Il libro di David Harvey esce in inglese
nel 1989, come versione modificata di due libri[1]
del 1985 e come diversi altri testi dell’autore ha un obiettivo molto
ambizioso: costruire un apparato teorico con il quale comprendere la città come
un tutto. Una missione che è compiuta facendo un uso non dogmatico della
tradizione marxista, e focalizzando in particolare il rapporto tra la
formazione del capitale fisso e gli ambienti costruiti, quindi l’appropriazione
della rendita e l’azione di moneta, finanza e quindi credito.
Per Harvey, come per Lefebvre prima di lui[2],
la produzione dello spazio è in effetti parte integrante della dinamica
capitalista, anzi è decisiva nel suo formarsi. Non è possibile quindi studiare
l’urbanizzazione senza avere in vista la circolazione del capitale, e le sue
specifiche dinamiche. Dunque gli spostamenti dei flussi di forza-lavoro
(l’immigrazione dalle campagne, da altre città, la riproduzione, l’emigrazione
e la polarizzazione funzionale di diversi tipi e qualità della stessa), di
merci e di capitale. Tutto questo organizzato nello spazio e soggetto a
relazioni e dinamiche competitive e cooperative sia a livello dei singoli
attori, sia degli stessi insiemi urbani.
Il punto di partenza di Harvey è piuttosto semplice e
convenzionale, in termini marxisti: nell’esperienza urbana capitalista i valori
d’uso che sono necessaria alla riproduzione della vita, individuale e
collettiva, sono sempre prodotti come merci. Cioè esistono solo come valori di
scambio e sono identificati e costituiti all’interno di un processo di
circolazione che ha come fine il loro mero aumento espresso in termini
quantitativi, di segni monetari. Ne consegue che la concorrenza per prevalere
negli scambi, traendo da essi il massimo profitto (in termini di rendita,
normalmente), restando variamente connessa con la lotta di classe, fa leva sul
conflitto spaziale per il dominio delle localizzazioni favorevoli. Dunque,
contrariamente all’analisi marxista standard, che opera ad un più alto livello
di astrazione, per Harvey la scelta di un dato assetto sociotecnico (ad esempio
la specializzazione della Silicon Valley) è anche la risposta storicamente data
alle particolarità della situazione geografica, oltre che alla competizione. In
altre parole sussiste sia una divisione del lavoro sociale sia una divisione
del lavoro spaziale in ogni società data.
Si tratta di una considerazione molto semplice, se la
circolazione del capitale ha sempre una base geografica, l’accumulazione del
capitale e la produzione di urbanizzazione procedono di pari passo. Questa
affermazione, nel complesso del ciclo e scontando brevi fasi di
iperfinanziarizzazione che sembrano vincere la forza di gravità, resta vera
anche oggi. Come si troverà a dire nel più recente “Il capitalismo contro il diritto alla città”, infatti, il
capitalismo ha sempre bisogno dei processi di urbanizzazione per assorbire
l’eccedenza di capitale che produce in continuazione e per sua natura. Se non
vi riesce si determinano fenomeni di fragilizzazione e di svalutazione, e
l’accumulazione ristagna. Sono le diverse forme di urbanizzazione (oppure altre
forme di impiego/distruzione come le spese militari) che consentono in effetti al
capitale di superare questi ostacoli e di allargare il proprio terreno.
Questa dinamica chiarisce anche la vera posta della
pianificazione urbana razionale, che svolge, o ha svolto, una decisiva funzione
di stabilizzazione sociale, attraverso la definizione e protezione delle
occasioni di fissazione del surplus in altro capitale disponibile.
