel 1933.
Ma vediamo quale somiglianza c’è con l’esempio involontariamente
evocato.
Alla prima domanda Trump risponde che la sua economia
(la “trumponomics”) si differenzia dalla normale economia repubblicana in primo
luogo con il “rispetto di sé come nazione”.
In pratica con l’obbligo di rendere reciproche e
bilanciate (in termini di benefici, posti di lavoro creati e gettiti fiscali)
le proposte commerciali tra stati. Secondo
i suoi esempi, garantire che tasse e tariffe siano effettivamente eguali dai
due lati del rapporto.
Ciò non significa essere ostili al libero commercio,
come per Keynes significa essenzialmente volere che il commercio sia
sostenibile e per il reciproco vantaggio. Ma reciproco vantaggio per le nazioni coinvolte, non necessariamente
solo per le controparti commerciali (bisogna considerare, quando si parla di
queste cose di un dato strutturale di enorme importanza, “massiccio”, come
direbbe il Presidente: l’80% del commercio internazionale è oggi in effetti
scambio tra diverse compagnie dello stesso grande gruppo multinazionale, o ad
esse strettamente connesse e controllate). Secondo le parole di Trump: “io sono
assolutamente un free-trader. Io sono per il commercio aperto, il libero
scambio, ma voglio anche un commercio intelligente e un commercio equo”: dunque il free-trade solo quando è anche
fair-trade.
Qui c’è tutta la differenza del mondo. Di recente
abbiamo letto alcuni interventi dell’economista di Harvard Dani Rodrik, tra i
quali “E’ tempo di pensare in proprio al libero scambio”
in cui evidenzia come “certi tipi di competizione internazionale possono minare
le norme nazionali per quanto riguarda ciò che è una redistribuzione
accettabile. Una cosa simile accade quando la concorrenza dei paradisi fiscali mina
un regime fiscale nazionale, o quando le importazioni da giurisdizioni con
scarsa applicazione di sicurezza minano le norme nazionali di sicurezza
dei consumatori”. L’effetto è che rendono impossibile, o gravemente
vantaggioso, rispettare le norme che sono state concordate nel sistema
nazionale per effetto di uno o più concorrenti che, senza danno o penalità,
possono evitare di farlo. Questa è una forma di “dumping” che tende a svalutare
le condizioni di lavoro e la responsabilità fiscale in modo corrosivo.
Dunque questa forma di commercio è problematica
dal punto di vista sociale e politico.
Chiaramente il punto centrale di attacco è il NAFTA,
che ha nel tempo aiutato a consolidare un deficit commerciale degli USA verso
il Messico e in misura minore verso il Canada. Per come la racconta Trump l’accordo
è in via di rinegoziazione perché mentre era pronto ad annullarlo (come aveva
promesso in campagna elettorale) i presidenti del Canada e del Messico gli
hanno telefonato per proporre la riapertura dei negoziati. La minaccia era
stata, in altre parole, efficace.
Lo scopo del negoziato che si avvia (la cui
alternativa è il rigetto unilaterale) è quindi di ridurre vicino alla zero, in
un tempo ragionevole, il deficit commerciale con il Messico. Un deficit che ora
è secondo lui a 70 miliardi di dollari all’anno (60 nel 2015). Per comprendere
il tema gli USA hanno
1.350 Mld di dollari di esportazioni nel 2015 e 2.000 Mld di importazioni.
Dunque hanno un enorme deficit commerciale di 650 Mld di dollari, nell’ordine
del 50% delle esportazioni (importano tre beni per ogni due che esportano).
Disaggregando l’export principale è verso il Canada (250 Mld), il Messico (213
Mld) e la Cina (104 Mld), mentre l’import maggiore si ha verso la Cina (450 Mld),
il Canada (271 Mld) ed il Messico (268 Mld).
Dall’Italia gli USA importano 40 Mld di beni ed
esportano 14 Mld. Dobbiamo aspettarci che questo discorso ci riguardi (come,
infatti, si è cominciato a dire).
Parte di questo deficit è probabilmente scambio
commerciale intergruppo. Le esportazioni USA più significative sono “Computer e prodotti di elettronica e ottica;
apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi”,
per 180 miliardi; la seconda voce è “Macchinari
e apparecchiature” per 140 miliardi; segue “prodotti chimici” per 130 miliardi. Queste tre voci, che possono
essere essenzialmente forniture di prodotti intermedi entro la stessa supply chain
proprietaria, o comunque connessa con qualche grande multinazionale, cubano 470
miliardi, un terzo delle esportazioni totali, se si aggiungono altre voci minori
come “prodotti delle miniere”, e una
parte almeno degli “Altri prodotti”,
si va verso la metà.
