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sabato 30 novembre 2013

Evans-Pritchard “Si sentono voci di rivoluzione nell’aria” (There is talk of revolution in the air)


Evans-Pritchard ancora con un pezzo molto energico sul Telegraph in cui richiama le “voci di rivoluzione” che sente “nell’aria” in Francia ed in Italia, ed in misura minore in Russia ed in Cina.

La ragione, per lui, è l'inesorabile caduta della quota salari e la simmetrica impennata della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza in tutto il mondo. Questa situazione ha generato una crescita squilibrata che si è rivelata alla fine insostenibile. Per uscirne Pritchard sostiene una cosa semplice: è necessario un deciso e coraggioso intervento dello Stato.
L’intervento del grande giornalista Inglese, parte dalla enorme crescita del “Coefficiente di Gini” (indice della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi), che è in aumento da 25 anni quasi ovunque, “grazie alla struttura deformata della globalizzazione”.


Il meccanismo di base è semplice e contemporaneamente inaggirabile (a regole invariate): le aziende “possono abbassare i salari in Occidente minacciando di delocalizzare all'Est”. Dunque è l’“arbitraggio del lavoro” che fa crescere la quota del PIL ma indirizzandola tutta a crescita dei  profitti ed erode la quota salari. Mishel ha mostrato con chiarezza questo effetto.
Il “club dell'1%” si è intascato il 95% di tutti i profitti dalla crisi Lehman ad oggi.
Questo è il modo, ed è storia, in cui la Vokswagen ha ottenuto riduzioni salariali nelle fabbriche tedesche nel 2005. Sono queste le riforme tedesche, “ora esportate nel Club Med” (che saremmo noi), “che hanno fatto impennare il coefficiente di Gini in Germania e sono il motivo per cui l'aspettativa di vita dei poveri in Germania è in discesa”.

La questione nasce da qui, ed Evans-Pritchard la mette in modo molto deciso: “questi eccessi finiranno per minacciare il consenso politico verso il capitalismo di mercato”. E questo ci potrebbe portare, in effetti fuori dalla democrazia.

Né le soluzioni sino ad ora tentate aiutano molto: “il quantitative easing (QE) praticato nei paesi ricchi sta rendendo le cose ancora peggiori. Il denaro provoca i boom degli asset, senza che ci sia il famoso <trickle down> (effetto a cascata) nell'economia”. Quel che si vede, e che era oggetto dell’altro articolo che abbiamo presentato oggi, “la Banca per i Regolamenti Internazionali dice che i mercati del credito stanno diventando nuovamente instabili. La caccia ai rendimenti sta producendo una corsa verso asset ad alto rischio, <un fenomeno che ricorda l'esuberanza che aveva preceduto la crisi finanziaria globale>”. I corsi azionari in America, grazie agli acquisti della FED, pari ad 85 miliardi di dollari di titoli al mese, sono al loro massimo dal 1987, ma il commercio mondiale “è nelle secche”, e tutto l'Occidente è ancora “bloccato in una moderata depressione”. Anche la produzione manifatturiera negli Stati Uniti “è ancora sotto del 3% rispetto al picco pre-Lehman, del 6% in Germania e in Gran Bretagna, del 7% in Giappone e in Francia, e del 12% in Italia”. Durante gli anni novanta, per fare un confronto, nello stesso periodo sarebbe cresciuto del 60%. “È tutto un altro mondo”, dice giustamente Evans-Pritchard.

Anche la forza lavoro, coerentemente, cala (ed anche più velocemente, per effetto della tecnologia); in Ottobre si è ridotta di 755.000 unità negli USA. Il tasso di partecipazione al lavoro per gli uomini è sceso al 69,2%, che rappresenta in assoluto il valore minimo mai registrato da quando si è cominciato a raccogliere i dati nel 1948. “I lavoratori scoraggiati stanno smettendo di cercare lavoro”.
E’ questo il contesto in cui il precedente Segretario del Tesoro USA, Larry Summers, ha detto che gli USA sono intrappolati in una “stagnazione secolare”; cioè in un fondamentale disequilibrio in cui i tassi d'interesse, per poter tenere viva la crescita, dovrebbero essere al -3%. Una dichiarazione ripresa con forza da un economista che sta all’opposta posizione politica e culturale: Paul Krugman.
L’idea di Summers, solo in parte condivisa da Krugman, e contestata ad esempio da Klein, è che
“si devono gonfiare delle bolle perché lo spettacolo vada avanti, e questo minaccia di diventare una condizione <cronica e sistemica>”.  
Ma, ci dice Evans-Pritchard, “se il signor Summers ha ragione, allora dobbiamo andare alla fase successiva del QE. Invece di fare affidamento sull'acquisto di altri titoli, lo stimolo potrebbe essere iniettato direttamente nelle vene dell'economia, o nel <flusso del reddito>, per usare le parole dell'ultimo Milton Friedman”. Cioè non comprare titoli delle banche, o dello Stato, ma attuare proposte come quelle di M.Turner (ex capo del FSA): “spendere per fare strade, ferrovie, reti elettriche intelligenti, o qualsiasi cosa vogliamo, … oppure tagliare le tasse, ponendoci come obiettivo le assicurazioni nazionali dei datori di lavoro, in modo da creare lavoro qui e non far fuggire questi capitali.” In alternativa, il professor Richard Werner, della Università di Southampton, suggerisce il “QE verde”, cioè “un blitz di 50 miliardi di sterline da spendere in turbine eoliche e pannelli solari, con fondi creati dal nulla dalla Banca d'Inghilterra”. Naturalmente “esattamente la stessa cosa potrebbe essere fatta dalla FED e dalla Banca del Giappone”. Oppure si potrebbero “costruire 300.000 case in aree industriali dismesse”, in modo da abbassare il rapporto tra i prezzi delle case e i redditi, “piuttosto che cercare di aumentarli”.

