Carlo Formenti, sia in “La
variante populista”, sia in un intervento
su Sinistrainrete pubblicato
originariamente su Il Rasoio di Occam,
estende un argomento sull’uso dei movimenti
da parte del capitalismo al caso del ‘femminismo’. La tesi di Formenti muove da un testo del 2014
di Luc Boltanski e Eve Chiappello, “Il nuovo spirito del capitalismo”. Un poderoso
studio sul ‘nuovo spirito del capitalismo’ che ha superato il modo di
produzione fordista, imperniato su organizzazioni grandi e rigide, istituzioni
burocratiche che erogavano protezione richiedendo lealtà, stili di vita
ordinati e prevedibili, in favore di una flessibile esaltazione della
iniziativa, un bisogno di autoespressione e di autenticità, di imprevedibilità.
Boltanski e Chiappello focalizzano i movimenti alla metà del secolo scorso,
quando la fiammata del ’68, destruttura la famiglia e le istituzioni
autoritarie e paternaliste investendole con la critica. La critica dei
movimenti era un impasto instabile di una tradizionale ‘critica sociale’, che derivava dalla lunga tradizione socialista, e
da una nuova ‘critica artistica’, che
si imperniava su una domanda di libertà vissuta in una chiave individuale a un
breve passo dall’essere individualista.
La frattura, generazionale e culturale, con le
strutture consolidate della sinistra storica è uno dei fattori, nel ventennio
1968-89, che porta per Formenti e per gli autori citati[1],
ad uno slittamento decisivo: la libertà come scelta individuale non è più percepita
come un ideale della destra, al più del liberalismo, ma lo diventa tutto ciò
che appare autoritario, oppressivo, conservatore. La ‘critica sociale’, quasi senza avvedersene, scompare dall’orizzonte
mentre tutte le domande di riconoscimento identitario, di emancipazione dai vincoli
gerarchici e burocratici, è identificata automaticamente come di ‘sinistra’.
Questo ‘nuovo spirito’ viene incorporato nella
modalità di funzionamento del capitalismo, a livello delle sue imprese (si
guardi ad esempio questa
comunicazione aziendale). Tutti i manuali di management del ventennio parlano
di flessibilità, mobilitazione delle risorse umane, strutture snelle e
flessibili, riduzione della gerarchia, soggettivazione.
Non si tratta, per Formenti, né di una mistificazione
ideologica da parte di un ‘capitalismo’ preesistente e capace di incorporare
qualsiasi critica non ‘strutturale’, né di un adattamento alle pressioni esterne
del lavoro[2],
ad un corpo sociale esterno e fondato su un proprio principio. Ma si tratta di un’unità tra i rapporti sociali di
produzione e l’ambiente storico-culturale nel quale si manifestano. Il rifiuto
delle gerarchie e delle forme di organizzazioni rigide che ispirano i movimenti
sociali porta alla prevalenza di alcuni topoi politici: la mistica della società civile, la rivendicazione dei ‘diritti’ come
potenziamento degli individui, lo slogan di cambiare il mondo partendo dai sé,
la necessità di disintermediare la politica (ovvero anche la rappresentanza
ed i partiti, visti come insopportabilmente burocratici e castali).
Questo spirito del tempo è ad una brevissima distanza
dalla critica neoliberale al keynesismo ed alla forma economica del ‘trentennio
glorioso’. Ronald Inglehart, lo descrive in modo molto chiaro già nel 1977 in “La
rivoluzione silenziosa”, la sicurezza esistenziale conquistata dalle
classi medie occidentali durante gli anni sessanta, nel benessere diffuso che
viene creato dal fordismo realizzato, muta i valori egemonici. Si produce in quegli
anni un “punto di inversione” che fa perdere centralità a quelli che chiama “i
valori materialisti” (che ispiravano la ‘critica sociale’ e la lotta di classe)
in favore di “valori post-materiali” (la qualità della vita, l’ambiente, la
sicurezza, l’autoespressione). Nel successivo “La
società postmoderna” l’analisi è lucidissima:
“i
postmaterialisti non sono non materialisti, e neppure antimaterialisti. Il
termine <postmaterialista> indica un set di fini che sono ritenuti
importanti dopo che le persone hanno ottenuto la sicurezza
materiale e proprio perché l’hanno ottenuta. Così la
perdita di sicurezza potrebbe portare ad un graduale ritorno alle priorità
materialiste”[3]
Ma chi sono i “postmaterialisti”? Non certo tutti, si
tratta solo dei “segmenti più sicuri delle società industriali avanzate”; se
prevalgono è perché la società del benessere si è ‘cetomedizzata’. Dal punto di
vista degli anni ottanta e novanta, ed in coerenza con le teorie economiche
neoliberali[4], si pensa che questo
raggiungimento sia stabile e crescente. Soprattutto se si garantiscono interconnessioni,
libertà di movimento, innovazione, meritocrazia e flessibilità.
