Dal blog di
Jacques Sapir, uno dei più rilevanti economisti francesi, riportiamo un articolo di notevole forza
contro l’attuale situazione dell’euro nella regione francese. Racconta che la Francia nel terzo trimestre
del 2013 ha avuto un calo del PIL (dello 0,1%) che “ha preso il governo in
contropiede”. L’attesa era opposta.
L’evidenza è che
l’economia non è ancora uscita dalla stagnazione in cui è da due anni. La poca
crescita che c’è resta “trainata solo dal movimento delle scorte”, e dunque non
può continuare a lungo. Invece i consumi delle famiglie restano fermi sia a
causa dell’abbattimento dei redditi per il prelievo fiscale (che peggiorerà con
l’imminente aumento dell’IVA), sia con la stretta sulle pensioni in discussione
(che indurrà le famiglie ad aumentare il risparmio). Altri due fattori sono il
saldo della bilancia commerciale (che è parzialmente responsabile degli scarsi
risultati del terzo trimestre) e gli investimenti.
Secondo Sapir, l'evoluzione
del saldo della bilancia commerciale era in particolare prevedibile, per il
peso del tasso di cambio dell'Euro contro il dollaro. Secondo l’economista
questo “penalizza soprattutto l'economia francese, la quale intrattiene molti
rapporti commerciali al di fuori dell'area dell'Euro”.
Inoltre si
vedono anche gli effetti, sulla Francia, delle politiche di svalutazione
interna che sono stati obbligati a intraprendere i paesi vicini, “come la
Spagna, il Portogallo e persino, in qualche misura, l'Italia”. Cioè la
diminuzione del costo dei salari, “ottenuta in maniera molto brutale con una
politica dai risultati spaventosi in materia di occupazione (in Spagna e
Portogallo) e di crescita (per l'insieme di tutti questi paesi), ha [tuttavia] migliorato
la loro competitività” discapito della Francia.
Secondo Sapir, questo
sarebbe tollerabile se la Francia potesse almeno, a sua volta, migliorare la competitività
rispetto alla Germania, “le cui eccedenze commerciali destabilizzano l'economia
europea”, ma anche rispetto a quei paesi le cui valute sono indicizzate, più o
meno direttamente, al dollaro.
Non ci sono
molte strade possibili, se anche la Francia si impegnasse in un esercizio di
svalutazione interna, come vuole l'opposizione (“questa è in effetti la ricetta
proposta dai signori Fillon, Copé e Le Maire dell'UMP”) bisognerebbe aspettarsi
come reazione un calo del PIL, a causa del crollo dei consumi, e quindi un'esplosione
della disoccupazione. Insomma, “il futuro sembra essere ridotto a questa
alternativa: o un lento degrado con
l'attuale politica socialista, o un molto prevedibile disastro con la politica
proposta dall'opposizione”.
A questo punto
della sua analisi Sapir chiarisce il suo obiettivo e individua una alternativa:
la dissoluzione dell'area dell'Euro. “Riconsegnare
ai paesi la loro sovranità monetaria e la possibilità di svalutare,
consentirebbe istantaneamente un riallineamento della competitività francese,
sia rispetto ai paesi che adottano il dollaro, sia rispetto alla Germania, e un
aggiustamento dei paesi dell'Europa del sud rispetto alla Germania, ma anche in
rapporto alla Francia”.
Il calcolo è
così fatto: “se seguiamo i movimenti delle parità di cambio necessari per
riequilibrare i saldi della bilancia commerciale, che implicano una
svalutazione nell'Europa del sud maggiore che in Francia, ma per quest'ultima
una svalutazione del 23%, vediamo che gli effetti sarebbero molto positivi per
tutti questi paesi, Francia inclusa. La maggiore svalutazione della Spagna,
dell'Italia e del Portogallo, sarebbe infatti più che compensata dalla
svalutazione rispetto al dollaro e al 'nuovo' marco tedesco”. Questi calcoli includono
l'effetto dell'aumento dei prezzi dell'energia e delle importazioni, ma anche i
cosiddetti effetti “di secondo grado”, ossia l’aumento delle importazioni
indotte da un aumento delle esportazioni causate dal miglioramento
significativo della competitività.
In definitiva
per l’economista francese, “la dissoluzione dell'eurozona appare come una
politica vincente non solo per la Francia, ma anche per i paesi dell'Europa
meridionale. In queste circostanze, non dobbiamo temere un effetto di
svalutazione competitiva, perché l'impatto delle svalutazioni che sono state
simulate è molto positivo per tutti questi paesi”.
In sostanza la
simulazione condotta darebbe una crescita, per la sola Francia, del 20% in più nei
tre o quattro anni successivi e da 1 a 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro.
In alternativa,
la continuazione della politica attuale “si traduce in una costante erosione
dell'occupazione. Non solo non abbiamo ancora raggiunto i livelli di
occupazione precedenti la crisi nel 2007, ma possiamo constatare che
l’occupazione nell'industria è in un declino molto allarmante fin dal 2002”.
In un certo
senso, la dissoluzione della zona Euro permetterebbe di 'azzerare i contatori'
sia in relazione alla Germania sia rispetto ai paesi dell'area del dollaro.
L’analisi
continua con il declino degli investimenti produttivi (gli investimenti fissi
lordi) osservabile dal 2000. “Questo declino è particolarmente forte dal 2012 e
tende a riportare il volume degli investimenti al livello che aveva nel 1997”.
Quindi, c’è
qualcosa di più grave dell’attuale ristagno: dice Sapir che “la crescita sarà
possibile nei prossimi anni, assumendo di invertire questo trend di
investimento dal 2014, solo con un fortissimo aumento della competitività,
aumento che si può avere solo con un forte deprezzamento della nostra moneta
rispetto alla valuta della Germania e al dollaro, ossia con una dissoluzione
dell'euro”.
“Infatti, solo
una forte crescita, quale quella che si può verificare nel caso di una
dissoluzione dell'euro e del deprezzamento della nostra moneta, produrrà gli
incentivi sufficienti agli imprenditori privati per investire massicciamente”. Si noti che questo vale anche per
l’innovazione e la ricerca applicata. “Se il processo di
deindustrializzazione del nostro paese va avanti, vedremo i centri di ricerca
delocalizzarsi per seguire le fabbriche in cui si utilizzano i loro servizi. Infatti,
non ci può essere ricerca applicata senza produzione”.
L’opinione dell’economista
francese (del resto sin dal 2006) è netta: la dissoluzione dell’eurozona ed il
ritorno alla sovranità monetaria francese è “ormai assolutamente imperativa per
la sopravvivenza dell'economia francese a breve termine. Il rischio di
distruzione del nostro tessuto produttivo da qui a tre anni è diventato tale
che dobbiamo agire o morire”.
“Più
aspetteremo, più il costo di una politica di ritorno alla crescita e
all'occupazione sarà alto, più i fenomeni di dissociazione del nostro tessuto
sociale a causa di un aumento importante della disoccupazione saranno gravi”.
L'euro è, in
definitiva:
-
“uno strumento economico, perché impedisce l'attuazione di politiche
economiche per la crescita e l'occupazione”.
-
“uno strumento politico perché serve a
giustificare le politiche di austerità e <l'imitazione> suicida della
Germania (come si parlava nel XVII secolo di una <imitazione di Gesù
Cristo>)”.
-
“uno strumento simbolico perché
giustifica, nel campo delle rappresentazioni, le cessioni della sovranità a
Bruxelles, cessioni che sono strumenti istituzionali per imporre queste
politiche di austerità e di deflazione”.


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