Tito Boeri, su La
Repubblica di oggi, mette il dito sulla piaga delle
vicende Electrolux, Fiat, Indesit, Sun Edison. Dal tempo in cui reiterate ed
eroiche lotte sindacali e dei lavoratori imposero la contrattazione nazionale
in tutta Europa è cambiata la struttura. Mentre prima la sovranità dello Stato Nazione era piena, e le frontiere erano presidiate da uomini e norme, oggi tutto è diverso.
Oggi, per dirla in modo semplice ma ci torneremo, le
grandi imprese sono multinazionali e flessibili, gli assetti proprietari sono
diffusi e la struttura produttiva è disarticolata, prevale il modello
industriale della produzione a rete che prese piede negli anni novanta e fu la
molla interna della globalizzazione. Ma, sulla spinta di queste forze
straordinarie, anche gli elementi che rendevano sovrano lo Stato sono venuti meno: tra questi l’autonomia monetaria, la libertà di porre vincoli ai flussi, la capacità di
regolare il conflitto tra capitale e lavoro.
Dunque abbiamo una condizione strutturalmente squilibrata: mentre la
competizione sulle merci e per l'attrazione dei capitali è internazionale, il
lavoro è ancora regimentato a livello nazionale. Questa situazione determina un enorme sbilanciamento nei rapporti di forza. Una delle conseguenze più
importanti è che la contrattazione aziendale interviene ormai, in modo
subordinato ed insufficiente, a tentare da sola a superare gap di costo enormi.
La reazione delle singole imprese che non riescono a produrre
beni al prezzo compatibile con il mercato, per effetto di costi di produzione
eccessivi (o, e l’effetto è esattamente lo stesso sul piano pratico, a trarre una redditività dal capitale
investiti al livello richiesto dagli azionisti, cioè dal “mercato”), è di rilocalizzarsi.
Quella dei lavoratori che perdono l’occupazione è di restare inoccupati (o
sottoccupati) o di emigrare. Un effetto previsto ed intenzionalmente perseguito dei Trattati Europei.
Questi, come si dice, sono i fatti. Questi fatti operano in modo diverso se l'industria è già presente (e quindi dovrebbe sopportare significativi costi di rilocalizzazione per andarsene), o da attrarre; ma anche se produce beni ad alto valore aggiunto o a basso. Nel primo caso il costo del lavoro è molto meno centrale; ma lo è molto l'efficienza e l'ambiente nel quale si inserisce, cioè la capacità di trovare un bacino di lavoratori molto qualificati, di scambiare idee, innovazione, di ricevere stimoli.
Tito Boeri non vede altra alternativa all'abbandono
della Contrattazione Nazionale, ed a ritirarre cioè la funzione pubblica di
regolazione su regole minime (come il salario minimo ed a standard minimi di
protezione). Naturalmente ha ragione nell'individuare questa come una tendenza
(e, anche se non lo dice per non compromettersi, una richiesta pressante della
Troika).
Credo che, pur essendo altamente critico, il tema sia sensibile ed urgente. E che non sia facile tagliarlo con la motosega. Dato che io non sono un funzionario del sindacato, né della BCE, e dunque non ho interessi da difendere, proverei a dire, tentativamente, quanto segue:
- Il grado d’interconnessione
dell'economia e di debolezza estrema dei Governi nazionali, insieme allo
strapotere dei circuiti finanziari ed industriali internazionali, non è detto
sia una caratteristica permanente (l'elevata instabilità che ne deriva non è detto sia sostenibile a lungo).
- Se lo fosse, la risposta
dovrebbe essere di adeguare la contrattazione al livello europeo (cioè di
stabilire regole del lavoro comuni alla scala europea, a partire da un salario
minimo adeguato e distinto per settori europeo), più che ritirarla al livello dei singoli impianti.
La differenza si percepisce da un'analisi dei rapporti di forza. Che è il punto di vista storico. Nel confronto tra il singolo lavoratore ed il singolo datore di lavoro, quando il primo ha l'alternativa della disoccupazione o dell'emigrazione, ed il secondo quello del libero spostamento dei suoi capitali, la prevalenza del secondo è totale. Dunque si generano i rapporti sociali totalmente dominati tipici della prima rivoluzione industriale. Se questo è il mondo in cui si vuole andare bisogna essere anche pronti a prendere con sé le conseguenze (che sono le rivoluzioni).
Detto in altro modo: tra paesi legati da unica moneta e con forti (ed a sospetto di incostituzionalità, come giustamente sta valutandola Corte Costituzionale
Tedesca) limiti alla politica economica, il dumping salariale di qualche nuovo
partner potrebbe stritolare -come sta facendo- la nostra struttura industriale. Quindi destabilizzare le nostre società, ed allontanare crescenti masse di lavoratori, disoccupati e sottoccupati dalla lealtà verso il sistema di potere che non riconosce i loro diritti ad una vita dignitosa e sicura.
Detto in altro modo: tra paesi legati da unica moneta e con forti (ed a sospetto di incostituzionalità, come giustamente sta valutando
In assenza di queste contromosse, in altre parole, la scala delle
contrattazioni sul lavoro (che non è solo salario) dovrebbe sì essere più
articolata, ma con attenzione a non prendere la via del declino e della
povertà. Si tratta di un sentiero
stretto, tra una Scilla di avere una folla fatta di “lavoratori poveri” che non
possono mantenere se stessi, le proprie famiglie, non possono fare figli (con
le conseguenze sulla curva demografica prevedibili, e la condanna al declino per l'intero paese) e far studiare i figli; ed
un Cariddi di non averli proprio.
Per evitare le due povertà bisogna mettere sul tavolo la forza contrattuale di uno Stato che abbia una visione del futuro ed il coraggio di perseguirla, che non lasci soli i lavoratori ma neppure ne incoraggi l'inerzia. Bisogna cambiare, effettivamente.
Per evitare le due povertà bisogna mettere sul tavolo la forza contrattuale di uno Stato che abbia una visione del futuro ed il coraggio di perseguirla, che non lasci soli i lavoratori ma neppure ne incoraggi l'inerzia. Bisogna cambiare, effettivamente.
Ma è necessario ragionare -e per tempo- sull'insieme
dei vantaggi localizzativi che si offrono, cercando di creare l'ambiente
accogliente e stimolante che può far valutare secondario all'impresa qualche euro in più di
costo. Significa, come ricorda anche Leonardo Bechetti, al suo punto cinque, puntare sulla qualità dei servizi e dell'ambiente, cercare di definire meglio la propria immagine "di marca" ed il proprio soft power (cioè capacità di attrazione culturale e simbolica), ridare slancio alla infrastrutturazione, migliorare il rapporto tra impresa e pubblica amministrazione, ecc.
Questi euro in più a noi servono, perché non siamo la
Polonia.
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