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martedì 20 novembre 2018

Antonio Gramsci, “Lo Stato e il socialismo”, 1919



Su L’Ordine Nuovo[1], la rivista di cui era il “Segretario di redazione”, nel giugno del 1919, Antonio Gramsci[2] pubblica un denso articolo sulla questione dello Stato socialista che può essere utile rileggere. Certo, sono passati quasi esattamente cento anni e tutto è cambiato, di più, il testo è strettamente connesso con la turbolenta fase nella quale è stato scritto e partecipa delle lotte egemoniche che il movimento dei lavoratori, contesto tra ideologie diverse, subisce. È anche a ridosso della rivoluzione di ottobre, e risente pienamente dei dibattiti del primo biennio di questa[3] e della tragica situazione in Russia.
Antonio Gramsci ha ventisette anni e solo quattro anni prima ha dato il suo ultimo esame all’università, che non completerà, la testata era stata appena fondata[4] in un anno nel quale si muovevano forze potenti, era stato fondato il Partito Popolare e soprattutto i Fasci di Combattimento.



La rivista punta alla costruzione di una propria cultura per il proletariato, ma che riassuma e rielabori anche la preesistente cultura ‘borghese’, un compito da portare avanti nella “battaglia delle idee” (una rubrica) e nell’educazione. Un gruppo di giovani socialisti napoletani, raccolti intorno ad Amedeo Bordiga, accuserà i redattori di “culturalismo”. Del resto anche Gramsci sfiorerà questo giudizio, ricordando la “vaga passione” della “ardente vita dei mesi dopo l’armistizio, quando pareva immediato il cataclisma della società italiana”[5]. Nell’estate del 1919 la rivoluzione russa era sotto attacco, a luglio si era tenuto un grande sciopero generale europeo per solidarietà.

L’articolo che leggiamo, con il rispetto che si deve ad ogni documento storico, segue e contrasta un altro articolo[6], pubblicato sul medesimo numero, di critica anarchica allo Stato e per esso al socialismo. La contestazione delle “tante corbellerie” scritte a parere del comitato di redazione è comunque sviluppata durante l’articolo perché si tratta delle parole di un “Tipo sociale” che deve “essere “conosciuto, studiato, discusso e superato. Lealmente, amichevolmente.” Si, perché l’anarchico che scrive, per Gramsci, è “un pseudorivoluzionario”, che basa la propria azione “sulla mera fraselogia ampollosa, sulla frenesia operaia, sull’entusiasmo romantico è solo un demagogo, non è un rivoluzionario”.

Si tratta di un “tipo sociale” che incontriamo molto spesso anche oggi. E dato che, come dice “l’amicizia non può essere disgiunta dalla verità, e da tutte le asprezze che la verità comporta”, conviene procedere alla lettura.

Quale è la differenza con la fraseologia ampollosa, ma soprattutto l’entusiasmo romantico? Questa:

“Sono necessari, per la rivoluzione, uomini dalla mente sobria, uomini che non facciano mancare il pane nelle panetterie, che facciano viaggiare i treni, che provvedano le officine di materie prime e trovino da scambiare i prodotti industriali coi prodotti agricoli, che assicurino l'integrità e la libertà personale dalle aggressioni dei malviventi, che facciano funzionare il complesso dei servizi sociali e non riducano alla disperazione e alla pazza strage interna il popolo. L'entusiasmo verbale e la sfrenatezza fraseologica fanno ridere (o piangere) quando uno solo di questi problemi deve essere risolto anche solo in un villaggio di cento abitanti”.

