Il libro (CG) di Giovanni Arrighi ed altri coautori, tra i quali Beverly Silver, autrice per parte sua di un interessante “Le forze del lavoro. Movimenti operai e globalizzazione dal 1870”, è come sempre denso ed interessante. Scritto nel 1999 è il frutto di un lavoro iniziato dieci anni prima, dunque nel cruciale 1989, e fa parte di un progetto di ricerca più ampio sulla traiettoria di sviluppo del sistema mondiale a partire dal 1945, che fu diviso in due gruppi: il primo, condotto sotto il coordinamento di Immanuel Wallerstein, ed il secondo di Arrighi.
Il gruppo di lavoro di quest’ultimo si è appoggiato al Ferdinand Braudel Center, a Birmingham. Conviene dargli un’occhiata: la tradizione di ricerca movimentata da questa scuola è fortemente interdisciplinare, e prevede di gettare uno sguardo storico sensibile ai fattori sociali, economici ed alla dinamica dei poteri nello scontro delle forze. Di ogni situazione quindi si cerca la ‘struttura’, e di questa le sue radici storiche, ma anche la costante evoluzione. Il metodo, ben visibile in ogni libro di questa scuola, è di andare a cercare sempre le reti di strutture fluidamente permanenti (di “lunga durata”) nelle quali gli eventi avvengono, e le svolte talvolta si manifestano, e inquadrarle in un racconto storico sensibile alla meccanica dei fattori interagenti entro una categoria analitica generale che chiamano “sistema mondo”.



Divideremo questo post, che altrimenti sarebbe troppo lungo, in due parti: nella Prima l’inquadramento del testo e le importanti questioni di metodo e concetto che ne derivano, nella Seconda la vera e propria lettura.


Questo libro, dunque, è successivo al libro del solo Arrighi “Il lungo XX secolo” (LS), che abbiamo già letto e che era comparso in prima edizione in inglese nel 1994, ma è ad esso intrecciato e ne ripercorre gli stessi temi. Del resto la seconda edizione del “lungo XX secolo”, curata dall’autore e arricchita di un poscritto, è ancora successiva, essendo del 2009, l’anno stesso della prematura morte.

Oltre a leggere il libro, abbiamo appena provato a dare conto dell’importante “poscritto” che Arrighi decide di aggiungere alla seconda edizione che cura del testo del 1994. Del lungo e interessante testo avevamo soffermato l’attenzione sull’accusa che in “Impero”, Negri e Hardt avanzano ad Arrighi. Partendo dalla costante insistenza per la riproduzione di uno schematismo strutturalmente simile, nelle vicende storiche del mondo che vedono salire in posizione preminente il dominio prima dell’Olanda, poi dell’Inghilterra e quindi degli Stati Uniti (e prima di centri di potere come le città commerciali italiane e la Spagna); i critici sostengono, infatti, che questo in effetti prefiguri il “eterno ritorno del medesimo” (formula resa famosa da Nietzsche, ma ovviamente molto più antica e illustre). A questa accusa si potrebbe replicare di essere, lo stesso Negri, in effetti prigioniero di una semplice inversione dialettica del soggetto della tesi liberale della “fine della storia” (che aspetta, però, dalle moltitudini dei subalterni), ma per farla dovremo aspettare di leggere direttamente il suo libro nel contesto che gli si adatta.
Per Negri sarebbero comunque le richieste dei lavoratori, nel ciclo delle lotte avviato nelle fabbriche e nella società tra il 1960 ed il 1978 (uno sguardo lo avevamo dato qui) a provocare una riduzione del margine di profitto industriale che avrebbe a sua volta innescato la catena di eventi della rottura egemonica, la quale si traduce in finanziarizzazione e globalizzazione. Per esempio, scrivono a pag. 63, con riferimento ai cicli delle lotte, che “come un virus”, si propagano attraverso la pratica dell’internazionalismo proletario, che questi “furono il motore che guidò lo sviluppo delle istituzioni del capitale, dirigendolo verso un processo di riforme e ristrutturazioni”. Si tratta di un’ipotesi che risale in Negri ad un libro del 1972, quando il processo di ristrutturazione era appena in nuce (ma è chiamata “ipotesi” nella nota, mentre è data come fatto nel testo). Anzi, per lui queste lotte “anticiparono e prefigurarono i processi di globalizzazione del capitale e la formazione dell’impero. In tal senso, la formazione dell’Impero costituisce la risposta all’internazionalismo proletario”. Subito dopo Negri respinge l’ovvia accusa di dialettismo e teleologia che salta all’occhio, sostenendo che “le lotte sono una dimostrazione della creatività del desiderio, sono utopie fatte di esperienze vissute, sono il funzionamento della storia come potenzialità. In breve, le lotte costituiscono la nuda realtà delle res gestae”. Queste lotte, che si manifestano e a posteriori mostrano la loro ratio, precedendo e prefigurando la globalizzazione, sono in effetti, per Negri, “le espressioni dell’energia del lavoro vivo che cerca di liberarsi dai rigidi regimi territorializzanti che gli venivano imposti”; dunque dagli ordinamenti nazionali e dalle figure politiche che lo imprigionano. Sono espressione di un autoattribuito “desiderio deteritorrializzante” (evidentemente proiettato dall’autore) che “con la sua rottura spalanca tutte le finestre della storia”. La globalizzazione, dunque, in Negri è, “nel momento stesso in cui realizza una vera deterritorializzazione” delle precedenti strutture dello sfruttamento e del controllo, “una condizione di liberazione della moltitudine”. Ci dovremo tornare.

