Prenderò spunto
dalla lettura di un utile testo divulgativo di Marcello Minenna, La
moneta incompiuta, per provare a riflettere su qualche angolino dei
meccanismi finanziari che stanno stritolando l’Euro. Negli anni “dell’Euro
credibile”, cioè nel periodo 2000-2008 in cui sembrava che le dinamiche della
moneta unica fossero del tutto sotto controllo e largamente positive, i deficit
di bilancio di molti paesi dell’eurozona sono aumentati costantemente. In
particolare alcuni paesi (tra cui l’Italia) erano abituati da sempre ad alti
tassi d’interesse (cioè a pagare interessi alti per il proprio debito sovrano,
nel contesto di una inflazione tendenzialmente alta) e si sono invece trovati
in uno schema che vedeva bassa inflazione e bassi tassi di interesse.
In questo nuovo
schema, tipico dell’economia tedesca, si sono generate –in un contesto non
abituato- spinte a creare politiche fiscali molto espansive, rese a breve
termine sostenibili dai tassi contenuti; aumentando, cioè, la spesa pubblica
senza un rapporto diretto e
proporzionale con la dimensione e produttività delle economie. Questa
tentazione (di crescere velocemente sul debito) è stata variamente coltivata: l’Italia
ha oscillato dalle parti del deficit del 3% consentito dal Trattato, mentre
altri (in particolare Grecia e Portogallo) l’hanno abbondantemente superato per
quasi tutto il periodo. Diversamente Spagna e Irlanda non avevano deficit, ma
anzi surplus di bilancio e dunque sembrava andare tutto bene. Ricorderemo,
infatti, gli annunci trionfanti dei socialisti spagnoli o il “miracolo
irlandese”. La ragione è stata che l’espansione della spesa era proporzionale
all’espansione della base fiscale; in queste condizioni non si crea debito
pubblico (che era molto basso e addirittura in calo). Ma questa crescita
apparentemente armoniosa nascondeva un baco: la bolla immobiliare. La politica espansiva monetaria, impostata
dopo la crisi del 2001 in
tutto il mondo, portò alla ricerca d’impieghi con rendimenti elevati per i
capitali. Questi flussi in parte passavano per il sistema bancario (in Europa
connesso dai meccanismi interbancari costruiti con i Trattati), in altra parte
attraverso la “finanza ombra”.
Ma senza
adeguata guida politica (o, addirittura con gli stimoli e gli incentivi sbagliati)
i flussi tendono sempre ad andare ad alimentare bolle speculative per la loro
ricerca di rendimenti “alfa” a breve termine; è il meccanismo ben spiegato da Rajan.
In questo caso l’assett la cui valorizzazione oltre il normale rendimento e
valore generava il ritorno desiderato era il patrimonio immobiliare. La
combinazione di tassi nominali bassi (comuni a tutt’Europa) e di inflazione più
alta (quindi di tassi reali più bassi) rendeva indebitarsi in Spagna e Irlanda
più conveniente che in Germania o Francia, generando un auto rafforzamento ed
attraendo sempre più capitali. Dunque i cittadini e le imprese immobiliari spagnole
si sono indebitate, tramite le loro banche, per acquistare case il cui
incremento di prezzo era considerato adeguato in attesa di ulteriori aumenti,
mentre era già troppo alto rispetto al livello di ricchezza della società
spagnola. Come è successo nel resto del mondo, questi prestiti sono stati
concessi in effetti contando più sull’incremento di valore degli immobili, che
sulla capacità di rimborsarli o sulla pressione demografica, sulla reale
domanda, sui fondamentali economici. Una
sorta di “pensiero magico”. Ma a breve termine anche una strategia
razionale per il singolo operatore, infatti questi prodotti (i contratti di
mutuo) sono stati quindi “reimpacchettati” e rivenduti di nuovo agli
investitori spagnoli. Si è formata in questo modo una piramide del debito su
basi fragili.
Per l’Irlanda l’entità
di questo fenomeno è mostrata nel testo di Minenna nella fig. 96 a pag. 125. Si vede che le
tasse connesse con l’espansione immobiliare (sul “capital gain”, le tasse
immobiliari e l’IVA sulla vendita) passano da essere l’8% delle entrate fiscali
generali, nel 2002, al 18% nel 2006. Nel 2007 la bolla immobiliare irlandese
inizia a sgonfiarsi (in America il processo era già in corso da qualche anno),
e le entrate fiscali scendono improvvisamente al 12%. Ma questo fenomeno induce
ovviamente anche un rapito deterioramento del bilancio pubblico (infatti e
spese pubbliche non sono altrettanto velocemente riducibili). Negli anni 2008-11, in conseguenza, il
gettito cala vistosamente, portandosi al 2% del gettito. In questo ciclo la
crisi ha portato così all’eliminazione del 15% del gettito fiscale del paese.
A livello
generale la crisi del 2008, con la drastica riduzione dei prezzi degli assett
posti a garanzia dei prestiti e per lo più impacchettati in prodotti finanziari
complessi e opachi, ha deteriorato in modo profondo (e difficilmente
valutabile) i bilancio delle banche europee. Tra l’altro, con sorpresa si è
scoperto che molti prodotti altamente rischiosi –ma redditizi- erano stati
tenuti entro il perimetro di bilancio delle stesse, che dunque risultavano
fortemente sottocapitalizzate. A questo punto è stato chiaro che chiunque
poteva fallire: grandi aziende, banche e Stati.