Di questo spirito del tempo partecipa, e non potrebbe
essere altrimenti, anche la ripresa dei movimenti di autoespressione, fondati
sulle identità, che proliferano a partire dagli anni sessanta, e tra questi il
nuovo ‘femminismo’. Un vasto movimento, altamente differenziato e disomogeneo,
che contiene alcuni veri e propri miti fondativi, secondo la lista ricordata da
Formenti, che: tutte le femministe siano
uguali, esista una unità naturale per il fatto di essere donne, il femminismo
sia una politica delle donne per le donne, il collettivo sia il movimento, gli
spazi attribuiti alle donne siano di per sé positivi, che il ‘personale’ sia
automaticamente ‘politico’, che la democrazia sia consenso.
Naturalmente queste approssimative espressioni sono
più largamente condivise nella società e nei suoi movimenti, e sono presenti
nelle forme ‘ingenue’ di femminismo, mentre in molte versioni critiche[5] ci
sono significative prese di distanza. La Federici, in particolare, evidenzia
come la conversione in senso riformista del movimento femminista sia avvenuto
proprio mentre si stava sviluppando un irresistibile processo di femminilizzazione
del lavoro, con una massiccia immissione di forza-lavoro femminile nei processi
produttivi e la valorizzazione di qualità normalmente concepite come ‘femminili’
(la vocazione relazionale, la capacità di cura, di comunicazione) nel
dispositivo produttivo delle imprese di successo. Ciò perché la produzione si
terziarizzava.
Il processo è stato utilizzato, o a funzionato, per
smantellare le strutture di welfare ed estendere la flessibilità, il lavoro
part-time, la precarietà, per effetto delle caratteristiche della competizione
femminile.
Inoltre il movimento femminista nel suo complesso, in
particolare nelle versioni ‘ingenue’, comunque prive di carica di ‘critica sociale’
(ma dense di ‘critica artistica’), fa scomparire dietro l’orizzonte il
conflitto di classe tra le donne, che diventano tutte ‘sorelle’.
Nell’articolo “Contro
il femminismo di regime” Carlo Formenti accusa alcune influenti aree
femministe di esprimere rispettivamente un “cattivo universalismo” e, all’opposto,
un “cattivo relativismo”. Oggetto del suo attacco sono da una parte la
posizione ‘gender’, in particolare di Judit Butler[6],
che la esprime in forma più equilibrata, e dall’altra quella del cosiddetto
femminismo mainstream.
Butler, peraltro, critica il “cattivo universalismo” del
mainstream sostenendo:
“1)
che esse non sono l’unico segmento di popolazione esposto a condizioni di
precarietà e di privazione dei diritti; 2) che la popolazione sussumibile sotto
la denominazione minoranze di genere e sessuali (quindi non solo le donne ma
la comunità LGBTQ) è differenziata al proprio interno in termini di classe,
razza, religione, appartenenze comunitarie linguistiche e culturali.
Da
questa duplice presa d’atto, viene fatta derivare un’importante conseguenza
politica: il movimento femminista dovrebbe diffidare delle forme di
riconoscimento pubblico (riconoscimenti, aggiungo io, che oggi gli piovono
generosamente addosso da partiti e governi di centro, destra e sinistra, media,
canzoni, film, programmi televisivi, aule parlamentari e di tribunale, ecc.)
soprattutto se e quando tali riconoscimenti servono a deviare l’attenzione dal
massiccio disconoscimento dei diritti di altri soggetti.”
