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mercoledì 16 luglio 2014

Mario Draghi, 14 luglio 2014 “Dichiarazione introduttiva al Parlamento Europeo”


Il 14 luglio 2014 era l’anniversario della presa della Bastiglia, la spinta che un colossale movimento sociale, dalle province francesi e dai molti ceti sottorappresentati, cresceva da lungo tempo, mal contenuta dalle pretese di pochi e del potere reale di confinare il dibattito nell’assemblea degli Stati Generali improvvisamente esplose. Fu fragorosamente respinta in tal modo la pretesa arrogante di scegliere i temi di cui discutere, rigettando le istanze di autodeterminazione per ricondurle ad un ruolo di mera ratifica (fiscale essenzialmente) e consultiva. Tutto questo, improvvisamente esplose (l’assemblea era stata convocata, finalmente, solo a gennaio di quell’anno, dopo le elezioni nelle diverse province, e i moti che le avevano accompagnate dell’estate precedente); appena sei mesi e tutto l’edificio dello Stato Assoluto monarchico non c’era di fatto più. Pochi mesi dopo una testa rotola.

Nel 225° anniversario  di questo grande evento, davanti al Parlamento che in fondo prende il retaggio di quella grande rivoluzione che è il momento fondativo delle nostre democrazie (certo insieme a quella americana), il pubblico funzionario Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, che dal Trattato istitutivo (Trattato di Maastricht) riceve compiti che nel documento ufficiale citato del 2006 sono ricondotti essenzialmente alla “stabilità dei prezzi” (in base ad una teorizzazione economica molto schierata ideologicamente, ma all’epoca dominante in modo pressoché assoluto, ed ora altamente scricchiolante sotto i colpi della semplice realtà), pronuncia davanti al Parlamento Europeo un importante discorso.

Intervenendo dopo la nomina a Presidente della Commissione Europea da parte del Parlamento (su indicazione del Consiglio) di Juncker, Draghi prende avvio riconoscendo che la BCE, pur essendo indipendente, ha un dovere di trasparenza e responsabilità nei confronti dei “rappresentanti eletti dal popolo”. Da questo rapporto la stessa trae “la legittimità necessaria a svolgere i compiti assegnatigli dai Trattati”. Questo forte riconoscimento del ruolo costitutivo della legittimità tratta dai “regolari scambi di opinione” tra BCE e Parlamento per svolgere il proprio compito (che attribuisce, in altre parole, la fonte della legittimità non solo o principalmente alla istituzione positiva tramite i Trattati, quanto alla circolazione discorsiva, in regime di trasparenza, tra organi costituzionali) mi pare la prima cosa da rimarcare.

Nel discorso il Presidente Draghi compie tre atti: individua una visione della situazione, spiega le azioni fatte a giugno, individua le sfide future.

Quanto al primo tema, rimarcando una crescita dell’ 0,2% nel primo trimestre del 2014, Draghi ne prevede (ricordiamocelo) la conferma nel seguito dell’anno. Questa (modestissima) crescita è, a suo parere, trainata dalla domanda interna, e continuerà per i prossimi due anni, in questo aiutata anche da una ripresa delle esportazioni, a sua volta trainata dalla “ripresa in corso a livello mondiale”.
Ci sono, però, dei problemi: in particolare sui mercati del lavoro nei quali la disoccupazione resta alta e la capacità non utilizzata continua ad essere “consistente”. Altri elementi di criticità sono il credito al settore privato e l’aggiustamento dei bilanci nel settore pubblico e in quello privato. 
Questi fattori continueranno a frenare il ritmo della ripresa.
Naturalmente la situazione non è completamente descritta solo da questi elementi, perché permangono rischi geopolitici, riferiti all’evoluzione della situazione delle economie emergenti e dei mercati finanziari globali, in particolare a causa delle possibili ripercussioni di turbolenze sui mercati dell’energia (“attraverso il loro impatto sui prezzi dell'energia “) e della domanda mondiale di prodotti dell'area dell'euro. 
Quindi vanno considerati dei “rischi” anche interni, quelli di una “inadeguata attuazione delle riforme strutturali negli Stati membri” e, infine, di una domanda interna che potrebbe rivelarsi più debole del previsto.
Completa il quadro una valutazione dell’inflazione che viaggia su valori “bassissimi”, inferiori all’1% e che dovrebbe risalire solo nel 2015-16. Infine i tassi di cambio, sui quali la BCE reputa di non avere il mandato per cercare di intervenire (“non è un obiettivo della politica della BCE”) ma che rappresenta un ulteriore rischio, in quanto ha un impatto negativo sui prezzi.

