Jacques Sapir è
un economista francese, insegna alla EHESS di Parigi ed all’Università di
Mosca, animatore di un blog
molto seguito e da tempo su posizioni altamente critiche sull’Euro. La sua tesi
fondamentale è che la Moneta Unica va superata
verso una Moneta Comune che può
essere gestita per gli scambi con l’esterno e convivere con monete nazionali il
cui concambio sia registrato ad intervalli fissi.
In questo libro,
scritto nel 2011 e pubblicato nel 2012, Sapir sostiene che l’errore centrale
che rende non gestibili le nostre crisi, in Europa, è la completa
liberalizzazione dei capitali voluta dai socialisti francesi (Commissione
Delors) e dai tedeschi. Questa decisione, insieme al divieto del finanziamento
diretto del deficit statale attraverso le banche centrali (indipendenza delle
stesse dal potere democratico politico), è la radice delle inestricabili
difficoltà di finanziamento in cui si dibatte l’Europa. Sapir non esita a
chiamare “una follia” (S.,p. 115) questa decisione. Si tratta del nodo centrale
dell’approccio neoliberale (che giustamente è richiamato come un sistema
complessivo di teorie, istituzioni e forze sociali), che è fatto risalire (in
relazione all’idea di Unione Monetaria Europea) all’articolo di Robert Mundell
del 1961. Sotto le ipotesi di perfetta mobilità dei capitali, dei lavoratori e
delle merci, in regime di libero scambio, un’economia non avrebbe più bisogno
di una politica monetaria nazionale. Questa liberalizzazione avvicinerebbe,
invece, l’economia all’ideale del <equilibrio generale> walrasiano
(quello stato di perfezione ideale nel quale ogni azione intenzionale pubblica
non può che produrre distruzione di ricchezza). Una teoria del XIX secolo
(Walras è uno dei padri dell’economia neoclassica) che esce dal suo statuto di
astrazione matematica per entrare in questo modo in quello, del tutto abusivo,
di modello ideale di società. Secondo le belle parole di Sapir: “c’è
chiaramente una dimensione patologica, una dimensione folle, in questo
progetto. E’ quanto si riscontra ogni volta che ci troviamo di fronte alla
teoria neoclassica e alle sue agghiaccianti fantasie di omogeneità degli agenti
e delle situazioni, di negazione del tempo e di assenza della moneta. Poiché si
crede di possedere un sapere di grado superiore, si vuole a tutti i costi che
la realtà vi si conformi. Questa è anche la base della deriva totalitaria di
molti economisti”. (S, p.26)
In effetti
Mundell non si era dedicato ad una dimostrazione teorica, ma ad una difesa di
una posizione ex-ante. Il Modello Mundell-Fleming ha quindi fornito le basi di
un discorso volto a cercare di presentare la moneta unica come la migliore
delle soluzioni possibili.
In realtà tutti
i vantaggi illustrati (eliminare i costi di transazione e le incertezze di
cambio, eliminare la concorrenza tra monete e costringere la politica economica
ad uniformità) sono tali solo nel quadro della liberalizzazione totale dei
movimenti di capitali, cioè sotto la pressione dei mercati finanziari. Infatti,
“se la totale libertà dei capitali ha pochi vantaggi per le economie, ne ha
molti di più per coloro che vivono – e prosperano- sulle operazioni puramente
speculative” (S.,p.27). Una teoria quindi disegnata a vantaggio del
“capitalista finanziarizzato ed apolide”. Che, infatti, è attualmente il
signore della situazione.
Nei manuali di
economia sviluppati sulle basi del Modello Mundel-Fleming, non ci può essere
default sul debito perché, semplicemente, gli attori economici sono
“razionali”, e sanno in anticipo se un debito non potrà essere rimborsato; dunque
lo eviterà. L’ipotesi delle aspettative
razionali, implica, che ciascuno possa emettere e gestire correttamente
debiti. Il Banchiere Centrale non è più così importante, perché il mercato si
autoregola efficacemente. Di qui la limitazione alla stabilità dei prezzi.
Naturalmente non possono esistere neppure le crisi di liquidità, e neppure la
disoccupazione involontaria (anche se probabilmente non lo sa, John Elkan
citava questa teoria con il suo <i giovani non vogliono trovare lavoro>).
Ne consegue
anche la teoria che il “mercato” sia sempre razionale, e in ogni caso sia il
miglior modo di determinare il valore dei beni (e dei tassi di cambio). Per
questo motivo non si devono imporre controlli dei flussi, né di capitali né di
merci o persone.
Tutto questo
precipita nell’articolo 63 del Trattato di Lisbona, che è un autentico
manifesto del pensiero neoliberale e determina la totale libertà di
circolazione dei capitali. Mettendo, in effetti, le economie europee nelle mani
della speculazione finanziaria. E’ questo articolo che rende “necessaria”
l’Unione Monetaria. Tuttavia, nel farlo apre anche lo spazio per una congerie
di strumenti di gestione del rischio altamente remunerativi, tra i sistemi
bancari europei non perfettamente allineati e non governati (per mancanza di
strumenti, come ammesso anche dal Vicepresidente)
dalla BCE. E’ la remunerazione a breve termine (che ha alimentato gli squilibri
crescenti nelle banche europee) che ha prodotto, nel tempo, la trappola nella
quale ci troviamo.
