La prima sfida:
crisi climatica
Viviamo
in un mondo in cui abbiamo ormai superato i 7,8 miliardi di abitanti e che
cresce del 1,2 % all’anno (quindi raggiungerà gli 8 miliardi nel 2025 e i 9,1
nel 2050); in cui la Cina, con 1,43
miliardi di abitanti è il paese più affollato, seguito dall’India con 1,3 miliardi
e –a grande distanza- dagli USA con 329 milioni,
poi l’Indonesia. Un mondo in cui la popolazione urbana è, in termini assoluti,
più numerosa della popolazione
rurale (3,15 miliardi di persone vivono in città), e sarà sempre più così, dato
che l’88 % della crescita della popolazione avverrà nelle
città dei paesi in via di sviluppo.
Per
comprendere i termini del problema che questo semplice fatto provoca si può
usare il concetto di “impronta ecologica”[1],
potente metafora promossa dal WWF. Si tratta di una semplice applicazione del
concetto di “capacità di carico”; molto usato, e talvolta molto criticato,
nella pianificazione del territorio.
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| Figura 1 - Crescita esplosiva della popolazione mondiale |
Nel
2020 l’impronta ecologica mondiale era
stimabile in ca 2,7 ha globali pro capite (cioè 18 miliardi di ettari), mentre
la biocapacità del pianeta era stimabile in 1,5 ettari pro capite (12 miliardi
di ettari). È dagli anni ottanta che l’impronta ecologica ha superato la
biocapacità del pianeta ed oggi, come si vede è del 30 % eccedente.
Più
in dettaglio, secondo le valutazioni fatte: la Cina e gli USA usano ciascuno il
21 % della biocapacità del pianeta (ma mentre la Cina lo fa con 1,43 miliardi
di persone gli USA lo fanno con 304 milioni); l’India ha l’impronta
successiva con il 7 % (su una popolazione di 1,3 miliardi). Ciò significa che
la Cina è già al limite con i suoi 1,6 ettari procapite, l’India è
“virtuosamente” a 0,8 ettari pro capite, gli USA sono colpevolmente a 9,6
ettari pro capite, seguiti dall’Australia (6,6 ettari), il Regno Unito (5,3),
l’Italia (4,2), poi paesi come l’Argentina (2,3). In fondo troviamo paesi come
l’Etiopia che hanno un’impronta ecologica di 0,8 ettari pro capite[2].
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| Figura 2- Sovraccarico |
Mediamente secondo questa analisi dobbiamo quindi ridurre almeno del 30 % i consumi di biocapacità del pianeta per tornare nei limiti. Naturalmente in alcuni settori, ad esempio quello energetico per certi versi cruciale, dobbiamo andare molto oltre, riducendo l’impiego di fonti fossili in modo drastico. Molto di più dobbiamo fare anche nel settore agricolo e nella gestione forestale che oggi è parte del problema mentre lo deve diventare della soluzione.
Anche
qui qualche dato: si è stimato che prima dell’avvento dell’agricoltura le
foreste occupassero 57 milioni di chilometri quadrati[3] ed incorporassero
500 Gt di carbonio negli alberi e 700 nel suolo. Per dare un’idea le emissioni
antropiche oggi sono nell’ordine delle 50 Gt di CO2e all’anno;
nell’atmosfera preindustriale si stima potessero esserci uno stock di ca. 730
Gt di C, e ogni anno ca. 120 Gt rappresentava lo scambio tra atmosfera e
foreste. Da allora al 1700 la copertura forestale è calata del 7 %, mentre fino
al 1990 ca. è calata del 30 %. Si può stimare che l’incremento di CO2e
registrato in atmosfera dal 1850 ad oggi sia imputabile,
per il 45 %, alla copertura forestale perduta nel periodo (pari al 15 %).
