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lunedì 2 dicembre 2013

Jacques Attali, Intervista a Focus sulla Germania e la Francia

Su Focus on line, testata giornalistica tedesca, è stata pubblicata un’intervista a Jacques Attali, che è sicuramente tra i più influenti economisti francesi, autore di innumerevoli libri di grande successo, e soprattutto consulente degli ultimi tre Presidenti francesi, incluso Hollande. L’intervista, anche se breve, viene rilasciata ad un influente testata settimanale di centro-destra come Focus, per cui la prima domanda che preliminarmente ci dovremmo fare è: perché?

Attali è un economista troppo connesso con la grande politica francese ed Europea per non aver misurato le conseguenze delle sue parole che, come vedremo, sono particolarmente dure. Resta, dunque, il sospetto che la sua intervista rappresenti un avvertimento ed una preparazione, che sia andato a dire le cose che Hollande non può ripetere (magari proprio perché il Presidente Francese non sia costretto a ripeterle in pubblico).  

Nell’intervista, infatti, fondamentalmente Attali tratta due temi: la debolezza dell’economia tedesca e il rischio dei populismi. Ed accusa la Germania di provocare il secondo per egoismo motivato dalla paura della prima. Questi due temi sono come uno schiaffo per l’opinione pubblica tedesca, come si vede dalla piccata reazione del giornalista.  

Ma vediamo: l’avvio dell’intervista è della rivista che parte all’attacco di Hollande, dichiarando che non ha una visione a lungo termine, in quanto non porta avanti le riforme liberiste richieste e continua a tollerare l’innalzamento del debito. Si tratta della linea di attacco portata dalla Merkel, dalla BCE ed a tratti dal FMI alla Francia. Una linea molto presente nel dibattito pubblico tedesco.

Attali risponde con vigore, a muso duro: “non mi piacciono questo tipo di domande”, e continua rovesciando l’accusa, “la Germania in molti ambiti ha una prospettiva di lungo periodo decisamente peggiore rispetto a quella francese. Lo mostra il disastroso sviluppo demografico tedesco”.
L’accusa di Attali fa riferimento al declino demografico ed all’invecchiamento della popolazione che vede la Germania guidare il trenino europeo (tutto diretto nella stessa direzione). Per chi pensasse che si tratta di cosa al di là della capacità della politica (le mamme devono fare figli ed è una tendenza ben tracciata che le popolazioni più ricche ne fanno meno), bisogna rispondere che è solo in parte vero: la politica dell’immigrazione e quelle di sostegno alle famiglie, come il potenziamento dei servizi alle madri ed ai bambini, possono fare la differenza. Non a caso nel Programma di Coalizione la SPD ha insistito per inserire la doppia cittadinanza e un piano di investimenti in asili nido pubblici. 

La seconda domanda di Focus è sorpresa e risentita: “in Francia l’economia è di nuovo a un passo dalla recessione, mentre in Germania è tornata in crescita …”

Attali risponde che non è vero: “la Francia al contrario della Germania si trova in una buona situazione. Per certi versi è la Germania il vero malato d’Europa”. Una posizione ben rintracciabile, in effetti, nelle analisi tecniche e nel dibattito meno visibile ai media, ma sicuramente altamente sorprendente per il lettore medio di Focus.  

In questo senso risponde, sorpreso, il giornalista. Focus: “ce lo deve spiegare, perché la Germania sta stabilizzando l’Euro e secondo quasi tutti i criteri economici è messa molto meglio della Francia”.

Attali risponde selezionando quattro elementi: “la bassa disoccupazione tedesca è uno scherzo [di cattivo gusto] considerando che in molti sono costretti a lavorare per 5,00 € lordi l’ora”. Poiché questo significa lavorare per meno di 500,00 euro netti al mese (300,00 part time), in effetti chiamare “lavoro” questa elemosina è solo truccare le statistiche.

Secondo tema: “il sistema bancario tedesco è in bancarotta [soprattutto le banche locali, che fanno credito alle imprese locali con criteri politici e clientelari], per questo il governo non vuole il controllo di un organismo europeo [su questo si può vedere l’analisi di Altomonte]”.

Infine: “la Germania è un paese sempre più vecchio con una scuola elementare disastrosa ed una produttività sempre più bassa, perché la maggior parte dei prodotti esportati vengono sempre più spesso copiati”.  

