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domenica 14 luglio 2013

Zygmunt Bauman, Individualmente insieme

In questa breve raccolta del 2008, edita da Diabasis e curata da Carmen Leccardi, Zigmund Bauman, autore prolificissimo e ricco, critico severo della società contemporanea, alla quale rimprovera l’abbandono dell’individuo alle forze distruttrici della competizione e della società “liquida”, affronta temi tipici della sua riflessione sulla modernità contemporanea.
Per iniziare richiama la proposta di Beck di considerare il processo di individualizzazione come la trasformazione dell’identità umana da un qualcosa di “già dato” ad un “compito”, e quindi nell’attribuzione agli attori della responsabilità rispetto alla realizzazione di questo compito e delle stesse conseguenze (inclusi gli effetti collaterali) delle loro azioni. In altre parole, l’individualizzazione consiste nell’istituzione di una autonomia “de iure” (benché non necessariamente in una autonomia “de facto”).
Mentre nell’epoca premoderna il compito affidato all’individuo era di “mantenersi fedele alla propria schiatta” (al proprio ceto, alla propria condizione, data alla nascita) e non uscire dalla norma, nella modernità i ceti sono sostituiti dalle classi alle quali, però, bisogna aderire. Bisogna riconoscersi. Nasce, quindi, il bisogno di divenire ciò che si è. Questo è uno degli aspetti caratteristici della vita moderna.
La modernità sostituisce la determinazione della posizione sociale con l’autodeterminazione compulsiva ed obbligatoria. Tramite l’adesione alle classi sociali, ed alle loro organizzazioni caratteristiche, i ceti deboli in particolare si riunivano per aumentare la propria forza e far valere gli “interessi comuni”. Il “collettivismo” era una “strategia obbligata per chi era un potenziale destinatario del processo di individualizzazione, e nondimeno impossibilitato ad auto affermarsi come individuo attraverso l’uso delle proprie personali, ma palesemente inadeguate, risorse” (B. 32). In questo senso le classi ed i ceti sono entrambi “fatti di natura” per l’individuo (li trova già fatti e pronti alla nascita) ed in essi i singoli si potevano (nel primo caso) e dovevano (nel secondo) “sistemare” (come in una nicchia adeguata), “conformandosi ai comportamenti degli altri occupanti”.

