L’ultimo libro di Joseph Stiglitz è un compatto attacco all’assetto economico contemporaneo e ai suoi effetti, un libro pieno di passione civile e di indignazione. Il freddo, razionale e contemporaneamente empatico atto di accusa di un intellettuale e di un tecnico contro le distorsioni, le false teorie e gli argomenti capziosi che rovesciano in favore di pochi il lavoro dei molti.
Stiglitz muove dallo slogan dell’1% (che, come è noto, ha mosso un grande movimento di opinione negli Stati Uniti) denunciando la polarizzazione di ricchezza in favore del vertice. Tra i dati presentati la cattura del 65% dell’incremento del reddito nel quinquennio 2002-2007 in favore di detto 1%, la stagnazione dei salari dei lavoratori negli ultimi trenta anni, il fatto che una sola famiglia (Walton) negli USA dispone della stessa ricchezza di quasi 100 milioni di persone (l’ultimo 30%). La circostanza che il 0,1% della popolazione ha tanto reddito da guadagnare in 1,5 giorni la stessa somma che il 90% della popolazione guadagna in 1 anno. Non è sempre stato così; questa polarizzazione è straordinaria e si era verificata solo subito prima della grande depressione, negli anni venti. Questa polarizzazione genera il declino del tenore di vita e delle opportunità.
Non è solo questione di “sollevare le barche” e non è un ottimo paretiano, Stiglitz sostiene nel testo che questa ineguaglianza così forte disturba l’economia e gli impedisce di crescere, perché è dovuta a distorsioni del mercato, a un sistema di incentivi (che si premura di analizzare nel dettaglio nelle 450 pagine del libro) rivolto alla cattura di ricchezza dagli altri e non alla loro creazione. Ci sono, infatti, due modi diversi di arricchirsi: creare ricchezza o toglierla ad altri (p.58). In genere ogni imprenditore lavora per rendere opachi i mercati e fare in modo che essi lavorino per lui; Stiglitz ci ricorda che “quando i mercati sono competitivi non è possibile ottenere profitti superiori al rendimento normale del capitale” (p.62) e dunque i profitti tendono a zero. E’ per questo che, come ci ricorda l’autore, “nelle scuole di amministrazione aziendale insegniamo agli studenti come riconoscere e creare barriere –comprese quelle all’entrata- che contribuiscono ad evitare l’erosione dei profitti” (ibidem), tra l’altro riducendo la trasparenza dei mercati e disponendo (nascondendo) delle informazioni in modo esclusivo. Un esempio è lo sfruttamento dei poveri e degli ignari da parte del sistema finanziario con i cosiddetti “prestiti predatori” (mutui subprime).
Il cuore dell’argomento di Stiglitz è dunque l’accusa alla “rendita”, un termine che si è gradualmente esteso dall’estrazione di valore senza lavoro dei proprietari terrieri, ai profitti ricavato dal controllo di un monopolio, a “qualunque entrata proveniente da diritti di proprietà similiari” (cioè esclusivi). Il punto è che il profitto così ottenuto non deriva dalla produzione di qualcosa, ma dallo sfruttamento di un vantaggio esclusivo che consente di catturare il valore da altri prodotto. Gli esempi di Stiglitz sono (p.67): la concessione di risorse naturali, gli appalti non concorrenziali, i sussidi governativi, il reddito dei top-manager, i professionisti della complessità come i legali tributaristi, i brevetti (le cui leggi sono fatte per massimizzare la rendita e non la diffusione dell’innovazione), i prestiti a tasso 0 alle banche (dalla FED), le tariffe doganali.
La crescita della ineguaglianza dipende dallo sfruttamento di tali rendite oltre che dagli importanti mutamenti strutturali dell’economia, come lo “slittamento” nel mercato del lavoro con la distruzione di milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Una svolta dovuta “in parte ai cambiamenti tecnologici, a un miglioramento della produttività che aveva superato in velocità la crescita della domanda. E lo slittamento dei vantaggi comparati… perché i mercati emergenti, soprattutto la Cina, stavano aumentando le loro competenze e investivano pesantemente in istruzione, tecnologie e infrastrutture” (p.93) Una dislocazione strutturale in parte nascosta dalla espansione del mercato azionario e dalla bolla immobiliare dei primi anni del nuovo millennio che ha provvisoriamente incrementato i consumi.