Oggi
siamo, secondo alcune stime, ad una concentrazione media in atmosfera di ca. 400
ppm (parti per milione) di C02e, con picchi fino a 417, e le
emissioni in corso aumentano ulteriormente la concentrazione di ca. 3 ppm
all’anno. In termini assoluti, invece, le emissioni totali all’anno di CO2e
ammontano a ca 50 Gt (milioni di tonnellate). Di queste, al 2008 ca. 30 sono
riconducibili ai paesi cosiddetti sviluppati mentre 20 a quelli “in via di
sviluppo”. I paesi che contribuiscono in modo maggiore sono la Cina con quasi 7 Gt;
gli USA con 6; la UE a 25 paesi con
4,5; l’Indonesia, con 3; il Brasile, 2,5 Gt; la Russia, e l’India poco meno di 2;
il Giappone con 1,5. Ma se confrontiamo questo dato globale con le emissioni pro-capite
abbiamo delle sorprese: queste ultime vanno dalle 20-25 t/anno degli USA e del Canada, a
10 t/anno della UE e della maggior
parte dei paesi sviluppati, le 5 t/anno della Cina e solo alle 2
dell’India (meno di 1
dall’Africa sub-sahariana).
Sembra
che buona parte della responsabilità sia nostra. Questa posizione
è stata fortemente avanzata dai paesi non occidentali sia al negoziato
fallito di Copenaghen, sia a quello di Parigi.
Le
tendenze demografiche, tuttavia, e le prospettive di sviluppo
“business-as-usual” inducono a ritenere che nel 2050 la popolazione mondiale
potrebbe essere di 9 miliardi di persone, di cui 8 dai Paesi “in via di
sviluppo” (oggi siamo a 6,7, di cui 1 dai paesi sviluppati). I paesi in via di
sviluppo, inoltre, dovrebbero accrescere le loro emissioni (oggi
cumulativamente 20 Gt) con il crescere della popolazione e la crescita
economica fino
a livelli
che ad esempio un vecchio ma famoso studio di Stern stimava in 80 Gt.[4]
Se
non si fa subito qualcosa di radicale, quindi, potremmo essere arrivare a ca.
100 Gt all’anno di nuove emissioni (ciò anche se i paesi sviluppati, malgrado
un incremento del PIL approssimativamente del 300 %, riducessero
contestualmente le emissioni di 1/3 in termini assoluti). Tendenzialmente,
infatti, quando un’economia cresce diminuisce la sua intensità energetica
perché si sposta su servizi ed altri prodotti a minore contenuto di carbonio.
Ad esempio, la Cina ha una intensità
energetica per unità di prodotto che è 1/8 di quella del 1980. Tuttavia, è
ancora al 200 % della intensità energetica europea.
Ora,
le emissioni accumulate fino ad ora ammontano, in termini assoluti cumulativi,
a ca. 1.300 Gt di CO2e, effettivamente per il 70 % imputabili ai
paesi sviluppati. Ancora per il 70 %, infatti, emesse a partire dal 1950.
Come
abbiamo appena visto nel prossimo trentennio però ci sarà presumibilmente
un’inversione e saranno i paesi in via di sviluppo a emettere il 70 % dei gas
ad effetto serra. Se il ritmo di crescita continuasse come detto ci potremmo
trovare, insomma, in termini di concentrazione media a 580-630 ppm a metà del
secolo e a 800-900 alla fine[5], ciò senza
considerare effetti aggiuntivi gravissimi come il metano liberato dallo
scioglimento del permafrost al crescere della temperatura media, etc.
Il
lavoro di Stern evidenzia che al
crescere della concentrazione la temperatura media salirà con crescenti
probabilità secondo la seguente tabella:
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| Figura 3 - Tabella Stern |
Osservandola
possiamo vedere come al crescere delle concentrazioni salgano, drasticamente,
anche le probabilità di avere incrementi di temperatura drammatici. A 750 ppm i
disastrosi sei gradi[6] avrebbero il 22 %
di probabilità di affermarsi e i gravissimi 5 gradi quasi il 50 %.
Ormai,
del resto, contenere la temperatura nei 2 gradi, come vorrebbe la UE, e come è stato
dichiarato a Parigi, è praticamente al di fuori della nostra portata (siamo a 400).
Abbiamo qualche probabilità di non superare i 3 gradi se ci teniamo tra i 450 e
500, diventa difficile con 550.