La rivista si attacca all’ultima parte dell’ultima frase per la replica (certo sarebbe imbarazzante rispondere sulle banche) richiamando l’orgoglio tedesco “fatto che però non impedisce alla Germania di restare campione mondiale dell’export”. Trovo questa replica singolare (oltre al fatto che non conosco questo “campionato”), perché l’export viene visto come se fosse in modo autoevidente un bene. Ora, la semplice contabilità della partita doppia dovrebbe far riflettere che se ho un attivo nella riga “esportazioni/importazioni”, ho un flusso di capitale attivo e se non lo impiego nel mercato interno (cosa che nel tempo riporterebbe in equilibrio la riga) devo avere un attivo anche nella riga crediti (cioè devo prestare, impiegare, questi capitali). Vuol dire che qualcun altro si indebita. Sono io Germania, in altre parole, a sbilanciare il sistema mondiale del credito/debito. Si esprime in questa direzione Flassbeck , un economista tedesco che conclude la sua intervista con queste parole: “se questi risparmi non vengono assorbiti, l'economia tedesca avrà dei seri problemi. Fino ad ora è stato l'estero a fare debiti, ma ora gli altri paesi si sono stancati prendere a prestito. Noi non possiamo continuare a dire: noi non c'entriamo nulla, proseguiamo con il nostro modello economico. No, questo modello economico ci farà sbattere contro il muro. Se non si comprende questo semplice fatto “per l'economia tedesca non ci sarà un futuro.”
Per comprendere meglio le implicazioni si può rileggere anche la posizione di Posen, che ricorda come la situazione del surplus tedesco venga criticata dagli USA e dal FMI (ora anche dalla UE) perché è causa dei maggiori squilibri dell’economia mondiale; se qualche paese è in così forte eccedenza di esportazioni, e non impiega i capitali ricevuti per fare investimenti e alzare i propri consumi (cosa che ridurrebbe l’eccedenza aumentando le importazioni), costringe, infatti, altri a fare debiti per garantire le proprie importazioni. Si tratta di semplice matematica. Sia il FMI che l’OCSE hanno dunque chiesto alla Germania di fare di più per la domanda. Infatti maggiori importazioni riducono il surplus tedesco, e il deficit degli altri paesi in una sola mossa. 

Attali, comunque risponde in questo modo: “il vostro paese oggi è obbligato a restare in questa posizione ed a risparmiare, per cercare di sopravvivere in futuro. Con un tasso di natalità così basso, il futuro della Germania sarà difficile”. In altre parole, per Attali, la Germania assume una posizione egoistica, e sottrae crescita al mondo –provocando la deflazione in Europa- perché ha paura. Si tratta di un’osservazione interessante, che mostra anche come la Germania ragioni in una prospettiva isolata. Non creda nell’integrazione e mutualizzazione, rifiutando oggi di prestare l’aiuto che non crede di poter ricevere domani. Tuttavia in questo modo, ovviamente, provoca quel che teme. 

A questo punto il giornalista cambia tema, o meglio la prende più larga, chiedendo all’economista francese: “lei è d’accordo con il suo Presidente Francois Hollande sul fatto che la crisi è ormai superata?”

Attali risponde in modo negativo: “siamo ancora molto lontano dalla fine della crisi economica internazionale. Io credo che tornerà ad accentuarsi, considerando il pessimo stato dell’economia europea e americana”. 

Visto che non riesce a trovare conforto nelle risposte di Attali, il giornalista di Focus cambia fronte di attacco e confronta la situazione politica (la stabilità politica è l’altro punto di orgoglio tedesco): “Monsieur Attali, lei sta tracciando il ritratto di una Germania in grande difficoltà. La Cancelliera Merkel è saldamente al governo ed è rispettata dal popolo. Nel suo paese invece il leader della destra radicale Marine Le Pen è molto più popolare del presidente. Come fanno le due cose a stare insieme?” In altre parole la Germania non sarebbe in difficoltà perché stabile politicamente, mentre la Francia –in cui sono avvertibili grandi tensioni sociali- non potrebbe per questa ragione stare meglio. Si tratta di una confutazione per vie esterne, alla quale Attali risponde di guardare la prospettiva (rovesciando i termini della prima domanda dell’intervista). 

Attali: “I numeri sulla popolarità del presidente Hollande non contano. Essere impopolare può anche essere il segnale che si sta facendo una buona politica. Guardi cos'è accaduto a Gerhard Schröder dopo aver fatto le riforme: è stato sconfitto alle elezioni. E Hollande ha ancora quattro anni davanti a sé”.  

Focus non si dichiara soddisfatta della risposta e replica sullo stesso punto: “Dopo tutto il 40% dei francesi trova Marine Le Pen simpatica.” 

A questo punto Attali amplia il discorso, cogliendo l’occasione per un appello: “Questo ovviamente è un problema. E' la società nel suo complesso a dover reagire alle parole semplici della destra radicale: <Fuori gli stranieri, fuori dall'Euro!>. Non basta condannare questo nemico. Bisogna portare degli argomenti e discuterne. Io paragono la situazione attuale in Francia, in riferimento alla destra radicale, a quella della Germania nel 1933, poco prima che il partito nazista vincesse le elezioni”. 

Il paragone, giustamente, impressiona l’interlocutore che lo qualifica come “un confronto drammatico”.  

Questo sfondo consente ad Attali di richiamare ancora una volta l’apertura, ma questa volta chiamando implicitamente la Germania sul tavolo degli accusati: “Se una democrazia non si interessa allo sviluppo economico di lungo periodo, saranno gli estremisti ad avere il sopravvento.” 

Difficile dargli torto.

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