La globalizzazione, con la sua idea che “il movimento delle merci sostituisca il movimento delle persone” (p.103), accelera la competizione sui bassi salari, già peraltro attivata dalla trasformazione tecnologica (automazione). Qui Stiglitz pone un interessante ipotesi controfattuale: “immaginiamo come sarebbe un mondo in condizioni di libera mobilità del lavoro ma non del capitale. I paesi dovrebbero competere per attrarre lavoratori, dovrebbero promuovere buone scuole e condizioni ambientali, così come un basso livello di imposizione fiscale, da finanziarsi imponendo tasse elevate sul capitale”. (p.104) Invece “la globalizzazione gestita dall’1%”, con la libera circolazione del capitale e delle merci, spinge sulla flessibilità e gli squilibri economici.
Ciò genera società che non funzionano e non sono “né stabili, né sostenibili”; genera uno spostamento di denaro dal basso verso l’alto che fa scendere i consumi (p.145) e determina una domanda totale inferiore a quella che l’economia sarebbe in grado di soddisfare. Quindi si crea disoccupazione. Una tendenza che è stata gestita, negli ultimi trenta anni, schivando una crisi dopo l’altra, grazie a sempre nuove bolle speculative (le aziende tecnologiche prima, i mutui dopo).
Nel seguito l’autore si concentra su alcuni degli argomenti dei sostenitori della ineguaglianza: il trade-off tra ineguaglianza e crescita (p.172), al quale oppone che la produttività cresce con l’eguaglianza; l’importanza delle opportunità anziché delle distribuzioni (p.185); l’importanza della liberalizzazione dei flussi finanziari (p. 223).
Una delle accuse più forti portate è che la diseguaglianza è un danno perché erode lo stato di diritto e la democrazia. Impedisce di introdurre le regolazioni che potrebbero migliorare la situazione e l’efficienza ed equità del sistema, in particolare nei confronti del sistema finanziario. L’economia “trickle down” non funziona (mentre potrebbe funzionare il “trickle up”).
Proseguendo nell’analisi dei “motori” della crisi viene messo sotto accusa il trade-off tra disoccupazione e inflazione. Qui le cose sono semplici per il nobel americano (p.381): “una riduzione dell’inflazione significa far crescere la disoccupazione e far soffrire i lavoratori. Un livello di disoccupazione più basso comporta invece inflazione più elevata e obbligazionisti che assistono all’erosione del valore dei loro patrimoni. Focalizzarsi sull’inflazione porta, dunque, a collocare gli interessi degli obbligazionisti al centro della scena”. Su questa via vengono messi sotto accusa due miti centrali: la banca centrale indipendente (p.394) e l’inflazione come chiave di volta della prosperità. Politiche che, per Stiglitz, “hanno danneggiato la performance economica e aumentato la ineguaglianza”. Si è trattato di politiche monetarie sbagliate il cui vero obiettivo è stato di mantenere un più alto livello di disoccupazione per ridurre salari e poteri dei lavoratori garantendo i creditori e l’accumulazione ineguale.
Ciò che bisogna fare, per Stiglitz è (p.340): modificare le politiche fiscali nei confronti dei più ricchi e di chi specula, rispetto a chi “lavora per vivere”, è infatti “estremamente efficiente tassare le rendite, perché tali imposte non provocano alcuna distorsione. Un’imposta rigida su tutte le rendite ridurrebbe non solo l’ineguaglianza, ma anche gli incentivi a intraprendere il genere di attività di ricerca della rendita che distorce la nostra economia” (p.342). L’idea è di tassare non il lavoro (che è una cosa produttiva) ma l’inquinamento (petrolio, rifiuti tossici, assett finanziari tossici).
Un’altra azione è (p. 347) stimolare l’economia in questi tempi di deficit e domanda inadeguata; indebitarsi per investire nel futuro, garantendo l’istruzione e sviluppando tecnologie. Non è una cosa strana, “tutti i buoni affari usano l’indebitamento per finanziare un’espansione”. Oppure si può aumentare contemporaneamente cassa e spesa (contando sul fatto che lo stimolo è superiore alla contrazione). Oppure riarticolare la spesa (spendendo di più dove i moltiplicatori sono più forti e meno dove sono più deboli). In questo contesto l’autore conduce un attacco frontale alla austerità (364) e all’idea che il bilancio dello stato sia come quello di una famiglia. Invece le spese del governo “possono essere molto efficaci”.
Inoltre (p. 429): contenere l’assunzione di rischi del sistema finanziario e la sua dimensione, rendere più trasparenti e competitive le banche, chiudere i centri bancari off-shore, migliorare la corporate governante, riformare le leggi sulla bancarotta che favoriscono troppo il creditore rispetto al debitore, riequilibrare gli squilibri commerciali intervenendo sulle regole del WTO, sostenere l’azione collettiva di lavoratori e cittadini, avviare “un’agenda per la crescita, basata sull’investimento pubblico” (p.446).