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| Figura 4 - emissioni CO2 pro capite paesi del mondo |
Per affrontare questo problema in modo efficace, quindi, dobbiamo ridurre, secondo le stime di Stern[7], le emissioni di CO2e pro capite di ca 10 volte in Europa (da 10 t/anno pro capite a 2, considerando il raddoppio del PIL) e di 15 volte in USA (da 20 t/anno a 2, sempre nella stessa ipotesi di raddoppio del PIL). La Cina oggi è ad una produzione di ca. 7,5 t/anno ma se non si fa qualcosa crescerà fortemente, mentre deve restare anche essa a 2 t/anno.
Ciò
non è impossibile.
Disponiamo
di tecnologie in grado di trasferire il peso e di consentire di produrre l’energia
e le materia di cui abbiamo bisogno senza rinunciare a far progredire i poveri
del mondo. Quel che dobbiamo fare è riequilibrare drasticamente il modello di
sviluppo, de-carbonizzando
l’economia e producendo in modo etico e sostenibile, creando gli strumenti per
ridurre le distorsioni del mercato. Quel che non abbiamo è la volontà e la
forza.
La seconda sfida: la pan-sindemia
Su “The Lancet” il
caporedattore Richard Horton in un articolo[8]
illuminante
a settembre 2020 e nel suo libro dello stesso anno[9]
ha
attirato l’attenzione sulla circostanza che l’insorgenza della epidemia da
SARS-CoV-2, che ha bloccato il mondo nel 2020, è così grave perché interagisce
con i fattori sociali, economici ed ambientali delle popolazioni insediate. In
altre parole, l’impatto è tanto maggiore quanto più in un dato territorio
incontra individui debilitati. Un virus che ha un indice di letalità abbastanza
basso (ne muore circa il 2% dei malati), se pure oltre dieci volte maggiore
della influenza ma un quinto della MERS, e che causa forme gravi solo nel 10%
dei contagiati, ma che è molto contagioso, in alcuni territori ed aree del
mondo ha avuto un impatto tale da costringere a misure draconiane. Un caso
esemplare è la pianura padana, nella zona tra Brescia e Padova. Si è visto che,
per semplificare, SARS-CoV-2 uccide in misura nettamente maggiore i soggetti
affetti da disfunzione endoteliale, che hanno cioè le arterie cronicamente
infiammate. Essenzialmente si tratta di obesi e diabetici e di persone affette
da arteriosclerosi sistemica (che è una patologia infiammatoria) e quindi da
ipertensione arteriosa e patologie cardiovascolari. Questo quadro ricorre più
frequentemente in persone anziane, ma talvolta anche in giovani e persino
bambini. Il virus aggancia infatti i recettori ACE-2 che si trovano non solo
nelle vie aeree superiori e nei polmoni, ma anche nelle arterie e arteriole di
tutti gli organi e tessuti e, quando le trova già infiammate, agisce
letteralmente da trigger fino a scatenare reazioni immuno-infiammatorie
sistemiche potenzialmente letali, spesso non controllabili con le terapie
attualmente a nostra disposizione (forse soltanto il plasma dei guariti e/o
dosi massive di IgG aspecifiche e di cortisonici possono essere di aiuto).
Ma, e qui veniamo sul nostro tema, è
stato mostrato da numerose ricerche che i casi gravi sarebbero dovuti alla
concomitanza di un secondo trigger, che da un lato prepara la strada,
dall’altro potenzia enormemente l’azione del virus: il particolato ultrafine
(UP), come noto emesso in gran quantità nel ciclo energetico.
Dunque, il Covid ha colpito e
colpisce soprattutto gli anziani delle zone più inquinate del mondo occidentale
esposte al particolato ultrafine. Quella in atto è tanto una vera pandemia (in
quanto SARS-CoV-2 è un virus sufficientemente contagioso e virulento da
causare, in pochi mesi, milioni di morti in tutto il pianeta), quanto una
sindemia. La prima pan-sindemia del III millennio o, se si preferisce,
dell’Antropocene, conseguenza sia della rapidissima trasformazione da parte
dell’uomo degli ecosistemi microbici e sociali, sia dell’altrettanto rapida
s-programmazione epigenetica degli organismi in via di sviluppo, che
caratterizza i paesi più ricchi e industrializzati, ma che si sta diffondendo
rapidamente anche alle megalopoli del Sud del pianeta.