A fronte di queste esportazioni in qualche modo “fittizie”
(a fronte delle quali non c’è un vero acquisto da parte di terzi), ci sono
importazioni dei prodotti finiti. In altre parole in parte si esportano
prodotti intermedi solo per importare prodotti finiti, e il surplus ricavato
resta fuori del perimetro fiscale nazionale. Le voci specchio delle esportazioni
cumulano 600 miliardi, in quanto i “prodotti chimici” e i “macchinari” calano,
mentre i prodotti elettronici esplodono a 344 miliardi. Ma sono l’intero raggio
delle importazioni che, come detto, arriva al numero impressionante di 2.000
miliardi.
Di cui presumibilmente qualcosa come 1.600 miliardi
sono importati da aziende multinazionali americane o estere (ovvero almeno
1.000 da aziende americane).
Questi 500 miliardi di esportazioni, mal contate, e
1.000 di importazioni, sono sotto il mirino del presidente Trump.
Tornando all’articolo dell’economista liberal Rodrik,
quel che non si capisce abbastanza è che il commercio internazionale non è un semplice
rapporto di mercato, una questione di domanda ed offerta che interessa solo le
singole controparti, ma una vera e propria “istituzione globale”. Attraverso
gli scambi avviene un indiretto effetto pressorio sulle istituzioni nazionali e
si crea uno strumento che spinge la loro ridefinizione e riconfigurazione a
vantaggio di alcuni ed a svantaggio di altre categorie e gruppi. Attraverso la
progettazione ed implementazioni di supply chain globali controllate da
potentissimi attori economici (in grado di farsi ben rappresentare nelle stanze
in cui pubblici funzionari specializzati negoziano gli accordi), si progettano
in effetti riconfigurazioni surrettizie degli accordi incorporati nei nostri
assetti. Questa lesione, che non passa attraverso una pubblica discussione
nelle sedi deputate, ma nelle più schermate stanze dei Consigli di
Amministrazione simmetricamente intrecciati, va rimessa in questione. Rodrik
che ha una proposta alquanto radicale
(che coinvolge anche la questione intrecciata dell’immigrazione) sostiene che sarebbe
quindi legittima difesa rispondere limitando direttamente i flussi commerciali.
Non è “protezionismo”, è autodifesa.
Ed il diritto di difesa è uno dei diritti di base dell’uomo
e delle sue istituzioni e società.
In altre parole la risposta deve
essere un’altra, con le sue parole: “dobbiamo ripristinare un sano equilibrio tra un'economia
globale aperta e le prerogative dello Stato nazionale”.
Ma per cominciare, dice Rodrik dobbiamo
“essere onesti circa le conseguenze del commercio - non solo in riferimento
alle opportunità economiche che creano per le nostre imprese e dei consumatori,
ma alle sollecitazioni che generano per i nostri patti sociali”.
Spiace che ad iniziare ad essere
onesto sia un presidente sotto molti profili censurabile come Donald Trump e nel contesto di quello che si può tranquillamente identificare come uno scontro tra élite economiche diversamente orientate che funzionalizza la protesta popolare.
Il secondo tema
affrontato è stata l’immigrazione,
in questa direzione la distinzione operata è tra immigrazione clandestina, che
dice di voler fermare (ma sarà vedere, data la funzione di ricatto sulla forza
contrattuale dei lavoratori deboli che esercita storicamente, e dunque la forma
di sostegno industriale che ha), e quella legale che vuole regolamentare per
selezionare i migliori, o, come dice “in base al merito”. Cita espressamente i
sistemi del Canada e dell’Australia (molto restrittivi) come esempio da
imitare.
Si aspetta quindi di ricevere persone “di talento” e
che “amano il paese” (due cose difficili da valutare ex ante) e di escluderle
da qualsiasi sussidio per un periodo di “almeno cinque anni”. Ma a fianco di
questo sistema propone un sistema di visti temporanei per lavoratori agricoli
lungo il confine.
Sul deficit si arriva a “l’innesco della pompa”. Quando l’intervistatore gli chiede se il
suo piano di riforma fiscale assomigli a quello di Reagan, che secondo il
giornale simbolo del neoliberismo e del free trade, “non lo ha aumentato”,
Trump afferma che, in realtà, lo ha fatto ma che non è male. Questo “si chiama
innescare la pompa”.
Anche se l’insieme delle misure (risparmi sulla sanità
a fronte di sconti fiscali) portasse, in altre parole, il bilancio in deficit,
la “pompa” riattivata lo porterebbe di nuovo in attivo in qualche anno. E’ il
nucleo dell’idea di Keynes.
