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venerdì 31 gennaio 2014

La trappola si chiude e il tempo finisce: la deflazione mondiale e quella europea


Gli ultimi anni abbiamo sentito ripetere continuamente, da Bruxelles e da Berlino, che l’unica strada possibile per uscire dalla crisi era esportare. Ridurre i prezzi interni (cioè i salari, il potere di acquisto, i consumi) per riportare in attivo la bilancia commerciale e ancorare la crescita alle esportazioni. 

Questa visione significava, in sostanza, crescere a spese di altri (e dei lavoratori).
L’idea della Germania era sostanzialmente di crescere a spese degli Stati Uniti, dei BRIC e degli altri paesi emergenti, ed a vantaggio dei suoi industriali. Non più a nostre spese (dato che i nostri consumi stanno precipitando). Il prezzo da pagare, per quest’amara medicina, era sostanzialmente la disoccupazione (se no, come scendono i salari? e cresce il profitto?) e il contenimento dei consumi. Ma questo prezzo si è presentato, come era ovvio, insieme alla stagnazione ed alla tendenza alla deflazione. La deflazione è una trappola che, in presenza di tassi bassi e di debito alto, può condurre un paese a decenni di stagnazione. Come riporta Voci dall’Estero, i dati Eurostat mostrano che l’Italia, la Spagna, l’Olanda, il Portogallo, la Grecia, l’Estonia, la Slovenia, la Slovacchia, la Lettonia, così come i paesi con il cambio solo ancorato all’euro come la Danimarca, l’Ungheria, la Bulgaria e la Lituania, sono vicini o entro la zona deflazione sin dal mese di maggio. E che i prezzi sono comunque in caduta in Polonia e in Repubblica Ceca dal mese di luglio, e in Francia dal mese di agosto. La crescita dell’aggregato monetario europeo M3 è stata negativa per otto mesi, contraendosi ad un tasso dell’1,1% rispetto al trimestre precedente. Secondo gli ultimi dati della Banca Centrale Europea, il credito bancario al settore privato è sceso di 155 miliardi di euro in tre mesi. Peraltro questa è una tendenza mondiale, ma le particolarità della costruzione creditizia europea la esaltano.

Mentre comunque l’Europa si illude di poter svolgere una politica mercantilista senza avere il suo necessario complemento (gli eserciti), gli altri paesi stanno combattendo con gli effetti, alfine arrivati, di politiche espansive condotte solo dal lato monetario. La reazione alla crisi del 2008 è stata infatti, sia per gli USA, sia per il Giappone, come per la Cina, imperniato su espansione monetaria diretta o indiretta (via creazione di moneta bancaria). Questa reazione è stata probabilmente causata dall’incapacità (che dipende da cause diverse) di intervenire sulle ragioni strutturali degli squilibri. Cioè essenzialmente sulla distribuzione del reddito.
Non potendo gli Stati Uniti intervenire in tempi rapidi (e probabilmente non potendolo fare del tutto) sull’ineguaglianza e la disoccupazione di lunga durata, hanno quindi reagito con la creazione di moneta al ritmo di 85 Miliardi al mese di nuova moneta. La Cina invece ha potenziato (nel suo tradizionale modo decentrato) la creazione di moneta creditizia e lasciato proliferare il sistema bancario ombra. Il Giappone ha aggiunto la sua Abenomics.
Ma questa gigantesca massa monetaria, che si è trasformata in capitali in cerca d’impieghi, ha trovato tassi molto bassi e quindi rendimenti anche negativi, in occidente. Dunque sono andati a cercare investimenti più redditizi (e rischiosi) nei paesi “emergenti”, determinandone il tasso di crescita a due cifre degli ultimi anni. Quando si verifica una condizione del genere, gradualmente, gli impieghi degradano e vengono finanziati progetti sempre meno efficienti. Inoltre crescono i prezzi interni e i salari, si espandono i consumi. E’ quel che aspettavamo, ma sta finendo.
Infatti l’espansione dei consumi e dei mercati interni degli “emergenti” sarebbe una buona cosa, se fosse legata ad investimenti sani e capaci di fondarsi sul mercato interno e su capitali stabili.

Invece, sta succedendo che la giostra si ferma: lo stimolo monetario è revocato (il “tapering” americano, con un riduzione di 10 Mld in questa settimana ed altre nelle prossime) proprio mentre il Governo Cinese, preoccupato per una bolla creditizia di proporzioni a dir poco bibliche (stimata in 24.000 miliardi di $ di prestiti su assett problematici o non ben valutabili, forniti da istituti opachi, da rifinanziare al 45% l’anno in corso), cerca di tirare il freno a mano. La domanda mondiale dovrà fare quindi a meno dei ca. 5.000 miliardi di dollari d’investimenti in infrastrutture e impianti (quindi anche in macchine utensili italiane o tedesche) che solo l’anno scorso ha ordinato la Cina. E dovrà fare a meno anche della domanda di materie prime, che teneva alti i prezzi a vantaggio di Russia, Cile, Perù.
Dal punto di vista del capitale di rischio, invece, si parla di oltre 450 Mld di dollari che si muoveranno per tornare. Gli effetti, su sistemi economici “in crescita”, che interessano il 50% del PIL mondiale, sono difficili da definire e vanno dal serissimo all’apocalittico. Gli effetti sull’Europa, che già di suo è in condizioni difficili, potrebbero essere mortali. Né possiamo pensare che gli USA ci regaleranno il loro mercato interno, perché Obama ha promesso di spingere le esportazioni e tornare ad avere un surplus; in fondo il Partito Democratico deve essere rieletto.

Lo strano, con tutti questi paesi che vogliono surplus di bilancia commerciale, mentre le banche che stampano si stanno fermando, è che l’astronave per Marte non risulta sulla rampa. 

Al contrario, nel disperato tentativo di trattenere il deflusso di capitali, la Turchia ha aumentato il costo del denaro dal 4 al 10% (cosa che bloccherà gli investimenti ed i prestiti, con effetti disastrosi per la domanda interna) in presenza di un disavanzo del 6% del PIL; il Sud Africa lo ha portato al 5,5%, con un disavanzo del 7% del PIL; l’India al 8%; Brasile ed Indonesia lottano da tempo con un’economia che rallenta e notevoli tensioni sociali; Cile e Perù stanno perdendo le esportazioni di materie prime; la Russia, che dipende dal gas, ha problemi simili, e sta cercando di sostenere disperatamente il rublo; alcuni altri paesi sono in alto mare, l’Argentina (che ha svalutato pochi giorni fa), l’Ucraina (come si vede bene), la Thailandia (dove due fazioni sono sull’orlo della guerra civile).

Abbiamo davanti, insomma, due sole alternative:
-          o inventiamo molto in fretta il volo interstellare e apriamo nuovi mercati (sperando che le loro cannoniere non siamo migliori);
-          oppure prendiamo i manuali di macroeconomia che hanno dominato gli ultimi venti anni e li buttiamo. Ascoltiamo chi invita a passare a qualcosa che assomiglia più a un’economia di guerra, e assumiamo che tempi straordinari richiedono azioni straordinarie.

Altrimenti prepariamoci a tempi veramente sanguinosi.


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