Un Paper
dell’economista del Dipartimento di
Economia e Scienze Sociali dell’Università di Potsdam che sviluppa un
interessante e mirato attacco alla logica della “Teoria dei Vantaggi Comparati”, formulata per la prima volta da
David Ricardo nel 1817 in “Principi di economia politica e dell’imposta”.
Per la maggior parte degli economisti[1] il
commercio internazionale illimitato è sempre da preferire. C’è quello che l’autore
chiama “un sostegno accademico schiacciante”[2]
che è sostenuto dalla ‘teoria del vantaggio comparato’, presentata come il ‘risultato
più profondo e più bello dell’intera economia’ da Findlay e come ‘una pietra
angolare intellettuale inattaccabile’ da Harrington. Oppure da Samuelson nel
1972 presentata come unica proposizione in tutta la scienza sociale che è ‘vera’
senza essere ‘banale’. Altri, più precisamente, lo giudicano “un articolo di fede”.
L’utilizzo della teoria, e fin dalla sua prima
redazione da parte di David Ricardo[3], è
di spingere i paesi poveri ad aprire i loro mercati ed unirsi al regime di ‘libero
scambio’, affermando che in questo modo aumenteranno il loro tenore di vita.
Ma la teoria è stata formulata per la prima volta nel
1817 e non si è mai completamente liberata da molte delle sue presupposizioni:
-
che il lavoro ed
il capitale non si spostano tra le nazioni[4];
-
che non ci sono
squilibri commerciali;
-
che tutte le
risorse sono sempre pienamente utilizzate[5];
-
che il commercio
internazionale può essere descritto da un modello.
La teoria è stata riformulata, per adattarla ai
presupposti dell’economia neoclassica, ma conserva la stessa logica, e resta
soggetta alla stessa critica di carenza teorica ed empirica che la rende
inadeguata a spiegare il commercio internazionale effettivamente esistente.
È naturalmente necessario formulare delle teorie che semplificano
il mondo reale e consentono di operare con modelli[6],
ma le ipotesi qui formulate sono troppo lontane dalla realtà, e non ne rappresentano
una semplificazione valida.
Se ci si allontana, infatti, dall’ipotesi della
immobilità del capitale e del lavoro e dall’esistenza di un meccanismo di
aggiustamento che porta sempre all’equilibrio tra gli scambi, ne deriva che “la
presunzione di una trasformazione automatica da vantaggi comparativi di
produzione in vantaggi dei prezzi assoluti è insostenibile”.
Inoltre, l’abbandono del terzo e quarto presupposto (la
staticità dei guadagni derivanti dal commercio e la piena occupazione) invalidano
l’affermazione che il libero scambio è necessariamente vantaggioso.
Una raccomandazione normativa comune (del resto anche
nel famoso esempio di Ricardo) è che i paesi poveri in via di sviluppo
dovrebbero concentrarsi nell’agricoltura, ed evitare quindi di sviluppare
industrie in competizione con i paesi sviluppati. Una simile tesi è comunemente
portata avanti dagli economisti consulenti delle parti nei negoziati
internazionali.
L’autore cita tre tipi di risposte che i difensori
della teoria normalmente avanzano, per giustificare gli scostamenti dai
risultati attesi:
1-
Che gli Stati
intervengono, ostacolando gli scambi, alzando barriere tariffarie o normative,
2-
Che si tratta di
variazioni di breve periodo, ma nel lungo si otterranno i benefici,
3-
Con qualche
eccezione ad hoc, come nella “Nuova teoria del commercio”[7],
In effetti l’intervento politico è parte del mondo
reale, in particolare delle determinanti geopolitiche, in secondo luogo non si
capisce questa distinzione tra breve e lungo periodo, se il ‘breve’ può durare anche
settanta anni[8]. Anche le modifiche
proposte da Krugman, sostiene l’autore, sono insufficienti.
Ma vediamo meglio cosa ammette Krugman[9], “il commercio beneficia il fattore
che è specifico al settore esportatore di ogni paese, ma danneggia il fattore
specifico ai settori che competono con le importazioni, con effetti ambigui sui
fattori mobili”[10]. Dunque è
possibile che i guadagni di uno comportino perdite per l’altro.