Il ‘cattivo universalismo’ femminista compie una translazione
meccanica della scolastica posizione di alcune sinistre marxiste nella ricerca
del ‘soggetto’ rivoluzionario della Storia (solo che lo identifica, con un
trasferimento di senso meccanico, dalla classe operaia al genere femminile, in
quanto soggetto oppresso). Sarebbe, dunque, il genere femminile l’incarnazione
dell’interesse generale dell’umanità. Appare, in questa ipotesi, ovvio che “la
sua riproposizione in condizioni storiche mutate finisce di fatto per sposare i
valori dell’universalismo borghese occidentale, con la conseguenza di tracciare
confini amico/nemico semplificati, che neutralizzano il groviglio di
antagonismi sempre più complessi e intrecciati cui ci troviamo di fronte”.
D’altra parte già Inglehart sottolineava che in sincronia
con lo slittamento verso valori post-materialisti dei ceti soddisfatti si era
verificato un doppio movimento politico-elettorale: dei ceti medi, i centri
urbani, verso sinistra e dei ceti popolari, le periferie, verso destra[7],
in una vera e propria “inversione di classe”. Dunque sostenere che il genere
femminile (ovvero la sua parte borghese e sensibile ai valori post-materialisti,
quindi impegnata nelle politiche identitarie e nell’autoespressione) sia il nuovo
‘soggetto rivoluzionario’, in vece, dei lavoratori, non è altro che la
formalizzazione di questo doppio spostamento.
Sostiene sempre Formenti, anche la sofisticata
posizione della Butler ricade nell’altro corno del dilemma. Esaspera una
posizione decostruttiva ed individualista, per cui la persona riesce ad
astrarre dalle condizioni in cui si colloca riassumendo, come dice Luisa
Muraro, “nell’identità personale qualsiasi identità”[8].
“L’esaltazione
delle “singolarità” - che accomuna i gender studies alle correnti mainstream delle teorie
postcoloniali, delle filosofie poststrutturaliste e del postoperaismo – è
infatti un tratto caratterizzante di quel pensiero “americanizzato” che tende a
neutralizzare le differenze <<forti>> – di classe, genere, etnia,
religione, ecc. – sostituendole con la galassia delle microidentità, che
vengono fatte proliferare fino a coincidere, appunto, con la singola persona”.
Insomma, è la stessa Muraro che la sospetta di subalternità
alla logica del capitalismo contemporaneo.
Il punto di snodo dell’articolo di Formenti è però
quando si chiede se “esistono, all’interno del campo femminista, punti di vista
teorici in grado di superare tali contraddizioni, contribuendo a creare le
premesse per la costruzione di un blocco sociale anticapitalista che non può prescindere dall’apporto del
movimento delle donne?”
La risposta è positiva: ci sono alcuni autori che
stanno cercando di porre le basi intellettuali di un “nuovo femminismo
socialista”. Sono Nancy Fraser ed il suo concetto di “crisi della cura” come parte della “crisi capitalista”. La posizione disloca la crisi fuori della sfera
strettamente economica, precisamente al confine tra produzione e riproduzione. Come
Luxemburg Fraser sostiene che le attività “non economiche” di riproduzione sociale
(nelle case, nei quartieri, nelle reti informali), sono precondizione della
stessa esistenza del sistema economico, ma sono destabilizzate dalla tendenza
egemonica dell’accumulazione. La “crisi
della cura” nasce da questa contraddizione antagonistica.
Secondo la sintesi del nostro:
“È
proprio cogliendo questa combinazione perversa di emancipazione e
mercatizzazione che Fraser offre quello che forse è il suo contributo più
importante all’analisi delle contraddizioni del capitalismo contemporaneo. La
“perversione” è il frutto della convergenza fra la “guerra di classe dall’alto”
- per usare le parole di Luciano Gallino - del capitale contro le ridotte
capacità di resistenza della forza lavoro dei paesi occidentali e le
rivendicazioni dei nuovi movimenti sociali (femministe, ecologisti, LGBTQ,
ecc.) i quali, sostiene Fraser riprendendo e approfondendo le tesi di Boltanski
e Chiapello, hanno dato vita a un paradossale “neoliberismo progressista” che
celebra la diversità, la meritocrazia e l’emancipazione mentre accetta o
addirittura considera come positivo lo smantellamento delle forme di protezione
sociale tipiche della precedente fase capitalistica. La critica contro ogni
tipo di gerarchia – di sesso, genere, etnia, razza e religione – viene fatta
propria da un capitalismo gauchiste che si
incarna nelle imprese della Silicon Valley, nell’industria culturale di
Hollywood e nelle produzioni immateriali di servizi avanzati, mentre trova
espressione politica nei Democratici alla Clinton, nel New Labour di Tony Blair
e nelle sinistre socialdemocratiche europee. Al tempo stesso la rabbia delle
classi subalterne che, abbandonate dai loro rappresentanti storici, si
rivolgono ai populismi di destra, viene liquidata con disprezzo come fascista,
razzista e sessista da questa sinistra sex and the city.”