Insomma, le vere cause eco-biologiche
profonde e sistemiche della pandemia sono la distruzione di interi ecosistemi e
biomi, la crisi climatica in atto, il rapido esaurimento delle risorse idriche
e alimentari, l’inquinamento sempre più diffuso e capillare di tutti i comparti
dell’ecosfera. E in questo senso l’avvertimento di alcuni scienziati secondo i
quali saremmo entrati “nell’era delle pandemie” vale sia per le malattie
acute/trasmissibili, sia per le patologie croniche/non trasmissibili:
conseguenze entrambe dello stravolgimento sempre più accelerato dell’ecosfera
provocato da Homo sapiens, epifenomeni di una malattia cronica e
rapidamente progressiva che interessa l’intera biosfera (e soprattutto la
micro-biosfera) e non semplici “incidenti biologici” risolvibili con rimedi specifici
come farmaci e vaccini.
La pandemia non è quindi un evento
accidentale, una sorta di “incidente/malattia acuta” che ha colpito la
popolazione umana perché un agente patogeno particolarmente virulento si è
casualmente diffuso in pochi mesi uccidendo due milioni e mezzo di persone. È
una tappa drammatica di una “malattia cronica” che riguarda l'intera ecosfera e
che è stata irresponsabilmente prodotta, nel giro di pochi decenni, da una vera
e propria “Guerra alla Natura”.
Da almeno 20 anni a questa parte,
infatti, non solo i virologi e i cosiddetti virus hunters (cacciatori di
virus) hanno “schedato” migliaia di virus potenzialmente pandemici, ma l'intera
comunità scientifica internazionale ha descritto gli effetti deleteri delle
deforestazioni selvagge, dell'inurbamento massivo di decine di milioni di
esseri umani e animali in mostruose megalopoli, delle bio-invasioni e delle
rapidissime trasformazioni degli ecosistemi microbico-virali che possono
favorire l'emergere di sempre nuovi patogeni in grado di compiere il fatidico
“salto di specie”. In particolare, è stata lungamente studiata la nuova,
principale “specie serbatoio” di virus letali potenzialmente pandemici come
Ebola, Marburg, Nipah, Hendra e appunto Bat-Corona-viruses: il pipistrello. E
si è capito che la sua presenza ormai costante nelle periferie delle megalopoli
del Sud del pianeta rappresenta una minaccia sempre più incombente.
Ma, più in generale, esiste ormai una
copiosa letteratura scientifica che dimostra come il cambiamento climatico; la
trasformazione degli ecosistemi e in particolare di quelli microbici; le
condizioni deprecabili degli animali negli allevamenti intensivi, nei mercati
alimentari e in alcuni laboratori di ricerca; l'inquinamento dell'atmosfera
delle grandi città, dell'idrosfera e in particolare delle falde idriche, ma
soprattutto della biosfera e delle catene alimentari siano fenomeni
strettamente correlati tra loro. Effetti dell’accelerazione drammatica di
tutte le modalità di sfruttamento delle risorse dell’ecosfera messa in atto in
pochi decenni dall’uomo che definisce e connota l’Antropocene.
La terza sfida:
crisi energetica e dell’esaurimento delle risorse
Non
è solo il petrolio ad essere in difficoltà di approvvigionamento e dunque di
costo, ma quasi tutti i minerali. Ad esempio, l’alluminio è passato da una
produzione del 1995 di 19 milioni di tonnellate ad una, al 2005, di 31 milioni,
ed infine di 63 milioni al 2017, il 57% prodotto in Cina; simile incremento
(50%) lo ha avuto il ferro (1,5 miliardi di tonnellate nel 2005), ora oltre 2
miliardi; il rame (+ 42%), fino a 19 milioni di tonnellate nel 2017. Si tratta,
come è ovvio, di risorse non rinnovabili prodotte dalla terra in milioni d’anni
e consumate da noi nell’arco di decenni. Nel Wall Street Journal del
luglio 2006 potevamo leggere in proposito che “la maggior parte (come per il
petrolio) dei depositi facili di materie prime come rame, nichel, oro sono già
stati trovati e sfruttati. Rimangono solo giacimenti di scarso valore in paesi
lontani ed instabili dal punto di vista politico”. Dell’oro potrebbe anche non
importarci nulla, ma l’elenco comprende purtroppo minerali importanti come il
rame, il piombo, nichel, stagno, platino, titanio e zinco.
