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giovedì 11 maggio 2017

Donald Trump, intervista all’Economist sulla politica economica: “prime the pump”.


Una lunga intervista de The Economist a Donald Trump, il 4 maggio, sulla sua politica economica, che in qualche modo riprende ed amplifica il concetto che aveva espresso in una intervista per il New York Times di “prime the pump”. Ovvero di “innescare la pompa” dell’economia, “spendendo soldi per farne molti di più in futuro”. Questa idea ha un chiarissimo sapore keynesiano, è del resto stata usata in economia da Franklin Delano Roosevelt nel 1937 nell’ambito di un suo discorso, e dal Wall Street Journal nel 1933.

Ma vediamo quale somiglianza c’è con l’esempio involontariamente evocato.

Alla prima domanda Trump risponde che la sua economia (la “trumponomics”) si differenzia dalla normale economia repubblicana in primo luogo con il “rispetto di sé come nazione”.
In pratica con l’obbligo di rendere reciproche e bilanciate (in termini di benefici, posti di lavoro creati e gettiti fiscali) le proposte commerciali tra stati. Secondo i suoi esempi, garantire che tasse e tariffe siano effettivamente eguali dai due lati del rapporto.


Ciò non significa essere ostili al libero commercio, come per Keynes significa essenzialmente volere che il commercio sia sostenibile e per il reciproco vantaggio. Ma reciproco vantaggio per le nazioni coinvolte, non necessariamente solo per le controparti commerciali (bisogna considerare, quando si parla di queste cose di un dato strutturale di enorme importanza, “massiccio”, come direbbe il Presidente: l’80% del commercio internazionale è oggi in effetti scambio tra diverse compagnie dello stesso grande gruppo multinazionale, o ad esse strettamente connesse e controllate). Secondo le parole di Trump: “io sono assolutamente un free-trader. Io sono per il commercio aperto, il libero scambio, ma voglio anche un commercio intelligente e un commercio equo”: dunque il free-trade solo quando è anche fair-trade.

Qui c’è tutta la differenza del mondo. Di recente abbiamo letto alcuni interventi dell’economista di Harvard Dani Rodrik, tra i quali “E’ tempo di pensare in proprio al libero scambio” in cui evidenzia come “certi tipi di competizione internazionale possono minare le norme nazionali per quanto riguarda ciò che è una redistribuzione accettabile. Una cosa simile accade quando la concorrenza dei paradisi fiscali mina un regime fiscale nazionale, o quando le importazioni da giurisdizioni con scarsa applicazione di sicurezza minano le norme nazionali di sicurezza dei consumatori”. L’effetto è che rendono impossibile, o gravemente vantaggioso, rispettare le norme che sono state concordate nel sistema nazionale per effetto di uno o più concorrenti che, senza danno o penalità, possono evitare di farlo. Questa è una forma di “dumping” che tende a svalutare le condizioni di lavoro e la responsabilità fiscale in modo corrosivo.
Dunque questa forma di commercio è problematica dal punto di vista sociale e politico.

Chiaramente il punto centrale di attacco è il NAFTA, che ha nel tempo aiutato a consolidare un deficit commerciale degli USA verso il Messico e in misura minore verso il Canada. Per come la racconta Trump l’accordo è in via di rinegoziazione perché mentre era pronto ad annullarlo (come aveva promesso in campagna elettorale) i presidenti del Canada e del Messico gli hanno telefonato per proporre la riapertura dei negoziati. La minaccia era stata, in altre parole, efficace.

Lo scopo del negoziato che si avvia (la cui alternativa è il rigetto unilaterale) è quindi di ridurre vicino alla zero, in un tempo ragionevole, il deficit commerciale con il Messico. Un deficit che ora è secondo lui a 70 miliardi di dollari all’anno (60 nel 2015). Per comprendere il tema gli USA hanno 1.350 Mld di dollari di esportazioni nel 2015 e 2.000 Mld di importazioni. Dunque hanno un enorme deficit commerciale di 650 Mld di dollari, nell’ordine del 50% delle esportazioni (importano tre beni per ogni due che esportano). Disaggregando l’export principale è verso il Canada (250 Mld), il Messico (213 Mld) e la Cina (104 Mld), mentre l’import maggiore si ha verso la Cina (450 Mld), il Canada (271 Mld) ed il Messico (268 Mld).
Dall’Italia gli USA importano 40 Mld di beni ed esportano 14 Mld. Dobbiamo aspettarci che questo discorso ci riguardi (come, infatti, si è cominciato a dire).