Facendo riferimento allo schema presentato nel post “Questioni
urbane”, si può dire che è in particolare nella seconda forma urbana
della ‘città industriale’, quella con
la quale si confronta il giovane Engels[3],
che la città diventa la macchina che consente lo sfruttamento diretto del
lavoro vivo, che accumula le persone trasformandole in portatori di
forza-lavoro, presentandosi insieme alla questione delle abitazioni. Le
abitazioni operaie sono, anzi, un dispositivo di creazione della classe
lavoratrice ed una tecnologia sociale, strettamente connessa con il sistema di
fabbrica cui sono legate. Concentrazione geografica, capacità produttiva degli
uomini e apertura dei mercati alla scala idonea, restano in connessione con il
consolidamento del credito e la formazione del capitale. È la concorrenza
capitalistica, portata al massimo livello con l’aiuto dello Stato, che spinge
la dinamica dell’accumulazione verso la produzione, dice Harvey, di paesaggi fisici e sociali razionalizzati.
Razionalizzati esattamente perché finalizzati all’accumulazione del capitale.
Ma ciò che è finalizzato all’accumulazione del
capitale necessita di controllo che nelle condizioni anarchiche della mobilità
della forza lavoro e dello stesso capitale non possono darsi. Infatti in linea
generale gli attori capitalisti non possono, nessuno può a partire da un punto
locale, controllare l’andamento delle opportunità di profitto e di salario
altrove disponibili. Il rischio è quindi che queste, se migliori, aspirino le
risorse locali, determinandone il crollo.
L’esperienza urbana si connette allora con quella
dello stato, garante della possibilità di conservare il successo, ed
eventualmente la stabilità (incluso quella necessaria per tenere sotto
controllo la lotta di classe). Per questa via la città industriale è connessa
ai suoi mercati ed è naturalmente imperialista, se vuole garantirsi il futuro.
Come la mette Harvey: “se vuole conservare la sua posizione egemone in un
mercato mondiale in rapido sviluppo, deve essere pronta a unire
all’imperialismo politico e militare un imperialismo economico, fondato sulla
superiorità e sull’innovazione tecnologiche, e su una migliore organizzazione
della produzione, dei mercati dei capitali e del commercio nella divisione
sociale e geografica del lavoro” (p.50).
L’intrinseca instabilità di questo assetto
competitivo, rivolto al controllo di mercati esterni ed alla proiezione di
potenza imperiale, e sempre spinto dalla necessità della competizione, induce nella
fase fordista il tentativo di controllare la tendenza ricorrente al
sottoconsumo[4] passando da una
urbanizzazione “basata sull’offerta” (modello Manchester, 1850) ad una urbanizzazione “basata sulla domanda”.
Coerentemente al processo di concentrazione monopolistica che determina la
messa sotto controllo della concorrenza tra imprese industriali ed aree
territoriali emerge allora un modello più controllato nel quale un’opportuna
allocazione di credito e quindi di produzione, sotto la regia dello Stato,
determina la tendenza al bilanciamento del flusso di capitale verso la
produzione, rispetto a quello verso il consumo. L’idea è di garantire una
crescita autosostenuta e perpetua. Ma perché questo possa accadere il fordismo
deve svilupparsi in keynesismo, con un attivo ruolo dello Stato, al prezzo di
un accumularsi progressivo di problemi che alla fine determinano il crollo
degli anni settanta, avviato dalla crisi mondiale dei beni del 1973, e dalla
crisi fiscale di New York del 1974-5, luogo di sperimentazione delle nuove
politiche neoliberali. La città
keynesiana prevede un ruolo molto più importante al consumo, e quindi alla
ricerca di status ed all’alleanza tra classi che cerca di utilizzare il
processo urbano come veicolo di redistribuzione. Sono anni di grande espansione
urbana e di fenomeni che solitamente chiamiamo “speculativi”. Anche la politica
urbana cambia di conseguenza, dall’attenzione all’igiene ed alla quantità,
oltre che alla segregazione delle ‘classi pericolose’, si passa alla
segmentazione degli spazi del consumo ed alla ricerca, progressiva e graduata,
della qualità in grado di garantire la rendita.