Ora sorge immediatamente una obiezione, che sia il tipo sociale del “libertario”, quello che è oggetto, semplicemente e totalmente, dell’attacco contenuto nell’articolo. Qui bisogna rammemorare uno sfondo storico: il socialismo viene introdotto in Italia, come derivazione tardo risorgimentale dal movimento liberale radicale insieme all’anarchismo. Figure come Carlo Pisacane, ad esempio, possono essere lette con la triplice chiave di proto-anarchici, proto-socialisti e liberali radicali (come Mazzini, con il quale ebbe un rapporto complesso). Nella grande e fluida confusione dell’insorgere dei movimenti di critica sociale radicale all’avvio dell’ottocento il più importante snodo teorico-organizzativo è creato intorno alla figura di Michail Bakunin[7], e di Proudhon[8], ma sono molto rilevanti anche le correnti degli individualisti americani[9] e di Max Stirner[10]. Nella tradizione delle lotte sociali italiane l’anarchismo e l’anarco-sindacalismo fu molto influente nell’ultimo quarto del XIX secolo e poi all’avvio del novecento, quando il movimento socialista prende l’egemonia. La grande guerra determina una frattura tra interventisti (tra cui Kropotkin) e non (Malatesta), animatore della Unione Anarchica Italiana. Le insurrezioni di marca anarchica più importanti del novecento[11] sono la rivoluzione messicana del 1911, insurrezione di Kronstadt del 1917, e la guerra civile spagnola del 1936, in particolare in Catalogna (in queste ultime due i comunisti operarono nella repressione).
Dal 1920, e questo è l’elemento storicamente importante, gli anarchici prendono via via una posizione sempre più ostile verso l’andamento reale della rivoluzione russa[12].

Il dibattito ospitato sulle pagine dell’Ordine Nuovo è dunque da inserirsi in questo incontro-scontro di lungo periodo tra l’anarchismo ed il socialismo, al progressivo differenziarsi dei due, ed all’avvio di una molto più pronunciata divaricazione la cui ragione è il giudizio, diametralmente opposto, sulla vicenda storico-sociale concreta russa. Il tema posto, lo Stato, è evidentemente il centro del dissenso.

Dunque, dicevamo, Gramsci scrive all’amico Quaglino che è uno “pseudorivoluzionario”, mentre altri comunisti, pur libertari, come Carlo Petri[13], con i quali “la discussione è su un piano superiore” e che sono quindi “una forza della rivoluzione”. Lo stesso Petri, dice l’articolo, nel numero precedente aveva pubblicato un pezzo, “La battaglia delle idee: Emile Vandervelde. Le socialisme contre l’état”, nel quale distingue tra socialismo e ‘statatizzazione’[14] e chiarisce come “scopo finale” del socialismo abolire lo Stato (e le classi). Dunque segnala l’importante distinzione tra “scopo immediato”, conquistare lo Stato, e “scopo finale”, abolirlo[15]. La rivoluzione sociale, sostiene, si vede incamminare verso la soppressione dello Stato, un “limite ideale”, ma necessario perché in esso, nello sforzo di adeguarvisi, si “attueranno le possibilità del benessere e della libertà”.

Corrado Quaglino, l’anarchico che si cela dietro lo pseudonimo “forever”, accusa invece l’Ordine Nuovo di “statolatria”, con riferimento ad un articolo nel numero 5[16], e il socialismo statale di non essere utile a risolvere la questione sociale. L’argomento procede in questo modo: per “venti lunghi secoli” lo Stato è esistito perché i sudditi sono stati ciechi, la sua esistenza “provoca la guerra, la barbarie, la miseria, i perturbamenti, i disordini sociali”. Fino a che ci sarà uno Stato non si potrà parlare di eguaglianza e di libertà, perché questo conculcherà i diritti dei ‘sudditi’, “che il disordine e il caos sono di più cruenti, allorché vi sono due o più Governi o Stati che vogliono legiferare o comandare, e non allorché di è ‘assenza’ di governo, come vuole l’anarchia”. Queste ragioni procedono direttamente dall’autorità inconfutabile “di venti secoli di storia”. Dunque, dopo molte appassionate parole, si scopre che “siamo in un periodo storico nel quale cadono ad una ad una tutte le ideologie borghesi, democratiche, wilsoniane, legalitarie, riformistiche e stataliste”, per cui anche in Russia, malgrado Lenin (che attacca gli anarchici), “Stato e Comune (Soviet) sono due termini che si negano a vicenda”.



Gramsci risponde avanzando un’importantissima distinzione:

“Il comunismo si realizza nell'Internazionale proletaria. Il comunismo sarà solo quando e in quanto sarà internazionale. In tal senso il movimento socialista e proletario è contro lo Stato, perché è contro gli Stati nazionali capitalistici, perché è contro le economie nazionali, che hanno la loro sorgente di vita e traggono forma dallo Stato nazionale.
Ma se nell'Internazionale comunista verranno soppressi gli Stati nazionali, non verrà soppresso Io Stato, inteso come ‘forma’ concreta della società umana. La società come tale è una pura astrazione. Nella storia, nella realtà viva e corporea della civiltà umana in isviluppo, la società è sempre un sistema e un equilibrio di Stati, un sistema e un equilibrio di istituzioni concrete, nelle quali la società acquista consapevolezza del suo esistere e del suo svilupparsi, e per le quali soltanto esiste e si sviluppa”.