Sul secondo argomento, il Presidente Draghi spiega che le azioni di politica monetaria non convenzionali, prese nella decisione del 5 giugno, erano volte a favorire l’offerta di credito (cioè a rafforzare il sistema finanziario, in modo che potesse a sua volta aumentare il credito a quella che chiama “economia reale”). Il debole credito alle imprese è stato, infatti, un “vento contrario” importante che ha ostacolato il recupero. In particolare i nuovi TLTROs sono mirati a favorire il credito (mettono a disposizione solo se le risorse vengono prestate).

La parte più importante, e discutibile, del discorso è la terza. Quella sulle sfide future.
Infatti il Presidente in questa parte presenta la sua posizione ideologica, perfetta espressione di una teoria economica “supplyside” (normalmente chiamata “politica dell’offerta”), come l’unica possibile. La stabilità viene quindi descritta come “prerequisito fondamentale per il dinamismo economico”, anche se riconosce che l’indubbio conseguimento di questo obiettivo (più stabile di così c’è solo la morte), non ha impedito l’alto debito pubblico (letteralmente esploso nella zona Euro negli ultimi cinque anni in cui in media è passato dal 60% a oltre il 90% su PIL), la bassa crescita, e livelli “inaccettabilmente elevati di disoccupazione”. Alcuni potrebbero dire che la stabilità monetaria, lungi dall’essere prerequisito del dinamismo lo è, almeno in questo contesto, della stagnazione; Draghi non solo non ha questi dubbi, ma non vede del tutto l’alternativa.
Comunque i “sentieri di prosperità condivisa” (farei attenzione a queste formule, Draghi è pienamente cosciente che per alcuni questa è l’epoca più prospera da sempre, ma anche che per troppi è il contrario; dunque il punto è condividere questa prosperità), sono per lui quelli che è urgente imboccare. La strada che indica è attuare “il quadro politico rafforzato”; in quanto l’unione economica e monetaria è ancora “una struttura incompleta”. Ma cosa significa ciò?
Per la BCE significa attuare la governance dell’Unione Bancaria, il cui scopo è “mettere le banche nell’area Euro con ottime prospettive” in modo che possano fornire finanziamenti all’economia reale.
Per gli Stati membri deve invece significare “intraprendere le necessarie riforme strutturali per promuovere la crescita e per evitare qualsiasi nuovo accumulo di squilibri macroeconomici”. Ma cosa indica la formula “riforme strutturali”?

Oltrepassando, a mio parere, gravemente il segno del suo mandato Draghi indica un contenuto specifico alle riforme che i Parlamenti Nazionali dovrebbero attuare (evidentemente sotto dettatura della cd. “scienza economica”): continuare il risanamento di bilancio per riequilibrare le finanze pubbliche in linea con il Patto di Stabilità e Crescita. Specificatamente, ed in diametrale opposizione alla proposta politica che sta costruendo ad esempio l’Italia di Renzi, nell’ambito di una difficilissima mediazione con la Germania proprio in queste ore, Draghi afferma che “dobbiamo fare molta attenzione a non perdere questo importante risultato [il fiscal compact] o annacquarne l’applicazione in una misura che non lo renderebbe più un quadro credibile”.

In altri termini,  nel corso della maggiore depressione e stagnazione del secolo, con amplissime aree di deflazione, l’alto funzionario pubblico ci dice che dobbiamo ridurre le spese rispetto alle entrate fiscali, e per tale via recuperare il debito rimborsandolo ai creditori (che per lo più sono banche). E lo dice proprio nel mezzo di una rilevante discussione politica in corso; contro la posizione espressa di uno dei paesi più importanti dell’area. Un’entrata così in una partita di calcio avrebbe “rosso diretto” immediato.

Ogni volta che un sapere reputa di assurgere a Fonte della Verità bisognerebbe alzare la guardia. L’odore del totalitarismo si alza nell’aria.

