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martedì 4 febbraio 2014

La grande trasformazione di produzione e consumi. Dove andiamo?


L’apparentemente irresistibile tendenza internazionale alla polarizzazione dei redditi, dei patrimoni e dell’articolazione sociale, che ha accumulato nel tempo un enorme gap tra il primo 5% della distribuzione dei redditi ed il restante 95%, sta cambiando letteralmente “dalla testa ai piedi” le nostre società. Si tratta, sia subito chiaro, di una distanza insostenibile, moralmente ingiustificabile e funzionalmente inefficiente. Quel che muta è sia il modo di stare insieme, nel tempo e nello spazio, sia quello di agire politicamente insieme, sia infine quello di vivere, lavorare e produrre. Stiamo entrando in un’altra civilizzazione.

Questo cambiamento epocale, richiederà osservazione ed approfondimento a tutta una generazione, ma non credo vada preso per “stato di natura”, senza cercare di attenuarlo ed adattarsi. Possibilmente di arrestarlo ed invertirlo. Occorre attivare, in altre parole, la stessa strategia che alcuni generosi provano a mobilitare per i cambiamenti climatici. Come quelli siamo in presenza di un fenomeno mondiale, creato dall’uomo, effetto di innumerevoli scelte individuali e di alcune strutture di relazione consolidate, con grandissima inerzia e progressività, dalle immense conseguenze cumulate; ma si tratta di un fenomeno lento e inavvertibile anno-per-anno. 

Come per il cambiamento climatico bisogna quindi attivare, contemporaneamente, politiche rivolte a cambiare i comportamenti individuali, le culture, a ridurre ed arrestare gli impatti riconosciuti e identificati (in quel caso, ad esempio, quelli delle centrali a carbone), ad adattare i territori alle conseguenze che non si possono evitare (aumentando, ad esempio, la protezione idrogeologica).
Come per il cambiamento climatico le resistenze sono straordinarie, da parte delle forze che si trovano bene nelle attività e entro le dinamiche che lo provocano (non intenzionalmente, ma come effetto secondario). E sono straordinarie le resistenze politiche, indotte dalla paura di perdere attività, economie, sostegno oggi garantite da questi settori (ad esempio dal settore di generazione elettrica tradizionale). Tutto ciò è comprensibile.

Ma ci vuole più coraggio.

Vorrei quindi prendere solo un piccolo pezzetto del grande tema: quello del riposizionamento industriale. La nostra economia, in questo momento, impiega ca. il 15% della forza lavoro nel settore della produzione di beni (in America ormai è all’8% e in Germania qualche punto più di noi). In parte la nostra struttura industriale è ancora concentrata su prodotti di largo consumo, per un cliente medio e medio-inferiore (come livello di reddito). E’ anche distribuita sul territorio in modo molto disperso (in seguito alla tendenza, che parte dagli anni ottanta, della “città dispersa”, o “metropolitana”) e fatica a fare sistema e connessione. La struttura industriale è per lo più fatta di piccole industrie, poco internazionalizzate (con qualche eccezione di eccellenza e pregio) e che, in conseguenza, investono poco in ricerca. La relazione tra Università ed Industria (per colpa di entrambi) non è mai decollata. Tutte cose molto note.
La polarizzazione economica (con il primo 10% che consuma una metà del totale), nel contesto di una contrazione molto forte dei consumi interni complessivi, parla di una risegmentazione fortissima, che possiamo vedere all’opera ovunque. In un articolo di Nelson Schwartz, del New York Times, leggiamo ad esempio che il 5% superiore (i “ricchi”) della distribuzione del reddito è responsabile del 38% dei consumi personali totali americani nel 2012 (mentre lo era del 27% venti anni fa).
Il 20% superiore (gli “abbienti”) sono responsabili del 61% dei consumi (e venti anni fa “solo” del 53%).
Tutti gli altri (cioè l’80% della popolazione) si dividono il 39% dei consumi di merci e servizi.

