Una premessa
necessaria: vivo a Napoli, ma da molto tempo non frequento gli ambienti
amministrativi verso i quali sarebbe rivolta la pressione sociale organizzata dal
Movimento dei disoccupati. Inoltre so, anche per esperienza diretta che questo
movimento, come tanti altri, è frequentato da persone disperate ed in buona
fede. Almeno nella stragrande maggioranza.
Inoltre non sono a
conoscenza, né in via diretta, né indiretta, di episodi o circostanze nelle
quali possano essere stati compiuti reati, e non è mia intenzione sostituirmi
ad alcun organo preposto a tale identificazione o repressione.
Tuttavia vorrei
egualmente riflettere su questa dinamica, perché
è importante ed ha radici profonde. Di molto più radicate della crisi del
2008. Affonda le sue provenienze in un’intera cultura che vede, nel mezzogiorno
in particolare, il rapporto tra il potere e la parte più debole della società, incardinato
in una relazione di sfruttamento reciproco. Stato di simbiosi e di
parassitismo; in entrambe le direzioni.
Mi pare che
questa secolare tradizione muova il sottobosco (e le identità naturalmente
incistate in questo terreno di coltura) i cui vapori alimentano gli stessi alberi
che nei rami alti prendono il sole e l’aria fresca del Golfo.
Ma vediamo i
fatti, come sono raccontati dalle inchieste:
si tratta di un’inchiesta, condotta dalla Digos, e formula l’ipotesi
accusatoria che siano stati compiuti reati in associazione finalizzati ad “ottenere
trattamenti privilegiati nell'assegnazione e [nell’] uso, talvolta clientelare,
di risorse pubbliche per l'erogazione di contributi, la concessione di sussidi
e l'avvio al lavoro”. Dunque l’ipotesi che siano state organizzate azioni non allo
scopo di favorire lo sviluppo di occupazione (per tutti), esercitando una
legittima pressione politica in direzione di una specifica allocazione di
risorse pubbliche o di una regolazione specifica, ma di garantire per i propri associati privilegi. La
stessa pressione non è stata rivolta all’opinione pubblica ed alla sfera
politica generalmente intesa, ma a specifici decisori. Evidentemente la
distribuzione di risorse pubbliche per finanziare un Corso di Formazione, o una
Azienda Speciale o Mista, e quindi “assorbire” e “stabilizzare” specifiche
“Liste di disoccupati” è automaticamente a danno di altre allocazioni alternative
(essendo non illimitate le risorse). Inoltre viene formulata l’ipotesi che la
dinamica sia stata di tipo “clientelare” (ovvero finalizzata a scambi di
utilità, a fronte di contropartite, in favore del dominus di turno). Infine,
che l’oggetto sia stato l’avvio al lavoro (formazione), la concessione di
sussidi o contributi.
Secondo
l’ipotesi non si è trattato del legittimo “esercizio di diritti costituzionali”
e di dissenso, ma “azioni delittuose inquadrate in una logica prettamente
criminale”. Una distinzione complessa.
Il punto forse
qualificante, secondo la
Procura di Napoli, è l’organizzazione di un sistematico “uso
ricattatorio della violenza di piazza”, che arriva sino “all'intimidazione di
pubblici ufficiali ed istituzionali”. Le azioni elencate sono “blocchi
ferroviari e portuali, occupazione di uffici pubblici e di luoghi sacri e
museali, devastazioni di sedi di partiti politici”. Ma anche “l’incendio
di cassonetti di rifiuti, danneggiamento e incendio di autobus, autovetture
private ed arredi pubblici, violenze in danno di pubblici ufficiali e
sofisticate campagne intimidatorie in danno di personalità politiche ritenute
ostili, con grave danno per l'ordine pubblico nonché per la tranquillità dei
cittadini e l'ordinato svolgersi della vita economica e sociale della città di
Napoli, sovente financo costretta alla paralisi”.
La difesa del Movimento è che si tratta di
“un allucinante teorema repressivo che
equipara le lotte per il lavoro ad un evento criminale”. Un’operazione
repressiva contro i disoccupati che resta finalizzata sostanzialmente “a mettere
a tacere una realtà di lotta e di organizzazione sociale che, negli anni, ha
contrastato la gestione affaristica e clientelare del mercato del lavoro e ha
rappresentato un elemento di rinascita sociale e di emancipazione per migliaia
di senza lavoro. Non è un caso che gli arresti di Napoli sono avvenuti in
concomitanza con quelli effettuati a Roma contro il movimento di lotta per la
casa ed il diritto all'abitare”. In certo senso in questa autodifesa si rovesciano i termini: la gestione del
“mercato del lavoro”, da parte delle istituzioni è “affaristica” (immagino nel
senso di favorire “comitati di affari” e dirigere affidamenti e gare) e “clientelare”
(cioè dietro tornaconto politico). Al contrario, la mobilitazione spontanea dei
Comitati Bros è elemento di “rinascita sociale” ed “emancipazione”. Si tratta quindi
di un’articolazione di diritti (tra cui primo è il “diritto al lavoro”, che è
interpretato in senso concreto; il diritto ad avere un “posto” dallo Stato
tramite una diretta assunzione).