Certo, nel
frattempo ha comportato anche una stagione di crescita dei profitti del sistema
finanziario senza paragoni. La Commissione
Delors , composta interamente da banchieri, ha evidentemente
fatto un buon lavoro. Ma alla fine ha destabilizzato tutti i loro bilanci (e
tramite questi quelli degli Stati). Il conto che arriva al termine del pranzo
luculliano è quindi altrettanto importante.
A questo punto
il centro della resistenza (apparente) diventa l’Euro. Poiché qualsiasi alternativa
possibile passerebbe per il controllo dei capitali (e forse anche di merci e
lavoratori), la difesa della struttura neoliberale della Moneta Unica prende la
forma di una maggiore deregolazione e regressione sociale. Lo vediamo bene nei
paesi “sovra indebitati” (in realtà lo sono solo in questo paradigma), e in
quelli che sono finiti sotto il controllo di quell’organo provvisorio
extrademocratico che è la Troika.
Il punto è chiarito da Sapir in questo modo: “l’Euro è usato a pretesto da
tutti coloro che, avendo ampiamente beneficiato degli effetti di questa
deregolamentazione e di questa regressione sociale, intendono, contro tutto e
tutti, renderli più profondi. E’ quanto non capiscono tutti coloro che vanno
ripetendo che l’euro, non essendone la causa originaria, non può essere
responsabile di tali misure. Oggi, queste misure neoliberiste si incardinano
proprio nell’euro, che ne raccoglie ne
concentra gli effetti.” (S., p.52)
L’Euro è una
moneta senza Stato. E questo è un vulnus profondissimo: una moneta è il debito
che lo stato emette come contropartita degli obblighi verso la popolazione e
che serve (anche storicamente) per il pagamento delle tasse. Senza Stato non
può esistere una moneta stabile e affidabile. La BCE non lo può surrogare. Lo vediamo ogni qual
volta la percezione della coesione tra gli Stati semisovrani che costituiscono
l’area euro, scricchiola. Appena si percepisce una riduzione della
determinazione a proseguire il percorso di armonizzazione la “speculazione” si
riaffaccia. Probabilmente non tarderà neppure oggi, dopo la Sentenza
della Corte Costituzionale Tedesca di qualche giorno fa.
Sapir passa poi
ad identificare i motivi per i quali si è determinata questa struttura della
situazione, ed identifica l’insoddisfazione della Germania per il Sistema
Monetario precedente (lo SME, nel quale le diverse monete erano tenute ad una
banda di oscillazione inizialmente molto piccola) che, comunque, lasciava ai
paesi la possibilità di consentire svalutazioni. La Germania è in calo
demografico importante, e questo la mette su una strada di potenziale declino,
dunque aveva bisogno contemporaneamente di proteggere la propria industria di
esportazione e di evitare la soluzione proposta da Jenkins nel 1977 (una Unione
Politica e Monetaria con un forte bilancio comune). La soluzione è avere una
Moneta Unica (e non la Moneta Comune
dello SME), ed insieme nessun bilancio comune. Una cosa che non può funzionare,
ma probabilmente l’unico mix politicamente accettabile per l’opinione pubblica
ed il governo tedesco.
La dinamica demografica è il punto
centrale: il tasso di natalità che era del 2,03 alla fine degli anni settanta
era sceso nel 1990 al 1,45. In queste condizioni la popolazione invecchia e
diminuisce. Soprattutto, ci sono sempre meno lavoratori che pagano sempre più
pensioni. Diventa indispensabile accumulare in fretta ricchezza e tesaurizzarla
(certo non trasferirla agli altri) per poter pagare le future pensioni. Inoltre
bisogna proteggere il valore della ricchezza risparmiata ed accumulata nel
sistema finanziario pubblico e privato (la Germania ha oggi le maggiori riserve mondiali)
dall’inflazione. Infine queste risorse vanno investite in modo efficace.
Tutti i termini
dell’equazione sono in campo. Dal 1990 la Germania progressivamente perde struttura
industriale a vantaggio del sistema finanziario (e conserva solo quella rivolta
all’esportazione), e propone a Mitterrand un Trattato che è presentato come un
“sacrificio”. Viene proposta una Moneta Unica, nel contesto della completa
liberalizzazione dei flussi di capitale, e la stabilità monetaria. Questa’ultima
è offerta come un regalo tedesco. Su questo punto si incontra la maggiore
rigidità, sicuramente molto superiore al mero interesse; un vero tratto
caratteriale di popolo. La Corte
Costituzionale tedesca ha più volte ribadito questo principio
indisponibile, nella Sentenza del 2011 e da ultimo in quella
del 2013. Lo Statuto della BCE è disegnato in conformità a questo criterio:
l’unico scopo è la stabilità monetaria. Non è suo scopo garantire la crescita
economica (e neppure, quindi, il contenimento della disoccupazione).