“Un atto di risparmio
individuale significa, per così dire, una decisione di saltare il pranzo di
oggi; ma non richiede necessariamente una decisione di pranzare o di comperare
un paio di scarpe fra una settimana o fra un mese, o di consumare qualsiasi
bene determinato a qualsiasi data determinata. Cosicché esso deprime l'attività
della preparazione del pranzo odierno, senza stimolare l'attività del tenersi
pronto a qualche atto futuro di consumo. Non è una sostituzione di una domanda
futura ad una domanda presente di consumo, ma è una diminuzione netta di tale
domanda. Inoltre, l'aspettativa del consumo futuro si basa così tanto
sull'esperienza corrente del consumo di oggi, che probabilmente una riduzione
di questo farà abbassare quella; cosicché l'atto di risparmio non soltanto
deprimerà il prezzo dei beni di consumo lasciando inalterata l'efficienza
marginale del capitale esistente, ma può anche tendere effettivamente anche ad
abbassare quest'ultima. In tal caso può ridurre la domanda presente di
investimento, oltreché la domanda presente di consumo”. John Maynard
Keynes, Teoria generale
dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, cap. 16, p. 400
Nello stesso modo la vede Paul Mason su Twitter.
Quando il giornalista inglese che lo intervista, sapendo bene di cosa
parla, dice che “è molto keynesiano”, Trump fa mostra di ignoranza e risponde di
aver inventato da sé l’espressione e l’idea. Comunque afferma che gli USA sono
la nazione con le tasse più alte al mondo (affermazione ridicola, a tutta
evidenza) e la propone in sostanza come la mossa che farebbe qualsiasi imprenditore, una questione di semplice buon senso: “devi mettere
qualcosa prima di poter ottenere qualcosa”. Attraverso questo stimolo la promessa è di ottenere un
incremento di 2.000 Mld di Dollari in dieci anni.
Ma continuando la lettura vediamo che uno dei motivi per cui la crescita (3%) è bassa è
che le aziende multinazionali delocalizzano le proprie attività, e lo fanno,
secondo il presidente, perché le tasse sono alte e la regolazione opprimente. Il punto è che quando lo fanno licenziano
i lavoratori in patria e producono beni che poi rivendono ai cittadini
americani. Sulla base di questa analisi la risposta è nella linea delle altre azioni affermative proposte: molto semplicemente la nuova amministrazione non lo consentirà senza
tassare al 35% i beni che rientrano.
Questa minaccia (non certo facile da mettere in
pratica, dato che si dovrebbe applicare solo ai beni prodotti dalla fabbrica
delocalizzata, e quindi comporterebbe l’obbligo di una sorta di certificazione
di “factory ispection” che individui con certezza il luogo di produzione, come
avviene in Europa quando sono da applicare dazi differenziati) secondo Trump è stata già efficace: ha portato l’annuncio
di espansioni di stabilimenti della Ford, della General Motors. Tutti reshoring
(connessi presumibilmente anche con l’insieme di pratiche e tecnologie della
cosiddetta “industria
4.0”) che quindi nell'intervista si intesta.
Inoltre promette di abbattere la tassa per il
rimpatrio dei capitali detenuti all’estero (che è al 35%) portandola fino al 10%, e di ridurre drasticamente la burocrazia.
Per ottenere il consenso dei democratici su questo
piano di semplificazione e riduzione fiscale (taglio delle aliquote ed
eliminazione delle deduzioni), propone anche di spingere sulle spese per
infrastrutture, riducendo le spese per la politica estera (ma non quelle
militari, come è noto): è l’altro lato
della “pompa”.
Il resto dell’intervista si concentra sulla riforma sanitaria
ed altri temi minori.
Bisognerebbe chiedersi, se davvero questo ambizioso
programma avesse successo (ad onta dei potenti mezzi di pressione del capitale
internazionalizzato e delle società connesse), quali sarebbero le conseguenze
della fine del ruolo di acquirente di ultima istanza degli Stati Uniti. Questo
ruolo è stato parte essenziale dello squilibrio dinamico creato dall’insieme di
decisioni che l’amministrazione Nixon e quelle seguenti presero a fonte dei
deficit gemelli emersi con la guerra del Vietnam e con la fine dell’egemonia
industriale statunitense.
L’intero mondo, e certamente il neomercantilismo
imposto dalla Germania come unica filosofia possibile e dalla Cina, in termini
molto diversi, è basato su questo semplice snodo: senza i seicento miliardi di
deficit commerciale e l’immenso riciclo dei capitali estratti dalle classi medie
americane e reimmessi dalle macchine per fare denaro delle banche centrali,
tutto questo mondo, letteralmente, non c’è più.
Non si tratta solo di Keynes, a ben vedere.


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