Pagine

sabato 15 febbraio 2014

Dello scambio tra sostegni e privilegi : circa l’inchiesta sul Movimento dei disoccupati


Una premessa necessaria: vivo a Napoli, ma da molto tempo non frequento gli ambienti amministrativi verso i quali sarebbe rivolta la pressione sociale organizzata dal Movimento dei disoccupati. Inoltre so, anche per esperienza diretta che questo movimento, come tanti altri, è frequentato da persone disperate ed in buona fede. Almeno nella stragrande maggioranza.
Inoltre non sono a conoscenza, né in via diretta, né indiretta, di episodi o circostanze nelle quali possano essere stati compiuti reati, e non è mia intenzione sostituirmi ad alcun organo preposto a tale identificazione o repressione.

Tuttavia vorrei egualmente riflettere su questa dinamica, perché è importante ed ha radici profonde. Di molto più radicate della crisi del 2008. Affonda le sue provenienze in un’intera cultura che vede, nel mezzogiorno in particolare, il rapporto tra il potere e la parte più debole della società, incardinato in una relazione di sfruttamento reciproco. Stato di simbiosi e di parassitismo; in entrambe le direzioni.
Mi pare che questa secolare tradizione muova il sottobosco (e le identità naturalmente incistate in questo terreno di coltura) i cui vapori alimentano gli stessi alberi che nei rami alti prendono il sole e l’aria fresca del Golfo.

Ma vediamo i fatti, come sono raccontati dalle inchieste: si tratta di un’inchiesta, condotta dalla Digos, e formula l’ipotesi accusatoria che siano stati compiuti reati in associazione finalizzati ad “ottenere trattamenti privilegiati nell'assegnazione e [nell’] uso, talvolta clientelare, di risorse pubbliche per l'erogazione di contributi, la concessione di sussidi e l'avvio al lavoro”. Dunque l’ipotesi che siano state organizzate azioni non allo scopo di favorire lo sviluppo di occupazione (per tutti), esercitando una legittima pressione politica in direzione di una specifica allocazione di risorse pubbliche o di una regolazione specifica, ma di garantire per i propri associati privilegi. La stessa pressione non è stata rivolta all’opinione pubblica ed alla sfera politica generalmente intesa, ma a specifici decisori. Evidentemente la distribuzione di risorse pubbliche per finanziare un Corso di Formazione, o una Azienda Speciale o Mista, e quindi “assorbire” e “stabilizzare” specifiche “Liste di disoccupati” è automaticamente a danno di altre allocazioni alternative (essendo non illimitate le risorse). Inoltre viene formulata l’ipotesi che la dinamica sia stata di tipo “clientelare” (ovvero finalizzata a scambi di utilità, a fronte di contropartite, in favore del dominus di turno). Infine, che l’oggetto sia stato l’avvio al lavoro (formazione), la concessione di sussidi o contributi.
Secondo l’ipotesi non si è trattato del legittimo “esercizio di diritti costituzionali” e di dissenso, ma “azioni delittuose inquadrate in una logica prettamente criminale”. Una distinzione complessa.

Il punto forse qualificante, secondo la Procura di Napoli, è l’organizzazione di un sistematico “uso ricattatorio della violenza di piazza”, che arriva sino “all'intimidazione di pubblici ufficiali ed istituzionali”. Le azioni elencate sono “blocchi ferroviari e portuali, occupazione di uffici pubblici e di luoghi sacri e museali, devastazioni di sedi di partiti politici”. Ma anche “l’incendio di cassonetti di rifiuti, danneggiamento e incendio di autobus, autovetture private ed arredi pubblici, violenze in danno di pubblici ufficiali e sofisticate campagne intimidatorie in danno di personalità politiche ritenute ostili, con grave danno per l'ordine pubblico nonché per la tranquillità dei cittadini e l'ordinato svolgersi della vita economica e sociale della città di Napoli, sovente financo costretta alla paralisi”.