L’inchiesta
farebbe parte, insomma, di una strategia di controllo sociale a scopo
preventivo.
Ancora: “la
linea di condotta dei poteri forti del capitale, del governo e delle varie
amministrazioni locali - tra cui la Regione Campania - è quella di azzerare il
conflitto sociale, intimidire e reprimere chi si organizza e lotta per meglio
imporre le proprie ricette economiche di lacrime e sangue e di macelleria
sociale”.
Facciamo mezzo passo indietro: chiaramente
questo conflitto si gioca ed esaspera nel contesto di restrizione della spesa
pubblica di questi ultimi anni, ma viene da molto più lontano. Le lotte
organizzate dei disoccupati nel contesto napoletano affondano almeno agli anni
settanta/ottanta (con i cosiddetti “Banchi Nuovi”) ed ha una tradizione di
radicalismo politico ed esercizio della violenza di piazza che non hanno certo
inventato i Bros. Durante gli anni del centrosinistra le proteste sono state
continue e pressanti, gli episodi serrati. Per contenerlo e gestirlo ci fu la
stagione delle aziende miste e dei “lavoratori socialmente utili” (alcune sigle
di quegli anni: Recam,
PAN).
Più di recente, con le giunte di centrodestra, che sono coincise con la fase
più acuta di restrizione della spesa pubblica (praticamente azzerata) nel
mirino dei Bros era finito l’assessore al Lavoro della Regione Campania,
Severino Nappi, costretto da anni a vivere sotto scorta.
Tutto il
fenomeno va inquadrato nel contesto della cronica mancanza di lavoro stabile,
sicuro, ben pagato e dignitoso che caratterizza l’economia sociale del sud.
Dove si registrano livelli di disoccupazione e sottoccupazione ormai di tipo
greco. La maggioranza dei giovani non lavora, o si arrangia in episodici
lavoretti. Ci sono quartieri, dove la stragrande maggioranza della popolazione
non lavora o è dedita a piccoli o grandi traffici, micro commercio, servizi. In
Campania, nel 2012, secondo l’ISTAT (tab. 9.1) i “non
forza lavoro” nella fascia attiva, da 15 a 64 anni, sono in numero superiore agli
occupati nei servizi, che a loro volta sono oltre il doppio degli occupati
nell’industria. I pensionati sono in numero superiore agli occupati
nell’industria (cfr, anche qui).
In complesso si vede l’occupazione interessare una minoranza della popolazione
(con un “tasso di attività” di poco superiore al 40%, simile a quello siciliano
che è il più basso d’Italia. e venti punti sotto il 61% del Piemonte). Di
questa, la maggioranza è impegnata in lavori nel terziario a basso salario
(piccolo commercio, intermediazione, servizi) e solo una piccola minoranza
nell’industria o nel pubblico impiego. Questo contesto sociale obiettivamente
inquadra l’impiego pubblico stabile come
un eldorado. Un sogno da raggiungere per definire una vita di successo.
In particolare
nei quartieri marginali, dove il livello medio di istruzione ed il tessuto
sociale è particolarmente povero, questo obiettivo finisce per essere l’unica carriera plausibile (per chi non
intende rassegnarsi ad una vita di lavoretti precari, brevi periodi di attività
in qualche industria artigiana in condizioni di sottoimpiego e, non di rado,
alto rischio sanitario e professionale; o all’occupazione nella fiorente
industria della criminalità organizzata). L’unica carriera plausibile per le
persone oneste che non vogliano emigrare.
Ma come si
accede all’impiego pubblico in epoca di “spending review”? Quando concorsi e
turn over sono bloccati da anni? Tradizionalmente la strada era l’inserimento
nel parco clienti di qualche politico, e quindi la partecipazione alla filiera
di costruzione di “pacchetti di voti” disponibili a vendersi in cambio
dell’occupazione (o di altre utilità intermedie). Questa pratica non è certo
tramontata, ma è ormai molto difficile per il politico regionale di turno (alle
Regionali si vota con le preferenze) “restituire” il favore. Questa circostanza
allarga lo spazio della disperazione.
Determina la perdita di speranza e la chiusura di consolidati e tradizionali percorsi
di “carriera” verso l’occupazione stabile.
