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sabato 22 giugno 2013

Angelo Bolaffi, Cuore Tedesco, Donzelli 2013

 
Di qualche interesse, per la lettura della crisi attuale (vero punto di svolta epocale) è il libro di Angelo Bolaffi, Cuore Tedesco, Donzelli 2013. L'autore rilegge l'attuale crisi come esito della rottura dell'89. Prima di essa il mondo era diviso in due blocchi contrapposti e la Germania in due stati. Per effetto di questa divisione la Germania aveva meno potenza ed era incapsulata nel suo ruolo... "atlantico". Inoltre Bolaffi ci ricorda il contesto di una Germania sotto tutela per le sue colpe nei confronti dell'occidente. Tutela che, da Churchill in poi aveva consigliato di incorporarla in una alleanza con gli altri paesi Europei, garantendo il suo controllo e fedeltà. Un compromesso tra i grandi nemici (Francia e Germania) sul quale è progredito lo sforzo di unificazione (andato in crisi intorno al fallimento della Costituzione). La rottura dell'89 altera tutti i presupposti geopolitici e apre al fenomeno della globalizzazione (alla piena "mobilitazione della tecnica"). La Germania diventa troppo forte per l'europa e in debito di una nuova visione strategica. Lo sforzo di superare questa crisi di senso con l'impropria costruzione dell'Euro (che l'autore riconosce come errore tecnico - in assenza di economie coordinate ed omogenee - e necessità politica), un "errore inevitabile" (p.69), porta ad una sorta di "guerra degli spread" che vede tutti contro tutti (p.51). A questo punto, mentre noi con Berlusconi (belle le pagine sul "nostro", p.85) perdiamo l'occasione la Germania si attrezza per la sfida nel nuovo contesto strategico (Riforme Schroeder) attuando una profonda riforma del Welfare (che l'autore vede prevalentemente positiva) nel contesto del "capitalismo renano" e della concezione "ordo-liberale" (p.55 e 129-139). Una concezione che ispira la politica della Merkel, secondo l'autore, non riconducibile al liberalismo anglosassone (anche p. 213). [Dal punto di vista economico, aggiungo io, si tratta della scelta di proiettarsi sul mercato internazionale secondo un approccio mercantilista che cerca le risorse necessarie per la crescita nell'espansione sui mercati esteri, anziché sull'equilibrio di quelli interni (un altro modo di tradurre "sobrietà"). Un modello mitigato dalla dottrina sociale e dalla attitudine ad intervenire sul mercato per correggerlo (garantendo la competizione) proprio della tradizione tedesca. Ma un modello che resta in equilibrio fino a che si espande, fino a che l'attivo di bilancia commerciale riesce a generare crescita. Un modello che rischia di essere a somma zero] (come del resto riconosce Bolaffi in altro contesto del libro).
A questo punto, nel vecchio scontro tra integrazione europea secondo il modello "federalista" e "sovranista" non si può, per l'autore, che propendere per il secondo a guida tedesca, ma nel contesto di una nuova narrazione. Mentre l'Europa era una sorta di assicurazione contro la guerra (portata dalla Germania) fino all'89, deve diventare ora un investimento di potenza nel contesto dello scontro tra le grandi forze della globalizzazione. Per questo serve un'Europa plurale (non una Europa sul modello americano), ma fondata sul modello tedesco.
L'autore spende alcune interessanti pagine (che non condivido) per criticare l'attualità del modello keynesiano nelle versioni portate da economisti anglosassoni come Krugmann, Stiglitz o Roubini. L'Europa, secondo Bolaffi, non potrebbe più permettersi una politica basata sul deficit spending e l'espansione del welfare per ragioni "etiche ma anche strutturali legate all'andamento demografico e obbligate dalla scarsità di risorse" (p. 236). La strada sarebbe nella "terza via" (tra socialismo e liberalismo") data dall'ordo-liberalismo di cui anche la Merkel è espressione. In questo contesto anche uno stimolante richiamo all'austerità Berlingueriana.

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