La difesa del Movimento è che si tratta di “un allucinante teorema repressivo che equipara le lotte per il lavoro ad un evento criminale”. Un’operazione repressiva contro i disoccupati che resta finalizzata sostanzialmente “a mettere a tacere una realtà di lotta e di organizzazione sociale che, negli anni, ha contrastato la gestione affaristica e clientelare del mercato del lavoro e ha rappresentato un elemento di rinascita sociale e di emancipazione per migliaia di senza lavoro. Non è un caso che gli arresti di Napoli sono avvenuti in concomitanza con quelli effettuati a Roma contro il movimento di lotta per la casa ed il diritto all'abitare”. In certo senso in questa autodifesa si rovesciano i termini: la gestione del “mercato del lavoro”, da parte delle istituzioni è “affaristica” (immagino nel senso di favorire “comitati di affari” e dirigere affidamenti e gare) e “clientelare” (cioè dietro tornaconto politico). Al contrario, la mobilitazione spontanea dei Comitati Bros è elemento di “rinascita sociale” ed “emancipazione”. Si tratta quindi di un’articolazione di diritti (tra cui primo è il “diritto al lavoro”, che è interpretato in senso concreto; il diritto ad avere un “posto” dallo Stato tramite una diretta assunzione).
L’inchiesta farebbe parte, insomma, di una strategia di controllo sociale a scopo preventivo.
Ancora: “la linea di condotta dei poteri forti del capitale, del governo e delle varie amministrazioni locali - tra cui la Regione Campania - è quella di azzerare il conflitto sociale, intimidire e reprimere chi si organizza e lotta per meglio imporre le proprie ricette economiche di lacrime e sangue e di macelleria sociale”.

Facciamo mezzo passo indietro: chiaramente questo conflitto si gioca ed esaspera nel contesto di restrizione della spesa pubblica di questi ultimi anni, ma viene da molto più lontano. Le lotte organizzate dei disoccupati nel contesto napoletano affondano almeno agli anni settanta/ottanta (con i cosiddetti “Banchi Nuovi”) ed ha una tradizione di radicalismo politico ed esercizio della violenza di piazza che non hanno certo inventato i Bros. Durante gli anni del centrosinistra le proteste sono state continue e pressanti, gli episodi serrati. Per contenerlo e gestirlo ci fu la stagione delle aziende miste e dei “lavoratori socialmente utili” (alcune sigle di quegli anni: Recam, PAN). Più di recente, con le giunte di centrodestra, che sono coincise con la fase più acuta di restrizione della spesa pubblica (praticamente azzerata) nel mirino dei Bros era finito l’assessore al Lavoro della Regione Campania, Severino Nappi, costretto da anni a vivere sotto scorta.
Tutto il fenomeno va inquadrato nel contesto della cronica mancanza di lavoro stabile, sicuro, ben pagato e dignitoso che caratterizza l’economia sociale del sud. Dove si registrano livelli di disoccupazione e sottoccupazione ormai di tipo greco. La maggioranza dei giovani non lavora, o si arrangia in episodici lavoretti. Ci sono quartieri, dove la stragrande maggioranza della popolazione non lavora o è dedita a piccoli o grandi traffici, micro commercio, servizi. In Campania, nel 2012, secondo l’ISTAT (tab. 9.1) i “non forza lavoro” nella fascia attiva, da 15 a 64 anni, sono in numero superiore agli occupati nei servizi, che a loro volta sono oltre il doppio degli occupati nell’industria. I pensionati sono in numero superiore agli occupati nell’industria (cfr, anche qui). In complesso si vede l’occupazione interessare una minoranza della popolazione (con un “tasso di attività” di poco superiore al 40%, simile a quello siciliano che è il più basso d’Italia. e venti punti sotto il 61% del Piemonte). Di questa, la maggioranza è impegnata in lavori nel terziario a basso salario (piccolo commercio, intermediazione, servizi) e solo una piccola minoranza nell’industria o nel pubblico impiego. Questo contesto sociale obiettivamente inquadra l’impiego pubblico stabile come un eldorado. Un sogno da raggiungere per definire una vita di successo.
In particolare nei quartieri marginali, dove il livello medio di istruzione ed il tessuto sociale è particolarmente povero, questo obiettivo finisce per essere l’unica carriera plausibile (per chi non intende rassegnarsi ad una vita di lavoretti precari, brevi periodi di attività in qualche industria artigiana in condizioni di sottoimpiego e, non di rado, alto rischio sanitario e professionale; o all’occupazione nella fiorente industria della criminalità organizzata). L’unica carriera plausibile per le persone oneste che non vogliano emigrare.
Ma come si accede all’impiego pubblico in epoca di “spending review”? Quando concorsi e turn over sono bloccati da anni? Tradizionalmente la strada era l’inserimento nel parco clienti di qualche politico, e quindi la partecipazione alla filiera di costruzione di “pacchetti di voti” disponibili a vendersi in cambio dell’occupazione (o di altre utilità intermedie). Questa pratica non è certo tramontata, ma è ormai molto difficile per il politico regionale di turno (alle Regionali si vota con le preferenze) “restituire” il favore. Questa circostanza allarga lo spazio della disperazione. Determina la perdita di speranza e la chiusura di consolidati e tradizionali percorsi di “carriera” verso l’occupazione stabile.
In questo oceano di deprivazione economica, nel tessuto sociale impoverito, nella assoluta mancanza di realistiche prospettive che non siano nel circuito criminale o nell’emigrazione (che è sempre stata storicamente la grande valvola di sfogo attivata) sono state costruite carriere politiche e percorsi di integrazione alternativi. Sentieri di progressiva “stabilizzazione” ed “assorbimento”.
Ciò considerato una delle domande che “balla” dentro questa vicenda è come funziona la disperazione, a chi giova. Come si accede, in questo contesto sociale, alla parola ed alla voce. Come si riesce ad emergere quel tanto che basta ad essere inseriti nelle “liste” della speranza che, di volta in volta, saltano fuori e vengono sottoposte per un “Corso di Formazione”, per una “stabilizzazione”, per una “chiamata”. Come si formano le cordate, come si determina la massa critica necessaria, come si guadagna una reputazione.
Come quindi si spende la reputazione, ed il seguito ottenuto, nel rapporto con il potere. E come la relazione che s’istituisce, tra chi è dentro il sistema decisionale pubblico e chi esercita la pressione per risolvere la propria vita, articola una dinamica di ricatto reciproco; cioè di sostegno mutuo sotto ricatto effettivo o potenziale.