Ma, insegnava un importante filosofo morto nel secolo scorso prematuramente, ogni sapere include (e genera) un potere. E qui Draghi aggiunge subito una frase illuminante: “Nonostante l'importanza dei rinforzi messi in atto per il quadro politico, credo che ci sia ancora spazio per ulteriori iniziative legislative in cui il settore finanziario è interessato”. Le iniziative legislative che promuove hanno dunque un settore interessato. Un settore, quello finanziario, che nella visione del Presidente, ha funzione di depositario dell’interesse pubblico in qualche modo centrale.
Il settore bancario “più performante” (cioè che faccia più utili) con “un maggiore ruolo dei mercati dei capitali” potrebbe secondo lui contribuire a sostenere sia la crescita sia il finanziamento dell’economia reale.
In un’economia nella quale, in alcuni sistemi economici i mercati dei capitali sono arrivati a contare il 30-40% del PIL, Draghi che di tale mondo fa parte da sempre, reputa, in altre parole, che non sia abbastanza. Che debba crescere ancora.
Ma anche qui, la struttura della frase mi pare indicativa, “sia, … sia”; i maggiori utili alle banche e il maggiore peso al mercato dei capitali produce la crescita del PIL e il finanziamento dell’economia reale. Sono due obiettivi distinti.

Conclude reiterando la sua proposta (già avanzata nella commemorazione di Padoa Schioppa di qualche giorno fa) e criticata, ad esempio, da Zingales in questo intervento sul suo blog, di avviare “qualche forma di governo comune sulle riforme strutturali”. Riforme rivolte a provocare “un elevato livello di produttività e competitività”, cosa che sarebbe nell’interesse dell’Unione nel suo complesso.


A me pare che con questa sollecitazione Draghi compia due azioni:
-          passa il segno di una collaborazione leale, condotta nell’ambito delle proprie specificità e mandati, in quanto attraversa esplicitamente la strada politica di almeno un governo eletto esattamente nel mezzo della sua azione, ed in una fase cruciale.
-          Mette involontariamente il dito nella piaga centrale, evidenziando quella che è la contraddizione di fondo della Unione Europea, ma potremmo dire dell’intero capitalismo nella versione libertaria; la produttività finalizzata alla competitività è intrinsecamente rivolta alla sopraffazione del più debole, alla sua scomparsa dalla scena economica. Al suo fallimento, come correttamente ricordava quasi un secolo la Schumpeter. Ma se io vinco e tu perdi, anzi se io vinco perché tu perdi, l’Unione tra economie distinte non può avere un governo comune, limitato solo a far salire la competitività. La competitività è un concetto essenzialmente comparativo. Non esiste, e non può esistere, se non verso qualcun altro. Di qui delle due l’una: o l’altro sono solo gli Stati Uniti d’America, la Cina, il Giappone, l’India, il Brasile, la Russia e via dicendo (l’elenco comprende almeno altri colossi come la Corea, l’Indonesia, il Canada, l’Australia e altri), oppure queste politiche sono autocannibalismo. Non possono essere seriamente condotte perché intrinsecamente contraddittorie. Questione di logica, ma anche di potere. Nessuno promuove politiche dirette contro sé stesso (magari noi sì, ma questo è un altro discorso).

La cosa è, insomma, una finzione nell’attuale quadro. Bisognerebbe prima ridefinire lo scopo delle politiche pubbliche in senso solidaristico (tra l’altro intrinseco allo stesso concetto di “pubblico”) e quelle sovranazionali verso la dissoluzione dell’interesse individuale nazionale. Occorrerebbe che prima si formi, cioè, un “noi” allargato il quale potrebbe ragionare in termini di noi-loro in questo quadro sviluppando politiche competitive non contraddittorie.
Prima delle politiche rivolte a produttività e competitività, occorre quindi definire il contesto dei trasferimenti e delle garanzie, il quadro della distribuzione di base di risorse e dei risarcimenti ai perdenti; il contesto nel quale una sconfitta temporanea non rischi di mutarsi in un declino permanente. Cioè non rischi di trasformarsi in “mezzoggiornificazione” (termine proposto credo per la prima volta da Krugman in questo contesto) del più debole.




Anche in questo senso l’odore del totalitarismo aleggia nell’aria.

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