In questo oceano
di deprivazione economica, nel tessuto sociale impoverito, nella assoluta
mancanza di realistiche prospettive che non siano nel circuito criminale o
nell’emigrazione (che è sempre stata storicamente la grande valvola di sfogo
attivata) sono state costruite carriere politiche e percorsi di integrazione
alternativi. Sentieri di progressiva “stabilizzazione” ed “assorbimento”.
Ciò considerato una
delle domande che “balla” dentro questa vicenda è come funziona la disperazione, a
chi giova. Come si accede, in questo contesto sociale, alla parola ed alla
voce. Come si riesce ad emergere quel tanto che basta ad essere inseriti nelle
“liste” della speranza che, di volta in volta, saltano fuori e vengono
sottoposte per un “Corso di Formazione”, per una “stabilizzazione”, per una
“chiamata”. Come si formano le cordate, come si determina la massa critica
necessaria, come si guadagna una
reputazione.
Come quindi si
spende la reputazione, ed il seguito ottenuto, nel rapporto con il potere. E come la relazione che s’istituisce,
tra chi è dentro il sistema decisionale pubblico e chi esercita la pressione
per risolvere la propria vita, articola una dinamica di ricatto reciproco; cioè
di sostegno mutuo sotto ricatto effettivo o potenziale.
Questa è la
dinamica che determina la necessità di alzare sempre il gioco, e può produrre,
per un fenomeno di concorrenza per l’accesso alla voce, una escalazione di
conflitto continua. La necessità di azioni sempre più eclatanti, la relazione
di assedio, di spinta continua, di potenziamento che non cessa quando una
“lista” viene “assorbita”. Perché, al contrario, questo “successo” determina
solo un rafforzamento. Della reputazione, del
seguito. Conferma, tramite il “caso di successo”, che la strada è giusta. Dai
due lati della polarità cresce la pressione a ripeterlo. Si stringe una sorta d’intrappolamento.
Poiché si tratta
di una dinamica che muove da almeno 30 anni (e che va ad inserirsi, anche con
una rottura utile, nel sistema del “collocamento” clientelare su cui la DC costruiva le sue fortune) si
può vedere che è una dinamica autoperpetuantesi. L’inserimento dei leader (il
capo storico fu tal Mimmo Pinto) nell’establishment (più o meno
permanentemente) determina solo la perdita di reputazione degli stessi e la
loro sostituzione, da parte di nuovi leader più arrabbiati, più affamati. O di
nuovi gruppi.
Ma il nuovo
gruppo riproduce lo stesso canovaccio. Dato che ha avuto successo. E cerca di
potenziarlo. Si crea un vero e proprio esercito disponibile.
Come se ne esce? La via giudiziaria,
oltre a non riguardaci, non può essere la soluzione a dinamiche sociali così
profonde. Il fenomeno è sociale e politico, ed è antico. Si è sempre prodotto
il controllo sociale degli strati popolari tramite dinamiche di questo tipo,
attraverso la tolleranza di prospettive apparentemente ribelliste e persino rivoluzionarie,
ma che di fatto esprimono una volontà di integrazione ed un progetto sociale
molto tradizionale (ottenere “il posto” dallo Stato). E che resta disponibile quindi
a scambi tra sostegno e privilegi.
Il termine
adoperato dai Bros, nella loro autodifesa che ho prima richiamato, “emancipazione”, è in questo contesto
particolarmente fuorviante. L’emancipazione presuppone un incremento
dell’autonomia e della libertà. Della capacità di autodeterminarsi, presuppone un
affrancamento e riscatto. Al contrario quella
che si determina è la strada dell’inserimento in strutture sociali di
controllo, in un’organizzazione il cui fine è l’assorbimento individuale nel
lavoro dipendente per lo Stato. Rispetto allo stato ex ante questa prospettiva
può apparire fortemente desiderabile, ma determina fatalmente un orientamento
degli strati marginali della società ad investire in un rapporto paternalistico
anziché sulle proprie forze individuali e sulla solidarietà.
Non è facile
individuare un progetto alternativo, e forse dal punto di vista degli attori
locali non ce ne sono di altrettanto desiderabili (dovendo scegliere tra l’inserimento
nel mondo del sottolavoro senza prospettive, l’occupazione saltuaria, l’emigrazione,
o la criminalità), però dal punto di vista collettivo le risorse pubbliche andrebbero spese in direzione dell’effettiva
emancipazione.
Ad esempio invece
dello scambio tra sostegni e privilegi bisognerebbe alimentare ammortizzatori sociali
universalistici, credito di imposta per l'avviamento al lavoro e formazione nel
lavoro.

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