Stiglitz muove dallo slogan dell’1% (che, come è noto, ha mosso un grande movimento di opinione negli Stati Uniti) denunciando la polarizzazione di ricchezza in favore del vertice. Tra i dati presentati la cattura del 65% dell’incremento del reddito nel quinquennio 2002-2007 in favore di detto 1%, la stagnazione dei salari dei lavoratori negli ultimi trenta anni, il fatto che una sola famiglia (Walton) negli USA dispone della stessa ricchezza di quasi 100 milioni di persone (l’ultimo 30%). La circostanza che il 0,1% della popolazione ha tanto reddito da guadagnare in 1,5 giorni la stessa somma che il 90% della popolazione guadagna in 1 anno. Non è sempre stato così; questa polarizzazione è straordinaria e si era verificata solo subito prima della grande depressione, negli anni venti. Questa polarizzazione genera il declino del tenore di vita e delle opportunità.
Non è solo questione di “sollevare le barche” e non è un ottimo paretiano, Stiglitz sostiene nel testo che questa ineguaglianza così forte disturba l’economia e gli impedisce di crescere, perché è dovuta a distorsioni del mercato, a un sistema di incentivi (che si premura di analizzare nel dettaglio nelle 450 pagine del libro) rivolto alla cattura di ricchezza dagli altri e non alla loro creazione. Ci sono, infatti, due modi diversi di arricchirsi: creare ricchezza o toglierla ad altri (p.58). In genere ogni imprenditore lavora per rendere opachi i mercati e fare in modo che essi lavorino per lui; Stiglitz ci ricorda che “quando i mercati sono competitivi non è possibile ottenere profitti superiori al rendimento normale del capitale” (p.62) e dunque i profitti tendono a zero. E’ per questo che, come ci ricorda l’autore, “nelle scuole di amministrazione aziendale insegniamo agli studenti come riconoscere e creare barriere –comprese quelle all’entrata- che contribuiscono ad evitare l’erosione dei profitti” (ibidem), tra l’altro riducendo la trasparenza dei mercati e disponendo (nascondendo) delle informazioni in modo esclusivo. Un esempio è lo sfruttamento dei poveri e degli ignari da parte del sistema finanziario con i cosiddetti “prestiti predatori” (mutui subprime).
Il cuore dell’argomento di Stiglitz è dunque l’accusa alla “rendita”, un termine che si è gradualmente esteso dall’estrazione di valore senza lavoro dei proprietari terrieri, ai profitti ricavato dal controllo di un monopolio, a “qualunque entrata proveniente da diritti di proprietà similiari” (cioè esclusivi). Il punto è che il profitto così ottenuto non deriva dalla produzione di qualcosa, ma dallo sfruttamento di un vantaggio esclusivo che consente di catturare il valore da altri prodotto. Gli esempi di Stiglitz sono (p.67): la concessione di risorse naturali, gli appalti non concorrenziali, i sussidi governativi, il reddito dei top-manager, i professionisti della complessità come i legali tributaristi, i brevetti (le cui leggi sono fatte per massimizzare la rendita e non la diffusione dell’innovazione), i prestiti a tasso 0 alle banche (dalla FED), le tariffe doganali.
La crescita della ineguaglianza dipende dallo sfruttamento di tali rendite oltre che dagli importanti mutamenti strutturali dell’economia, come lo “slittamento” nel mercato del lavoro con la distruzione di milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Una svolta dovuta “in parte ai cambiamenti tecnologici, a un miglioramento della produttività che aveva superato in velocità la crescita della domanda. E lo slittamento dei vantaggi comparati… perché i mercati emergenti, soprattutto la Cina, stavano aumentando le loro competenze e investivano pesantemente in istruzione, tecnologie e infrastrutture” (p.93) Una dislocazione strutturale in parte nascosta dalla espansione del mercato azionario e dalla bolla immobiliare dei primi anni del nuovo millennio che ha provvisoriamente incrementato i consumi.
La globalizzazione, con la sua idea che “il movimento delle merci sostituisca il movimento delle persone” (p.103), accelera la competizione sui bassi salari, già peraltro attivata dalla trasformazione tecnologica (automazione). Qui Stiglitz pone un interessante ipotesi controfattuale: “immaginiamo come sarebbe un mondo in condizioni di libera mobilità del lavoro ma non del capitale. I paesi dovrebbero competere per attrarre lavoratori, dovrebbero promuovere buone scuole e condizioni ambientali, così come un basso livello di imposizione fiscale, da finanziarsi imponendo tasse elevate sul capitale”. (p.104) Invece “la globalizzazione gestita dall’1%”, con la libera circolazione del capitale e delle merci, spinge sulla flessibilità e gli squilibri economici.