Per
la rivista Scientific American, in base agli attuali ritmi di
sfruttamento, l’indio si potrebbe esaurire nel 2028 (viene usato per lo più per
le tv a schermo piatto, lo schermo dei telefonini, etc.); l’argento (usatissimo
per le sue proprietà biocide) poco dopo; l’oro nel 2013; il rame per il 2044,
grazie a probabili nuovi giacimenti nelle Ande; litio nel 2560, ne abbiamo
molto, ma lo stiamo usando sempre di più; poi il petrolio nel 2050 (giusto in
tempo per completare la transizione); il carbone una ventina di anni dopo.
Ciò
che si registra, a fronte del progressivo rallentamento dei siti tradizionali
(per il rame il Cile e l’Indonesia) è la corsa frenetica a nuovi territori da
sfruttare (ad esempio, la Mongolia e il Congo) verso i quali i grandi attori
internazionali svolgono politiche aggressive di conquista economica. Ad
esempio, la Cina nel giugno 2006 ha concordato la costruzione di tre centrali a
carbone nel Congo in cambio di diritti di estrazione di cromo ed altri metalli.
Ha proposto anche un prestito di 5 miliardi di dollari per l’accesso esclusivo
alle sue risorse[10]. Da allora queste
politiche di acquisizione di risorse in cambio di infrastrutture si sono
moltiplicate di molte volte.
Da questa situazione derivano alcune necessità
impellenti:
ü
Usare meglio le risorse ancora disponibili;
ü
Potenziare principalmente le risorse locali;
ü
Ridurre al massimo, e il più velocemente
possibile, l’intensità d’uso delle risorse non rinnovabili;
ü
Trovare nuovi materiali, nuovi processi, nuovi
stili di vita;
ü
Riusare molte volte i beni, trasformandoli da
effimeri in durevoli;
ü
Quando non è più possibile, recuperarli con il
massimo dell’efficienza ed il minimo di consumo di lavoro ed energia per unità
recuperata (altrimenti diventa uno spreco di energia e lavoro);
ü
Quando non è più possibile, o conveniente,
recuperalo gestirli senza danno per l’ambiente.
Alcuni di questi sono compiti da
assumere in un sistema efficace di “gestione del ciclo di vita dei materiali”,
altri nella “rivoluzione energetica” ormai non più rinviabile. Si tratta di due
questioni non separabili e che vanno progettate insieme. Per il primo tema
l’unità di programmazione non dovrebbe mai essere la “gestione dei rifiuti”, ma
il ciclo di vita dell’insieme materiali/energia. L’obiettivo dovrebbe essere di
ridurre drasticamente i materiali gestiti amministrativamente come rifiuti e
ridurre drasticamente lo spreco energetico. Ogni volta che una materia viene
gettata è un fallimento per la nostra società. Ogni volta che si dissipa
energia non recuperabile è un fallimento. Manifesta, cioè, un errore di
progettazione della società, una sua fondamentale diseconomia. È evidente,
infatti, che quando un oggetto viene “gettato” è drasticamente depotenziato di
valore (materiale, simbolico, affettivo) e diventa un problema del quale
liberarsi il più in fretta possibile. Quando un input energetico è disperso è
aumentata l’entropia del mondo e si è fatto un passo verso l’esaurimento.
Il
problema è dunque la crisi climatica come componente decisiva di una crisi
ambientale complessiva che è sistemica ed apre all’avvio della temuta “era
pandemica”. Tuttavia, questo è solo un effetto accumulato di dinamiche
produttive che oggi stanno andando in crisi anche per moto proprio. È la
seconda parte del problema: la crisi energetica che a sua volta è solo la punta
di quattro sfide contemporanee[11]:
- costruire
sistemi di utilizzo dell’energia, ma anche del suolo e delle risorse che siano
in grado di rallentare le tendenze al cambiamento climatico, la perdita di
biodiversità e la distruzione degli ecosistemi, le emissioni di particolati ed
inquinanti;
- stabilizzare
la popolazione mondiale al massimo a 8 miliardi entro il 2050;
- porre
fine alla povertà estrema;
- garantire
la cooperazione internazionale indispensabile.
