Pagine

domenica 16 febbraio 2014

Jacques Sapir, Bisogna uscire dall’Euro?


Jacques Sapir è un economista francese, insegna alla EHESS di Parigi ed all’Università di Mosca, animatore di un blog molto seguito e da tempo su posizioni altamente critiche sull’Euro. La sua tesi fondamentale è che la Moneta Unica va superata verso una Moneta Comune che può essere gestita per gli scambi con l’esterno e convivere con monete nazionali il cui concambio sia registrato ad intervalli fissi.
In questo libro, scritto nel 2011 e pubblicato nel 2012, Sapir sostiene che l’errore centrale che rende non gestibili le nostre crisi, in Europa, è la completa liberalizzazione dei capitali voluta dai socialisti francesi (Commissione Delors) e dai tedeschi. Questa decisione, insieme al divieto del finanziamento diretto del deficit statale attraverso le banche centrali (indipendenza delle stesse dal potere democratico politico), è la radice delle inestricabili difficoltà di finanziamento in cui si dibatte l’Europa. Sapir non esita a chiamare “una follia” (S.,p. 115) questa decisione. Si tratta del nodo centrale dell’approccio neoliberale (che giustamente è richiamato come un sistema complessivo di teorie, istituzioni e forze sociali), che è fatto risalire (in relazione all’idea di Unione Monetaria Europea) all’articolo di Robert Mundell del 1961. Sotto le ipotesi di perfetta mobilità dei capitali, dei lavoratori e delle merci, in regime di libero scambio, un’economia non avrebbe più bisogno di una politica monetaria nazionale. Questa liberalizzazione avvicinerebbe, invece, l’economia all’ideale del <equilibrio generale> walrasiano (quello stato di perfezione ideale nel quale ogni azione intenzionale pubblica non può che produrre distruzione di ricchezza). Una teoria del XIX secolo (Walras è uno dei padri dell’economia neoclassica) che esce dal suo statuto di astrazione matematica per entrare in questo modo in quello, del tutto abusivo, di modello ideale di società. Secondo le belle parole di Sapir: “c’è chiaramente una dimensione patologica, una dimensione folle, in questo progetto. E’ quanto si riscontra ogni volta che ci troviamo di fronte alla teoria neoclassica e alle sue agghiaccianti fantasie di omogeneità degli agenti e delle situazioni, di negazione del tempo e di assenza della moneta. Poiché si crede di possedere un sapere di grado superiore, si vuole a tutti i costi che la realtà vi si conformi. Questa è anche la base della deriva totalitaria di molti economisti”. (S, p.26)
In effetti Mundell non si era dedicato ad una dimostrazione teorica, ma ad una difesa di una posizione ex-ante. Il Modello Mundell-Fleming ha quindi fornito le basi di un discorso volto a cercare di presentare la moneta unica come la migliore delle soluzioni possibili.

In realtà tutti i vantaggi illustrati (eliminare i costi di transazione e le incertezze di cambio, eliminare la concorrenza tra monete e costringere la politica economica ad uniformità) sono tali solo nel quadro della liberalizzazione totale dei movimenti di capitali, cioè sotto la pressione dei mercati finanziari. Infatti, “se la totale libertà dei capitali ha pochi vantaggi per le economie, ne ha molti di più per coloro che vivono – e prosperano- sulle operazioni puramente speculative” (S.,p.27). Una teoria quindi disegnata a vantaggio del “capitalista finanziarizzato ed apolide”. Che, infatti, è attualmente il signore della situazione.
Nei manuali di economia sviluppati sulle basi del Modello Mundel-Fleming, non ci può essere default sul debito perché, semplicemente, gli attori economici sono “razionali”, e sanno in anticipo se un debito non potrà essere rimborsato; dunque lo eviterà. L’ipotesi delle aspettative razionali, implica, che ciascuno possa emettere e gestire correttamente debiti. Il Banchiere Centrale non è più così importante, perché il mercato si autoregola efficacemente. Di qui la limitazione alla stabilità dei prezzi. Naturalmente non possono esistere neppure le crisi di liquidità, e neppure la disoccupazione involontaria (anche se probabilmente non lo sa, John Elkan citava questa teoria con il suo <i giovani non vogliono trovare lavoro>).
Ne consegue anche la teoria che il “mercato” sia sempre razionale, e in ogni caso sia il miglior modo di determinare il valore dei beni (e dei tassi di cambio). Per questo motivo non si devono imporre controlli dei flussi, né di capitali né di merci o persone.