Ciò genera società che non funzionano e non sono “né stabili, né sostenibili”; genera uno spostamento di denaro dal basso verso l’alto che fa scendere i consumi (p.145) e determina una domanda totale inferiore a quella che l’economia sarebbe in grado di soddisfare. Quindi si crea disoccupazione. Una tendenza che è stata gestita, negli ultimi trenta anni, schivando una crisi dopo l’altra, grazie a sempre nuove bolle speculative (le aziende tecnologiche prima, i mutui dopo).
Nel seguito l’autore si concentra su alcuni degli argomenti dei sostenitori della ineguaglianza: il trade-off tra ineguaglianza e crescita (p.172), al quale oppone che la produttività cresce con l’eguaglianza; l’importanza delle opportunità anziché delle distribuzioni (p.185); l’importanza della liberalizzazione dei flussi finanziari (p. 223).
Una delle accuse più forti portate è che la diseguaglianza è un danno perché erode lo stato di diritto e la democrazia. Impedisce di introdurre le regolazioni che potrebbero migliorare la situazione e l’efficienza ed equità del sistema, in particolare nei confronti del sistema finanziario. L’economia “trickle down” non funziona (mentre potrebbe funzionare il “trickle up”).
Proseguendo nell’analisi dei “motori” della crisi viene messo sotto accusa il trade-off tra disoccupazione e inflazione. Qui le cose sono semplici per il nobel americano (p.381): “una riduzione dell’inflazione significa far crescere la disoccupazione e far soffrire i lavoratori. Un livello di disoccupazione più basso comporta invece inflazione più elevata e obbligazionisti che assistono all’erosione del valore dei loro patrimoni. Focalizzarsi sull’inflazione porta, dunque, a collocare gli interessi degli obbligazionisti al centro della scena”. Su questa via vengono messi sotto accusa due miti centrali: la banca centrale indipendente (p.394) e l’inflazione come chiave di volta della prosperità. Politiche che, per Stiglitz, “hanno danneggiato la performance economica e aumentato la ineguaglianza”. Si è trattato di politiche monetarie sbagliate il cui vero obiettivo è stato di mantenere un più alto livello di disoccupazione per ridurre salari e poteri dei lavoratori garantendo i creditori e l’accumulazione ineguale.
Ciò che bisogna fare, per Stiglitz è (p.340): modificare le politiche fiscali nei confronti dei più ricchi e di chi specula, rispetto a chi “lavora per vivere”, è infatti “estremamente efficiente tassare le rendite, perché tali imposte non provocano alcuna distorsione. Un’imposta rigida su tutte le rendite ridurrebbe non solo l’ineguaglianza, ma anche gli incentivi a intraprendere il genere di attività di ricerca della rendita che distorce la nostra economia” (p.342). L’idea è di tassare non il lavoro (che è una cosa produttiva) ma l’inquinamento (petrolio, rifiuti tossici, assett finanziari tossici).
Un’altra azione è (p. 347) stimolare l’economia in questi tempi di deficit e domanda inadeguata; indebitarsi per investire nel futuro, garantendo l’istruzione e sviluppando tecnologie. Non è una cosa strana, “tutti i buoni affari usano l’indebitamento per finanziare un’espansione”. Oppure si può aumentare contemporaneamente cassa e spesa (contando sul fatto che lo stimolo è superiore alla contrazione). Oppure riarticolare la spesa (spendendo di più dove i moltiplicatori sono più forti e meno dove sono più deboli). In questo contesto l’autore conduce un attacco frontale alla austerità (364) e all’idea che il bilancio dello stato sia come quello di una famiglia. Invece le spese del governo “possono essere molto efficaci”.
Inoltre (p. 429): contenere l’assunzione di rischi del sistema finanziario e la sua dimensione, rendere più trasparenti e competitive le banche, chiudere i centri bancari off-shore, migliorare la corporate governante, riformare le leggi sulla bancarotta che favoriscono troppo il creditore rispetto al debitore, riequilibrare gli squilibri commerciali intervenendo sulle regole del WTO, sostenere l’azione collettiva di lavoratori e cittadini, avviare “un’agenda per la crescita, basata sull’investimento pubblico” (p.446).

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