Come abbiamo visto Arrighi replica in modo piuttosto interessante, nel suo “poscritto”, all’accusa di teleologia, curiosamente avanzata da chi costruisce una vera e propria narrazione morale onnicomprensiva, quasi del tutto sganciata da fatti e circostanze. Risponde, con l’ultimo Marx, che si tratta solo di rilettura di episodi storici avvenuti, non dell’indicazione di leggi necessarie di sviluppo evolutivo. Certo, c’è una differenza essenziale: l’oggetto centrale del racconto è in Arrighi la dinamica del capitale, in cerca di superamento costante dei limiti, mentre in Negri è “il desiderio” dei subalterni.

Le multinazionali nel settore alimentare

Entrambi gli autori sono diversamente legati ad una sorta di diaspora intellettuale fortemente orientata in senso cosmopolita (a quel mondo dei “panciuti professori” che passano il loro tempo sugli aerei, in classe economica, e nelle hall degli alberghi per qualche meetings, sul quale ironizzava Richard Rorty in una sua opera “politica” che abbiamo letto “Una sinistra per il prossimo secolo”), ma Arrighi è in qualche modo connesso con la scuola realista, e vede bene gli squilibri di potere indotti dalla mondializzazione, i flussi dissimetrici che la caratterizzano e la strutturale insostenibilità per il sistema di potere nazionale statunitense. In certo senso una parte del sistema di potere che ha costituito la forza degli Stati Uniti d’America nella transizione dall’egemonia inglese, si sta rivoltando contro un’altra parte. La parte dominante del sistema delle multinazionali, in particolare ancorate agli investimenti diretti all’estero e ai flussi finanziari, contribuisce, contro gli interessi generali della base di potenza americana ed in modo decisivo a fare dell’arcipelago orientale, come dice Arrighi, l’officina e il salvadanaio del mondo; due dimensioni che sono componente critica della base del potere. Dimensioni che si divaricano, nel gioco storico degli eventi cruciali del secolo, dalla terza componente della “base”: la forza militare, che resta acquartierata nella rete delle basi militari, nella invincibile flotta, e nella straordinaria capacità di attacco aereo e missilistico (senza dimenticare la componente nucleare) americana.

