L’apparentemente
irresistibile tendenza internazionale alla polarizzazione dei redditi, dei
patrimoni e dell’articolazione sociale, che ha accumulato nel tempo un enorme gap
tra il primo 5% della distribuzione dei redditi ed il restante 95%, sta
cambiando letteralmente “dalla testa ai piedi” le nostre società. Si tratta,
sia subito chiaro, di una distanza insostenibile, moralmente ingiustificabile e
funzionalmente inefficiente. Quel che muta è sia il modo di stare insieme, nel
tempo e nello spazio, sia quello di agire politicamente insieme, sia infine
quello di vivere, lavorare e produrre. Stiamo entrando in un’altra
civilizzazione.
Questo
cambiamento epocale, richiederà osservazione ed approfondimento a tutta una
generazione, ma non credo vada preso per “stato di natura”, senza cercare di
attenuarlo ed adattarsi. Possibilmente di
arrestarlo ed invertirlo. Occorre attivare, in altre parole, la stessa
strategia che alcuni generosi provano a mobilitare per i cambiamenti climatici.
Come quelli siamo in presenza di un fenomeno mondiale, creato dall’uomo,
effetto di innumerevoli scelte individuali e di alcune strutture di relazione
consolidate, con grandissima inerzia e progressività, dalle immense conseguenze
cumulate; ma si tratta di un fenomeno lento e inavvertibile anno-per-anno.
Come per il
cambiamento climatico bisogna quindi attivare, contemporaneamente, politiche
rivolte a cambiare i comportamenti individuali, le culture, a ridurre ed arrestare
gli impatti riconosciuti e identificati (in quel caso, ad esempio, quelli delle
centrali a carbone), ad adattare i territori alle conseguenze che non si
possono evitare (aumentando, ad esempio, la protezione idrogeologica).
Come per il
cambiamento climatico le resistenze sono straordinarie, da parte delle forze
che si trovano bene nelle attività e entro le dinamiche che lo provocano (non
intenzionalmente, ma come effetto secondario). E sono straordinarie le
resistenze politiche, indotte dalla paura di perdere attività, economie,
sostegno oggi garantite da questi settori (ad esempio dal settore di
generazione elettrica tradizionale). Tutto ciò è comprensibile.
Ma ci vuole più coraggio.
Vorrei quindi prendere
solo un piccolo pezzetto del grande tema: quello del riposizionamento
industriale. La nostra economia, in questo momento, impiega ca. il 15% della
forza lavoro nel settore della produzione di beni (in America ormai è all’8% e
in Germania qualche punto più di noi). In parte la nostra struttura industriale
è ancora concentrata su prodotti di largo consumo, per un cliente medio e medio-inferiore
(come livello di reddito). E’ anche distribuita sul territorio in modo molto
disperso (in seguito alla tendenza, che parte dagli anni ottanta, della “città
dispersa”, o “metropolitana”) e fatica a fare sistema e connessione. La
struttura industriale è per lo più fatta di piccole industrie, poco
internazionalizzate (con qualche eccezione di eccellenza e pregio) e che, in
conseguenza, investono poco in ricerca. La relazione tra Università ed
Industria (per colpa di entrambi) non è mai decollata. Tutte cose molto note.
La polarizzazione economica (con il primo 10% che
consuma una metà del totale), nel contesto di una contrazione molto forte dei
consumi interni complessivi, parla di una risegmentazione fortissima, che
possiamo vedere all’opera ovunque. In un articolo
di Nelson Schwartz, del New York Times, leggiamo ad esempio che il 5% superiore
(i “ricchi”) della distribuzione del reddito è responsabile del 38% dei consumi
personali totali americani nel 2012 (mentre lo era del 27% venti anni fa).
Il 20% superiore
(gli “abbienti”) sono responsabili del 61% dei consumi (e venti anni fa “solo”
del 53%).
Tutti gli altri
(cioè l’80% della popolazione) si dividono il 39% dei consumi di merci e
servizi.