Questo effetto era nascosto nella teoria originaria
dalla leggerezza con la quale, a più riprese, Ricardo parla di spostamento dei
capitali tra un settore e l’altro (come se i ‘capitali’ che si spostano non
siano stabilimenti chiusi, lavoratori licenziati, città in crisi fiscale,
degrado di intere regioni, infrastrutture abbandonate, …).
La soluzione della teoria economica è spendere le
risorse che guadagnano gli uni per risarcire gli altri (con sussidi,
formazione, investimenti). Ma in condizioni di piena libertà dei capitali ed in
condizioni di ‘equilibri multipli’ non si possono tassare i vincenti. In effetti
ormai si possono tassare solo i perdenti, perché non hanno le risorse per
scappare.
I vincenti si chiamano fuori della solidarietà
nazionale[11] ed usano la mobilità di
merci e capitali per forzare gli assetti su cui sono state costruite le nostre
società “dalla porta sul retro” (Rodrik).
La prima idea dei ‘vantaggi comparati’, però, non è di
Ricardo, ma di quasi un secolo precedente, di Henry Martyn nel 1701, quando l’economista
e politico inglese sostenne la Compagnia delle Indie Orientale[12] contro
l’industria laniera inglese stessa. Il lobbista oppose l’argomento che il
commercio internazionale assomiglia al progresso tecnologico: come una segheria
fa con due persone il lavoro di trenta segatori, o una chiatta, l’importazione
consente di ottenere lo stesso risultato con meno impegno di risorse (che
possono essere impiegate in altro, magari da scambiare con il prodotto
importato).
L’argomento è molto simile a quello di Ricardo di un
secolo abbondante dopo[13],
ma dà per scontato, nascondendolo, che le risorse liberate non sono immediatamente
riutilizzate. Ci sono costi sociali, come il degrado ambientale di aree di
produzione, e la dissipazione di beni pubblici a causa della disoccupazione come
l’esperienza, la capacità di fare, l’istruzione nella pratica[14].
Del resto nella storia dell’occidente di rado e solo
per brevi periodi c’è stato ‘libero commercio’. Ad esempio Ha-Joon Chang
ricorda[15]
che nell’Inghilterra vittoriana le politiche del Primo Ministro Walpole (ben
tratteggiate dal “Piano per il
Commercio Inglese”, 1728, di William Defoe), prevedessero accurate
protezioni delle merci inglesi, spionaggio, attrazione dei migliori operai
concorrenti (e all’epoca, bisogna notare, il know how non era incorporato nelle
macchine e tanto meno nei brevetti o nei progetti, ma nelle persone che
le sapevano far funzionare), restrizioni alle importazioni dei prodotti
concorrenti. E’ solo quando raggiunse una solida posizione di predominio
industriale che l’Inghilterra aprì i suoi mercati (imponendo, anche con la
forza, l’apertura di quelli dei concorrenti, in modo da spazzare via la loro
industria nascente e ancora debole).
E’ in questa fase che interviene Ricardo[16].
In questa direzione va anche la politica coloniale
inglese, rivolta a far aprire i mercati ai prodotti verso i quali i locali
erano più deboli. Una politica che contribuì non poco a provocare la defezione
degli Stati Uniti[17].
Il grande paese oltreoceano, subito dopo l’indipendenza avviò, attuando nel
1812-16 il Programma Hamilton del 1791 incentrato sul concetto di “industria
bambina” da proteggere per consentirgli di crescere, una robusta politica
protezionista con dazi fino al 40%. Sui dazi, che il sud voleva abbassare e il
nord industriale alzare, si innescò anzi la prima crisi politica interna nel
1832. La Nullification Crisis fu risolta con un misto di
concessione e minaccia dal Presidente, ma servì solo a rimandare l’appuntamento
del conflitto tra l’economia del sud, basata sulla servitù e l’agricoltura da
esportazione, e quella del nord, basata sul lavoro salariato libero e
l’industria[18]. Dopo la guerra civile i
dazi restarono al 50% fino alla prima guerra mondiale. Anche dopo oscillarono
dal 25% al 40% secondo i periodi.