Il comunismo, scrive, è contro gli “Stati nazionali capitalistici”, non è contro lo “Stato”, il quale è la forma concreta della società umana. Senza una ‘forma’ la società è pura astrazione.
Ora, nella realtà “viva e corporea” della civiltà nel suo sviluppo, ovvero nella storia, la società è sempre sistema di istituzioni concrete, e queste le chiamiamo “Stato”.
Dunque:

“Ogni conquista della civiltà diventa permanente, è storia reale e non episodio superficiale e caduco, in quanto si incarna in una istituzione e trova una forma nello Stato. L'idea socialista è rimasta un mito, una evanescente chimera, un mero arbitrio della fantasia individuale fin quando non si è incarnata nel movimento socialista e proletario, nelle istituzioni di difesa e di offesa del proletariato organizzato: in esse e per esse ha preso forma storica e ha progredito; da esse ha generato lo Stato socialista nazionale, disposto e organizzato in modo da essere capace di ingranarsi con gli altri Stati socialisti: condizionato anzi in modo tale da essere capace di vivere e di svilupparsi solo in quanto aderisca agli altri Stati socialisti per realizzare l'Internazionale comunista nella quale ogni Stato, ogni istituzione, ogni individuo troverà la sua pienezza di vita e di libertà”.

Per questo:

“In questo senso il comunismo non è contro lo ‘Stato’, anzi si oppone implacabilmente ai nemici dello Stato, agli anarchici e ai sindacalisti anarchici, denunziando la loro propaganda come utopistica e pericolosa alla rivoluzione proletaria”.

L’equivoco è profondo, come lo scontro, chi pensa che l’obiettivo finale della storia sia l’anarchia, verso la quale anche il sovietismo non è che una tappa, sbaglia, e di grosso:

“Si è costruito uno schema prestabilito secondo il quale il socialismo sarebbe una ‘passerella’ all'anarchia; è questo un pregiudizio scemo, una arbitraria ipoteca del futuro.”

Nella dialettica delle idee, l'anarchia continua il liberalismo, non il socialismo; nella dialettica della storia, l'anarchia viene espulsa dal campo della realtà sociale insieme col liberalismo. Quanto più la produzione dei beni materiali si industrializza e alla concentrazione del capitale corrisponde una concentrazione di masse lavoratrici, tanto meno aderenti ha l'idea libertaria. Il movimento libertario è ancora diffuso dove continua a prevalere l'artigianato e il feudalismo terriero; nelle città industriali e nelle campagne a cultura agraria meccanica, gli anarchici tendono a sparire come movimento politico, sopravvivendo come fermento ideale”.

Ma il fatto che l’anarchismo sia una radicalizzazione del liberalismo non significa che questo, come quello, sia del tutto inutile. Le sue conquiste sono da superare, non da perdere.

“In tal senso l'idea libertaria avrà un suo compito da svolgere ancora per un pezzo: essa continuerà la tradizione liberale in quanto ha imposto e ha realizzato conquiste umane che non devono morire col capitalismo”.




Quella che propone Gramsci è una profonda differenza, di modello economico[17], di base sociale, e di tipo umano di riferimento.

“Oggi, nel trambusto sociale determinato dalla guerra, pare che l'idea libertaria abbia moltiplicato il numero dei suoi aderenti. Non crediamo che sia una gloria dell'idea. Il fenomeno è di regressione: nelle città sono immigrati elementi nuovi, senza cultura politica, non allenati alla lotta di classe nella forma complessa che la lotta di classe ha assunto con la grande industria. La fraseologia virulenta degli agitatori anarchici ha facile presa su queste coscienze istintive e antelucane; ma niente di profondo e di permanente crea la fraseologia pseudorivoluzionaria. E chi domina, chi imprime alla storia il ritmo del progresso, chi determina l'avanzata sicura e incoercibile della civiltà comunista, non sono i ‘ragazzacci’, non è il Lumpenproletariat, non sono i bohémiens, i dilettanti, i romantici capelluti e frenetici, ma sono le masse profonde degli operai di classe, i ferrei battaglioni del proletariato consapevole e disciplinate”.