Venti anni fa
era quasi il 50%. Ovviamente negli anni sessanta e settanta (quelli di minore
ineguaglianza del secolo) era molto meno.
Questo avviene
nel contesto di una contrazione della “domanda interna” molto
nota e che ha avuto numerosi tentativi di soluzione, a partire dagli anni
zero. La crisi dei mutui è l’effetto non voluto dell’ultimo di questi
tentativi. E ha portato ad un’artificiale sostegno alla domanda di case,
prodotti per l’edilizia, arredi, mobilità. Malgrado questo (che sta riprendendo
negli USA, mentre è fermo da noi), c’è stato comunque uno spostamento verso i
consumi “alti”. Ciò può voler dire che la contrazione si è concentrata tutta
nei consumi medio-bassi.
Come sia, la
conseguenza è che abbiamo oggi una struttura produttiva e distributiva che, nel
tempo, è sempre più spiazzata. Dall’articolo
americano leggiamo che sono in crisi solo le catene di ristoranti (come Olive
Garden o Red Lobster), le fabbriche di lavastoviglie o frigoriferi, i grandi
magazzini, alberghi, case, negozi, che servivano la classe media. Il vecchio
centro dell’universo dei consumi si è ristretto, il “top” resta solido e il “bottom”
si allarga a macchia d’olio. Le conseguenze sono enormi. L’economia diventa “più
volatile”, perché i percettori di alto reddito hanno uno stile di spesa meno
prevedibile, sono più influenzati da effetti rapidi come il mercato azionario,
e sono più informati. I percettori di reddito medio-basso hanno una parte
proporzionalmente molto più alta del budget (e dunque della spesa aggregata) “catturato”
da spese di riproduzione, che sono sempre le stesse. Consentono quindi molto
meglio di programmare dimensioni, catene logistiche, localizzazioni dei punti
vendita.
Ma la
risegmentazione dei consumi porta conseguenze anche più su, nella produzione. Tutti i produttori di
beni orientati ai prodotti di massa stanno cercando di riposizionarsi su
prodotti a più intenso valore aggiunto: frigoriferi e lavastoviglie di elité,
auto di fascia alta, elettronica top, etc… E’ infatti l’unico settore dove la
domanda non cala (anzi, cresce).
Ma produrre un
frigorifero standard, a basso costo, in grande serie, non è lo stesso che
produrre un frigo innovativo, che fa acqua calda e freddo, con prestazioni
energetiche superiori, materiali di alta qualità e componentistica perfetta.
Per ottenerlo bisogna essere alla frontiera della ricerca, bisogna avere
personale di alto livello e dedizione, bisogna avere un elevato livello di
investimento, e bisogna avere programmi di lungo periodo e management motivato.
Nel breve periodo
questo è però l’unico modo possibile di reagire allo spiazzamento, ed alla mutazione
strutturale che il sistema di produzione e distribuzione sta subendo. Nel medio bisogna ripensare invece i
nostri territori, l’ambiente, e lottare per conservare la coesione sociale
necessaria. Nel lungo bisogna
rivedere il ruolo del lavoro nella società, ragionare ad esempio nella
direzione indicata
da Keynes nel 1930 e da Bob Kennedy qualche anno dopo. Rivalutare la sobrietà e,
contemporaneamente, ripensare il Patto Sociale in profondità.
Il breve periodo
è quello delle crisi industriali della Indesit, della Electrolux e della Fiat.
La strada di sostenere con sovvenzioni pubbliche le localizzazioni (o, peggio,
le permanenze) è quella peggiore. Comporta solo la dissipazione di enormi
risorse pubbliche, che sarebbero meglio investite in modo generalista in un
reddito di cittadinanza, o in altre forme (cui si dovrà arrivare al fine) di
universalizzazione del diritto a non essere lasciati soli nell’inutilità. Non è
un dilemma solo italiano, Moretti
ci ha raccontato dell’enorme quantità di risorse pubbliche erogate dalle
amministrazioni locali e regionali in favore, ad esempio, della Volkswagen, per
favorire la localizzazione di una fabbrica in America. Oppure Giacchè,
nel contesto dell’unificazione tedesca, per conservare le fabbriche dell’Est
acquistate da imprenditori dell’Ovest.