Tutto questo precipita nell’articolo 63 del Trattato di Lisbona, che è un autentico manifesto del pensiero neoliberale e determina la totale libertà di circolazione dei capitali. Mettendo, in effetti, le economie europee nelle mani della speculazione finanziaria. E’ questo articolo che rende “necessaria” l’Unione Monetaria. Tuttavia, nel farlo apre anche lo spazio per una congerie di strumenti di gestione del rischio altamente remunerativi, tra i sistemi bancari europei non perfettamente allineati e non governati (per mancanza di strumenti, come ammesso anche dal Vicepresidente) dalla BCE. E’ la remunerazione a breve termine (che ha alimentato gli squilibri crescenti nelle banche europee) che ha prodotto, nel tempo, la trappola nella quale ci troviamo.
Certo, nel frattempo ha comportato anche una stagione di crescita dei profitti del sistema finanziario senza paragoni. La Commissione Delors, composta interamente da banchieri, ha evidentemente fatto un buon lavoro. Ma alla fine ha destabilizzato tutti i loro bilanci (e tramite questi quelli degli Stati). Il conto che arriva al termine del pranzo luculliano è quindi altrettanto importante.

A questo punto il centro della resistenza (apparente) diventa l’Euro. Poiché qualsiasi alternativa possibile passerebbe per il controllo dei capitali (e forse anche di merci e lavoratori), la difesa della struttura neoliberale della Moneta Unica prende la forma di una maggiore deregolazione e regressione sociale. Lo vediamo bene nei paesi “sovra indebitati” (in realtà lo sono solo in questo paradigma), e in quelli che sono finiti sotto il controllo di quell’organo provvisorio extrademocratico che è la Troika. Il punto è chiarito da Sapir in questo modo: “l’Euro è usato a pretesto da tutti coloro che, avendo ampiamente beneficiato degli effetti di questa deregolamentazione e di questa regressione sociale, intendono, contro tutto e tutti, renderli più profondi. E’ quanto non capiscono tutti coloro che vanno ripetendo che l’euro, non essendone la causa originaria, non può essere responsabile di tali misure. Oggi, queste misure neoliberiste si incardinano proprio nell’euro, che ne raccoglie  ne concentra gli effetti.” (S., p.52)

L’Euro è una moneta senza Stato. E questo è un vulnus profondissimo: una moneta è il debito che lo stato emette come contropartita degli obblighi verso la popolazione e che serve (anche storicamente) per il pagamento delle tasse. Senza Stato non può esistere una moneta stabile e affidabile. La BCE non lo può surrogare. Lo vediamo ogni qual volta la percezione della coesione tra gli Stati semisovrani che costituiscono l’area euro, scricchiola. Appena si percepisce una riduzione della determinazione a proseguire il percorso di armonizzazione la “speculazione” si riaffaccia. Probabilmente non tarderà neppure oggi, dopo la Sentenza della Corte Costituzionale Tedesca di qualche giorno fa.

Sapir passa poi ad identificare i motivi per i quali si è determinata questa struttura della situazione, ed identifica l’insoddisfazione della Germania per il Sistema Monetario precedente (lo SME, nel quale le diverse monete erano tenute ad una banda di oscillazione inizialmente molto piccola) che, comunque, lasciava ai paesi la possibilità di consentire svalutazioni. La Germania è in calo demografico importante, e questo la mette su una strada di potenziale declino, dunque aveva bisogno contemporaneamente di proteggere la propria industria di esportazione e di evitare la soluzione proposta da Jenkins nel 1977 (una Unione Politica e Monetaria con un forte bilancio comune). La soluzione è avere una Moneta Unica (e non la Moneta Comune dello SME), ed insieme nessun bilancio comune. Una cosa che non può funzionare, ma probabilmente l’unico mix politicamente accettabile per l’opinione pubblica ed il governo tedesco.
La dinamica demografica è il punto centrale: il tasso di natalità che era del 2,03 alla fine degli anni settanta era sceso nel 1990 al 1,45. In queste condizioni la popolazione invecchia e diminuisce. Soprattutto, ci sono sempre meno lavoratori che pagano sempre più pensioni. Diventa indispensabile accumulare in fretta ricchezza e tesaurizzarla (certo non trasferirla agli altri) per poter pagare le future pensioni. Inoltre bisogna proteggere il valore della ricchezza risparmiata ed accumulata nel sistema finanziario pubblico e privato (la Germania ha oggi le maggiori riserve mondiali) dall’inflazione. Infine queste risorse vanno investite in modo efficace.
Tutti i termini dell’equazione sono in campo. Dal 1990 la Germania progressivamente perde struttura industriale a vantaggio del sistema finanziario (e conserva solo quella rivolta all’esportazione), e propone a Mitterrand un Trattato che è presentato come un “sacrificio”. Viene proposta una Moneta Unica, nel contesto della completa liberalizzazione dei flussi di capitale, e la stabilità monetaria. Questa’ultima è offerta come un regalo tedesco. Su questo punto si incontra la maggiore rigidità, sicuramente molto superiore al mero interesse; un vero tratto caratteriale di popolo. La Corte Costituzionale tedesca ha più volte ribadito questo principio indisponibile, nella Sentenza del 2011 e da ultimo in quella del 2013. Lo Statuto della BCE è disegnato in conformità a questo criterio: l’unico scopo è la stabilità monetaria. Non è suo scopo garantire la crescita economica (e neppure, quindi, il contenimento della disoccupazione).
In conclusione, come dice Sapir: “la Germania otteneva un libero accesso ai mercati dei suoi vicini, in cambio offriva loro la possibilità di indebitarsi a buon mercato … per acquistare prodotti tedeschi”. Un capolavoro! E senza cannoniere!

