Il 14 luglio
2014 era l’anniversario della presa della Bastiglia, la spinta che un colossale
movimento sociale, dalle province francesi e dai molti ceti sottorappresentati,
cresceva da lungo tempo, mal contenuta dalle pretese di pochi e del potere reale
di confinare il dibattito nell’assemblea degli Stati Generali improvvisamente
esplose. Fu fragorosamente respinta in tal modo la pretesa arrogante di scegliere
i temi di cui discutere, rigettando le istanze di autodeterminazione per
ricondurle ad un ruolo di mera ratifica (fiscale essenzialmente) e consultiva.
Tutto questo, improvvisamente esplose (l’assemblea era stata convocata, finalmente, solo a gennaio di quell’anno, dopo le elezioni nelle diverse province, e i moti che le avevano accompagnate
dell’estate precedente); appena sei mesi
e tutto l’edificio dello Stato Assoluto monarchico non c’era di fatto più.
Pochi mesi dopo una testa rotola.
Nel 225°
anniversario di questo grande evento,
davanti al Parlamento che in fondo prende il retaggio di quella grande
rivoluzione che è il momento fondativo delle nostre democrazie (certo insieme a
quella americana), il pubblico funzionario Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea,
che dal Trattato istitutivo (Trattato di
Maastricht) riceve
compiti che nel documento ufficiale citato del 2006 sono ricondotti
essenzialmente alla “stabilità dei prezzi” (in base ad una teorizzazione
economica molto schierata ideologicamente, ma all’epoca dominante in modo pressoché
assoluto, ed ora altamente scricchiolante sotto i colpi della semplice realtà),
pronuncia davanti al Parlamento Europeo
un importante discorso.
Intervenendo
dopo la nomina a Presidente della Commissione
Europea da parte del Parlamento (su indicazione del Consiglio) di Juncker,
Draghi prende avvio riconoscendo che la BCE, pur essendo indipendente, ha un
dovere di trasparenza e responsabilità nei confronti dei “rappresentanti eletti
dal popolo”. Da questo rapporto la stessa trae “la legittimità necessaria a
svolgere i compiti assegnatigli dai Trattati”. Questo forte riconoscimento del
ruolo costitutivo della legittimità tratta dai “regolari scambi di opinione”
tra BCE e Parlamento per svolgere il proprio compito (che attribuisce, in altre
parole, la fonte della legittimità non solo o principalmente alla istituzione
positiva tramite i Trattati, quanto alla circolazione discorsiva, in regime di
trasparenza, tra organi costituzionali) mi pare la prima cosa da rimarcare.
Nel discorso il
Presidente Draghi compie tre atti: individua una visione della situazione, spiega
le azioni
fatte a giugno, individua le sfide future.
Quanto al primo tema, rimarcando una
crescita dell’ 0,2% nel primo trimestre del 2014, Draghi ne prevede (ricordiamocelo) la conferma nel seguito dell’anno. Questa (modestissima) crescita è, a suo parere, trainata dalla domanda interna, e continuerà per i
prossimi due anni, in questo aiutata anche da una ripresa delle esportazioni, a sua
volta trainata dalla “ripresa in corso a livello mondiale”.
Ci sono, però,
dei problemi: in particolare sui mercati del lavoro nei quali la disoccupazione
resta alta e la capacità non utilizzata continua ad essere “consistente”. Altri elementi
di criticità sono il credito al settore privato e l’aggiustamento dei bilanci
nel settore pubblico e in quello privato.
Questi fattori continueranno a frenare il ritmo della ripresa.
Questi fattori continueranno a frenare il ritmo della ripresa.
Naturalmente la
situazione non è completamente descritta solo da questi elementi, perché permangono
rischi geopolitici, riferiti all’evoluzione della situazione delle economie
emergenti e dei mercati finanziari globali, in particolare a causa delle
possibili ripercussioni di turbolenze sui mercati dell’energia (“attraverso il
loro impatto sui prezzi dell'energia “) e della domanda mondiale di prodotti
dell'area dell'euro.
Quindi vanno considerati dei “rischi” anche
interni, quelli di una “inadeguata attuazione delle riforme strutturali
negli Stati membri” e, infine, di una domanda interna che potrebbe rivelarsi
più debole del previsto.