In America (da noi alcuni anni dopo) questa ricerca di
status, unita alle importanti opere infrastrutturali del New Deal ed a una
classe media lavoratrice in continua espansione, conducono al fenomeno della
diffusione nel territorio di un’urbanizzazione suburbana diffusa.
Il crollo di questo modello, insieme al programma
keynesiano, porta ad un nuovo incremento, ad una scala enormemente superiore,
della concorrenza nella divisione spaziale del lavoro e alla “mobilitazione di
un esercito industriale di riserva a buon mercato costituito da immigrati,
donne, minoranze e così via…” (p.64). La concorrenza tra le aree urbane vive
allora una seconda stagione. Sia quella per le funzioni di comando del capitale
(le cosiddette “città globali”, descritte da Saskia Sassen[5]),
sia la concorrenza per le residue possibilità di redistribuzione, e quindi di
attrazione di forza lavoro di qualità e gestione di una alleanza politica
interclassista.
Anche in questa fase, sulla quale precocemente
riflette Henri Lefebvre, il capitalismo deve sempre riprodurre una città che lo
sostenga come accumulazione. Una delle strategie, dice Harvey, è “portarsi in
casa il terzo mondo”, ma muovendosi troppo velocemente su questa strada, scrive
nel 1989, “si finisce per trovarsi in un circolo: dallo sviluppo urbano basato
sui consumi si ritorna alla crisi capitalista come crisi di sottoconsumo”
(p.75).
Nel seguito l’autore riprende la sua vocazione
classificatoria e si produce in una ricostruzione del processo urbano nel
capitalismo che mette in evidenza le sue molte contraddizioni, e le “leggi
dell’accumulazione” marxiane. Il circuito primario, secondario e terziario del
capitale e la sua circolazione complessiva. Quindi la relazione tra
accumulazione e processo urbano, facendo uso di una meccanica dei cicli
(Kondratiev e Kuznets) in base alla quale mostra come fino ad ora “ogni crisi
capitalistica globale è stata preceduta da un movimento massiccio di capitale
in investimenti a lungo termine; una sorta di estrema resistenza, nel tentativo
di trovare usi produttivi per un capitale che si andava rapidamente sovraccumulando”
(p.99).
Se ne può concludere che “il flusso di investimenti in
ambiente costruito dipende dall’esistenza di surplus di capitale e di lavoro, e
di meccanismi in grado di unirli e di renderli operativi”.
Il libro contiene anche un interessante, e molto
tecnico, articolo sulla natura ed il ruolo di necessario coordinamento della
rendita fondiaria nel capitalismo. Il tema è ovviamente importante[6] e
vi ritorna, in una ricerca empirica, Laurie MacFarlaine la quale mostra che
buona parte dell’incremento di valore nel comparto immobiliare in Inghilterra
sia attribuibile all’incremento di valore di scambio connesso con la posizione.
Dunque sia attribuito ad un effetto di rendita.
La rendita, che Marx chiama “plusprofitto”[7],
interferisce profondamente, strutturandola, con la capacità della città di
essere forza produttiva nel senso di Lefebvre, ovvero di garantire e di
consentire la riunione dei lavoratori, e anche con la determinazione di questa
come consumo. Il differenziale delle rendite, determinato dagli effetti
posizionali, interferisce anche con la differenziazione residenziale, e quindi
con la formazione e distribuzione delle classi, con la divisione del lavoro e
con la specializzazione funzionale (p.138).
Si può dire che l’accesso ai diritti sociali (che non è analoga cosa dei diritti civili individuali, ma li comprende) passi necessariamente
anche per una corretta e ordinata formazione della rendita. In particolare per
il contrasto all’impoverimento di capitale spaziale che al tempo accresce e
rende manifeste le ineguaglianze. Con la creazione di enclave, di luoghi ricchi
e simmetricamente poveri (di capitale sociale, spaziale, politico), nei quali
calano drasticamente con la riduzione della complessità sociale anche le
opportunità di scoperta.