Parte di questo deficit è probabilmente scambio commerciale intergruppo. Le esportazioni USA più significative sono “Computer e prodotti di elettronica e ottica; apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi”, per 180 miliardi; la seconda voce è “Macchinari e apparecchiature” per 140 miliardi; segue “prodotti chimici” per 130 miliardi. Queste tre voci, che possono essere essenzialmente forniture di prodotti intermedi entro la stessa supply chain proprietaria, o comunque connessa con qualche grande multinazionale, cubano 470 miliardi, un terzo delle esportazioni totali, se si aggiungono altre voci minori come “prodotti delle miniere”, e una parte almeno degli “Altri prodotti”, si va verso la metà.
A fronte di queste esportazioni in qualche modo “fittizie” (a fronte delle quali non c’è un vero acquisto da parte di terzi), ci sono importazioni dei prodotti finiti. In altre parole in parte si esportano prodotti intermedi solo per importare prodotti finiti, e il surplus ricavato resta fuori del perimetro fiscale nazionale. Le voci specchio delle esportazioni cumulano 600 miliardi, in quanto i “prodotti chimici” e i “macchinari” calano, mentre i prodotti elettronici esplodono a 344 miliardi. Ma sono l’intero raggio delle importazioni che, come detto, arriva al numero impressionante di 2.000 miliardi.
Di cui presumibilmente qualcosa come 1.600 miliardi sono importati da aziende multinazionali americane o estere (ovvero almeno 1.000 da aziende americane).

Questi 500 miliardi di esportazioni, mal contate, e 1.000 di importazioni, sono sotto il mirino del presidente Trump.

Tornando all’articolo dell’economista liberal Rodrik, quel che non si capisce abbastanza è che il commercio internazionale non è un semplice rapporto di mercato, una questione di domanda ed offerta che interessa solo le singole controparti, ma una vera e propria “istituzione globale”. Attraverso gli scambi avviene un indiretto effetto pressorio sulle istituzioni nazionali e si crea uno strumento che spinge la loro ridefinizione e riconfigurazione a vantaggio di alcuni ed a svantaggio di altre categorie e gruppi. Attraverso la progettazione ed implementazioni di supply chain globali controllate da potentissimi attori economici (in grado di farsi ben rappresentare nelle stanze in cui pubblici funzionari specializzati negoziano gli accordi), si progettano in effetti riconfigurazioni surrettizie degli accordi incorporati nei nostri assetti. Questa lesione, che non passa attraverso una pubblica discussione nelle sedi deputate, ma nelle più schermate stanze dei Consigli di Amministrazione simmetricamente intrecciati, va rimessa in questione. Rodrik che  ha una proposta alquanto radicale (che coinvolge anche la questione intrecciata dell’immigrazione) sostiene che sarebbe quindi legittima difesa rispondere limitando direttamente i flussi commerciali. Non è “protezionismo”, è autodifesa.

Ed il diritto di difesa è uno dei diritti di base dell’uomo e delle sue istituzioni e società.
In altre parole la risposta deve essere un’altra, con le sue parole: “dobbiamo ripristinare un sano equilibrio tra un'economia globale aperta e le prerogative dello Stato nazionale”.

Ma per cominciare, dice Rodrik dobbiamo “essere onesti circa le conseguenze del commercio - non solo in riferimento alle opportunità economiche che creano per le nostre imprese e dei consumatori, ma alle sollecitazioni che generano per i nostri patti sociali”.

Spiace che ad iniziare ad essere onesto sia un presidente sotto molti profili censurabile come Donald Trump e nel contesto di quello che si può tranquillamente identificare come uno scontro tra élite economiche diversamente orientate che funzionalizza la protesta popolare.


Il secondo tema affrontato è stata l’immigrazione, in questa direzione la distinzione operata è tra immigrazione clandestina, che dice di voler fermare (ma sarà vedere, data la funzione di ricatto sulla forza contrattuale dei lavoratori deboli che esercita storicamente, e dunque la forma di sostegno industriale che ha), e quella legale che vuole regolamentare per selezionare i migliori, o, come dice “in base al merito”. Cita espressamente i sistemi del Canada e dell’Australia (molto restrittivi) come esempio da imitare.
Si aspetta quindi di ricevere persone “di talento” e che “amano il paese” (due cose difficili da valutare ex ante) e di escluderle da qualsiasi sussidio per un periodo di “almeno cinque anni”. Ma a fianco di questo sistema propone un sistema di visti temporanei per lavoratori agricoli lungo il confine.


Sul deficit si arriva a “l’innesco della pompa”. Quando l’intervistatore gli chiede se il suo piano di riforma fiscale assomigli a quello di Reagan, che secondo il giornale simbolo del neoliberismo e del free trade, “non lo ha aumentato”, Trump afferma che, in realtà, lo ha fatto ma che non è male. Questo “si chiama innescare la pompa”.
Anche se l’insieme delle misure (risparmi sulla sanità a fronte di sconti fiscali) portasse, in altre parole, il bilancio in deficit, la “pompa” riattivata lo porterebbe di nuovo in attivo in qualche anno. E’ il nucleo dell’idea di Keynes.