Ed una cosa simile accadde, secondo l’autore, a
Germania, Svezia, Francia, Finlandia, Austria, Giappone, Taiwan e Corea.
Come dice Keane[19]: In
sostanza ed in primo luogo, dunque, i famosi vantaggi derivanti dal commercio,
per tutti e per ogni paese, che si tratterebbe solo di condividere in modo più
equo, semplicemente non esistono. Infatti la
specializzazione, che si vuole in tal modo promuovere non migliora un paese, ma
lo peggiora. Lascia macchine scartate e saperi resi inutili, e lascia con “meno
modi di inventare nuove industrie” che è la vera fonte della crescita.
Recenti ricerche[20]
mostrano come non è tanto la specializzazione (soggetta al dominio dei vantaggi
di scala sui quali Krugman fonda la sua teoria) a generare la crescita delle
nazioni, ma la diversità. Ogni paese
di successo ha un’ampia diversificazione di industrie, capaci di fondersi e crearne
ancora altre, di favorire la nascita di nuove idee.
Abbiamo decisamente bisogno di nuove idee.
[1]
- Un’eccezione è Dani Rodrik, che sul libero scambio ha avanzato dubbi sin dal
tempo de “La
globalizzazione intelligente”, e poi nel più recente “E’
tempo di pensare in proprio al libero scambio”, ma anche l’economista coreano
Ha-Joon Chang, in “Cattivi
samaritani” e in “23
cose che non ti hanno mai detto del capitalismo”.
[2]
- Kearl et al 1979;. Frey et al. 1984; Alston et al. 1992; Fuller e
Geide-Stevenson 2003
[3]
- La teoria di Ricardo, scritta in stretta polemica con Malthus e Say, cade
durante una profonda controversia sulla riduzione dei dazi sul grano e proprio
mentre l’Inghilterra cambia fase, e dal protezionismo passa al libero commercio
e viene scritta, subito dopo gli “Essay on the influence of a low price of corn
on the profit of stock”, su iniziale suggerimento del febbraio 1815 del suo
amico James Mill. E’ lo stesso mese della battaglia di Waterloo, che eliminerà
il potere di Napoleone e quindi aprirà alle merci inglesi il continente. Tra il
1815, inizio della scrittura, e il 1821, quando esce la definitiva terza
edizione, parte la fase di maggiore crescita industriale (che dura fino al 1845)
inglese. Secondo Hobsbawm essa cresce al 6-7% all’anno, in particolare l’industria
cotoniera oggetto dell’esempio del nostro. Come scrive lo storico inglese: “la Gran
Bretagna si trovò anche in una posizione che le consentì di sviluppare il
commercio internazionale in modo anormalmente ampio semplicemente grazie al suo
monopolio dell’industrializzazione e a quelle relazioni con i territori
sottosviluppati d’oltremare che era riuscito a stabilire fra il 1780 e il 1815
[in competizione con spagnoli, portoghesi, francesi e olandesi]. In un certo
senso la sua industria andò espandendosi entro un vuoto internazionale, anche
se in certe parti del mondo quel vuoto era stato creato dalle attività della
marina inglese e veniva mantenuto per impedire che potenze commerciali rivali
potessero attaccare gli spazi marino controllati dalla Gran Bretagna” (“La rivoluzione industriale e l’impero”, p.149)
[4]
- Ad esempio Ricardo scrive: “L’esperienza mostra tuttavia che l’insicurezza
immaginaria o reale del capitale, quando non si trova sotto il diretto
controllo del proprietario, insieme con la naturale avversione di ognuno ad
abbandonare il paese dove è nato e ha le sue relazioni e ad affidarsi con tutte
le sue abitudini inveterate ad un governo straniero e a nuove leggi, frena l’emigrazione
del capitale” (p.285)
[5]
- L’intera dimostrazione, nel capitolo VII dell’opera di Ricardo, sul “commercio
estero”, si basa sulla reiterata affermazione che il capitale si può spostare
tra i settori economici senza far mai cenno a perdite o attriti.