Questa è la dinamica che determina la necessità di alzare sempre il gioco, e può produrre, per un fenomeno di concorrenza per l’accesso alla voce, una escalazione di conflitto continua. La necessità di azioni sempre più eclatanti, la relazione di assedio, di spinta continua, di potenziamento che non cessa quando una “lista” viene “assorbita”. Perché, al contrario, questo “successo” determina solo un rafforzamento. Della reputazione, del seguito. Conferma, tramite il “caso di successo”, che la strada è giusta. Dai due lati della polarità cresce la pressione a ripeterlo. Si stringe una sorta d’intrappolamento.
Poiché si tratta di una dinamica che muove da almeno 30 anni (e che va ad inserirsi, anche con una rottura utile, nel sistema del “collocamento” clientelare su cui la DC costruiva le sue fortune) si può vedere che è una dinamica autoperpetuantesi. L’inserimento dei leader (il capo storico fu tal Mimmo Pinto) nell’establishment (più o meno permanentemente) determina solo la perdita di reputazione degli stessi e la loro sostituzione, da parte di nuovi leader più arrabbiati, più affamati. O di nuovi gruppi.
Ma il nuovo gruppo riproduce lo stesso canovaccio. Dato che ha avuto successo. E cerca di potenziarlo. Si crea un vero e proprio esercito disponibile.

Come se ne esce? La via giudiziaria, oltre a non riguardaci, non può essere la soluzione a dinamiche sociali così profonde. Il fenomeno è sociale e politico, ed è antico. Si è sempre prodotto il controllo sociale degli strati popolari tramite dinamiche di questo tipo, attraverso la tolleranza di prospettive apparentemente ribelliste e persino rivoluzionarie, ma che di fatto esprimono una volontà di integrazione ed un progetto sociale molto tradizionale (ottenere “il posto” dallo Stato). E che resta disponibile quindi a scambi tra sostegno e privilegi.
Il termine adoperato dai Bros, nella loro autodifesa che ho prima richiamato, “emancipazione”, è in questo contesto particolarmente fuorviante. L’emancipazione presuppone un incremento dell’autonomia e della libertà. Della capacità di autodeterminarsi, presuppone un affrancamento e riscatto. Al contrario quella che si determina è la strada dell’inserimento in strutture sociali di controllo, in un’organizzazione il cui fine è l’assorbimento individuale nel lavoro dipendente per lo Stato. Rispetto allo stato ex ante questa prospettiva può apparire fortemente desiderabile, ma determina fatalmente un orientamento degli strati marginali della società ad investire in un rapporto paternalistico anziché sulle proprie forze individuali e sulla solidarietà.

Non è facile individuare un progetto alternativo, e forse dal punto di vista degli attori locali non ce ne sono di altrettanto desiderabili (dovendo scegliere tra l’inserimento nel mondo del sottolavoro senza prospettive, l’occupazione saltuaria, l’emigrazione, o la criminalità), però dal punto di vista collettivo le risorse pubbliche andrebbero spese in direzione dell’effettiva emancipazione.


Ad esempio invece dello scambio tra sostegni e privilegi bisognerebbe alimentare ammortizzatori sociali universalistici, credito di imposta per l'avviamento al lavoro e formazione nel lavoro.

Nessun commento:

Posta un commento