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giovedì 22 maggio 2014

"Bonifiche e piscine": Alberto Bagnai, l’Euro e la ‘rilevante questione politica’


Una palude è piena di vita. Piccoli insetti strisciano nel limo, cibandosi di microscopici vermi e di larve, rettili di varie dimensioni contendono a piccoli mammiferi l’abbondante cibo, branchi di erbivori circondano l’area e sfruttano i fertilissimi terreni asciutti, una vegetazione rigogliosa è presente ovunque, uccelli trovano aree di nidificazione e grandi rapaci occasioni favorevoli. L’acqua è ovunque.


Invece una bonifica è piena di morte, per moltissimi dei vecchi abitanti, e di disciplina per le poche specie, vegetali ed animali, che restano perché “utili”. Tra le specie animali disciplinate, c’è la nostra. Che è autore e vittima del processo.

Un interessante paper di Alberto Bagnai, sul sito Asimmetrie (dell’omonima Associazione), dal nome <Un external compact per rilanciare l’Europa>, mi fa pensare a questa metafora che avevo già presentato nel post <Transizioni: dalle zone umide alle pianure irrigue. Logica dell’austerità e tecnologia>. Del resto lo stesso Bagnai, in <Il teorema della piscina> (ora qui) stigmatizza più che giustamente la logica di chi, per costringere qualcuno (i lavoratori ed i sindacati essenzialmente) a imparare a nuotare nel mare della mondializzazione, per il suo bene, gli arriva alle spalle e lo butta in piscina. Poi se affoga pazienza.
Il “rilevante problema politico” come ebbe a dire Giorgio Napolitano, nel suo discorso del 13 dicembre 1978 contro lo Sme, che è posto nella decisione di inibire l’effetto di cambio è se questa serva allo scopo di “un sostanziale riequilibrio all’interno della Comunità Europea”, o piuttosto a “sortire l’effetto contrario”; cioè, “se il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendo un paese come l’Italia alla deflazione”.
Immaginiamo la deflazione come la sottrazione dell’acqua che naturalmente sgorga dalla falda sotterranea in un’area umida (cioè in una palude) e la sua concentrazione in piscine impermeabili. Qualche animale piccolo morirà, o dovrà emigrare, ma si libererà una bella pianura da irrigare nella quale coltivare una sola specie vegetale altamente utile da parte di mammiferi superiori ben disciplinati.


Questa stessa storia ce la racconta Bagnai con i suoi raffinati strumenti, messi a disposizione dalla sua bella e utilissima disciplina: la frettolosa bonifica, condotta con gli strumenti dell’Unione Monetaria, è stato un gigantesco esperimento di ingegneria sociale. La creazione di un’enorme macchina per produrre a vantaggio dei padroni della piscina. Cioè dei mercati finanziari e della più completa valorizzazione del capitale (tuttora eufemisticamente nascosto nella dizione più accettabile di “risparmio”).
Purtroppo, come mettono in evidenza in tanti (almeno a partire dal discorso di Victor Constacio) è ormai chiaro che il mercato finanziario ha fallito proprio dal lato in cui meno si aspettava: dal lato dell’offerta. Il meccanismo è semplicissimo: se in un mercato unico, nel quale sono rimosse tutte le barriere commerciali dirette (dazi) ed indirette (norme e standard), si liberano completamente anche i capitali  si creeranno numerose distorsioni decisive, esaltate dalla neutralizzazione del cambio. Esso, infatti, come mostra splendidamente Bagnai, otterrebbe almeno l’effetto di dissuasione dai comportamenti aggressivi (di cui parliamo tra poco), di segnale agli operatori ed alla politica di uno squilibrio in atto, e di compensazione degli impatti negativi della bilancia commerciale (cioè degli squilibri competitivi).
Invece, con le parole di Bagnai: la moneta unica “facilita la mobilità dei capitali, favorendo il funzionamento del mercato finanziario. Inoltre, impedendo riallineamenti del cambio nominale, impone un vincolo esterno ai governi, e agli operatori privati [obbligandoli, in effetti, a nuotare nella piscina dei capitali liberi e flessibili] cioè (inducendoli ad accettare riforme strutturali che incrementino la loro produttività, in particolare attraverso la flessibilità del mercato del lavoro)”.
Purtroppo quel che si “guadagna” da una parte si perde dall’altra, e il vincolo per alcuni (chi deve vendere lavoro e quindi accettarne un prezzo) diventa libertà per altri. Ma la libertà, la facilità di prestare e di ricevere prestiti, genera maggiori debiti. Non sembri strano, è del tutto ovvio, si tratta della stessa cosa con nomi diversi.
I prestiti, cioè i risparmi (ovvero i capitali), allocati (cioè usati) in modo facile, per un elementare meccanismo di utilità marginale noto da decenni, hanno generato nei paesi “forti” un deflusso, e quindi deficit di investimenti, debolezza di domanda interna e nei paesi “deboli” un afflusso anomalo (dato che l’investimento era marginalmente più produttivo, per il minore sviluppo locale, ma il rischio era stato nascosto), investimenti inefficienti e domanda anomala. Gli investimenti erano quindi scarsi al nord e mal allocati al sud. Ciò a causa di un altro meccanismo evidenziato da Bagnai (che cita copiosa letteratura economica): il cambio fissato su valori medi europei (e dunque troppo alto per i deboli e troppo basso per i forti, per semplice matematica) determinava sofferenza nei settori “tradable” tra i “deboli” e quindi tendeva a orientare gli investimenti in quelli non produttivi. Con il tempo questo meccanismo crea “bolle” (ad esempio immobiliari) e abbassa la produttività complessiva, perché l’occupazione si sposta nei settori meno produttivi.