Completa il
quadro una valutazione dell’inflazione che viaggia su valori “bassissimi”,
inferiori all’1% e che dovrebbe risalire solo nel 2015-16. Infine i tassi di
cambio, sui quali la BCE reputa di non avere il mandato per cercare di
intervenire (“non è un obiettivo della politica della BCE”) ma che rappresenta
un ulteriore rischio, in quanto ha un impatto negativo sui prezzi.
Sul secondo argomento, il Presidente
Draghi spiega che le azioni di politica monetaria non convenzionali, prese
nella decisione
del 5 giugno, erano volte a favorire l’offerta di credito (cioè a
rafforzare il sistema finanziario, in modo che potesse a sua volta aumentare il
credito a quella che chiama “economia reale”). Il debole credito alle imprese è
stato, infatti, un “vento contrario” importante che ha ostacolato il recupero. In
particolare i nuovi TLTROs sono mirati a favorire il credito (mettono a
disposizione solo se le risorse vengono prestate).
La parte più importante, e discutibile,
del discorso è la terza. Quella sulle
sfide future.
Infatti il
Presidente in questa parte presenta la sua posizione ideologica, perfetta
espressione di una teoria economica “supplyside” (normalmente chiamata “politica
dell’offerta”), come l’unica possibile.
La stabilità viene quindi descritta come “prerequisito fondamentale per il
dinamismo economico”, anche se riconosce che l’indubbio conseguimento di questo
obiettivo (più stabile di così c’è solo la morte), non ha impedito l’alto
debito pubblico (letteralmente esploso nella zona Euro negli ultimi cinque anni
in cui in media è passato dal 60% a oltre il 90% su PIL), la bassa crescita, e
livelli “inaccettabilmente elevati di disoccupazione”. Alcuni
potrebbero dire che la stabilità
monetaria, lungi dall’essere prerequisito del dinamismo lo è, almeno in questo
contesto, della stagnazione; Draghi non solo non ha questi dubbi, ma non vede
del tutto l’alternativa.
Comunque i “sentieri
di prosperità condivisa” (farei attenzione a queste formule, Draghi è
pienamente cosciente che per alcuni questa è l’epoca più prospera da sempre, ma
anche che per troppi è il contrario; dunque il punto è condividere questa prosperità),
sono per lui quelli che è urgente imboccare. La strada che indica è attuare “il
quadro politico rafforzato”; in quanto l’unione economica e monetaria è ancora “una
struttura incompleta”. Ma cosa significa ciò?
Per la BCE significa
attuare la governance dell’Unione Bancaria, il cui scopo è “mettere le banche
nell’area Euro con ottime prospettive” in modo che possano fornire
finanziamenti all’economia reale.
Per gli Stati
membri deve invece significare “intraprendere le necessarie riforme strutturali
per promuovere la crescita e per evitare qualsiasi nuovo accumulo di squilibri
macroeconomici”. Ma cosa indica la formula “riforme
strutturali”?
Oltrepassando, a
mio parere, gravemente il segno del suo mandato Draghi indica un contenuto specifico alle riforme che
i Parlamenti Nazionali dovrebbero attuare (evidentemente sotto dettatura della
cd. “scienza economica”): continuare il
risanamento di bilancio per riequilibrare le finanze pubbliche in linea con il
Patto di Stabilità e Crescita. Specificatamente, ed in diametrale
opposizione alla proposta politica che sta costruendo ad esempio l’Italia di
Renzi, nell’ambito di una difficilissima mediazione con la Germania proprio in queste ore, Draghi afferma
che “dobbiamo fare molta attenzione a non perdere questo importante risultato
[il fiscal compact] o annacquarne l’applicazione in una misura che non lo
renderebbe più un quadro credibile”.
In altri
termini, nel corso della maggiore
depressione e stagnazione del secolo, con amplissime aree di deflazione, l’alto
funzionario pubblico ci dice che dobbiamo ridurre le spese rispetto alle
entrate fiscali, e per tale via recuperare il debito rimborsandolo ai creditori
(che per lo più sono banche). E lo dice proprio nel mezzo di una rilevante
discussione politica in corso; contro
la posizione espressa di uno dei paesi più importanti dell’area. Un’entrata
così in una partita di calcio avrebbe “rosso diretto” immediato.
Ogni volta che un sapere reputa di assurgere
a Fonte della Verità bisognerebbe alzare la guardia. L’odore del totalitarismo
si alza nell’aria.
