Il leader del Movimento 5 stelle, Beppe Grillo, ha tenuto una Conferenza Stampa il 10 luglio 2013 presentando il risultato del suo colloquio con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. L'intervento si può dividere in tre parti: un prologo nel quale viene presentata la situazione, per come appare al politico italiano; una parte centrale nella quale viene abbozzata una agenda alternativa; una coda polemica sul Movimento.
Apre e chiude la breve comunicazione la valutazione centrale, dal punto di vista della fase politica. Secondo Grillo "soluzioni per ora non se ne vedono" e dunque bisogna impegnare il tempo per "capire in che condizioni siamo" e per parlarne, francamente. I cambiamenti, infatti, non avvengono (quando sono radicali) attraverso la tecnica ma mobilitando l'opinione pubblica, e spiegando ad essa la situazione. Su questo piano il mio personale consenso è totale.
Il resto dell'intervento si dilunga nella denuncia della gravità della situazione (tramite l'immagine colorita dell'economia di guerra) e termini, propri della retorica grillina, come "sfacelo", "macerie", "pentola a pressione". Una situazione nella quale la politica si "baloccherebbe" lasciando l'"Italia dimenticata" (che lui ha visitato con il camper) al suo destino (triste). Vengono quindi ricordati il tasso di disoccupazione più alto di sempre (non da 1977, quando era al 6%), il debito pubblico fuori controllo, i relativi interessi (1/8 del gettito fiscale), il fallimento delle imprese, i bassi stipendi, l'indebitamento delle famiglie (arrivato a 500 Mld complessivi).
A questo punto, anche se aveva detto che "soluzioni non se ne vedono" (o forse proprio per questo) abbozza un concetto di rottura:
- usare con determinazione la nostra forza (che ci deriva dall'essere necessari al sistema degli equilibri e delle compatibilità internazionale) per rinegoziare le condizioni della nostra permanenza nell'euro, e/o ristrutturare il debito pubblico;
- ridiscutere drasticamente la libera circolazione di merci e proteggere il Made in Italy anche con dazi e ritiro del marchio ai prodotti non interamente lavorati in Italia;
- abbassare drasticamente le tasse (ed eliminare l'IRAP);
- creare un "reddito di cittadinanza" per andare incontro alle emergenze sociali più urgenti;
- recuperare risorse (oltre che dai 100 miliardi di interessi risparmiati) dalla drastica eliminazione delle rendite e del parastato, dalla rinuncia a progetti inutili, dalla riduzione di stipendi e benefit al vertice dell'amministrazione pubblica.
Viene alla fine la diagnosi centrale del Movimento, sulla impossibilità che la classe politica che ha contribuito allo sfacelo (anzi, con una forzatura tipica, nè è la prima causa) non può risolverlo e si deve fare da parte.
Al netto della (tanta) retorica, l'idea sembra dunque di mettere i nostri partner di fronte ad una alternativa netta, quella tra rischiare il precedente della ottava/nona economia del mondo che si comporta come un paese in convergenza e denuncia i trattati (ristrutturare il debito, se senza accordo deve prevedere l'uscita dalla BCE e il ritorno ad una Banca d'Italia sovrana legata al tesoro, altrimenti non si vede chi sottoscriverebbe i 3-400 miliardi di titoli in scandenza), o accettare di ridiscuetre assetto della BCE (ovviamente dovrebbe comprare lei i titoli) e intero equilibrio della nostra partecipazione (magari con sospensione della circolazione dell'euro e doppia moneta). Ma anche la questione del "made in Italy" e dei dazi, va discussa con tutti, oppure significa denunciare i trattati Gantt, mettendosi fuori della comunità internazionale.
Una cosa del genere non è un progetto politico-economico, al massimo è un concetto politico-sociale (si potrebbe sintetizzare: cancellare le rendite alla finanza ed all'economia parapubblica, ripristinare un'economia socialmente responsabile).
Per questo è materia che andrebbe dibattuta.
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