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venerdì 2 novembre 2018

David Harvey, “L’esperienza urbana”



Il libro di David Harvey esce in inglese nel 1989, come versione modificata di due libri[1] del 1985 e come diversi altri testi dell’autore ha un obiettivo molto ambizioso: costruire un apparato teorico con il quale comprendere la città come un tutto. Una missione che è compiuta facendo un uso non dogmatico della tradizione marxista, e focalizzando in particolare il rapporto tra la formazione del capitale fisso e gli ambienti costruiti, quindi l’appropriazione della rendita e l’azione di moneta, finanza e quindi credito.
Per Harvey, come per Lefebvre prima di lui[2], la produzione dello spazio è in effetti parte integrante della dinamica capitalista, anzi è decisiva nel suo formarsi. Non è possibile quindi studiare l’urbanizzazione senza avere in vista la circolazione del capitale, e le sue specifiche dinamiche. Dunque gli spostamenti dei flussi di forza-lavoro (l’immigrazione dalle campagne, da altre città, la riproduzione, l’emigrazione e la polarizzazione funzionale di diversi tipi e qualità della stessa), di merci e di capitale. Tutto questo organizzato nello spazio e soggetto a relazioni e dinamiche competitive e cooperative sia a livello dei singoli attori, sia degli stessi insiemi urbani.


Il punto di partenza di Harvey è piuttosto semplice e convenzionale, in termini marxisti: nell’esperienza urbana capitalista i valori d’uso che sono necessaria alla riproduzione della vita, individuale e collettiva, sono sempre prodotti come merci. Cioè esistono solo come valori di scambio e sono identificati e costituiti all’interno di un processo di circolazione che ha come fine il loro mero aumento espresso in termini quantitativi, di segni monetari. Ne consegue che la concorrenza per prevalere negli scambi, traendo da essi il massimo profitto (in termini di rendita, normalmente), restando variamente connessa con la lotta di classe, fa leva sul conflitto spaziale per il dominio delle localizzazioni favorevoli. Dunque, contrariamente all’analisi marxista standard, che opera ad un più alto livello di astrazione, per Harvey la scelta di un dato assetto sociotecnico (ad esempio la specializzazione della Silicon Valley) è anche la risposta storicamente data alle particolarità della situazione geografica, oltre che alla competizione. In altre parole sussiste sia una divisione del lavoro sociale sia una divisione del lavoro spaziale in ogni società data.

Si tratta di una considerazione molto semplice, se la circolazione del capitale ha sempre una base geografica, l’accumulazione del capitale e la produzione di urbanizzazione procedono di pari passo. Questa affermazione, nel complesso del ciclo e scontando brevi fasi di iperfinanziarizzazione che sembrano vincere la forza di gravità, resta vera anche oggi. Come si troverà a dire nel più recente “Il capitalismo contro il diritto alla città”, infatti, il capitalismo ha sempre bisogno dei processi di urbanizzazione per assorbire l’eccedenza di capitale che produce in continuazione e per sua natura. Se non vi riesce si determinano fenomeni di fragilizzazione e di svalutazione, e l’accumulazione ristagna. Sono le diverse forme di urbanizzazione (oppure altre forme di impiego/distruzione come le spese militari) che consentono in effetti al capitale di superare questi ostacoli e di allargare il proprio terreno.

Questa dinamica chiarisce anche la vera posta della pianificazione urbana razionale, che svolge, o ha svolto, una decisiva funzione di stabilizzazione sociale, attraverso la definizione e protezione delle occasioni di fissazione del surplus in altro capitale disponibile.
Facendo riferimento allo schema presentato nel post “Questioni urbane”, si può dire che è in particolare nella seconda forma urbana della ‘città industriale’, quella con la quale si confronta il giovane Engels[3], che la città diventa la macchina che consente lo sfruttamento diretto del lavoro vivo, che accumula le persone trasformandole in portatori di forza-lavoro, presentandosi insieme alla questione delle abitazioni. Le abitazioni operaie sono, anzi, un dispositivo di creazione della classe lavoratrice ed una tecnologia sociale, strettamente connessa con il sistema di fabbrica cui sono legate. Concentrazione geografica, capacità produttiva degli uomini e apertura dei mercati alla scala idonea, restano in connessione con il consolidamento del credito e la formazione del capitale. È la concorrenza capitalistica, portata al massimo livello con l’aiuto dello Stato, che spinge la dinamica dell’accumulazione verso la produzione, dice Harvey, di paesaggi fisici e sociali razionalizzati. Razionalizzati esattamente perché finalizzati all’accumulazione del capitale.