USS Enterprise

Ma in Arrighi il concetto chiave è egemonia. Dunque tra “base” (termine che viene usato per “struttura” da Marx, nell’”Ideologia tedesca”, infatti userà struktur e basis) e la “soprastruttura” (uberbau, tutte metafore architettoniche come si vede, si tratta di ciò che è edificato sopra e del fondamento), in una condizione nella quale evidentemente ci vogliono entrambe, c’è una relazione molto più stretta di quella, pur complessa, della vulgata marxista. Il concetto di egemonia è per espressa ammissione, ripreso da Gramsci (che lo rileva da Lenin, ma lo estende molto) che lo impernia in una critica della vulgata marxista del rapporto tra “struttura” e “soprastruttura” nella loro reciproca influenza. I due concetti sono una unità, in senso dialettico. Ma avviene in qualche modo in Gramsci, nell’intreccio di concetti che si rimandano, un passaggio che è colto molto più da Arrighi che da Negri: la struttura, la base, è in un rapporto con la soprastruttura che ad essa si innerva e intreccia, quasi confondendosi, in un modo che ricorda quello tra storia ed evento. Cioè quel rapporto, nella lettura storica che Gramsci compie in tutta la sua opera, tra passato e presente. Affondare le radici nella storia, che è la stessa mossa nell’interpretazione del presente che compie la tradizione delle Annales (forse non a caso avviata nel ’29 e a conoscenza del nostro), significa per Gramsci liberarsi di ogni trascendenza residuale, di ogni teologia. Il concetto compare nei primi mesi del 1930, nei Quaderni del Carcere, e precisamente nell’ambito del discorso sul risorgimento (che abbiamo letto per ora qui) e resta praticato fino alla fine, ogni volta con una qualificazione: politica, culturale, linguistica, intellettuale, morale, ... l’egemonia è in qualche modo, proverei a dire, uno strumento ed un effetto, che opera nel garantire e realizzare la prevalenza di uno verso l’altro. Sia esso una classe, o un blocco storico, una nazione (come del caso). Il concetto, per essere compreso, va connesso con la sua assenza, ovvero con il puro e semplice “dominio”.


Dove il potere è nudo, privo della necessaria componente del consenso, si ha quindi solo l’esercizio brutale del “dominio”. Ma il vero potere non si limita alla costrizione; si estende alle menti ed ai cuori, si fa seguire in qualche modo volontariamente, coinvolgendo insieme: la rappresentazione di sé che si costruisce, l’immagine del mondo, e la meccanica dei valori e obiettivi, con la loro gerarchia. Si radica inoltre nella “base” degli interessi, e dei bisogni, cui in qualche modo (secondo il filtro delle rappresentazioni) l’egemone risponde, facendosene almeno in parte carico. Il vero potere è dunque egemonia. Abbiamo, ad esempio egemonia tedesca in Italia, quando volontariamente si sceglie di seguire la logica della moneta stabile e forte, della deflazione come orizzonte, dell’austerità suo mezzo. L’egemonia ha sempre un suo campo e, per chi vi appartiene, un coerente insieme di desideri, effetti di dominio (verso qualche subalterno) inseparabili da effetti identitari, e sempre risponde almeno a parte ai suoi interessi e bisogni secondo la loro percezione.


Dunque le potenze realmente egemoniche, come sono state quella olandese, inglese e americana al loro meglio, quando si sono fatte carico, anche se diversamente, di produrre e distribuire beni pubblici e senso, o come la Russia sovietica, che esportava una egemonia potente, hanno riorganizzato in parte per effetto della loro base di potere, ma in parte altrettanto importante (e inseparabile) per effetto della loro struttura di valori, rappresentazioni coerenti, tecniche e regole, intorno a sé porzioni decisive del mondo, rendendolo “sistema”. Cioè rendendolo capace di funzionare insieme e creare le premesse per una accumulazione che ha anche disciplinato, in qualche modo, i capitali incorporati entro le loro strutture e quelli mobili (che fin che dura l’egemonia sono limitati). I capitali sono, infatti, una sorta di rapporto sociale.

La storia che racconta Arrighi non va capita come storia del susseguirsi delle dominazioni, o del potere, ma di quel più sottile scontro per la capacità di organizzare le forze, di dargli direzione e senso, che alcune volte è emerso intorno ad un network ed una cultura. Cioè come storia delle egemonie che, quando sono state realizzate, fino a che sono durate, hanno reso parte del mondo un sistema (appunto un “sistema-mondo”).


La Seconda Parte della lettura nel prossimo post.

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