Nella seconda modernità (o modernità contemporanea) di simili luoghi non ne restano molti (e non permangono a lungo). L’individualizzazione viene quindi ad iscriversi come destino e non più come scelta. Una delle conseguenze più rilevanti è che oggi le difficoltà singole non si sommano in una causa comune e spingono ognuno a cercare soluzioni individuali a problemi sistemici di gran lunga superiori alle proprie forze. L’individualizzazione (cioè la personale costruzione della propria identità particolare) resta dunque ormai un destino e non più una scelta. Ovviamente anche questi individui-per-destino hanno notevoli difficoltà che, però, non si sommano più in una ‘causa comune’ (Beck), inoltre (Tocqueville) sono ormai per lo più anche indifferenti alle cause comuni. Diventano scettici, tiepidi, anche diffidenti nei confronti del ‘bene comune’. Per un simile individuo ‘interesse comune’ significa lasciare che ognuno soddisfi i propri. Dunque “l’altra faccia della individualizzazione pare essere la corrosione e la lenta disintegrazione della cittadinanza” (B, p.37). Per Bauman, insomma, “l’individualizzazione garantisce a un numero sempre crescente di uomini e donne un’inedita libertà di sperimentare, ma (timeo danaos et dona ferentes) porta con sé anche il compito inedito di far fronte alle sue conseguenze” (B, p. 39). Sulla stessa linea la valutazione di Sennet che definisce l’assetto ormai terminato della modernità come “gabbia e casa”.
La crisi del “progetto dell’illuminismo” di garantire l’emancipazione degli individui attraverso la crescita dell’autonomia individuale e collettiva (dai vincoli consuetudinari e dai meccanismi di oppressione e sfruttamento) passa per la “mercificazione di capitale e lavoro” (Habermas) che ha contraddistinto il compromesso dei “trenta gloriosi” (il dopoguerra) ed ancora più per il successivo passaggio da una società del lavoro ad una del consumo. Nel primo schema (imperniato sul welfare state e il potere dello Stato Nazione) la riproduzione della società capitalista era garantita “dal ripetersi ininterrotto di incontri finalizzati alla transazione tra capitale (nel ruolo di acquirente) e lavoro (nel ruolo di merce)” e lo Stato badava che tali incontri avvenissero in modo funzionale; cioè che il capitale paghi il prezzo corrente di una “merce” a sua volta idonea (cioè istruita e disciplinata). Nel secondo, data la difficoltà dello Stato nelle mutate condizioni internazionali (di mobilità ed indisciplina del capitale), a garantire la mercificazione del lavoro, questo peso cade sulle spalle dei singoli lavoratori. Bauman arriva a dire che la merce da acquistare non è più il lavoro ma i lavoratori, anzi, i consumatori. A questo punto “<<Fare di sé una merce vendibile>> è un lavoro da fare per conto proprio, un dovere individuale” (B., p. 50). Essere membro della società dei consumatori diventa, insomma “impresa improba e battaglia senza fine”, la paura caratteristica è quella dell’inadeguatezza. Conseguenze, naturalmente accresciute in questi ultimi cinque anni dalla pubblicazione del libro.
In questo contesto, a causa dei meccanismi come detto analiticamente messi in evidenza anche da Sennet, vengono preferiti i lavoratori fluttuanti, flessibili, polivalenti, senza forma ed a zero attrito. Viene deviato sul mercato stesso (cioè nella biografia dei tanti successivi e provvisori lavori, nella costruzione delle propria carriera tra tanti successivi impieghi) il compito di ri-mercificare il lavoro.
In questo contesto anche lo Stato Sociale sarebbe tanto più necessario, nella sua forma di assicurazione collettiva, sostenuta tutti insieme, contro le disgrazie individuali e le loro conseguenze (B, p. 63). Il suo significato consiste “nel difendere la società dai <danni collaterali> che la tendenza dominante della vita sociale causerebbe, se non fosse monitorata, controllata e limitata” (B, p. 67). Lo scopo è proteggere la società da questa moltiplicazione di vittime collaterali, dalla prevalenza degli esclusi, dei residuali, degli underclass, impendo che gettino sabbia negli ingranaggi.
Si capisce che in questo assetto i tre termini della rivoluzione “libertà, uguaglianza, fratellanza” sono sostituiti da “sicurezza, parità (di opportunità), e rete”. Questi sono gli obiettivi riconosciuti dalla società (neo)liberale. Ma la conseguenza è che la sicurezza sta cacciando la libertà, e la parità di (potenzialità di) accesso l’eguaglianza.

Dunque si può dire che la strada che porta all’identità sia terreno di uno scontro tra desiderio di libertà e bisogno di sicurezza, uno scontro “assillato dallo spettro della solitudine e dal terrore di non essere all’altezza” (B., p. 81). Una polarità che è letta in modo completamente diverso se dall’alto del possesso di risorse adeguate o dal basso di una assoluta insufficienza.

Siamo dunque catturati da nuovi e vecchi dilemmi, dai quali emerge una nuova forza; la capacità del potere effettivo di fuoriuscire dalla politica sotto forma di flussi e movimenti di capitali finanziari enormi sotto il controllo di pochissimi soggetti. E’ “la minaccia di fuggire, di spostarsi altrove, di abbandonare i locali alle loro risorse scarse e inadeguate, a mantenere le persone che dipendono dal capitale globale in una condizione di obbedienza e soggezione; una precarietà di vita deliberatamente coltivata e la sua prospettiva possono allora diventare la forza disciplinante principale e un fattore ulteriore di paralisi politica” (B, p. 128). Per riconquistare il controllo politico sull’economia diventa necessario (la stessa opinione di Habermas e di molti altri) innalzare le istituzioni di controllo democratico allo stesso livello dell’economia ormai globale.

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