Nei primi anni dell’Euro la Germania, come la Francia e l’Italia sono cresciute complessivamente poco (dal 2001 al 2007): la Francia del 1,8%, la Germania dell1,2% e l’Italia del 1,1%. Invece la Spagna è cresciuta del 3,4% e l’Irlanda del 5,5%, la Grecia del 4,1%. I paesi che hanno avuto più crescita sono quelli che poi si sono trovati più in difficoltà. La crescita tedesca è stata rivolta alle esportazioni verso i paesi a maggiore crescita, mentre ha visto una costante contrazione del suo mercato interno. Questo effetto si è avuto essenzialmente, per Sapir, per il trasferimento sulle imposte indirette degli oneri pagati dalle imprese. Questa sostanziale detassazione dei redditi industriali ha consentito di abbassare i prezzi, lasciando invariato il tasso di profitto. Di qui la famosa “competitività” tedesca. “Sono dunque le altre economie, e in particolare quella francese, che hanno <trainato> la crescita dell’eurozona (e incidentalmente della Germania), ma al prezzo di un consistente deficit commerciale con la Germania. Se i principali paesi della zona euro avessero imitato la Germania, non solo questo meccanismo non avrebbe avuto nessun effetto (trattandosi di un tipico gioco a somma zero), ma la depressione della domanda interna in alcuni paesi avrebbe depresso ancora di più la crescita dell’eurozona. Si noti infine che questa depressione del mercato interno si è potuta realizzare senza effetti negativi sull’occupazione solo perché la Germania registra un significativo calo demografico”. (S., p. 45)

Gli effetti di questa struttura, oltre a deprimere nel suo complesso la crescita dell’eurozona (che è stata mediocre, ca. 1,8% nel periodo, ed inferiore a quella dei paesi vicini) è stata la deindustrializzazione. L’euro forte (e senza diritti doganali) determina un continuo stato di sofferenza della struttura industriale francese (ed italiana). Ora poiché l’industria “è un tipo di attività che crea una struttura degli stipendi molto diversa da quella di un’economia in cui predomina la finanza, i servizi alla persona e il commercio” (S., p. 120), determina una polarizzazione tra un piccolo numero di occupati ad alto reddito e una maggioranza che guadagna poco. Una struttura simile al XIX secolo (nel quale la maggioranza della popolazione urbana era addetta a servizi alla persona, cioè erano domestici o camerieri).

Nella crisi attuale queste dinamiche trovano il loro punto di convergenza nel “muro” del Nord Europa a condividere la responsabilità della crescita con il Sud; rifiuto che prende la forma di Sentenze e di ditkat nei vertici. Quindi prende la forma della famosa “Austerità”. Che altro non è che il rifiuto di diluire il debito (perdendo stabilità finanziaria) o revocarlo (perdendo tesaurizzazione e risparmi del Nord). Questi rifiuti sono assolutamente strutturali e non sono rimuovibili.

Tra le alternative possibili, che Sapir indica, quella di “monetizzare il debito” attraverso la BCE è impedita dal suo Statuto e dalle continue posizioni tedesche sul tema. L’ultima Sentenza della Corte verteva proprio su questo punto. Il ripristino del meccanismo degli anticipi della Banca Centrale (come succede in Giappone ed in qualche misura anche in America) è impensabile nel quadro detto. Ciò anche se alleggerirebbe la pressione del debito, comporterebbe il risparmio di enormi risorse (che, però, in effetti remunerano gli investitori e dunque rappresentano proprio quel meccanismo di tesaurizzazione e rendimento del risparmio che è cercato come soluzione all’invecchiamento dalla Germania), e “porterebbe l’eurozona fuori della tirannide dei mercati e delle agenzie di rating” (S. p 109) Altra ipotesi, implausibile, è il cosiddetto Euro del Sud.

Il nocciolo della questione, per Sapir, è in effetti un’altra: la sovranità. Solo la riaffermazione della sovranità, quindi del potere, può portare a una politica economica ed a uno sviluppo istituzionale in grado di portare l’eurozona fuori di questa crisi. Ciò significa ritornare al fondamento dello Stato-Nazione ed alla democrazia. Occorre in questa direzione revocare l’articolo 63 del Trattato di Lisbona e reintrodurre efficaci controlli sui capitali. Quindi definire un nuovo meccanismo di coordinamento monetario sotto la regia della BCE. La proposta di Sapir è di tornare ad una Moneta Comune (cioè ad una moneta per l’esterno in presenza di monete nazionali coordinate, i cui cambi di definiscano una volta all’anno).

Questa soluzione o la tragedia. Bisogna decidere se si vuole essere protagonisti della storia o solo suoi spettatori (Sapir allude a cambiamenti rivoluzionari, al termine di lunghi percorsi di sofferenza insostenibile).


Nessun commento:

Posta un commento