Ma ciò che è finalizzato all’accumulazione del capitale necessita di controllo che nelle condizioni anarchiche della mobilità della forza lavoro e dello stesso capitale non possono darsi. Infatti in linea generale gli attori capitalisti non possono, nessuno può a partire da un punto locale, controllare l’andamento delle opportunità di profitto e di salario altrove disponibili. Il rischio è quindi che queste, se migliori, aspirino le risorse locali, determinandone il crollo.
L’esperienza urbana si connette allora con quella dello stato, garante della possibilità di conservare il successo, ed eventualmente la stabilità (incluso quella necessaria per tenere sotto controllo la lotta di classe). Per questa via la città industriale è connessa ai suoi mercati ed è naturalmente imperialista, se vuole garantirsi il futuro. Come la mette Harvey: “se vuole conservare la sua posizione egemone in un mercato mondiale in rapido sviluppo, deve essere pronta a unire all’imperialismo politico e militare un imperialismo economico, fondato sulla superiorità e sull’innovazione tecnologiche, e su una migliore organizzazione della produzione, dei mercati dei capitali e del commercio nella divisione sociale e geografica del lavoro” (p.50).

L’intrinseca instabilità di questo assetto competitivo, rivolto al controllo di mercati esterni ed alla proiezione di potenza imperiale, e sempre spinto dalla necessità della competizione, induce nella fase fordista il tentativo di controllare la tendenza ricorrente al sottoconsumo[4] passando da una urbanizzazione “basata sull’offerta” (modello Manchester, 1850) ad una urbanizzazione “basata sulla domanda”. Coerentemente al processo di concentrazione monopolistica che determina la messa sotto controllo della concorrenza tra imprese industriali ed aree territoriali emerge allora un modello più controllato nel quale un’opportuna allocazione di credito e quindi di produzione, sotto la regia dello Stato, determina la tendenza al bilanciamento del flusso di capitale verso la produzione, rispetto a quello verso il consumo. L’idea è di garantire una crescita autosostenuta e perpetua. Ma perché questo possa accadere il fordismo deve svilupparsi in keynesismo, con un attivo ruolo dello Stato, al prezzo di un accumularsi progressivo di problemi che alla fine determinano il crollo degli anni settanta, avviato dalla crisi mondiale dei beni del 1973, e dalla crisi fiscale di New York del 1974-5, luogo di sperimentazione delle nuove politiche neoliberali. La città keynesiana prevede un ruolo molto più importante al consumo, e quindi alla ricerca di status ed all’alleanza tra classi che cerca di utilizzare il processo urbano come veicolo di redistribuzione. Sono anni di grande espansione urbana e di fenomeni che solitamente chiamiamo “speculativi”. Anche la politica urbana cambia di conseguenza, dall’attenzione all’igiene ed alla quantità, oltre che alla segregazione delle ‘classi pericolose’, si passa alla segmentazione degli spazi del consumo ed alla ricerca, progressiva e graduata, della qualità in grado di garantire la rendita.
In America (da noi alcuni anni dopo) questa ricerca di status, unita alle importanti opere infrastrutturali del New Deal ed a una classe media lavoratrice in continua espansione, conducono al fenomeno della diffusione nel territorio di un’urbanizzazione suburbana diffusa.

Il crollo di questo modello, insieme al programma keynesiano, porta ad un nuovo incremento, ad una scala enormemente superiore, della concorrenza nella divisione spaziale del lavoro e alla “mobilitazione di un esercito industriale di riserva a buon mercato costituito da immigrati, donne, minoranze e così via…” (p.64). La concorrenza tra le aree urbane vive allora una seconda stagione. Sia quella per le funzioni di comando del capitale (le cosiddette “città globali”, descritte da Saskia Sassen[5]), sia la concorrenza per le residue possibilità di redistribuzione, e quindi di attrazione di forza lavoro di qualità e gestione di una alleanza politica interclassista.

Anche in questa fase, sulla quale precocemente riflette Henri Lefebvre, il capitalismo deve sempre riprodurre una città che lo sostenga come accumulazione. Una delle strategie, dice Harvey, è “portarsi in casa il terzo mondo”, ma muovendosi troppo velocemente su questa strada, scrive nel 1989, “si finisce per trovarsi in un circolo: dallo sviluppo urbano basato sui consumi si ritorna alla crisi capitalista come crisi di sottoconsumo” (p.75).

Nel seguito l’autore riprende la sua vocazione classificatoria e si produce in una ricostruzione del processo urbano nel capitalismo che mette in evidenza le sue molte contraddizioni, e le “leggi dell’accumulazione” marxiane. Il circuito primario, secondario e terziario del capitale e la sua circolazione complessiva. Quindi la relazione tra accumulazione e processo urbano, facendo uso di una meccanica dei cicli (Kondratiev e Kuznets) in base alla quale mostra come fino ad ora “ogni crisi capitalistica globale è stata preceduta da un movimento massiccio di capitale in investimenti a lungo termine; una sorta di estrema resistenza, nel tentativo di trovare usi produttivi per un capitale che si andava rapidamente sovraccumulando” (p.99).

Se ne può concludere che “il flusso di investimenti in ambiente costruito dipende dall’esistenza di surplus di capitale e di lavoro, e di meccanismi in grado di unirli e di renderli operativi”.