La cosa è molto semplice, anche se difficile da digerire: “il QE è versatile, una volta che ci si è sbarazzati dei luoghi comuni delle Banche Centrali”. Naturalmente “il limite è che il denaro dovrebbe essere usato per progetti <una tantum>, mirati ad aumentare il dinamismo dell'economia nel lungo termine”.  E l’altro limite, di gran lunga più serio è “che <Le banche centrali hanno il terrore di esplorare queste possibilità. Hanno paura che si abusi di tutto questo>”, come dice Turner.
Tuttavia c’è una soluzione a questo effettivo problema: “le autorità possono assorbire la liquidità in eccesso per evitare l'inflazione al momento giusto, ripristinando gli obblighi di riserva degli Istituti di Credito, in disuso dagli anni '80”. Inoltre si potrebbe fare qualcosa di più se diventa necessario per ricondurre la situazione sotto controllo: “si può invertire l'acquisto di titoli tramite il QE – forzando deliberatamente un calo dei prezzi degli asset  – compensandolo con uno stimolo fiscale coperto dall'emissione di base monetaria”. Inoltre, ovviamente, al momento giusto si possono anche alzare i tassi d'interesse.
Per prevenire la prima obiezione, Evans ci dice che, in questo contesto di “quasi-putsch fiscale”, il debito non è un problema, si tratta di una “finzione contabile”. Il governo può sempre emettere titoli consolidati (senza scadenza, ndt) e a zero interessi, la Banca di Inghilterra rilevarli. “Se la Francia, l'Italia, e la Germania volessero fare seriamente la stessa cosa, riguadagnerebbero un decennio perduto”. In effetti, <i pasti gratis esistono>, e si chiamano QE in un mondo in deflazione.
In effetti tutto questo non ha neppure a che fare con l’iperinflazione, cioè con “il tabù di Weimar”, perché non ha alcun parallelo con la situazione tedesca del 23 (nella quale esisteva il vincolo esterno delle riparazioni di guerra, tenute ferme dagli eserciti alleati vincenti). Ora viviamo in un periodo di deflazione che assomiglia piuttosto a quello degli anni '30 e gli “apostoli dell'ortodossia economica di quel tempo – Irving Fisher, ed Henry Simons di Chicago – durante la recessione formularono esattamente questi piani di <finanziamento monetario palese>”. Piani che furono sperimentati dal primo paese che raggiunse la “velocità di fuga” (in due anni): il Giappone tra il 1931 ed il 1936 sotto Takahashi Korekiyo.

All’obiezione che resta, quella liberista che si impernia sulla tutela dell’indipendenza della Banca Centrale dai condizionamenti della politica e lo stesso sospetto per la politica democratica (sospettata di non sapersi fermare e di subire eccessive pressioni dal basso) Evans-Pritchard risponde in modo semplice: “la democrazia è la nostra spada”.

Si tratta, insomma, di una proposta provocatoria e volutamente eretica (anche se chiaramente disegnata sulla soluzione allo shock degli anni trenta). Una proposta per tempi difficili e radicali. Tempi nei quali le cose cambiano.
Una soluzione che non è senza sconfitti: una espansione monetaria rivolta direttamente a creare lavoro tramite denaro “inventato dal nulla” (come è quello della Banca Centrale), per il tempo che dura, produce infatti due effetti diretti. <Mette al lavoro> le forze produttive al prezzo della diluizione delle ricchezze accumulate.

Se ben calibrati entrambi gli effetti sono utili e necessari.

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