Se lo “Stato socialista”, costruito dai ‘ferrei battaglioni’, è altra cosa dallo “Stato nazionale capitalista”, e se l’anarchismo è continuazione del liberalismo, bisogna anche considerare e sapere che questo, in quanto esaltatore della competizione individuale, è sempre stato contro lo Stato.
Come ricorda Gramsci:

“Tutta la tradizione liberale è contro lo Stato.
La letteratura liberale è tutta una polemica contro lo Stato. La storia politica del capitalismo è caratterizzata da una continua e furiosa lotta tra il cittadino e lo Stato. Il Parlamento è l'organo di questa lotta; e il Parlamento tende appunto ad assorbire tutte le funzioni dello Stato, cioè a sopprimerlo, svuotandolo di ogni potere effettivo poiché la legislazione popolare è rivolta a liberare gli enti locali e gli individui da ogni servitù e controllo del potere centrale.
Questa azione liberale rientra nell'attività generale del capitalismo rivolto ad assicurarsi più solide e garantite condizioni di concorrenza. La concorrenza è la nemica più acerrima dello Stato. La stessa idea dell'Internazionale è d'origine liberale; Marx la assunse dalla scuola di Cobden e dalla propaganda per il libero scambio, ma criticamente. I liberali sono impotenti a realizzare la pace e l'Internazionale, perché la proprietà privata e nazionale genera scissioni, confini, guerre, Stati nazionali in conflitto permanente tra di loro”.

Lo Stato definito dai liberali, dunque “nazionale”, è esso stesso un organo di questa concorrenza. Della concorrenza tra capitali nazionali che sono rivolti al suo controllo, e lo volgono gli uni contro gli altri. Per superarla bisogna che lo “Stato” non sia più “nazionale”, ma “socialista”, ovvero, se:

“Lo Stato nazionale è un organo di concorrenza: sparirà quando la concorrenza sarà soppressa e un nuovo costume economico sarà stato suscitato attraverso le esperienze concrete degli Stati socialisti”.


Ma non bisogna fare salti, non basta essere romantici, infatti:

La dittatura del proletariato è ancora uno Stato nazionale e uno Stato di classe. I termini della concorrenza e della lotta di classe sono spostati, ma la concorrenza e le classi sussistono. La dittatura del proletariato deve risolvere gli stessi problemi dello Stato borghese: di difesa esterna ed interna. Queste sono le condizioni reali obbiettive con le quali dobbiamo fare i conti: ragionare e operare come esistesse già l'Internazionale comunista, come fosse già superato il periodo della lotta tra Stati socialisti e Stati borghesi, della concorrenza spietata tra le economie nazionali comuniste e quelle capitalistiche, sarebbe un errore disastroso per la rivoluzione proletaria”.

La sfida non potrebbe essere più grande e più seria, per Gramsci lo Stato comunista russo ha davanti sfide straordinarie, che non possono essere ridotte ad una vuota estetica della rivoluzione:

“La società umana subisce un processo rapidissimo di decomposizione coordinato al processo dissolutivo dello Stato borghese. Le condizioni reali obbiettive in cui si eserciterà la dittatura proletaria saranno condizioni di un tremendo disordine, di una spaventosa indisciplina. Si rende necessaria la organizzazione di uno Stato socialista saldissimo, che arresti quanto prima la dissoluzione e l'indisciplina, che ridia una forma concreta al corpo sociale, che difenda la rivoluzione dalle aggressioni esterne e dalle ribellioni interne.
La dittatura proletaria deve, per le sue necessità di vita e di sviluppo, assumere un carattere accentuato militare. Ecco perché il problema dell'esercito socialista diventa uno dei più essenziali da risolvere; e diventa urgente, in questo periodo prerivoluzionario, cercare di distruggere le sedimentazioni di pregiudizio determinate dalla passata propaganda socialista contro tutte le forme della dominazione borghese”.

