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domenica 14 luglio 2013

Richard Sennett, La cultura del nuovo capitalismo

Richard Sennett è uno dei più importanti sociologi americani viventi, autore di classici come "L'uomo flessibile" (2001), e "L'uomo artigiano" (2008); in questo libro del 2006 riprende temi presenti in tutta la sua ricerca producendo una nuova ed interessante sintesi. Vale la pena sottolineare subito come il testo, al contrario di molti più recenti, non è catturato dalla presenza della crisi del 2008, per il semplice motivo che è precedente. In questo c'è un vantaggio: in qualche modo può volare più alto.
Diventa più rilevante, dunque, la lettura dell'assetto sociale dominante in anni in cui, sia pure scricchiolando ancora molti avrebbero potuto scommettere nel suo tranquillo proseguimento.

Il testo parte da una ricognizione storica nella quale ci viene ricordato come la polarizzazione economica nell'ultima parte dell'800 fosse molto alta (4.000 famiglie in America possedevano il 43% della ricchezza nazionale) ed il capitalismo molto disfunzionale (nel 1850 a Londra il 40% degli uomini era disoccupato e il tasso di fallimento delle nuove imprese era del 70%, solo poche imprese pubblicavano i loro libri contabili e li registravano correttamente). Un capitalismo primitivo che non poteva sopravvivere (come, infatti, pensava Marx) e che si stabilizzò importando modelli di organizzazione militare. Ciò ebbe rilevanti conseguenze nella organizzazione sociale e nella relativa pace, come ci ricorda Sennett, "il lavoratore che sa di avere una posizione sicura, per quanto possa essere povero, sarà meno propenso a ribellarsi di un lavoratore che non capisce il senso della propria posizione nella società. Fu questo il fondamento politico del capitalismo sociale" (p.20), comparvero per la prima volta in questo periodo concetti come "campagna di investimenti", "pensiero strategico", derivati evidentemente dal lessico militare.
Il cuore del meccanismo era la creazione di un nuovo tempo (o, come direbbe un filosofo, di una nuova temporalità), "a lungo termine, incrementale e prevedibile". Secondo l'analisi di Sennett questo consentì alle persone di pensare la propria vita come un racconto ordinato (cioè come un canovaccio, uno storyboard, di come le cose dovrebbero avvenire nell'ordine ordinario, o naturale). Una delle più rilevanti conseguenze è nella costruzione (e nella prefigurazione) della carriera nelle organizzazioni. Una delle rappresentazioni sociologiche tipiche di questo periodo è nel lavoro di Crozier ("Il fenomeno burocratico").
Chiaramente il modello è soggetto a degenerazioni, le strutture burocratiche tendono a diventare "obese" nell'interesse dell'integrazione sociale (il patto di Bismarck e la burocrazia italiana, sono citati ad esempio) per pacificare la società, "evitare conflitti dando a tutti un posto" (p. 27). Tra l'altro ne consegue naturalmente che il suo obiettivo reale è "l'integrazione sociale più che l'efficienza".
Ma c'è anche un rovescio della medaglia: in una organizzazione con funzioni rigidamente fissate si vive in una "gabbia d'acciaio" (Max Weber), come "se si salisseso e scendessero lentamente le scale di una casa che non si è progettata". Si impara la disciplina della gratificazione differita. In altre parole è una sorta di prigione ed anche una casa psicologica. Una casa psicologica nella quale la cornice del tempo di vita imposto dall'organizzazione è condiviso con altri su lunghe durate che danno, inoltre, la sensazione di poter fare qualcosa. Si tratta di un potente schema esistenziale di forte ambivalenza.

Dalla fine degli anni settanta del novecento si verificano tre sviluppi che fanno saltare questo schema esistenziale:
1. lo spostamento del potere dai manager agli azionisti (cosa che Sennett lega alla fine degli accordi di Bretton Woods e all'enorme liberazione di capitale disponibile per investimenti su scala mondiale, e poi all'ampliamento negli anni ottanta e novanta di tale tendenza).
2. Con questa trasformazione nasce il "capitale impaziente", risultati a breve termine, più che accumulazione di prestigio, e valore nel lungo periodo. Il metro del successo diventano, progressivamente, il corso delle azioni invece che i dividendi. Ne consegue che anche le imprese devono diventare flessibili e rapide (l'eroe di questa fase è Louis Gerster di IBM, che dal 1993 al 1996 smantella una delle più imponenti burocrazie aziendali del suo tempo).
3. nuove tecnologie di comunicazione e di produzione, come l'informatizzazione e l'automazione rendono meno rilevante l'integrazione delle masse e rendono superflue le persone con minori specializzazioni.
E' come se l'istituzione verticale, nei molteplici livelli della quale tanti vivevano pazientemente le loro vite secondo una assialità determinata da altri, sia diventata piatta. Il lavoro diventato flessibile e provvisorio.
Ma il lavoro flessibile trasforma anche la collaborazione tra i lavoratori, ed il loro stesso rapporto interpersonale e con l'azienda, in qualcosa che non è più prevedibile.

Ne derivano tre deficit sociali:
1. la ridotta lealtà verso l'azienda (e la società);
2. l'indebolimento della fiducia informale tra dipendenti;
3. la diminuzione della competenza organizzativa e della conoscenza in azione.
In altre parole, si perde buona parte del "capitale sociale" (p.49).

Una delle cose importanti è che dal punto di vista individuale questa trasformazione rende più difficile ottenere prestigio tramite il lavoro nell'organizzazione per la maggioranza. Nei primi anni i lavoratori occasionali talvolta trovano soddisfacenti il dinamismo e l'apertura della loro condizione, ma alla lunga prevale la frustrazione, dopo un certo tempo vogliono stabilità e progressione di carriera oltre che sociale. Questa è diventata una chimera. Non funziona, infatti, più il meccanismo della ricompensa futura Weberiano, perchè ormai mancano i necessari presupposti istituzionali. In conseguenza non diventa più possibile sviluppare un pensiero strategico circa la propria carriera perchè manca una "mappa sociale leggibile".

In questo contesto nasce quello che Sennett chiama "lo spettro dell'inutilità", reso autentica minaccia da tre fattori: l'offerta mondiale di forza lavoro, l'automazione ed il prolungamento dell'aspettativa di vita. Nel suo insieme questo determina una sfida molto seria per lo stato sociale (p. 75). Che cosa fare per chi è messo da parte? Di fronte a questa sfida epocale, secondo Sennett, sia i sindacati sia lo Stato si sono ritratti, proteggendo sempre meno (meno persone e meno intensamente). Ciò anche perchè si è persa la politica locale "mediatrice" in favore di una politica "Wall Mart", secondo una strategia "piattaforma" (che prevede le stesse politiche con le due "dorature" Repubblicani e Democratici).

In conclusione, oggi le istituzioni, per il sociologo americano, ispirano scarsa lealtà, indeboliscono la partecipazione e rendono difficile la trasmissione degli ordini, producono bassi livelli di fiducia informale e alti livelli di ansia da inutilità. Al cuore di questa svalutazione di trova una riduzione della prospettiva temporale istituzionale.

Per trovare una soluzione bisogna tenere l'inutilità (anzi il suo "spettro) come termine chiave, bisogna cercare "nuovi modi in cui le persone possano essere riconosciute come membri utili della società" (p.142). Bisogna cercare nuove politiche rivolte a rendere possibile per gli individui: riconoscere una continuità biografica (attraverso, o malgrado, i tanti lavori discontinui), sentirsi utili facendo qualcosa che è importante anche per qualcun altro e sviluppare qualche genere di abilità artigianale.

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