Il libro contiene anche un interessante, e molto tecnico, articolo sulla natura ed il ruolo di necessario coordinamento della rendita fondiaria nel capitalismo. Il tema è ovviamente importante[6] e vi ritorna, in una ricerca empirica, Laurie MacFarlaine la quale mostra che buona parte dell’incremento di valore nel comparto immobiliare in Inghilterra sia attribuibile all’incremento di valore di scambio connesso con la posizione. Dunque sia attribuito ad un effetto di rendita.

La rendita, che Marx chiama “plusprofitto”[7], interferisce profondamente, strutturandola, con la capacità della città di essere forza produttiva nel senso di Lefebvre, ovvero di garantire e di consentire la riunione dei lavoratori, e anche con la determinazione di questa come consumo. Il differenziale delle rendite, determinato dagli effetti posizionali, interferisce anche con la differenziazione residenziale, e quindi con la formazione e distribuzione delle classi, con la divisione del lavoro e con la specializzazione funzionale (p.138).

Si può dire che l’accesso ai diritti sociali (che non è analoga cosa dei diritti civili individuali, ma li comprende) passi necessariamente anche per una corretta e ordinata formazione della rendita. In particolare per il contrasto all’impoverimento di capitale spaziale che al tempo accresce e rende manifeste le ineguaglianze. Con la creazione di enclave, di luoghi ricchi e simmetricamente poveri (di capitale sociale, spaziale, politico), nei quali calano drasticamente con la riduzione della complessità sociale anche le opportunità di scoperta.

Nel testo è riassunta anche una generale ricostruzione del mercato del lavoro nei sistemi urbani e territoriali come effetto congiunto delle strategie di lavoratori, volte a controllare l’offerta e dei datori di ripristinare il proprio controllo, dividendoli. Tra queste strategie, dice Harvey, c’è anche l’immigrazione: “una volta che i surplus di forza lavoro sul mercato urbano sono esauriti, i capitalisti hanno a loro disposizione diverse scelte: spostarsi altrove; cercare innovazioni che risparmiano lavoro per creare un esercito industriale di riserva; introdurre trasformazioni nelle modalità di utilizzo della forza-lavoro, come la riduzione dei vincoli sociali e giuridici alla durata della giornata lavoratova, o l’aumento del tasso di sfruttamento di donne, anziani e bambini; o semplicemente l’importazione all’ingrosso di lavoro da qualche altro luogo. In pratica i capitalisti, o almeno una loro parte, usano tutte queste strategie molto prima che il punto di totale assorbimento del surplus di lavoro sia raggiunto”[8]. I mercati del lavoro urbano sono, insomma, definiti e strutturati nella loro segmentazione da spazi, tecnologie e concorrenza. Tutto ciò induce la tendenza dell’economia nelle regioni urbane a trovare un assetto specifico che ne definisce il profilo, quel che l’autore chiama “coerenza strutturata”. Influenzata dalle infrastrutture fisiche e sociali e sulla quale si determina la formazione di alleanze di classe, instabili, create al fine di cercare di trovare il modo di bilanciare costi e vantaggi tra i gruppi di interesse.

Ma ci sono differenze nelle diverse strategie: mentre le comunità di classe definite dal denaro, ovvero da relazioni di dipendenza oggettiva e quantificate in forme astratte, consentono ogni genere di libertà nel tempo e spazio definiti a loro volta come oggettivi, misurabili ed omogenei dalla tecnica stessa, le reti spaziali medesime impongono vincoli a chi non ne fa parte, perché resta legato al luogo. Tutta l’urbanizzazione capitalista si muove ed avviene quindi nel quadro della comunità del denaro e contiene in sé la forza di disciplinare coloro che vi si oppongono.

Mentre la comunità del denaro è necessariamente concentrata sui valori di scambio, e si muove, la popolazione a basso reddito si trova intrappolata nello spazio e si attacca ad esso.

Alla fine è tutto qua.


[2] - Vedi Henri Lefebvre, “Il diritto alla città”, e “Spazio e politica”.
[3] - Friedrich Engels, “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, 1844.
[4] - La tendenza al sottoconsumo è definita dalla tendenza dei singoli imprenditori, nella concorrenza reciproca, a ridurre la quota di reddito socialmente disponibile attribuita alla riproduzione della forza-lavoro e quindi alla creazione di domanda di consumo necessario a ritirare le merci poste sul mercato. Un livello aggregato questa tendenza, razionale per il singolo agente, determina la riduzione della domanda e quindi lo stato di sovrapproduzione/sottoconsumo (si tratta di decidere da che lato si vuole vedere), endemicamente presente nel modo di produzione capitalista. Naturalmente questa tendenza, che determina una tendenza alla progressiva riduzione del saggio di profitto, può essere contrastata da altre forze, ad esempio dall’innovazione tecnologica, che localmente possono vincerla.
[5] - Saskia Sassen, “Città globali”, 1991.
[7] - Cfr. Il capitale, III, cap. 46
[8] - Harvey, op.cit. p.161.

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