L’impiego di
risorse pubbliche deve essere invece orientato a favorire il riposizionamento
delle produzioni su fasce più alte, ma più competitive, di prodotto. Dunque
sarebbe più ben speso nell’interfaccia tra Università e Impresa, nell’Istituzione
di Centri di Ricerca applicata comuni a più imprese di filiera, o nella qualità
urbana e territoriale (perché produzioni di elité richiedono l’attrazione e la
conservazione di lavoratori che sono sensibili alla qualità dell’ambiente e
sono molto mobili), nella qualità dei servizi (in primis, ma non solo, di
mobilità), nel potenziamento del soft power del territorio.
Lo sforzo,
mentre questi investimenti fanno sistema, deve essere più quello di concordare
con la proprietà un nuovo orizzonte, nel chiedere investimenti e sostenerne la
fattibilità finanziaria (nei limiti consentiti dalle regole europee, che sono
stretti e soprattutto double face a secondo del paese), che nel garantire
risorse a fondo perduto. Al massimo quelle possono essere garantite ai
lavoratori, per facilitarne il reinserimento, la qualificazione, il rientro.
In questo modo
il breve periodo incrocia il medio.
In effetti non può che essere così, nel breve periodo non si fa nulla (si
resiste solo, il che sia chiaro è meglio dell’indifferenza). Su questo
orizzonte abbiamo un enorme vantaggio: l’Italia è un marchio potentissimo nel
mondo. In particolare nel quadro della qualità della vita, dello stile, del
gusto, della cultura. Si tratta delle cose che premiano, che sono attraenti, in
particolare per le fasce di consumo di cui qui si parla.
E’ strano, e
abbastanza assurdo, che l’Italia sia posizionata nel contesto internazionale
della divisione del lavoro sui segmenti della produzione di massa, a competere
con Polonia, India, Cina, Indonesia, Corea; con tutto il massimo rispetto per
queste antiche culture meravigliose e splendidi popoli, dai quali abbiamo tanto
da imparare. Ma anche da insegnare.
Nel lungo periodo
(che, però, deve cominciare subito), bisogna ripensare invece al ruolo del
lavoro nelle nostre società. Anche se la trasformazione di cui parliamo nasce
nel contesto di una distribuzione della ricchezza iniqua e insostenibile, e richiede
quindi una completa ridefinizione degli assetti fiscali, e dell’accesso al
governo sociale, è prevalentemente spinta dalla
tecnologia. Come il riscaldamento climatico, è difficilissima da invertire.
Ormai siamo in grado di produrre tutto quel che serve con l’impiego di una
frazione minore della forza lavoro. E, soprattutto, con l’impiego di professionalità
che presuppongono livelli culturali medio-alti.
Nel medio-lungo
periodo, non è pensabile che si possano avere il 60-70% della popolazione
dotata di laurea e di formazione superiore, e dedita a produrre innovazione e
gestione di sistemi complessi. Ma queste sono le competenze che ottengono
successo nell’attuale distribuzione del lavoro (è la vecchia “economia della
conoscenza” che andava di moda negli anni novanta).
Allora bisogna
riguardare, con la necessaria profondità,
la distribuzione dei ruoli e delle risorse nella nostra società. Se nessuno
deve essere lasciato indietro è necessario probabilmente aumentare la
tassazione “delle macchine” e ridurre quella “del lavoro”. Occorre sicuramente riconoscere
il diritto di esistenza dignitosa a tutti. Ma bisogna anche rivedere i nostri
valori. Come ha scritto Papa
Francesco, bisogna rimettere in questione la centralità del denaro e dei
consumi; e delle ideologie che ne fanno un obiettivo finale.
Ripensare quindi
all’antico valore della “sobrietà” (in primis per i favoriti e abbienti membri
della nostra società).



Nessun commento:
Posta un commento