Evans-Pritchard ancora con un pezzo
molto energico sul Telegraph in cui richiama le “voci di rivoluzione” che
sente “nell’aria” in Francia ed in Italia, ed in misura minore in Russia ed in
Cina.
La ragione, per lui, è l'inesorabile
caduta della quota salari e la simmetrica impennata della disuguaglianza nella
distribuzione della ricchezza in tutto il mondo. Questa situazione ha generato
una crescita squilibrata che si è rivelata alla fine insostenibile. Per uscirne
Pritchard sostiene una cosa semplice: è
necessario un deciso e coraggioso intervento dello Stato.
L’intervento del grande giornalista
Inglese, parte dalla enorme crescita del “Coefficiente di Gini” (indice della
disuguaglianza nella distribuzione dei redditi), che è in aumento da 25 anni
quasi ovunque, “grazie alla struttura deformata della globalizzazione”.
Il meccanismo di base è semplice e
contemporaneamente inaggirabile (a regole invariate): le aziende “possono
abbassare i salari in Occidente minacciando di delocalizzare all'Est”. Dunque è
l’“arbitraggio del lavoro” che fa crescere la quota del PIL ma indirizzandola
tutta a crescita dei profitti ed erode
la quota salari. Mishel
ha mostrato con chiarezza questo effetto.
Il “club dell'1%” si è intascato il 95% di tutti i profitti dalla crisi Lehman ad oggi.
Il “club dell'1%” si è intascato il 95% di tutti i profitti dalla crisi Lehman ad oggi.
Questo è il modo, ed è storia, in cui la
Vokswagen ha ottenuto riduzioni salariali nelle fabbriche tedesche nel 2005.
Sono queste le riforme tedesche, “ora esportate nel Club Med” (che saremmo noi),
“che hanno fatto impennare il coefficiente di Gini in Germania e sono il motivo
per cui l'aspettativa di vita dei poveri in Germania è in discesa”.
La questione nasce da qui, ed
Evans-Pritchard la mette in modo molto deciso: “questi eccessi finiranno per
minacciare il consenso politico verso il capitalismo di mercato”. E questo ci potrebbe portare, in effetti
fuori dalla democrazia.
Né le soluzioni sino ad ora tentate
aiutano molto: “il quantitative easing (QE) praticato nei paesi ricchi sta
rendendo le cose ancora peggiori. Il denaro provoca i boom degli asset, senza
che ci sia il famoso <trickle down> (effetto a cascata) nell'economia”.
Quel che si vede, e che era oggetto dell’altro
articolo che abbiamo presentato oggi, “la Banca per i Regolamenti
Internazionali dice che i mercati del credito stanno diventando nuovamente
instabili. La caccia ai rendimenti sta producendo una corsa verso asset ad alto
rischio, <un fenomeno che ricorda l'esuberanza che aveva preceduto la crisi
finanziaria globale>”. I corsi azionari in America, grazie agli acquisti
della FED, pari ad 85 miliardi di dollari di titoli al mese, sono al loro
massimo dal 1987, ma il commercio mondiale “è nelle secche”, e tutto l'Occidente
è ancora “bloccato in una moderata depressione”. Anche la produzione manifatturiera negli
Stati Uniti “è ancora sotto del 3% rispetto al picco pre-Lehman, del 6% in
Germania e in Gran Bretagna, del 7% in Giappone e in Francia, e del 12% in
Italia”. Durante gli anni novanta, per fare un confronto, nello stesso periodo
sarebbe cresciuto del 60%. “È tutto un altro mondo”, dice giustamente
Evans-Pritchard.
Anche la forza lavoro, coerentemente,
cala (ed anche più velocemente, per effetto della tecnologia); in Ottobre si
è ridotta di 755.000 unità negli USA. Il tasso di partecipazione al lavoro per
gli uomini è sceso al 69,2%, che rappresenta in assoluto il valore minimo mai
registrato da quando si è cominciato a raccogliere i dati nel 1948. “I
lavoratori scoraggiati stanno smettendo di cercare lavoro”.
E’ questo il contesto in cui il
precedente Segretario del Tesoro USA, Larry Summers, ha detto che gli USA sono
intrappolati in una “stagnazione secolare”; cioè in un fondamentale disequilibrio
in cui i tassi d'interesse, per poter tenere viva la crescita, dovrebbero
essere al -3%. Una dichiarazione ripresa con forza da un economista che sta all’opposta
posizione politica e culturale: Paul
Krugman.
L’idea di Summers, solo in parte
condivisa da Krugman, e contestata ad esempio da Klein,
è che
“si devono gonfiare delle bolle perché lo spettacolo vada avanti, e questo minaccia di diventare una condizione <cronica e sistemica>”.
“si devono gonfiare delle bolle perché lo spettacolo vada avanti, e questo minaccia di diventare una condizione <cronica e sistemica>”.
