Una rivista che recita il nome della sinistra, ma in
inglese, nel titolo. Che afferma essere “l’unico giornale di sinistra”, ospita
un breve intervento
di un autore, rispettabile e di grande competenza specifica, come il professore
ordinario di Scienza delle Finanze presso l’Università di Bari, Ernesto
Longobardi. Il professore ha nel suo lungo curriculum esperienze
come “membro per l’attuazione della riforma tributaria”, nel lontano 1982-3, e
membro del “Gruppo di lavoro per lo studio degli effetti del mercato unico
europeo sul sistema fiscale italiano”, nel 1989.
Lo stesso firma in Sinistrainrete,
a marzo 2018, un interessante articolo, dal titolo “Il liberismo non è un dato di natura”, nel quale propone di
superare sia il liberismo, sia il marxismo, per privilegiare “una prospettiva,
lunga e paziente, di opposizione sul piano culturale, che muova da un totale
rifiuto della visione antropologica alla base del neoliberismo [e del
marxismo]”. Andando oltre anche alla visione della “socialità acquisita con la
ragione” del marxismo, in favore della prospettiva di un mutamento fondato
sull’antropologia di Massimo Fagioli, psichiatria italiano recentemente
scomparso, propugnatore della “teoria della nascita”.
La sinistra “lunga e paziente”.
L’Italia.
Il paese europeo nel quale vivono più poveri, dove 7
milioni di persone vivono in grande deprivazione, milioni mangiano alle mense
della Caritas, o rovistano tra i rifiuti, aspettando con angoscia la prossima
bolletta del gas, quando sulla casa scenderà il freddo.
L’Italia.
Dove venti milioni di persone sono a rischio di
povertà. Un bambino su tre vive in povertà, senza poter pensare al proprio
futuro con serenità, senza il piacere di un giocattolo, di un bel vestito, di
quel che hanno i suoi compagni di classe, di qualcosa, almeno, di quel che vede
in televisione e per lui, ancora debole, è bello e desiderabile.
L’Italia.
Dove c’è una delle maggiori ricchezze private del
mondo. Dove sei milioni di persone cumulano la metà della ricchezza del paese.
Il paese nel quale la sinistra, se vuole essere tale,
e se vuole addirittura essere “rivoluzionaria”, deve principalmente essere paziente.
Infatti Longobardi ci dice che non dobbiamo essere
sconcertati se questo governo, che certo non ci piace, si oppone all’austerità
dell’Unione Europea e contrasta le regole ottuse degli equilibri finanziari.
Non possiamo trovare strano che questo governo, che non è di sinistra, voglia
mandare in soffitta il Fiscal Compact.
No, perché queste cose non sono di sinistra.
Lo dice chiaramente:
“Su
questo voglio essere molto chiaro. Non c’è nulla di sinistra e di
rivoluzionario nel fare politiche di spesa in deficit”
Non c’è nulla di sinistra, e di rivoluzionario.
Perché? Qui la competenza del nostro professore è indiscutibile,
e quindi ci tocca credergli, la ragione è semplice ed è netta:
“oggi,
in Europa, la creazione di debito a livello nazionale è, per forza di cose, una
politica sovranista, una politica antieuropea”.
Ma qualcuno, io ad esempio, potrebbe rispondere: e
allora? Perché una politica che mette al centro la sovranità democratica e
costituzionale sarebbe una politica non di sinistra?
Ce lo dice lui:
“..
non c’è niente di sinistra nel volere sfasciare l’Unione europea per tornare a
stati nazionali pienamente sovrani. Come dice bene Piero Bevilacqua su Il Manifesto
(29 settembre)[1]
«lo spazio politico dell’Unione europea è lo spazio minimo in cui pensare
un’azione politica in grado di una qualche efficacia»”.
Si tratta del solito argomento, tenendo fermo che la piena libertà di movimento di merci e capitali
è il nuovo stato di natura, l’unico modo di inseguire il potere che è sfuggito
inesorabilmente dalle maglie che le lotte dei lavoratori e le favorevoli
condizioni del dopoguerra avevano creato, è di disporre il potere di
regolazione alla scala mondiale. Un’approssimazione iniziale è quella Europea.
Se non riesce ad essere democratico in modo accettabile tanto peggio per la
democrazia, non ci sono alternative.
Ma se anche così fosse, perché non possiamo proprio
neppure spendere qualche spicciolo per i tanti poveri, per i bambini che vivono
senza una casa al caldo, senza un pasto decente, un cambio di vestiti?