Si tratta di un disastro in cui, come giustamente ricorda, “si perde tutti”.

D’altra parte se c’era un vantaggio nell’Unione Europea non era di alzare la competitività verso l’esterno (come stranamente sembrano credere tutti), ma di avere un grande mercato interno che protegge dalla possibilità che shock esterni distruggano le industrie. Infatti se un’economia è “esteroflessa” è anche “fragile”. Bagnai cita in proposito Alesina (1997), secondo il quale lo scambio sarebbe tra flessibilità (che si perde) e autonomia (dalla domanda esterna).
Esattamente il contrario di quel che è successo. Abbiamo perso la flessibilità ed anche la domanda interna. Cerchiamo di diventare disperatamente più esteroflessi.

Ma chi ci può riuscire? Qui c’è uno dei passaggi, per me, più convincenti: ci riesce chi può deflazionare di più il mercato interno senza farlo morire (in quel caso avrebbe rivolte ed instabilità politica). Cioè chi parte da una maggiore ricchezza pubblica e privata (dei lavoratori). Chi riesce a rendere flessibile verso il basso il cumulo generale dei salari; ma “per sfruttare questo strumento occorre che ci sia spazio sufficiente, occorre cioè che i livelli retributivi siano sufficientemente elevati da poter essere ridotti senza condannare i lavoratori all’indigenza”.
Bloccare il saldo pubblico (cioè le imposte, T, meno i consumi collettivi, G, cioè la spesa), portandolo a zero, come dalla norma improvvidamente approvata in Europa (e rifiutata, sia pure per pochi voti dalla sinistra americana più o meno negli stessi anni), significa allora che necessariamente la ricchezza privata (risparmi, S, meno investimenti, I,) sarà positiva solo se le importazioni M saranno minori delle esportazioni X. Questa semplice identità (nel linguaggio matematico caro agli economisti: (S-I)+(T-G)+(M-X)=0 ) è la formula della guerra commerciale di tutti contro tutti. Poiché le esportazioni di uno sono le importazioni di un altro, semplicemente chi perde si impoverisce.

Questa guerra è il contrario dell’Unione. Il che è elementare quanto brutale.
Ma è ben nascosto dall’idea che la “palude” sia male, che il bel campo irriguo piatto e verde, esteso a perdita d’occhio sia bene. Sia efficiente, potente, chiaro, visibile. Sia il luogo della virtù contro il vizio.

Quale la soluzione? Farla finita con le retoriche buoni/cattivi, capire che, come dice esemplarmente Rodrik:
-                  Gli “esteroflessi” (secondo un neologismo che non usa), basano una crescita anche molto forte su una forte capacità di esportazione, a danno del mercato interno. In altre parole, con appropriate politiche pubbliche comprimono il mercato interno, la capacità di spesa per consumi della popolazione e d’investimento dello Stato e delle imprese, e cercano di ottenere un forte surplus delle partite correnti, in modo da avere un flusso positivo finanziario. Le industrie rivolte all’esportazione sono favorite, quelle rivolte alla produzione di beni e servizi interni sfavorite. L’economia si sbilancia e diventa dipendente dalla domanda esterna. Le ragioni possono essere diverse: prevalenza delle forze interessate (esempio della grande industria nella governance di settore e nella influenza sul governo); necessità di rientrare da indebitamento pubblico e privato, o di finanziare spese di ristrutturazione (come nel caso tedesco durante l’unificazione); timore per il futuro (ad esempio, per l’invecchiamento della popolazione); semplice abitudine o incomprensione delle controindicazioni;
-                  Gli “instabili” (ancora un termine non utilizzato dall’autore), che basano al contrario la crescita sulla spinta al consumo interno tramite indebitamento. In questo caso si tratta di una politica instabile finanziariamente, a rischio crollo se il flusso finanziario si interrompe o inverte (come è successo negli anni novanta ai paesi in via di convergenza dell’Est o di recente a Spagna e Irlanda). Le ragioni possono essere la cura all’instabilità politica, la ricerca del consenso (cioè lo sforzo di “comprarlo” come dice Streeck), oppure l’utilizzo di flussi derivanti dallo sfruttamento di materie prime (come nel caso dei paesi arabi e di alcuni paesi del sudamerica negli anni novanta). Chiaramente questa politica è costantemente a rischio di incontrare il suo limite e di crollare;
-                  I moderati, che crescono poco ed in modo poco vistoso, ma costantemente. Non hanno né un’economia dipendente dall’estero per vendere i beni né per indebitarsi. Questi paesi (Austria, Canada, Filippine, Lesotho e Uruguay, nell’elenco di Rodrik) sono i veri eroi.

Passare da aspiranti imperialisti (un gioco antico per l’Europa) a “veri eroi” quindi rende necessario concentrarsi sul medio-lungo termine e non sul breve, sul saldo estero interno, anziché su quello pubblico nazionale. E’ indispensabile anche lasciare la rigidità di cambio, perché la flessibilità ripristinata metta sotto controllo i flussi finanziari (con l’opportuna regolazione), punisca gli esteroflessi irresponsabili ed egoisti, riduca il rischio morale di chi presta senza subirne il prezzo (che deve essere perdere l’investimento).

Bisogna insomma rimettere il mondo sui suoi piedi.





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