Nel testo è riassunta anche una generale ricostruzione
del mercato del lavoro nei sistemi urbani e territoriali come effetto congiunto
delle strategie di lavoratori, volte a controllare l’offerta e dei datori di
ripristinare il proprio controllo, dividendoli. Tra queste strategie, dice
Harvey, c’è anche l’immigrazione: “una volta che i surplus di forza lavoro sul
mercato urbano sono esauriti, i capitalisti hanno a loro disposizione diverse
scelte: spostarsi altrove; cercare innovazioni che risparmiano lavoro per
creare un esercito industriale di riserva; introdurre trasformazioni nelle
modalità di utilizzo della forza-lavoro, come la riduzione dei vincoli sociali
e giuridici alla durata della giornata lavoratova, o l’aumento del tasso di sfruttamento
di donne, anziani e bambini; o semplicemente l’importazione all’ingrosso di
lavoro da qualche altro luogo. In pratica i capitalisti, o almeno una loro
parte, usano tutte queste strategie molto prima che il punto di totale
assorbimento del surplus di lavoro sia raggiunto”[8]. I
mercati del lavoro urbano sono, insomma, definiti e strutturati nella loro
segmentazione da spazi, tecnologie e concorrenza. Tutto ciò induce la tendenza
dell’economia nelle regioni urbane a trovare un assetto specifico che ne
definisce il profilo, quel che l’autore chiama “coerenza strutturata”. Influenzata dalle infrastrutture fisiche e
sociali e sulla quale si determina la formazione di alleanze di classe,
instabili, create al fine di cercare di trovare il modo di bilanciare costi e
vantaggi tra i gruppi di interesse.
Ma ci sono differenze nelle diverse strategie: mentre
le comunità di classe definite dal denaro, ovvero da relazioni di dipendenza
oggettiva e quantificate in forme astratte, consentono ogni genere di libertà
nel tempo e spazio definiti a loro volta come oggettivi, misurabili ed omogenei
dalla tecnica stessa, le reti spaziali medesime impongono vincoli a chi non ne
fa parte, perché resta legato al luogo. Tutta l’urbanizzazione capitalista si
muove ed avviene quindi nel quadro della comunità del denaro e contiene in sé
la forza di disciplinare coloro che vi si oppongono.
Mentre la comunità del denaro è necessariamente
concentrata sui valori di scambio, e si muove, la popolazione a basso reddito
si trova intrappolata nello spazio e si attacca ad esso.
Alla fine è tutto qua.
[1] - Precisamente “The urbanization of capital” e “Consciousness and the urban experience”.
[2] - Vedi Henri Lefebvre, “Il
diritto alla città”, e “Spazio
e politica”.
[3] - Friedrich Engels, “La
situazione della classe operaia in Inghilterra”, 1844.
[4] - La tendenza al sottoconsumo è definita dalla
tendenza dei singoli imprenditori, nella concorrenza reciproca, a ridurre la
quota di reddito socialmente disponibile attribuita alla riproduzione della
forza-lavoro e quindi alla creazione di domanda di consumo necessario a
ritirare le merci poste sul mercato. Un livello aggregato questa tendenza,
razionale per il singolo agente, determina la riduzione della domanda e quindi
lo stato di sovrapproduzione/sottoconsumo (si tratta di decidere da che lato si
vuole vedere), endemicamente presente nel modo di produzione capitalista. Naturalmente
questa tendenza, che determina una tendenza alla progressiva riduzione del
saggio di profitto, può essere contrastata da altre forze, ad esempio dall’innovazione
tecnologica, che localmente possono vincerla.
[5] - Saskia Sassen, “Città
globali”, 1991.
[6] - Lo avevamo trattato in “Qualche
nota sulla rendita urbana ed il consumo di suolo”.
[7] - Cfr. Il capitale, III, cap. 46
[8] - Harvey, op.cit.
p.161.

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