Ovvero:
“perché
politiche di spesa finanziate ricorrendo al debito avrebbero necessariamente questo
segno antieuropeo? La spiegazione è semplice. Creando in Europa una moneta
unica, gestita a livello sovranazionale, ma lasciando al contempo agli Stati
nazionali la politica fiscale, si è, di fatto, sottratta loro la possibilità di
ricorrere al debito. In uno Stato nazionale pienamente sovrano il debito e la
moneta sono un tutt’uno, e lo sapevano bene i governi dell’Italia democristiana
che sapientemente usavano la moneta per rendere sostenibile il debito. Ora non
si può più fare. È come se ogni Stato dell’Unione emettesse debito in una
valuta straniera, perché si tratta di una valuta di cui non ha il controllo”.
Calma e pazienza.
“L’unica
via di uscita politicamente percorribile “da sinistra” è quella della creazione
di un’unione fiscale europea con un proprio debito, al quale, allora sì, si
potrebbe fare legittimamente ricorso, quando necessario. È una prospettiva che
implicherebbe condivisione dei rischi, accettazione della redistribuzione di
risorse tra gli Stati, solidarietà sovranazionale: tutto quanto, oggi, i
trattati europei rigorosamente escludono. Vorrebbe, dire, di fatto, unione
politica”.
Insomma, il solito sogno nel quale le élite di ogni
segno ci intrattengono da decenni.
Mentre la povertà cresce.
Del resto, si è detto, bisogna avere pazienza. Bisogna
stare calmi (per fare la rivoluzione antropologica).
Lo dice molto chiaramente.
“Si
dirà che tutto questo è ben di là da venire. D’accordo, ma non ci sono
scorciatoie. Una strategia politica di sinistra, oggi, può solo avere una
dimensione sovranazionale: europea e mondiale”.
Non ci sono proprio alternative, i poveri dovranno
avere pazienza, dovranno proprio stare calmi, infatti:
“Politiche
di ricorso al debito sono obiettivamente politiche di rottura dell’Unione,
ripiegamento verso lo Stato nazionale sovrano: il debito nazionale non può che
riportare, prima o poi, alla moneta nazionale, cioè alla fine dell’euro e, di
fatto, dell’Unione”.
Segue una stringata e scolastica contestazione del
meccanismo keynesiano immaginato dal governo per ottenere una crescita che
riassorba il deficit, ma lo risparmiamo[2].
E una conclusione netta.
“Compagni,
possiamo stare tranquilli, questo governo è tutto di destra, anche nella
politica economica.”
Non vorrei deludere il gentile professore, non sono
suo compagno.
[1]
- L’articolo di Piero Bevilacqua (nel link)
si articola su un argumentum ab auctoritate che rinvia ad altri due articoli di
Castellina
e di Bascetta,
ma per la parte disponibile si articola in due momenti: una iniziale
antropomorfizzazione del ‘capitalismo’ che avrebbe il piano di rilanciare la
concorrenza tramite la ripresa del ferro vecchio storico degli Stati Nazionali,
che altrimenti ognuno sarebbe libero di “perseguire per sé l’obiettivo che è
comune, il benessere di tutti”. Dunque la denuncia di una “razionalità segreta”
nella corsa l’un contro l’altro degli Stati che, essa, condanna la natura alla
distruzione e l’umanità alla disoccupazione ed alla precarietà. Proseguendo con
un abissale rovesciamento di logica che merita un altro prossimo
approfondimento Bevilacqua aggiunge il secondo argomento: il conflitto di
classe non è impedito dalla destrutturazione post-fordista, ma dalla
limitatezza della lotta operaia di fronte al movimento mondiale del capitale. Ovviamente
l’esito è di aderire al movimento di Varoufakis.
[2]
- “Si
deve dire che la posizione ufficiale del governo, come viene presentata dal
ministro Tria, è che, nel loro programma, ci sarebbe sì un maggior deficit nel
breve periodo (il famoso 2,4%), ma questo porterebbe a una riduzione del
rapporto debito/Pil, non ad un aumento. Il miracolo è atteso dalla crescita,
che sarebbe indotta dalla politica fiscale espansiva: il tasso di aumento del
Pil, che al momento tende allo zero, compierebbe un balzo all’1,6% l’anno
prossimo e all’1,7% l’anno successivo. La bacchetta magica sarebbero i maggiori
investimenti sia pubblici sia privati. Ma, dal lato del pubblico, non si vede
perché dovremmo imparare in pochi mesi quanto non abbiamo saputo fare per anni,
cioè spendere in tempi ragionevoli i soldi destinati agli investimenti. Dal
lato del settore privato, è molto dubbio che le imprese potranno aumentare
significativamente gli investimenti in presenza degli aumenti del costo del
denaro e della restrizione di credito che sono già ora in atto, come effetto
annuncio delle politiche governative.”



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