Con
la necessaria sintesi, e pescando in una letteratura ormai sterminata, si può
dire che l’osservazione delle dinamiche economiche e dei comportamenti delle
compagnie petrolifere stesse mostra:
- Che la pressione sulle risorse non rinnovabili generata dai paesi in via di sviluppo e dalla stessa crescente fame di energia dei paesi “sviluppati” (tra i quali ormai occorre annoverare Cina, India e Brasile) è sempre più difficile da sostenere; al 2030 le stime dicono che bisognerà aumentare ulteriormente la produzione di tutto[12] del 30 %;
- Che l’affannosa ricerca di nuove fonti sostitutive è sempre più disperata (al punto da recuperare con entusiasmo “riserve” scoperte negli anni 10 del secolo scorso e sempre considerate con giusta ragione inutilizzabili, come le sabbie bituminose dell’Alberta in Canada o l’olio di scisto delle montagne rocciose);
- Che ormai e sempre di più l’approvvigionamento energetico è considerato elemento centrale delle strategie degli Stati (come mostra la nazionalizzazione delle principali compagnie[13] nella Russia di Putin e gli scontri internazionali recenti, tutti annoverabili come scontri per le risorse e per le linee di trasporto[14]);
- Tutto ciò si può definire “il problema della sicurezza energetica” ed è al centro dell’attenzione di tutti e che, quando non ottiene risposta provoca gli effetti di prezzo che vediamo all’avvio dell’autunno 2021;
- La fragilità dell’approvvigionamento attuale è infatti altissima: il 50 % viene da 116 giacimenti tutti, meno 4, scoperti oltre 25 anni fa; di questi il 10 % è sicuramente già in declino (il declino di un pozzo è un segreto molto ben tutelato per evidenti ragioni finanziarie);
- I conflitti e le tensioni tendono a concentrarsi in alcune aree e direttrici come la Russia ed i suoi oleodotti (più o meno transitanti attraverso gli ex paesi alleati e verso la UE o verso la Cina e il Giappone), il Caspio, l’Africa (10 % delle riserve e crescenti tensioni tra USA, UE e Cina), ovviamente il Golfo Persico (di nuovo tentativi di intromissione della Cina, Giappone e India, protagonismo dell’Iran oltre la storica interferenza della Russia sul “lago americano”);
- In conseguenza l’obiettivo di tutti (dagli USA all’UE, alla stessa Cina) è raggiungere l’indipendenza energetica; questo obiettivo è stato annunciato da ogni presidente americano, da Bush a Biden passando per Obama e Trump;
- Le conseguenze di tali problematiche sono gravissime per la stabilità economica del mondo. La crisi energetica induce infatti pressioni sui mercati dell’energia a causa dello squilibrio strutturale tra domanda ed offerta e, più grave, per la prospettiva di progressivo aggravamento di tale squilibrio (il punto non è se il petrolio o quando finisce, è quanto ce ne è rispetto a quanto ne servirebbe). Tutti giudicano il prezzo dell’energia in tendenziale crescita.
- Questi squilibri determineranno conseguenze gravissime sui sistemi economici occidentali (e non solo). Essi sono stati la vera causa dell’attuale crisi “finanziaria”[15] e lo saranno delle prossime.
Lo stiamo vedendo proprio in questi giorni. Il prezzo dell’energia elettrica, trascinato in parte da quello del gas, è arrivato a valori letteralmente mai visti.
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| Figura 5 - Valori energia elettrica, Italia 2020-21 |
Due
parole su questa tabella. Il prezzo dell'energia si forma su una apposita borsa
gestita dal GME (Gestore Mercato Elettrico) con una regola che ora non
sto a ricostruire per la sua complessità. Dipende dalle quantità totali
scambiate (che sono sempre inferiori, per varie ragioni, al fabbisogno totale,
di poco superiore a 330.000.000 di MWh), dal mix di generazione che ha costi
industriali molto diversi (le rinnovabili elettriche principali, idro, eolico e
fotovoltaico possono essere vendute a qualsiasi prezzo, la generazione da gas
deve almeno pagare la materia prima) e da altri fattori. Ma quel che non si può
fare con l'energia è accumularla (in modo significativo), quindi non può essere
'accaparrata' (ma si può fare con il gas).