[6]
- Ancora Dani Rodrik in proposito ha scritto il seguente libro, “Ragioni
e torti dell’economia”.
[7]
- Elaborata da Krugman alla fine degli anni settanta, che si appoggia sulla
motivazione di consumare sempre più varietà di beni (citata anche da Ricardo) e,
nella versione del 1991, include la mobilità dei fattori estendendo quindi a
considerazioni di geografia economica ed a equilibri multipli. Ci sono a questo
punto nel modello molte possibili combinazioni di localizzazioni ottimale, con
ritorni di scala crescenti e competizione monopolistica.
[9]
- Nell’influente manuale di Paul
Krugman, Obstfeld e Melitz sull’”Economia
Internazionale. Teoria e politica del commercio internazionale” .
[10]
- Cit, p.86
[11]
- Un esempio? Carlo Rovelli quanto candidamente conferma,
nel negare non per caso l’identità nazionale (e dunque la sua capacità di
costituirsi in uno Stato in grado di esigere responsabilità e tassazione), che di
essere “cresciuto all’interno di una determinata classe sociale, e condivid[ere]
abitudini e preoccupazioni con le persone di questa classe in tutto il pianeta
più che con i miei connazionali”.
[12]
- cfr. Henry Martyn “Considerazioni sul
commercio nell’India orientale”
[13]
- “In un sistema di perfetta libertà di
commercio, ogni paese destina naturalmente il capitale e
il lavoro agli impieghi maggiormente vantaggiosi. Questa ricerca del vantaggio
individuale lega mirabilmente col bene universale di tutti. Stimolando
l’industria, ricompensando l’ingegno e usando nel modo più efficace i
particolari poteri elargiti dalla natura, essa distribuisce il lavoro nel modo più efficiente ed economico; mentre,
aumentando la quantità generale dei prodotti, diffonde il benessere generale e
lega con il vincolo comune degli interessi e degli scambi la società universale delle
nazioni di tutto il mondo civile. è per questo principio che il vino viene prodotto in
Francia e in Portogallo, il grano in America e in Polonia e le ferramenta e le
altre merci in Inghilterra.” (p.283)
[14]
- Si veda per una bella trattazione Sennett, “
[15] Ne,
“I
cattivi samaritani”, p. 47
[16]
- Come ricorda Steve Keen nel suo articolo “Circa
la globalizzazione ed il libero scambio”, Ricardo scrive quando l’Inghilterra
era la superpotenza economica mondiale ed il Portogallo un suo rivale. Lo
scontro dal quale nacque il libro di Ricardo era del resto ben concreto:
abolire o meno le “Leggi sul mais” che imponevano tariffe protettive ai cereali
importati dall’Europa. Chiaramente si contrapponevano due sistemi di interesse
ben definiti: da una parte i produttori agricoli (ovvero la nobiltà di
campagna, difesa da Malthus), dall’altra la crescente forza dell’industria.
Secondo il famosissimo argomento di Ricardo se anche la produttività relativa
di un settore in un primo paese fosse inferiore a quella assoluta dell’altro
paese, ma comunque superiore a quella degli altri settori, converrebbe ad
entrambi i paesi specializzarsi ognuno sul settore a maggiore produttività
relativa e scambiarsi i prodotti eccedenti. Come si dice, è semplice
matematica. Se tutti i fattori produttivi di entrambi i paesi sono infatti
interamente impiegati a fare la cosa che gli riesce meglio, si produrrà di più,
e gli scambi comunque faranno sì che ognuno abbia tutto.
La
prescrizione è curiosamente del tutto corrispondente agli interessi
dell’industria inglese (che aveva una posizione dominante) e del paese in
generale: abbattere tutte le barriere tariffarie, in modo che tutti possano
guadagnarci.
[19]
- Nell’articolo citato nella nota 16



Nessun commento:
Posta un commento