In conclusione,
come dice Sapir: “la Germania
otteneva un libero accesso ai mercati dei suoi vicini, in cambio offriva loro la
possibilità di indebitarsi a buon mercato … per acquistare prodotti tedeschi”.
Un capolavoro! E senza
cannoniere!
Nei primi anni
dell’Euro la Germania ,
come la Francia
e l’Italia sono cresciute complessivamente poco (dal 2001 al 2007): la Francia del 1,8%, la Germania dell1,2% e
l’Italia del 1,1%. Invece la
Spagna è cresciuta del 3,4% e l’Irlanda del 5,5%, la Grecia del 4,1%. I paesi
che hanno avuto più crescita sono quelli che poi si sono trovati più in
difficoltà. La crescita tedesca è stata rivolta alle esportazioni verso i paesi
a maggiore crescita, mentre ha visto una costante contrazione del suo mercato
interno. Questo effetto si è avuto essenzialmente, per Sapir, per il
trasferimento sulle imposte indirette degli oneri pagati dalle imprese. Questa
sostanziale detassazione dei redditi industriali ha consentito di abbassare i
prezzi, lasciando invariato il tasso di profitto. Di qui la famosa
“competitività” tedesca. “Sono dunque le altre economie, e in particolare
quella francese, che hanno <trainato> la crescita dell’eurozona (e
incidentalmente della Germania), ma al prezzo di un consistente deficit
commerciale con la Germania. Se
i principali paesi della zona euro avessero imitato la Germania , non solo questo
meccanismo non avrebbe avuto nessun effetto (trattandosi di un tipico gioco a
somma zero), ma la depressione della domanda interna in alcuni paesi avrebbe
depresso ancora di più la crescita dell’eurozona. Si noti infine che questa
depressione del mercato interno si è potuta realizzare senza effetti negativi
sull’occupazione solo perché la
Germania registra un significativo calo demografico”. (S., p.
45)
Gli effetti di
questa struttura, oltre a deprimere nel suo complesso la crescita dell’eurozona
(che è stata mediocre, ca. 1,8% nel periodo, ed inferiore a quella dei paesi
vicini) è stata la deindustrializzazione. L’euro forte (e senza diritti
doganali) determina un continuo stato di sofferenza della struttura industriale
francese (ed italiana). Ora poiché l’industria “è un tipo di attività che crea
una struttura degli stipendi molto diversa da quella di un’economia in cui
predomina la finanza, i servizi alla persona e il commercio” (S., p. 120),
determina una polarizzazione tra un piccolo numero di occupati ad alto reddito
e una maggioranza che guadagna poco. Una struttura simile al XIX secolo (nel
quale la maggioranza della popolazione urbana era addetta a servizi alla
persona, cioè erano domestici o camerieri).
Nella crisi
attuale queste dinamiche trovano il loro punto di convergenza nel “muro” del
Nord Europa a condividere la responsabilità della crescita con il Sud; rifiuto
che prende la forma di Sentenze e di ditkat
nei vertici. Quindi prende la forma della famosa “Austerità”. Che altro non è
che il rifiuto di diluire il debito (perdendo stabilità finanziaria) o
revocarlo (perdendo tesaurizzazione e risparmi del Nord). Questi rifiuti sono
assolutamente strutturali e non sono rimuovibili.
Tra le
alternative possibili, che Sapir indica, quella di “monetizzare il debito”
attraverso la BCE
è impedita dal suo Statuto e dalle continue posizioni tedesche sul tema.
L’ultima Sentenza della Corte verteva proprio su questo punto. Il ripristino
del meccanismo degli anticipi della Banca Centrale (come succede in Giappone ed
in qualche misura anche in America) è impensabile nel quadro detto. Ciò anche
se alleggerirebbe la pressione del debito, comporterebbe il risparmio di enormi
risorse (che, però, in effetti remunerano gli investitori e dunque
rappresentano proprio quel meccanismo di tesaurizzazione e rendimento del
risparmio che è cercato come soluzione all’invecchiamento dalla Germania), e
“porterebbe l’eurozona fuori della tirannide dei mercati e delle agenzie di
rating” (S. p 109) Altra ipotesi, implausibile, è il cosiddetto Euro del Sud.
Il nocciolo
della questione, per Sapir, è in effetti un’altra: la sovranità. Solo la riaffermazione della sovranità, quindi del
potere, può portare a una politica economica ed a uno sviluppo istituzionale in
grado di portare l’eurozona fuori di questa crisi. Ciò significa ritornare al
fondamento dello Stato-Nazione ed alla democrazia. Occorre in questa direzione
revocare l’articolo 63 del Trattato di Lisbona e reintrodurre efficaci
controlli sui capitali. Quindi definire un nuovo meccanismo di coordinamento
monetario sotto la regia della BCE. La proposta di Sapir è di tornare ad una
Moneta Comune (cioè ad una moneta per l’esterno in presenza di monete nazionali
coordinate, i cui cambi di definiscano una volta all’anno).
Questa soluzione o la tragedia. Bisogna
decidere se si vuole essere protagonisti della storia o solo suoi spettatori
(Sapir allude a cambiamenti rivoluzionari, al termine di lunghi percorsi di
sofferenza insostenibile).

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