Ma, insegnava un
importante filosofo morto nel secolo scorso prematuramente, ogni sapere include
(e genera) un potere. E qui Draghi aggiunge subito una frase illuminante: “Nonostante
l'importanza dei rinforzi messi in atto per il quadro politico, credo che ci
sia ancora spazio per ulteriori iniziative legislative in cui il settore finanziario è interessato”. Le iniziative legislative che promuove hanno
dunque un settore interessato. Un settore, quello finanziario, che nella visione del Presidente, ha funzione
di depositario dell’interesse pubblico in qualche modo centrale.
Il settore bancario “più performante” (cioè che
faccia più utili) con “un maggiore ruolo dei mercati dei capitali” potrebbe secondo
lui contribuire a sostenere sia la crescita sia il finanziamento dell’economia
reale.
In un’economia nella quale, in alcuni sistemi
economici i mercati dei capitali sono arrivati a contare il 30-40% del PIL,
Draghi che di tale mondo fa parte da sempre, reputa, in altre parole, che non
sia abbastanza. Che debba crescere ancora.
Ma anche qui, la struttura della frase mi pare
indicativa, “sia, … sia”; i maggiori utili alle banche e il maggiore peso al
mercato dei capitali produce la crescita del PIL e il finanziamento dell’economia reale. Sono due obiettivi
distinti.
Conclude
reiterando la sua proposta (già avanzata nella commemorazione di Padoa Schioppa
di qualche giorno fa) e criticata, ad esempio, da Zingales in questo intervento
sul suo blog, di avviare “qualche forma di governo comune sulle riforme strutturali”.
Riforme rivolte a provocare “un elevato livello di produttività e competitività”,
cosa che sarebbe nell’interesse dell’Unione nel suo complesso.
A me pare che con questa sollecitazione Draghi
compia due azioni:
-
passa il segno
di una collaborazione leale, condotta nell’ambito delle proprie specificità e
mandati, in quanto attraversa esplicitamente la strada politica di almeno un
governo eletto esattamente nel mezzo della sua azione, ed in una fase
cruciale.
-
Mette involontariamente
il dito nella piaga centrale, evidenziando quella che è la contraddizione di
fondo della Unione Europea, ma potremmo dire dell’intero capitalismo nella
versione libertaria; la produttività finalizzata alla competitività è
intrinsecamente rivolta alla sopraffazione del più debole, alla sua scomparsa
dalla scena economica. Al suo fallimento, come correttamente ricordava quasi un
secolo la Schumpeter. Ma se io vinco e tu perdi, anzi se io vinco perché tu perdi, l’Unione tra economie
distinte non può avere un governo comune, limitato solo a far salire la
competitività. La competitività è un
concetto essenzialmente comparativo. Non esiste, e non può esistere, se non
verso qualcun altro. Di qui delle due
l’una: o l’altro sono solo gli Stati
Uniti d’America, la Cina, il Giappone, l’India, il Brasile, la Russia e via
dicendo (l’elenco comprende almeno altri colossi come la Corea, l’Indonesia, il
Canada, l’Australia e altri), oppure queste politiche sono autocannibalismo. Non possono essere seriamente condotte perché
intrinsecamente contraddittorie. Questione di logica, ma anche di potere. Nessuno promuove politiche dirette contro sé stesso
(magari noi sì, ma questo è un
altro discorso).
La cosa è, insomma, una finzione nell’attuale quadro. Bisognerebbe prima ridefinire lo
scopo delle politiche pubbliche in senso solidaristico (tra l’altro intrinseco
allo stesso concetto di “pubblico”) e quelle sovranazionali verso la
dissoluzione dell’interesse individuale nazionale. Occorrerebbe che prima si
formi, cioè, un “noi” allargato il quale potrebbe ragionare in termini di noi-loro
in questo quadro sviluppando politiche competitive non contraddittorie.
Prima
delle politiche rivolte a produttività e competitività, occorre quindi definire
il contesto dei trasferimenti e delle garanzie, il quadro della distribuzione
di base di risorse e dei risarcimenti ai perdenti; il contesto nel quale una
sconfitta temporanea non rischi di mutarsi in un declino permanente. Cioè non
rischi di trasformarsi in “mezzoggiornificazione” (termine proposto credo per
la prima volta da Krugman in questo contesto) del più debole.
Anche in
questo senso l’odore del totalitarismo aleggia nell’aria.


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