Ora,
il prezzo dell'energia come si vede nella tabella è sempre stato su una media
di 60 €/MWh e poi era sceso dal 2014 tra 50 e 40. Dai 2021 è, letteralmente, esploso,
passando da 39 €/MWh del 2020 ai 227 €/MWh di oggi. Precisamente oggi, 6
ottobre, è a 307 €/MWh.
Ovvero
è aumentato di NOVE volte rispetto a nove mesi fa. Inoltre continua ad
aumentare a vista d'occhio e sempre più velocemente.
Questo
fenomeno è attribuito a tre cause:
1- l'aumento
abnorme del prezzo del gas naturale;
2- l'aumento
del prezzo della CO2, per effetto della nuova regolazione dei
mercati ETS;
3- la scarsa
incidenza delle rinnovabili, che, quindi, rendono il sistema dipendente dal
gas.
Tuttavia,
al netto del terzo fattore, che è strutturale (le rinnovabili crescono
lentamente e ci vorranno decenni per renderle dominanti come abbiamo visto), e
del secondo che pesa poco, quasi tutto grava sul primo.
Il
prezzo del gas incide direttamente sui costi di produzione dell'energia nelle
centrali tradizionali e quindi sul prezzo dell'energia. Ma perché sta
salendo il prezzo del gas?
a)
perché in Europa l'economia si sta
riprendendo e le scorte di gas sono basse (le più basse dal 2013) mentre si
avvicina l'inverno. Ovvero la domanda è alta.
b)
perché le forniture di gas dalla Russia
sono diminuite (o stabili, magari anche perché le richieste di altre parti del
mondo sono aumentate). Poi avevamo le forniture libiche, ma lì sappiamo cosa è
accaduto. Ovvero l’offerta è bassa.
c)
perché nel settore del gas è impossibile
cambiare fornitore (ci vogliono i gasodotti come il North Stream o la TAP, o i
rigassificatori, ma non basterebbero mai e i pozzi non si aprono o riaprono in
un giorno, né in un mese),
La
domanda quindi è: perché la Russia ha diminuito, o non ha aumentato abbastanza,
la fornitura sapendo che l'Europa era alla ‘canna del gas’? Perché è stato
possibile?
C'entra
qualcosa lo scontro sempre più totale tra Usa e Cina/Russia e altri paesi
variamente allineati?
Con
questa domanda ci avviciniamo alla quarta sfida, quella cruciale.
La quarta sfida:
crisi politica
Dentro
questi due problemi, ed a rendere più difficile la soluzione, è infatti una
fortissima crisi della capacità di governare i processi mondiali per effetto
del tramonto dell’ “Impero Americano”. Nel settore della crisi climatica ed
energetica lo abbiamo visto con il fallimento clamoroso del negoziato di
Copenaghen, poi parzialmente rimediato a Parigi, che ha mostrato come ormai la
“governance” mondiale è solo una pia illusione. I paesi ex in via di sviluppo ed
ora sempre più sfidanti (Cina ed India su tutti, ma anche Brasile) non hanno
più remore a difendere i propri punti di vista nazionali e hanno la forza di
tenere il punto.
In
conseguenza, un mondo altamente dis-ordinato, quale quello nel quale stiamo
entrando, vedrà sempre più la lotta per le risorse e per il riparto degli oneri
indispensabili per fare fronte ai cambiamenti climatici. Una lotta potenzialmente
distruttiva. Se non si genera quindi un’adeguata egemonia, che allo stato non è
visibile, le quattro sfide saranno simultaneamente perse e tutti diventeremo
drammaticamente più poveri e a rischio.
Sfortunatamente
è normalmente impossibile affrontare una sfida se questa non è presente davanti
ai nostri occhi. L’uomo ha tratto beneficio da quest’attitudine a concentrare
tutte le attenzioni sul rischio imminente, ma nel caso delle sfide più
complesse, la cui direzione causale è meno ovvia e presente, produce inibizione
dell’azione. Sembra sempre ci sia qualcosa di più urgente.