Venti anni fa era quasi il 50%. Ovviamente negli anni sessanta e settanta (quelli di minore ineguaglianza del secolo) era molto meno.
Questo avviene nel contesto di una contrazione della “domanda interna” molto nota e che ha avuto numerosi tentativi di soluzione, a partire dagli anni zero. La crisi dei mutui è l’effetto non voluto dell’ultimo di questi tentativi. E ha portato ad un’artificiale sostegno alla domanda di case, prodotti per l’edilizia, arredi, mobilità. Malgrado questo (che sta riprendendo negli USA, mentre è fermo da noi), c’è stato comunque uno spostamento verso i consumi “alti”. Ciò può voler dire che la contrazione si è concentrata tutta nei consumi medio-bassi.
Come sia, la conseguenza è che abbiamo oggi una struttura produttiva e distributiva che, nel tempo, è sempre più spiazzata. Dall’articolo americano leggiamo che sono in crisi solo le catene di ristoranti (come Olive Garden o Red Lobster), le fabbriche di lavastoviglie o frigoriferi, i grandi magazzini, alberghi, case, negozi, che servivano la classe media. Il vecchio centro dell’universo dei consumi si è ristretto, il “top” resta solido e il “bottom” si allarga a macchia d’olio. Le conseguenze sono enormi. L’economia diventa “più volatile”, perché i percettori di alto reddito hanno uno stile di spesa meno prevedibile, sono più influenzati da effetti rapidi come il mercato azionario, e sono più informati. I percettori di reddito medio-basso hanno una parte proporzionalmente molto più alta del budget (e dunque della spesa aggregata) “catturato” da spese di riproduzione, che sono sempre le stesse. Consentono quindi molto meglio di programmare dimensioni, catene logistiche, localizzazioni dei punti vendita.
Ma la risegmentazione dei consumi porta conseguenze anche più su, nella produzione. Tutti i produttori di beni orientati ai prodotti di massa stanno cercando di riposizionarsi su prodotti a più intenso valore aggiunto: frigoriferi e lavastoviglie di elité, auto di fascia alta, elettronica top, etc… E’ infatti l’unico settore dove la domanda non cala (anzi, cresce). 

Ma produrre un frigorifero standard, a basso costo, in grande serie, non è lo stesso che produrre un frigo innovativo, che fa acqua calda e freddo, con prestazioni energetiche superiori, materiali di alta qualità e componentistica perfetta. Per ottenerlo bisogna essere alla frontiera della ricerca, bisogna avere personale di alto livello e dedizione, bisogna avere un elevato livello di investimento, e bisogna avere programmi di lungo periodo e management motivato.

Nel breve periodo questo è però l’unico modo possibile di reagire allo spiazzamento, ed alla mutazione strutturale che il sistema di produzione e distribuzione sta subendo. Nel medio bisogna ripensare invece i nostri territori, l’ambiente, e lottare per conservare la coesione sociale necessaria. Nel lungo bisogna rivedere il ruolo del lavoro nella società, ragionare ad esempio nella direzione indicata da Keynes nel 1930 e da Bob Kennedy qualche anno dopo. Rivalutare la sobrietà e, contemporaneamente, ripensare il Patto Sociale in profondità.