La logica è chiara[18]:

“Dobbiamo, oggi, rifare l'educazione del proletariato: abituarlo all'idea che per sopprimere Io Stato nell'Internazionale è necessario un tipo di Stato idoneo al conseguimento di questo fine, che per sopprimere il militarismo può essere necessario un tipo nuovo di esercito. Ciò significa addestrare il proletariato all'esercizio della dittatura, all'autogoverno. Le difficoltà da superare saranno moltissime e il periodo in cui queste difficoltà rimarranno vive e pericolose non si può prevedere come di breve durata. Ma se anche lo Stato proletario dovesse esistere per un giorno solo, dobbiamo lavorare affinché esso trovi condizioni di esistenza idonee allo svolgimento del suo compito, la soppressione della proprietà privata e delle classi”.

Chiaramente:

“… E per la sua natura, lo Stato socialista domanda una lealtà e una disciplina diverse ed opposte a quelle che domanda Io Stato borghese. A differenza delle Stato borghese che è tante più forte all'interno e all'esterno quanto meno i cittadini controllano e seguono l'attività dei poteri, lo Stato socialista domanda la partecipazione attiva e permanente dei compagni alla vita delle sue istituzioni. Bisogna inoltre ricordare che lo Stato socialista è il mezzo per mutamenti radicali, non si muta di Stato con la semplicità con cui si muta il governo”.



In conclusione:

“Dobbiamo fin da oggi formarci e formare questo senso di responsabilità tagliente e implacabile come la spada di un giustiziere. La rivoluzione è una cosa grande e tremenda, non è un gioco da dilettanti o una avventura romantica.
Vinto nella lotta di classe, il capitalismo lascerà un residuo impuro di fermentazioni antistatali o che si diranno tali perché individui e gruppi vorranno esonerarsi dai servigi e dalla disciplina indispensabili al successo della rivoluzione”.


Questo “residuo impuro di fermentazioni antistatali” è quello che confonde, sistematicamente e volontariamente, “Stato socialista” e “Stato nazionale capitalista”, a ben vedere perché vuole abbattere il primo.

Punta a ridurre tutto ad una avventura romantica.

Mentre è, secondo una formula famosissima, “analisi concreta della situazione concreta”.



