Gli ultimi anni
abbiamo sentito ripetere continuamente, da Bruxelles e da Berlino, che l’unica
strada possibile per uscire dalla crisi era esportare.
Ridurre i prezzi interni (cioè i salari, il potere di acquisto, i consumi) per
riportare in attivo la bilancia commerciale e ancorare la crescita alle
esportazioni.
Questa visione
significava, in sostanza, crescere a spese di altri (e dei lavoratori).
L’idea della
Germania era sostanzialmente di crescere a spese degli Stati Uniti, dei BRIC e
degli altri paesi emergenti, ed a vantaggio dei suoi industriali. Non più a
nostre spese (dato che i nostri consumi stanno precipitando). Il prezzo da
pagare, per quest’amara medicina, era sostanzialmente la disoccupazione (se no,
come scendono i salari? e cresce il profitto?) e il contenimento dei consumi.
Ma questo prezzo si è presentato, come era ovvio, insieme alla stagnazione ed
alla tendenza alla deflazione. La deflazione
è una trappola
che, in presenza di tassi bassi e di debito alto, può condurre un paese a
decenni di stagnazione. Come riporta
Voci dall’Estero, i dati Eurostat
mostrano che l’Italia, la Spagna ,
l’Olanda, il Portogallo, la Grecia ,
l’Estonia, la Slovenia ,
la Slovacchia ,
la Lettonia ,
così come i paesi con il cambio solo ancorato all’euro come la Danimarca , l’Ungheria, la Bulgaria e la Lituania , sono vicini o
entro la zona deflazione sin dal mese
di maggio. E che i prezzi sono comunque in caduta in Polonia e in Repubblica
Ceca dal mese di luglio, e in Francia dal mese di agosto. La crescita
dell’aggregato monetario europeo M3 è stata negativa per otto mesi,
contraendosi ad un tasso dell’1,1% rispetto al trimestre
precedente. Secondo gli ultimi dati della Banca Centrale Europea, il
credito bancario al settore privato è sceso di 155 miliardi di euro in tre
mesi. Peraltro questa è una tendenza mondiale, ma le particolarità della
costruzione creditizia europea la esaltano.
Mentre comunque l’Europa
si illude di poter svolgere una politica mercantilista senza avere il suo
necessario complemento (gli eserciti), gli altri paesi stanno combattendo con
gli effetti, alfine arrivati, di politiche espansive condotte solo dal lato monetario. La reazione alla crisi del 2008 è
stata infatti, sia per gli USA, sia per il Giappone, come per la Cina , imperniato su
espansione monetaria diretta o indiretta (via creazione di moneta bancaria).
Questa reazione è stata probabilmente causata dall’incapacità (che dipende da
cause diverse) di intervenire sulle ragioni strutturali degli squilibri. Cioè
essenzialmente sulla distribuzione del reddito.
Non potendo gli
Stati Uniti intervenire in tempi rapidi (e probabilmente non potendolo fare del
tutto) sull’ineguaglianza e la disoccupazione di lunga
durata, hanno quindi reagito con la creazione di moneta al ritmo di 85
Miliardi al mese di nuova moneta. La
Cina invece ha potenziato (nel suo tradizionale modo
decentrato) la creazione di moneta creditizia e lasciato proliferare il sistema
bancario ombra. Il Giappone ha aggiunto la sua Abenomics.
Ma questa
gigantesca massa monetaria, che si è trasformata in capitali in cerca d’impieghi,
ha trovato tassi molto bassi e quindi rendimenti anche negativi, in occidente.
Dunque sono andati a cercare investimenti più redditizi (e rischiosi) nei paesi
“emergenti”, determinandone il tasso di crescita a due cifre degli ultimi anni.
Quando si verifica una condizione del genere, gradualmente, gli impieghi
degradano e vengono finanziati progetti sempre meno efficienti. Inoltre
crescono i prezzi interni e i salari, si espandono i consumi. E’ quel che
aspettavamo, ma sta finendo.
Infatti
l’espansione dei consumi e dei mercati interni degli “emergenti” sarebbe una
buona cosa, se fosse legata ad investimenti sani e capaci di fondarsi sul
mercato interno e su capitali stabili.
Invece, sta
succedendo che la giostra si ferma: lo stimolo monetario è revocato (il
“tapering” americano, con un riduzione di 10 Mld in questa settimana ed altre
nelle prossime) proprio mentre il Governo Cinese, preoccupato per una bolla
creditizia di proporzioni a dir poco bibliche (stimata in 24.000 miliardi di $
di prestiti su assett problematici o non ben valutabili, forniti da istituti
opachi, da rifinanziare al 45% l’anno in corso), cerca di tirare il freno a
mano. La domanda mondiale dovrà fare quindi a meno dei ca. 5.000 miliardi di
dollari d’investimenti in infrastrutture e impianti (quindi anche in macchine
utensili italiane o tedesche) che solo l’anno scorso ha ordinato
Dal punto di
vista del capitale di rischio, invece, si parla di oltre 450 Mld di dollari che
si muoveranno per tornare. Gli effetti, su sistemi economici “in crescita”, che
interessano il 50% del PIL mondiale, sono difficili da definire e vanno dal serissimo
all’apocalittico. Gli effetti sull’Europa, che già di suo è in condizioni
difficili, potrebbero essere mortali.
Né possiamo pensare che gli USA ci regaleranno il loro mercato interno, perché
Obama ha promesso di spingere le esportazioni e tornare ad avere un surplus; in
fondo il Partito Democratico deve essere rieletto.
Lo strano, con
tutti questi paesi che vogliono surplus di bilancia commerciale, mentre le
banche che stampano si stanno fermando, è che l’astronave per Marte non risulta
sulla rampa.
Al contrario, nel
disperato tentativo di trattenere il deflusso di capitali, la Turchia ha aumentato il
costo del denaro dal 4 al 10% (cosa che bloccherà gli investimenti ed i
prestiti, con effetti disastrosi per la domanda interna) in presenza di un
disavanzo del 6% del PIL; il Sud Africa lo ha portato al 5,5%, con un disavanzo
del 7% del PIL; l’India al 8%; Brasile ed Indonesia lottano da tempo con
un’economia che rallenta e notevoli tensioni sociali; Cile e Perù stanno
perdendo le esportazioni di materie prime; la Russia , che dipende dal gas, ha problemi simili,
e sta cercando di sostenere disperatamente il rublo; alcuni altri paesi sono in
alto mare, l’Argentina (che ha svalutato pochi giorni fa), l’Ucraina (come si
vede bene), la Thailandia
(dove due fazioni sono sull’orlo della guerra civile).
Abbiamo davanti,
insomma, due sole alternative:
-
o inventiamo molto in fretta il volo interstellare e
apriamo nuovi mercati (sperando che le loro cannoniere non siamo migliori);
-
oppure prendiamo i manuali di macroeconomia che hanno
dominato gli ultimi venti anni e li buttiamo. Ascoltiamo chi
invita a passare a qualcosa che assomiglia più a un’economia di guerra, e
assumiamo che tempi straordinari richiedono azioni straordinarie.
Altrimenti prepariamoci a tempi veramente sanguinosi.
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