Un atto di risparmio individuale significa, per così dire, una decisione di saltare il pranzo di oggi; ma non richiede necessariamente una decisione di pranzare o di comperare un paio di scarpe fra una settimana o fra un mese, o di consumare qualsiasi bene determinato a qualsiasi data determinata. Cosicché esso deprime l'attività della preparazione del pranzo odierno, senza stimolare l'attività del tenersi pronto a qualche atto futuro di consumo. Non è una sostituzione di una domanda futura ad una domanda presente di consumo, ma è una diminuzione netta di tale domanda. Inoltre, l'aspettativa del consumo futuro si basa così tanto sull'esperienza corrente del consumo di oggi, che probabilmente una riduzione di questo farà abbassare quella; cosicché l'atto di risparmio non soltanto deprimerà il prezzo dei beni di consumo lasciando inalterata l'efficienza marginale del capitale esistente, ma può anche tendere effettivamente anche ad abbassare quest'ultima. In tal caso può ridurre la domanda presente di investimento, oltreché la domanda presente di consumo”. John Maynard Keynes, Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, cap. 16, p. 400

Nello stesso modo la vede Paul Mason su Twitter.




Quando il giornalista inglese che lo intervista, sapendo bene di cosa parla, dice che “è molto keynesiano”, Trump fa mostra di ignoranza e risponde di aver inventato da sé l’espressione e l’idea. Comunque afferma che gli USA sono la nazione con le tasse più alte al mondo (affermazione ridicola, a tutta evidenza) e la propone in sostanza come la mossa che farebbe qualsiasi imprenditore, una questione di semplice buon senso: “devi mettere qualcosa prima di poter ottenere qualcosa”. Attraverso questo stimolo la promessa è di ottenere un incremento di 2.000 Mld di Dollari in dieci anni.

Ma continuando la lettura vediamo che uno dei motivi per cui la crescita (3%) è bassa è che le aziende multinazionali delocalizzano le proprie attività, e lo fanno, secondo il presidente, perché le tasse sono alte e la regolazione opprimente. Il punto è che quando lo fanno licenziano i lavoratori in patria e producono beni che poi rivendono ai cittadini americani. Sulla base di questa analisi la risposta è nella linea delle altre azioni affermative proposte: molto semplicemente la nuova amministrazione non lo consentirà senza tassare al 35% i beni che rientrano.
Questa minaccia (non certo facile da mettere in pratica, dato che si dovrebbe applicare solo ai beni prodotti dalla fabbrica delocalizzata, e quindi comporterebbe l’obbligo di una sorta di certificazione di “factory ispection” che individui con certezza il luogo di produzione, come avviene in Europa quando sono da applicare dazi differenziati) secondo Trump è stata già efficace: ha portato l’annuncio di espansioni di stabilimenti della Ford, della General Motors. Tutti reshoring (connessi presumibilmente anche con l’insieme di pratiche e tecnologie della cosiddetta “industria 4.0”) che quindi nell'intervista si intesta.

Inoltre promette di abbattere la tassa per il rimpatrio dei capitali detenuti all’estero (che è al 35%) portandola fino al 10%, e di ridurre drasticamente la burocrazia.

Per ottenere il consenso dei democratici su questo piano di semplificazione e riduzione fiscale (taglio delle aliquote ed eliminazione delle deduzioni), propone anche di spingere sulle spese per infrastrutture, riducendo le spese per la politica estera (ma non quelle militari, come è noto): è l’altro lato della “pompa”.



Il resto dell’intervista si concentra sulla riforma sanitaria ed altri temi minori.

Bisognerebbe chiedersi, se davvero questo ambizioso programma avesse successo (ad onta dei potenti mezzi di pressione del capitale internazionalizzato e delle società connesse), quali sarebbero le conseguenze della fine del ruolo di acquirente di ultima istanza degli Stati Uniti. Questo ruolo è stato parte essenziale dello squilibrio dinamico creato dall’insieme di decisioni che l’amministrazione Nixon e quelle seguenti presero a fonte dei deficit gemelli emersi con la guerra del Vietnam e con la fine dell’egemonia industriale statunitense.
L’intero mondo, e certamente il neomercantilismo imposto dalla Germania come unica filosofia possibile e dalla Cina, in termini molto diversi, è basato su questo semplice snodo: senza i seicento miliardi di deficit commerciale e l’immenso riciclo dei capitali estratti dalle classi medie americane e reimmessi dalle macchine per fare denaro delle banche centrali, tutto questo mondo, letteralmente, non c’è più.


Non si tratta solo di Keynes, a ben vedere.

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