Il breve periodo è quello delle crisi industriali della Indesit, della Electrolux e della Fiat. La strada di sostenere con sovvenzioni pubbliche le localizzazioni (o, peggio, le permanenze) è quella peggiore. Comporta solo la dissipazione di enormi risorse pubbliche, che sarebbero meglio investite in modo generalista in un reddito di cittadinanza, o in altre forme (cui si dovrà arrivare al fine) di universalizzazione del diritto a non essere lasciati soli nell’inutilità. Non è un dilemma solo italiano, Moretti ci ha raccontato dell’enorme quantità di risorse pubbliche erogate dalle amministrazioni locali e regionali in favore, ad esempio, della Volkswagen, per favorire la localizzazione di una fabbrica in America. Oppure Giacchè, nel contesto dell’unificazione tedesca, per conservare le fabbriche dell’Est acquistate da imprenditori dell’Ovest.
L’impiego di risorse pubbliche deve essere invece orientato a favorire il riposizionamento delle produzioni su fasce più alte, ma più competitive, di prodotto. Dunque sarebbe più ben speso nell’interfaccia tra Università e Impresa, nell’Istituzione di Centri di Ricerca applicata comuni a più imprese di filiera, o nella qualità urbana e territoriale (perché produzioni di elité richiedono l’attrazione e la conservazione di lavoratori che sono sensibili alla qualità dell’ambiente e sono molto mobili), nella qualità dei servizi (in primis, ma non solo, di mobilità), nel potenziamento del soft power del territorio.
Lo sforzo, mentre questi investimenti fanno sistema, deve essere più quello di concordare con la proprietà un nuovo orizzonte, nel chiedere investimenti e sostenerne la fattibilità finanziaria (nei limiti consentiti dalle regole europee, che sono stretti e soprattutto double face a secondo del paese), che nel garantire risorse a fondo perduto. Al massimo quelle possono essere garantite ai lavoratori, per facilitarne il reinserimento, la qualificazione, il rientro.

In questo modo il breve periodo incrocia il medio. In effetti non può che essere così, nel breve periodo non si fa nulla (si resiste solo, il che sia chiaro è meglio dell’indifferenza). Su questo orizzonte abbiamo un enorme vantaggio: l’Italia è un marchio potentissimo nel mondo. In particolare nel quadro della qualità della vita, dello stile, del gusto, della cultura. Si tratta delle cose che premiano, che sono attraenti, in particolare per le fasce di consumo di cui qui si parla.
E’ strano, e abbastanza assurdo, che l’Italia sia posizionata nel contesto internazionale della divisione del lavoro sui segmenti della produzione di massa, a competere con Polonia, India, Cina, Indonesia, Corea; con tutto il massimo rispetto per queste antiche culture meravigliose e splendidi popoli, dai quali abbiamo tanto da imparare. Ma anche da insegnare.

Nel lungo periodo (che, però, deve cominciare subito), bisogna ripensare invece al ruolo del lavoro nelle nostre società. Anche se la trasformazione di cui parliamo nasce nel contesto di una distribuzione della ricchezza iniqua e insostenibile, e richiede quindi una completa ridefinizione degli assetti fiscali, e dell’accesso al governo sociale, è prevalentemente spinta dalla tecnologia. Come il riscaldamento climatico, è difficilissima da invertire. Ormai siamo in grado di produrre tutto quel che serve con l’impiego di una frazione minore della forza lavoro. E, soprattutto, con l’impiego di professionalità che presuppongono livelli culturali medio-alti.
Nel medio-lungo periodo, non è pensabile che si possano avere il 60-70% della popolazione dotata di laurea e di formazione superiore, e dedita a produrre innovazione e gestione di sistemi complessi. Ma queste sono le competenze che ottengono successo nell’attuale distribuzione del lavoro (è la vecchia “economia della conoscenza” che andava di moda negli anni novanta).

Allora bisogna riguardare, con la necessaria profondità, la distribuzione dei ruoli e delle risorse nella nostra società. Se nessuno deve essere lasciato indietro è necessario probabilmente aumentare la tassazione “delle macchine” e ridurre quella “del lavoro”. Occorre sicuramente riconoscere il diritto di esistenza dignitosa a tutti. Ma bisogna anche rivedere i nostri valori. Come ha scritto Papa Francesco, bisogna rimettere in questione la centralità del denaro e dei consumi; e delle ideologie che ne fanno un obiettivo finale.

Ripensare quindi all’antico valore della “sobrietà” (in primis per i favoriti e abbienti membri della nostra società).

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