Immediatamente la convergenza dei tassi è
esplosa. Il tasso a 10 anni della Grecia, ad esempio, era del 25% nel 1993,
poi ha avuto una convergenza verso il 5% che è stato il tasso comune europeo dal
2001 al 2008, per poi salire al 20% nel 2011 e al 35% subito dopo. Questo
effetto distruttivo è chiaramente fortemente auto rafforzante. L’incremento dei
tassi genera infatti maggiore spesa per il servizio del debito e si trasmette anche
nei tassi praticati per i prestiti privati ad aziende e famiglie, danneggiando
seriamente i loro bilanci; questi ultimi retroagiscono sui bilanci bancari,
costringendole a restringere ancora di più il credito.
Infatti il
livello di indebitamento era ormai calibrato su tassi bassi e livelli di
fatturato ante-crisi. L’incremento del costo del debito ha generato un enorme assorbimento
di risorse, quindi la loro sottrazione ad altri impieghi (rinnovo delle scorte,
pagamento fornitori, nuovi investimenti) e nell’insieme ha comportato il crollo
del circuito economico. Un crollo che non si vedeva dagli anni trenta.
Dunque abbiamo riduzione
di redditi e fatturato, con conseguente crescente insostenibilità del debito (è
molto semplice: se ho un debito che è il 50% del fatturato annuo e mi costa il 3%
dello stesso, e contemporaneamente sale il tasso mentre scende il fatturato mi
posso avvicinare a grandi passi alla condizione di insolvenza). Per lo Stato
non è diverso sotto questo profilo, perché la caduta del PIL aggrava
enormemente le difficoltà create dagli alti tassi, e inoltre intervengono gli
stabilizzatori automatici (che rappresentano la maggiore differenza tra la
situazione odierna e quella degli anni trenta) a far esplodere i costi e spesso
a sottrarre risorse agli investimenti (e quindi ridurre la crescita futura).
In questo
contesto devastante si comprende l’importanza di quel che si chiama comunemente
l’<integrazione> delle economie europee (cioè la flessibilità di prezzi e
salari, la mobilità dei fattori lavoro e capitale, il grado di apertura). Lo
sforzo di gestire una situazione anomala, nella quale ho un cambio unico in
presenza di divergenti tassi di inflazione, induce ad essere costretti ad operare
solo su quest’ultima, nell’unico modo possibile: attraverso una contrazione
“fiscale”, che sostanzialmente significa tollerare (o provocare) più
disoccupazione al fine di esercitare una pressione al ribasso dei salari e
tramite questa dei prezzi. L’altra leva, per alleggerire la pressione (ma in
parte controtendente) è favorire lo spostamento dei fattori lavoro (cioè l’emigrazione).
E’ in questo contesto che trovano particolarmente senso le reiterate pressioni
per eliminare gli elementi di rigidità introdotti dalle lotte operaie del
novecento (che sono specificamente elementi istituzionali rivolti a spostare i
rapporti di forza verso il lavoro, e dunque a far alzare i prezzi).
Ma una cosa del genere
richiede lungo tempo. E questo tempo è speso in una lunga e dolorosa
stagnazione. Le stime più aggiornate ipotizzano lunga da dieci a quindici anni,
da ora.
Non è difficile
prevedere che una simile strategia, in qualche misura simile a quella del
Ministro Bruning
nella Repubblica di Weimar nel ’31 e ’32, sia senza speranza. E possa solo
portare, nel medio periodo ad avventure politiche.
Uno degli
effetti secondari, non essendoci limitazioni ai movimenti di capitale, è il
deflusso dei capitali questa volta dai paesi periferici verso quelli “core”.
Dall’inizio della crisi dall’Italia saranno usciti diverse centinaia di
miliardi di euro (secondo
il FMI, solo tra 2011 e 2012,
in un solo anno, saranno usciti 230 miliardi). Cui si
potrebbe aggiungere i capitali (che la
Banca d’Italia stima
in non meno di 140 miliardi) detenuti illegalmente all’estero. Nel sistema
BCE-Banche Centrali Nazionali-banche commerciali-investitori strettamente
interconnesso, questo significa che si è attivato un contro flusso che Sinn
descrive più o meno così: i capitali privati in fuga vengono ritirati dalle
banche italiane ed investiti in assett nordici, la Banca d’Italia emette nuova
moneta (accendendo un credito in BCE) per monetizzare questo flusso e renderlo
liquido, la BCE
“copre” prendendo i soldi dalla Bundesbank (e dalle altre) che, a sua volta se
li fa dare dalle banche tedesche che drenano la liquidità sottraendola ad altri
investimenti. Nel 2011 la somma in questione era di 450 miliardi.
Tutto questo
movimento, in avanti (2001-2008) ed indietro (2008-2013) è mosso dal tasso di
cambio reale, che nel 2007 era arrivato ad avvantaggiare la Germania di ca. il
10%, rispetto al punto zero, e
svantaggiare l’Italia del 5%. La perdita di competitività di prezzo delle merci
e servizi italiani, rispetto ai tedeschi era dunque a fine 2007 del 15%.
Succede quel che
Federico Caffè già negli anni sessanta temeva in caso di adesione ad un regime
di cambi fissi. Il timore era che la politica mercantilista e deflazionista
della Germania, se legata a quella opposta degli altri paesi avrebbe provocato
un disastro, acutamente descritto con questa parabola: <se ci si imbarca con
un leone bisogna munirsi di molte pecore>. Purtroppo noi siamo le ultime. Un
concetto del tutto simile lo esprime Sapir nel suo ultimo libro.



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