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martedì 18 febbraio 2014

Lawrence Summers, “L’America rischia di diventare un’economia alla Downton Abbey”


Articolo di Lawrence Summers su FT nel quale l’economista americano cita una famosa serie televisiva (che ha avuto scarso successo in Italia) per ritornare sulla questione dell’ineguaglianza. Il legame tra la crescita totale dell’economia e quella dei redditi della classe media, valido fino ad una generazione fa per Summers è spezzato.
Oggi la quota del reddito che va all’1% della popolazione è fortemente aumentata, mentre la parte che resta ai profitti nella distribuzione del valore connesso alla produzione è crescente, simmetricamente i salari (la quota che va al lavoro) è stagnante. Inoltre i redditi familiari sono aumentati più lentamente della produttività (su questo un bel pezzo di Mishel).

Questi problemi insieme porteranno l’economia americana ad assomigliare al serial Downton Abbey (ambientata nel 1912 ed in una famiglia aristocratica); si tratta per l’economista di problemi che saranno con noi a lungo anche dopo che saranno risolte le problematiche di natura congiunturale ed i deficit normalizzati. Per Summers, “il Presidente Barack Obama ha ragione di essere preoccupato. Coloro che lo condannano di <abbattere i ricchi> e di impegnarsi in un <populismo antiamericano> sono, per dirla educatamente, privi di prospettiva storica”.
Tutti i Presidenti, da Franklin Roosevelt a Harry Truman, “inveirono contro gli eccessi di pochi privilegiati nella finanza e degli affari”. Tra questi, peraltro, alcuni sono andati anche al di là della retorica, ad esempio ricorda Summers che “di fronte all'aumento dei prezzi dell'acciaio, John Kennedy inviò l'FBI negli uffici aziendali” ed è probabile abbia ordinato alle autorità di controllare le dichiarazioni dei redditi personali dei dirigenti. Richard Nixon ha usato la stessa arma nel 1973, annunciando le indagini fiscali “dei libri di aziende che hanno sollevato i loro prezzi di oltre il 1,5% o sopra il tetto di gennaio”. Tutti hanno reagito a modo loro ad un fenomeno che Bill Clinton ha descritto in questo modo: “Mentre in America i ricchi diventavano sempre più ricchi ... il paese non ha [avuto vantaggi] ... il mercato azionario è triplicato ma i salari sono andati giù”.

La situazione in questo momento è ancora più grave, Summers ricorda che con la frustrazione diffusa per i redditi stagnanti, ed un numero crescente di prove che suggeriscono che gli esclusi hanno poche opportunità per migliorare la loro sorte, è ovvio che bisogna fare qualcosa. “La sfida è sapere cosa fare”. In questo stato “se il reddito potrebbe essere ridistribuito senza smorzare la crescita economica, ci sarebbe una ragione convincente per ridurre i redditi al top e trasferire il ricavato a quelle del centro e in basso”. Per Summers “purtroppo questo non è il caso. E' facile pensare a politiche che riducono la redditività di Bill Gates o Mark Zuckerberg, rendendo più difficile iniziare e trarre profitto da un business. Ma è molto più difficile vedere come tali politiche possano aumentare i redditi del resto della popolazione”. Per l’economista americano: “queste politiche sicuramente farebbero loro del male in quanto consumatori, privandoli dei frutti del progresso tecnologico”.

D’altra parte “è certamente vero che c'è stato un drammatico aumento del numero di persone ben pagate nella finanza rispetto alla generazione precedente”. Secondo Summers dipende in misura prevalente da un aumento del valore degli asset in gestione (mentre le tasse in percentuale sono rimaste pressoché costanti). Non sarebbe utile ridurre le tasse a queste “persone molto ricche”, ma deve essere fatto alla classe media ed ai poveri, se si vuole ridurre la disuguaglianza. Dunque la riforma fiscale ha un ruolo importante da svolgere. “Il codice fiscale attuale è così mal progettato che è molto probabile che produca l'effetto di ridurre la crescita economica”. Consente inoltre ai ricchi di proteggere una percentuale di gran lunga maggiore del loro reddito dalla tassazione rispetto ai poveri. L’esempio che fa è la crescita di 6.000 miliardi di dollari dello scorso anno nel mercato azionario che sono andati quasi tutti ai “molto ricchi”. Ciò significa che il Governo raccoglierà in tasse meno del 10% della cifra.
Ciò succedere a causa di una lunga serie di politiche che favoriscono i ricchi, “come ad esempio l'esenzione delle plusvalenze, la possibilità di rinviare l’imposta sulle plusvalenze, e il fatto che gli utili sulle successioni sono tassate affatto. Allo stesso modo, il regime fiscale delle società consente valore di scappare come in un setaccio”.

La proposta di Summers è semplice e chiara: “la chiusura delle scappatoie di cui solo i ricchi possono godere consentirebbe di ottenere tasse da tagliare altrove. Misure come il credito d'imposta sul reddito può aumentare i redditi dei poveri e della classe media più di quello che costano al Tesoro, perché danno la gente gli incentivi al lavoro e al risparmio”. Sembrano cose semplici, ma sono violentemente osteggiare da “coloro che professano il maggior entusiasmo per le forze di mercato”, che contemporaneamente ed ironicamente “sono i meno entusiasti nell’arginare i benefici fiscali per i ricchi”.

Ma il punto è che “prima o poi la disuguaglianza dovrà essere affrontata”.

Per Summers, naturalmente è molto meglio che sia fatto “lasciando liberi  i mercati di funzionare” e dopo (con la redistribuzione fiscale evidentemente) “lavorare per migliorare il risultato”. L’alternativa di contrastare le forze di mercato, orientandone l’output “funzionano raramente, e di solito sono vittime della legge delle conseguenze non intenzionali”.


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