La cosiddetta “lotta
al patriarcato”, certamente ancora presente nelle pieghe della società
contemporanea (nella quale, come riconosceva già Sombart all’inizio del secolo
scorso, coesistono sempre modi di produzione diversi e confliggenti), è in questo
quadro residuale e di retroguardia. Rischia,
anzi, di fare il lavoro del nemico.
Oggi l’immaginario dominante, e più funzionale alla
produzione di valore e distruzione dell’umano, è, come scrive la Fraser: “è liberale-individualista ed egualitarista
rispetto al genere: le donne sono considerate uguali agli uomini in ogni sfera,
meritevoli di uguali opportunità per realizzare i loro talenti, compreso –
forse in modo particolare – nella sfera della produzione. La riproduzione, per
contro, appare come un residuo arretrato, un ostacolo al progresso da
eliminare, in un modo o nell’altro, nella strada verso la liberazione”.
Insomma, come avevo scritto nella presentazione del
libro “Contromano”
di Fabrizio Marchi:
All’autoritarismo
delle forme tradizionali si sovrappone e sostituisce, certo gradualmente, una
forma sottile, ma più ferrea, di autoritarismo
del mercato. In altre parole, la questione non è tanto del “plusvalore non
pagato” o di appropriarsi del potere giuridico di disporre della proprietà
privata, ma di ridefinire la “forma sociale del valore stesso”, ed il suo
feticismo che mette in concorrenza tra di loro tutte le classi e gli individui
entro esse, siano essi maschi o femmine.
La “forma sociale del valore” si costituisce, infatti, senza che nessuno la
progetti, come struttura senza soggetto (anonima e desessuata) con
l’immenso potere di agire “dietro le spalle” di tutti gli uomini e le donne,
sottomettendoli ad un processo di trasformazione dell’energia umana in
denaro. Ovvero in una oggettivazione dei rapporti di dominazione che si nutrono
delle vite che incapsulano. Che di fatto le identificano. Il capitale, così
letto, non è appropriabile. Non è questione di possedere i mezzi di produzione,
perché la vera produzione è di rapporti sociali e quindi forme dell’umano,
oggettivati nel rapporto con il denaro come dominus totale. O meglio del denaro
come traduttore e condensazione in uno della dominazione, che coinvolge insieme
“possessore” e “posseduto”, creditore e debitore, accumuli e decumuli. Rispetto a tutto questo il “patriarcato” non
è che un residuo fossile, ancora qui e l’ì presente, ma superato
sistematicamente e di ostacolo al ‘movimento automatico’.
In altre parole le forme sociali imperniate sulle
autorità tradizionali sono obsolete e disfunzionali rispetto allo stato della
tecnica ed alle esigenze della valorizzazione (in particolare ‘fittizia’,
ovvero finanziarizzata), il potere ed il valore oggi passa per il controllo
delle menti, dell’informazione e non per le soggettività stabilite.
Al post di Formenti, tuttavia, lo stesso Marchi
risponde, in “Caro
Formenti, il femminismo è uno solo…”,
La critica di Marchi si impernia sulla cerniera dell’articolo
di Formenti, ovvero sul tentativo di trovare dei punti di vista teorici, entro
il campo femminista, che abbiano la potenzialità di superare le contraddizioni
di costruzione del discorso come parte del più ampio campo del “politicamente
corretto” (multiculturalismo, politica della differenza, lotte identitarie e
delle minoranze), per creare le condizioni, nuovamente, della ricostruzione di
un “blocco sociale anticapitalista”, portando in esso le energie e le capacità
di mobilitazione del movimento delle donne.