[1] - A questo link i suoi numeri, dal 1 maggio 1919, anno della fondazione, al 24 dicembre 1920.
[2] - Attribuirò ad Antonio Gramsci la paternità dell’articolo, che non è firmato, e quindi è redazionale.
[3] - Il primo atto fu la distribuzione delle terre ai contadini, prendendo lo slogan dei populisti, e restrizioni al commercio, oltre che controllo operaio nelle fabbriche. Nel 1918 la Russia firma con la Germania la Pace di Brest-Litovsk, che provocò l’abbandono dei Socialrivoluzionari di sinistra in coalizione fino ad allora con i Bolscevichi. Nell’estate la sempre più forte opposizione e l’attentato a Lenin avviano il “terrore rosso” ed in primavera inizia la guerra civile con l’intervento delle potenze occidentali suo suolo russo. Questa è la fase nella quale cade l’articolo, il comunismo di guerra e la nazionalizzazione dell’industria, oltre alle requisizioni nelle campagne. La guerra civile finirà solo nel 1920-21 e poi verrà la Nep.
[4] - Il 1 maggio 1919, con Angelo Tasca, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti, un giornale che si pone nel solco aperto dalla rivoluzione russa del ’17, alla fine della guerra, e dentro un dibattito internazionale che vede possibile la rivoluzione in occidente.
[5] - “Il programma dell’Ordine nuovo”, in, “L’ordine nuovo”, II, n.12 e 13, del 21 agosto 1920.
[6] -“In difesa dell’anarchia”, firmato con lo pseudonimo “For Ever”, probabilmente dell’anarchico torinese Corrado Quaglino, 1900-non noto, successivamente collaboratore di “Umanità nova”.
[7] - Michail Bakunin, 1814-1876, è l’autore di “Stato e anarchia”, scritta nel 1873, ed animatore della Prima Internazionale, in contatto con Garibaldi, di cui ammira le imprese patriottiche, e con Mazzini, che lo accredita nell’ambiente italiano nel 1863 (lettera a Federico Campanella ed a Giuseppe Dolfi). Entro la Prima Internazionale si svilupparono contrasti in particolare con Karl Marx sulla questione dello Stato. Bakunin auspicava l’immediata sparizione dello Stato entro la rivoluzione sociale, mentre Marx esprimeva una posizione più prudente. Nel 1872, al Congresso dell’Aia è espulso dalla Internazionale.
[8] - Pierre-Joseph Proudhon, 1809-1865, è un fondamentale pensatore e rivoluzionario francese, il primo ad utilizzare in chiave positiva il termine “anarchia” di cui dà questa definizione: “L’anarchia è una forma di governo o di costituzione nella quale la coscienza pubblica e privata, formata dallo sviluppo della scienza e del diritto, basta da sola a mantenere l’ordine ed a garantire tutte le libertà”. Alla fine della vita apre al principio federale, in “Del principio federativo”. In “Contro l’unità d’Italia” polemizza con Mazzini e Garibaldi, accusandoli di aver svenduto i loro ideali per l’Unità, svendendosi ai conservatori.
[9] - Ne fanno parte autori come Josiah Warren, Henry David Thoureau, Lysander Spooner, alcuni dei quali si richiamano all’influenza di Stirner, altri a Spencer. Sono presenti due linee principali, una individualista-anarchica (con derivazioni nell’ecologismo), ed una anarco-capitalista (libertarian), di gran lunga più influente (Robert Nozick, Murray Rothbard, David Friedman).
[10] - Max Stirner (Johann Kaspar Schmidt), 1806-1856, è un filosofo tedesco che sostenne posizioni antistataliste imperniate su ateismo, individualismo ed esaltazione dell’egoismo. Muove dalla frequentazione di un ambiente, quello dei “liberi”, cui non è estraneo neppure Karl Marx, di cui fa parte un giovane Friedrich Engels. Nel 1843 scrive “L’unico e la sua proprietà”, muore a 49 anni in totale solitudine. Tra i suoi amici più appassionati Bruno Bauer. Nella sua eredità intellettuale, non riconosciuta, si può annoverare Nietszche. L’individuo, per Stirner, è al centro del mondo in quanto dotato di assolutezza, come la sua libertà, assoluta in sé e per sé (ma impraticabile, dato che l’assoluta libertà di uno è necessariamente in contrasto con l’assoluta libertà di altri), dunque sono necessari compromessi che, però, possono essere solo scelti dagli individui (“si può perdere la libertà, ma la libertà spetta a noi”) e singolarmente. Avere la proprietà della propria libertà significa, semplicemente, che “io devo poter fare o non fare ciò che desidero”. La dimensione autentica dell’individuo è dunque l’autenticità, infinita e senza confini, al di fuori di ogni codificazione. Nessuna costruzione istituzionale, neppure fondata sul diritto, è compatibile con questa libertà assoluta. Mai nessun collettivo, neppure democratico, è compatibile con essa.
[11] - Prima bisognerebbe ricordare il ruolo di Bakunin nella Comune di Parigi.
[12] - Per fare un esempio, abbiamo descritto la posizione di Pietr Kropotkin, morto a Mosca nel 1921, che scrive a Lenin: “Se la situazione attuale continuerà, la stessa parola ‘socialismo’ diventerà una maledizione, come capitò in Francia alla parola ‘uguaglianza’, dopo quarant'anni di giacobinismo”. 
[13] - Tra i redattori permanenti, insieme ad Angelo Tasca, Alessandro Schiavi, Henri Barbusse, Zino Zini, H. La Groy, John Reed, Sen Katagome, ed ai gerenti responsabili, Felice Fiatone, Alberto Chianale, Umberto Terracini, Ruggero Cricco. Tasca è l’autore di importanti articoli “americanisti”, sul sistema di Taylor e i Consigli dei Produttori (cfr., anno I, n. 23, 24, 25, 26, 27).
[14] - La tendenza, potenziata dalla mobilitazione bellica, a formare monopoli controllati dallo Stato.
[15] - Una distinzione che segna lo scontro tra lo stesso Marx e Bakunin e dunque è alla radice della divergenza tra anarchici tout court e comunisti.
[16] - Precisamente “La taglia della storia”, un redazionale nella prima pagina sulla rivoluzione russa.
[17] - Qui entra in campo il cosiddetto “americanismo”, ovvero l’attenzione per lo sviluppo materiale delle forze, e l’organizzazione del lavoro di fabbrica, che Gramsci, come Lenin, mutuerà dal fordismo.
[18] - Torna su questo tema l’ultimo libro di Losurdo “Il marxismo occidentale”.

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