Inoltre,
tutta la nostra società è organizzata, sotto l’ordinatore economico, per avere
fiducia che, in ultima analisi, il mercato si aggiusterà sempre da solo.
Ma di fronte al clima, alla pan-sindemia, al risiko dell’energia, questo è il
problema, non la soluzione. Queste crisi il mercato le crea, non le risolve.
È quindi necessario uno sforzo congiunto, sistematico, permanente, per superare
questa inerzia.
Ci
barcameneremo sull’orlo del baratro fino a che non comprenderemo che quando si
tratta di sopravvivenza bisogna superare il mercato e la centralità della
logica capitalistica, in favore di una logica attenta all’equilibrio ed alla
vocazione dei territori, come alla legittima capacità di autodeterminarsi delle
collettività politiche.
Ora
come ora è utopia; avremmo bisogno di una visione del bene comune che manca
completamente.
[1]
- Si definisce “impronta ecologica” un indicatore aggregato, proposto dal WWF
che misura quanto viene richiesto alla biosfera espresso in termini di terra
biologicamente produttiva per fornire le risorse che usiamo e assorbire i
rifiuti prodotti.
[3] - Goldewijk, “Estimating global
land use change over the past 300 years: the HYDE database” Global Biogeochem
Cycles, 2001, cit in Ian Swingland, CO2 e biodiversità, Edizioni
Ambiente, 2004, p. 31
[4]
- Nicholas Stern, Un Piano per Salvare il Mondo,
Feltrinelli 2009, p. 35
[5]
- Stern, p.40
[6]
- Lynas, Sei gradi. La sconvolgente verità sul riscaldamento globale,
Fazi Editore, 2008
[7]
- Nicholas Stern, Clima è vera emergenza, Francesco
Brioschi Editore 2006, p. 97
[8]
- Richard Horton, “Covid-19 is not a pandemic” (https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)32000-6/fulltext
)
[9]
- Richard Horton. “Covid-19. La catastrofe”. Roma: Il Pensiero
Scientifico Editore, 2020
[10]
- Michel T. Klare, Potenze Emergenti,
Edizioni ambiente 2010, p. 72
[11]
- cfr. Jeffrey D. Sachs, il Bene comune, Mondadori, 2010, p. 9
[12]
- Petrolio, gas, rame, uranio, cobalto, cromo, titano.
[13]
- come mostra Klare le compagnie nazionali detengono ormai l’81% delle riserve
di petrolio “comprovate” del pianeta. (cfr. Michel T. Klare, Potenze
emergenti, Edizioni Ambiente, 2010, p. 33)
[14]
- A titolo di verifica e conferma ecco l’elenco per principali produttori al
mondo:
1. Arabia Saudita; 2.
Russia; 3. Stati Uniti; 4. Iran; 5. Cina; 6. Messico; 7. Norvegia; 8. Emirati
Arabi Uniti; 9. Venezuela; 10. Nigeria; 11. Kuwait; 12. Algeria; 13. Canada;
14. Iraq; 15. Regno Unito; 16. Libia; 17. Brasile; 18 Kazakistan; 19 Angola;
Quatar.
Ma di questi, ciò che più
conta è che sono esportatori e lo resteranno solo l’Arabia Saudita, la Russia,
l’Iran, il Messico (ancora per poco), gli Emirati Arabi Uniti, il Venezuela, la
Nigeria, il Kuwait, l’Algeria, il Canada, l’Iraq, la Libia, il Kazakistan,
l’Angola ed il Quatar. Mentre sono importatori ed in lotta tra loro gli USA, la
UE, la Cina, il Giappone.
[15]
- La crisi è esplosa perché troppi non riuscivano più a pagare le rate dei
mutui “sub prime” e hanno mandato fuori equilibrio le istituzioni finanziarie.
Ma perché non riuscivano più a pagarle? L’economia era sotto pressione per i
prezzi energetici e di tutte le materie prime a livelli assolutamente impensabili
(il picco è stato 147 dollari al barile). Se si riguarda alle dichiarazioni
quando saliva oltre i 100 si vede che era considerata una soglia non
sostenibile a lungo per l’economia.





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