Si tratta di realismo politico, o, per come la mette Marchi,
di opportunità politica.
C’è una differenza di posizione nelle due letture che
è chiaramente esplicitata: il punto è che si occupa di questi temi “non solo
dal punto di vista teorico ma soprattutto da quello pratico, molto pratico”.
La tesi di Marchi è, dunque, che non c’è spazio pratico (evidentemente quello teorico è
giudicato irrilevante) per un femminismo che sfugga alla funzione di (inconsapevole)
ancella residuale della modernizzazione neoliberale. Che, quindi, tutti i
femminismi realmente esistenti sono caratterizzati dalla criminalizzazione del
genere maschile, giudicato portatore inevitabile del patriarcato. Il punto di
attacco di Marchi è “Non una di meno”,
un movimento molto largo di sigle femministe, piuttosto ‘plurale’ (altro modo
di dire confuso) e ‘dal basso’ come è di moda fare da qualche tempo, che
abbastanza non a caso aderisce al cartello di “Potere
al popolo”, lanciata nel 2016, secondo
la Elisabetta Teghil dalla “socialdemocrazia riformista”.
La prima frase del documento
“Verso l’assemblea nazionale a Bologna”,
ad esempio, recita:
“Negli
ultimi anni le immense mobilitazioni planetarie delle donne e lo sciopero
femminista hanno reso evidente che la violenza maschile e di genere è un
fattore strutturale della società globale. In ogni parte del mondo, questa
violenza è la risposta brutale a ogni pretesa di libertà e di riscatto avanzata
dalle donne e da chiunque rifiuti di essere un oggetto silenzioso e passivo di violenza.
Questa violenza assume forme diverse, attraversa le case e i luoghi di lavoro,
la famiglia e le istituzioni ed è una violenza sociale, perché sostiene e
garantisce la riproduzione delle gerarchie su cui si regge complessivamente
l’ordine neoliberale”.
La Teghil sostiene che “le compagne e le femministe
hanno perso talmente tanto i riferimenti politici di anni di lotte”… che “le
parole che avevano costruito e costituito l’ossatura del femminismo vengono
rilanciate come uno spot pubblicitario svuotate dai contenuti effettivi, il
tutto condito da un’accattivante dichiarazione di anticapitalismo”.
Leggendo questi
incipit non si può che essere d’accordo con lei.
Si dice che “la violenza maschile e di genere è un fattore strutturale della società
globale”, prendendo a prestito un gergale marxista completamente fuori di ogni
plausibile sfera di senso. Segue una frase che dovrebbe esplicarne il senso, “in ogni parte del mondo, questa violenza
è la risposta brutale a ogni pretesa di libertà e di riscatto avanzata dalle
donne e da chiunque rifiuti di essere un
oggetto silenzioso e passivo di violenza.”
Questa frase è di notevolissima costruzione, andiamo
con ordine:
-
sarebbe “strutturale”
alla formazione “della società”,
-
ma, questo è
importante, “in ogni parte del mondo”
(dalla Cina comunista, al più piccolo ed ‘arretrato’ villaggio indonesiano,
alla city di Londra, alla civilissima Svezia o alla tradizionalista Calabria
interna, per dire) questa risposta alle pretese
di libertà.
-
Pretese, sembra di
capire individuali, dato che di
violenza individuale e non pubblica o di Stato si parla qui.
Ma c’è anche di più:
-
la frase ha una
chiusa che dissolve, senza avvedersene, la specificità della denuncia, derubricandola
a tautologia.
-
La violenza è la
risposta brutale a chiunque (maschio o femmina) rifiuti di essere oggetto
passivo e silenzioso di violenza.
-
Ovvero, la violenza
è la risposta a chi non accetta la violenza.
Complimenti.
Al di là di questo scivolamento (espressione,
evidentemente, di un’obiezione “in foro interiore” mal gestita), l’incipit
continua affermando che “questa” violenza (sulle donne) assume forme diverse e “sostiene
e garantisce la riproduzione delle
gerarchie su cui si regge complessivamente l’ordine neoliberale”.
Ovvero abbiamo qui un “ordine” che si regge su “gerarchie”
le quali sarebbero create da una violenza sulle donne. È completamente dissolta
qualunque differenza di classe (tanto più la lotta).