Ma, ci
dice Evans-Pritchard, “se il signor Summers ha ragione, allora dobbiamo
andare alla fase successiva del QE. Invece di fare affidamento sull'acquisto di
altri titoli, lo stimolo potrebbe essere iniettato direttamente nelle vene
dell'economia, o nel <flusso del reddito>, per usare le parole
dell'ultimo Milton Friedman”. Cioè non comprare titoli delle banche, o dello
Stato, ma attuare proposte come quelle di M.Turner (ex capo del FSA): “spendere
per fare strade, ferrovie, reti elettriche intelligenti, o qualsiasi cosa
vogliamo, … oppure tagliare le tasse, ponendoci come obiettivo le assicurazioni
nazionali dei datori di lavoro, in modo da creare lavoro qui e non far fuggire
questi capitali.” In alternativa, il professor Richard Werner, della Università
di Southampton, suggerisce il “QE verde”, cioè “un blitz di 50 miliardi di
sterline da spendere in turbine eoliche e pannelli solari, con fondi creati dal
nulla dalla Banca d'Inghilterra”. Naturalmente “esattamente la stessa cosa
potrebbe essere fatta dalla FED e dalla Banca del Giappone”. Oppure si
potrebbero “costruire 300.000 case in aree industriali dismesse”, in modo da abbassare
il rapporto tra i prezzi delle case e i redditi, “piuttosto che cercare di
aumentarli”.
La cosa è molto semplice, anche se difficile da digerire: “il QE è
versatile, una volta che ci si è sbarazzati dei luoghi comuni delle Banche Centrali”.
Naturalmente “il limite è che il denaro dovrebbe essere usato per progetti
<una tantum>, mirati ad aumentare il dinamismo dell'economia nel lungo
termine”. E l’altro limite, di gran
lunga più serio è “che <Le banche centrali hanno il terrore di esplorare
queste possibilità. Hanno paura che si abusi di tutto questo>”, come dice
Turner.
Tuttavia c’è una soluzione a questo
effettivo problema: “le autorità possono assorbire la liquidità in eccesso per
evitare l'inflazione al momento giusto, ripristinando gli obblighi di riserva
degli Istituti di Credito, in disuso dagli anni '80”. Inoltre si potrebbe fare
qualcosa di più se diventa necessario per ricondurre la situazione sotto
controllo: “si può invertire l'acquisto di titoli tramite il QE – forzando
deliberatamente un calo dei prezzi degli asset – compensandolo con uno
stimolo fiscale coperto dall'emissione di base monetaria”. Inoltre, ovviamente,
al momento giusto si possono anche alzare i tassi d'interesse.
Per prevenire la prima obiezione, Evans
ci dice che, in questo contesto di “quasi-putsch fiscale”, il debito non è un problema, si tratta di una “finzione contabile”.
Il governo può sempre emettere titoli consolidati (senza scadenza, ndt) e a
zero interessi, la Banca di Inghilterra rilevarli. “Se la Francia, l'Italia, e
la Germania volessero fare seriamente la stessa cosa, riguadagnerebbero un
decennio perduto”. In effetti, <i pasti gratis esistono>, e si chiamano
QE in un mondo in deflazione.
In effetti tutto questo non ha neppure a
che fare con l’iperinflazione, cioè con “il tabù di Weimar”, perché non ha
alcun parallelo con la situazione tedesca del 23 (nella quale esisteva il
vincolo esterno delle riparazioni di guerra, tenute ferme dagli eserciti
alleati vincenti). Ora viviamo in un periodo di deflazione che assomiglia piuttosto
a quello degli anni '30 e gli “apostoli dell'ortodossia economica di quel tempo
– Irving Fisher, ed Henry Simons di Chicago – durante la recessione formularono
esattamente questi piani di <finanziamento monetario palese>”. Piani che
furono sperimentati dal primo paese che raggiunse la “velocità di fuga” (in due
anni): il Giappone tra il 1931 ed il 1936 sotto Takahashi Korekiyo.
All’obiezione che resta, quella liberista
che si impernia sulla tutela dell’indipendenza della Banca Centrale dai condizionamenti
della politica e lo stesso sospetto per la politica democratica (sospettata di
non sapersi fermare e di subire eccessive pressioni dal basso) Evans-Pritchard
risponde in modo semplice: “la democrazia è la nostra spada”.
Si tratta, insomma, di una proposta
provocatoria e volutamente eretica (anche se chiaramente disegnata sulla
soluzione allo shock degli anni trenta). Una proposta per tempi difficili e
radicali. Tempi nei quali le cose
cambiano.
Una soluzione che non è senza sconfitti:
una espansione monetaria rivolta direttamente a creare lavoro tramite denaro “inventato
dal nulla” (come è quello della Banca Centrale), per il tempo che dura, produce
infatti due effetti diretti. <Mette al
lavoro> le forze produttive al prezzo della diluizione delle ricchezze
accumulate.
Se ben calibrati entrambi gli effetti
sono utili e necessari.


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