La frattura costitutiva il politico è definita invece nella
divisione tra minoranze “LGBTQIA+” e una non meglio precisata “società”,
caratterizzata da un famigerato “ordine patriarcale” (in qualche manifesto è
scritto “usciamo dal medioevo”, sempiterno grido di battaglia di ogni liberale
a partire dal settecento).
Tutta la retorica del movimento (che naturalmente dice
anche cose più che giuste ed opportune, che appoggio senza alcuna riserva)
sembra diretta contro lo Stato, e dunque automaticamente per il ‘mercato’,
luogo di libertà e autodeterminazione. Un esempio: “Il mancato accesso a reddito, saperi, tecniche e strumenti, a
interventi e farmaci, si traduce di fatto nella negazione della nostra capacità
di autodeterminarci, funziona come
dispositivo governativo di controllo e disciplinamento di corpi e vite”.
Seguono veri campionari di tuttismo e sinistrismo, la
cui ispirazione di fondo è un misto di liberalismo radicale, anarchismo (per
Gramsci[9]
una sua evoluzione), e semplice confusione, come questo:
“Siamo
transfemministe e transnazionali: siamo tutte persone in transito nel tempo,
tra i generi, tra i territori e gli spazi urbani, oltre i confini che vogliono
impedire violentemente la libertà di movimento, seguendo il nostro cammino di
liberazione da stereotipi e norme in cui non ci riconosciamo e che non ci
rappresentano. vogliamo rilanciare una cultura di pace contro le guerre, le
logiche militariste e di occupazione finalizzate allo sfruttamento delle
risorse ambientali e al controllo del loro prezzo, alla distruzione della
terra, al suo assoggettamento al servizio del profitto. Rivendichiamo
l’abolizione delle dicotomie gerarchizzanti che vedono gli altri animali come
polo inferiore di un binarismo più profondo di altri, quello umano-non umano,
che sembra biologico e quindi “naturale”, ma che è invece politico e culturale.
Siamo portatrici di strategie diverse, più radicali, che non rafforzino
privilegi e dominio di una specie sull’altra, di alcun* soggetti su altr* resi
invisibili ma che sono portatori di desideri e dignità. Ci riconosciamo nella
resistenza di tutti i corpi resi oggetto per poter essere sfruttati”.
La radicale sconfitta della tradizione socialista e
marxista emerge da queste miscellanee, o da frasi come “vogliamo partire dai
desideri delle persone”, per “rigenerarci liberamente”. La rivoluzione è dunque
solo “culturale” e si definisce interamente nella “liberazione di soggettività”.
Anche se non se ne
avvedono affatto è questo lo spirito più autentico del liberismo.
[1] - Tra i quali c’è anche Dardod e Laval, “La nuova
ragione del mondo”.
[2] - Secondo una versione della classica tesi ‘operaista’.
[3] - Op.cit., p. 57
[4] - In particolare la cosiddetta ‘teoria del
gocciolamento’.
[5] - Formenti cita e descrive le posizioni di Andrea d’Atri,
“Il
pane e le rose. Femminismo e lotta di classe”, Nancy Fraser, “Fortune
del femminismo, dal capitalismo regolato dallo Stato alla crisi neoliberista”
e “La
fine della cura, Le contraddizioni sociali del capitalismo contemporaneo”,
Silvia Federici, “Reincarnare il mondo. Femminismo e politica dei commons”,
“Calibano
e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria”.
[6] - Si veda “Questioni di genere”, e il parziale
mutamento di rotta in “Fare e disfare il genere”.
[7] - Inglehart, Op.cit. p.323
[9] - Antonio Gramsci, “il comunismo non è contro lo
Stato, anzi si oppone implacabilmente ai nemici dello Stato, agli anarchici e
ai sindacalisti anarchici, denunziando la loro propaganda come utopistica e pericolosa alla rivoluzione
proletaria. Si è costruito uno schema prestabilito secondo il quale il
socialismo sarebbe una 'passerella' all'anarchia; e questo è un pregiudizio
scemo, un'arbitraria ipoteca del futuro. Nella dialettica delle idee,
l'anarchia continua il liberalismo, non il socialismo”, L’Ordine Nuovo, anno I, n.8 del 28 giugno 1919, “Lo Stato e il socialismo”.




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