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sabato 10 novembre 2018

Brexit, piena occupazione e suoi effetti.



Comincia, dopo due anni, a vedersi qualche effetto della riduzione dei flussi di cittadini comunitari in cerca di lavoro, e in parte credo minore del ritorno di alcuni di loro, nel mercato inglese. Uno dei grandi traini del sorprendente voto inglese era stato proprio questa percezione diffusa tra la working class inglese, che l’afflusso continuo di lavoratori esteri portasse alla riduzione dei loro salari e alla pressione sul welfare, già eroso e messo in enorme difficoltà da decenni di politiche neoliberali.
L’impressione, cioè, che il mercato attragga nuovi lavoratori ogni qual volta la dinamica della domanda di un dato servizio, ad esempio quello della cura di sé, crescente, determina condizioni di scarsità del lavoro tali da farne aumentare il costo. Le cose, come sempre in economia, sono connesse reciprocamente: se ad un certo prezzo ho una domanda di un bene vuol dire che si è determinato un equilibrio tra i costi di produzione di quel bene, i profitti degli agenti (semplificando datori e fornitori di lavoro e capitale), e la disponibilità degli acquirenti a ritirarlo. Il prezzo è un punto di incontro tra domanda ed offerta, il che vuol dire che la sua modificazione induce variazioni di entrambe, o che, al contrario, se cambia una delle due cambia anche questo. La domanda è, infatti, la quantità di beni che i soggetti desiderano acquistare dai venditori a un determinato prezzo. L’offerta, viceversa, la quantità di beni cui l’insieme dei venditori è disponibile a rinunciare per quel prezzo.

La variazione dei prezzi è un segnale che ci dice se la domanda o l’offerta di un particolare bene stanno aumentando o diminuendo. Ma anche il prezzo dei fattori produttivi (ad esempio del lavoro) è un segnale che ci dice se la relativa domanda ed offerta sta aumentando o diminuendo.



Allora che succede sul mercato inglese, dato che la Brexit ha ridotto il flusso di lavoratori aggiuntivi, mentre la domanda interna di servizi non è scesa (anzi, è aumentata?), in questi due anni la sterlina ha perso circa il 8 %[1]. Ovviamente questo ha aiutato le esportazioni, che si sono mosse in modo esattamente simmetrico (sono cresciute del 16% all’anno), ma anche gli investimenti dall’estero (da 920 milioni di sterline annue nel 2010, a 1.562 nel 2018), segno che gli investitori si fidano ancora del sistema inglese. Insieme alle esportazioni, sono cresciute anche le importazioni, cosa che non è intuitiva (costano, infatti, di più), e mostra come i beni acquistati siano poco elastici rispetto al prezzo, oppure che altri fattori abbiano pesato di più. Tra questi l’aumento dei redditi degli inglesi, in particolare al lordo dell’inflazione, che si è attestata sul 2,4 %, con punte del 2,8%.
I salari non sono cresciuti, tenendo conto dell’inflazione, anzi le rilevazioni al marzo 2018 li davano in calo in termini “reali”, ovvero di potere di acquisto.
Ma la disoccupazione è al suo minimo assoluto, era al 7,9% prima della Brexit, ed è sceso al 4,2% (il minimo dal 1975).

La crescita economica, dopo alcuni mesi buoni, sembra ultimamente rallentare.

Insomma, come è normale ci sono segnali complessi e bisognerà attendere per vedere cosa prevarrà nella dinamica dei fattori che si intrecciano a formare il prodotto inglese. In effetti restringere un flusso, ad esempio quello di nuovi lavoratori, produce effetti che si distribuiscono sull’intera economia, e sui più generali assetti sociali, politici, regolatori e persino culturali, determinando un nuovo generale stato. È molto difficile prevedere il risultato per tutti gli attori, in particolare perché dipende dalla loro azione intenzionale, ovvero dallo scontro di interessi e volontà e da chi prevarrà in questo.



Eppure i nostri giornali hanno già deciso di trarre una lezione morale, ed un monito, dalla temuta ‘piena occupazione’: Luigi Ippolito, sul Corriere della Sera, scrive che nella Gran Bretagna post brexit è un problema. Ne conclude che alzare barriere è un’idea infelice.
Ippolito scrive che:

“molte industrie ora stanno facendo fatica a trovare dipendenti e questo spinge verso l’alto i salari, intaccando i profitti delle aziende”.

Il punto di vista è esemplarmente chiaro, sono i profitti delle aziende ad essere il problema, ed il meccanismo è scolastico: se si fa fatica a trovare dipendenti i salari salgono. Ma il fatto che i salari salgano è considerato automaticamente un danno ai profitti (in realtà non sembra vero[2], ma teniamolo così).

Secondo il nostro giornalista questo è “un meccanismo preverso”, perché la riduzione delle importazioni di nuovi lavoratori “prosciugherà quel bacino di lavoratori europei che è vitale per il funzionamento di molte attività britanniche”. 

In effetti al momento non è così, ma il nostro vede lungo, ed immagina che la Hard-Brexit filtri l’accesso dei lavoratori meno qualificati (facendo passare i ricercatori, gli operatori di borsa, i consulenti, etc..) e quindi che “bar e ristoranti rischino semplicemente di chiudere”. Ma anche il settore delle costruzioni, che ora usa manovali polacchi e rumeni. O settori più qualificati, dove saranno introdotti numeri programmati, come gli infermieri e medici (ci sono più medici africani in Inghilterra che in Africa), o gli informatici.

Se lavorano tutti, insomma, “è difficile trovare chi faccia i lavori”.


Davvero?



Mettiamo di avere un paese dove quasi tutti vogliono andare al ristorante, pagando 50 a pasto, ma i ristoratori, abituati a pagare 10 a lavoratore, non trovano più abbastanza lavoratori per soddisfare la domanda, gli abitanti disponibili a farlo vogliono 15. Una volta erano abituati a far venire qualcuno da fuori per 10, e risolvevano il problema (pagati gli altri fattori gli restavano 20 ed erano contenti). Ora non possono più farlo e dovranno chiudere, per il ristoratore si è fatto “difficile trovare qualcuno che faccia i lavori” (al prezzo che è disposto a pagare perché vuole guadagnare i suoi 20 a pasto).

O no? In effetti il nostro amico potrebbe semplicemente accettare i 15 e sfruttare il fatto che stanno dando +5 all’economia locale per alzare un poco il prezzo del pasto (ad esempio a 52). Gli restano  17, ma è meglio di 0.



Certo, la barriera che si è alzata ha peggiorato la sua condizione, ma ha migliorato quella di altri.

Si tratta, come dice Ippoliti, di “un’idea decisamente infelice”.





Ma per chi?


[1] - Da un articolo sul Sole 24 Ore si rileva che fatto 100 il valore medio dei cambi nel 2005, prima della Brexit aveva perso il 15%, a 88,24, ed ora è a 78,51.
[2] - Il nostro giornalista soffre di quella malattia che Milton Friedman considerava inesistente, la “illusione monetaria”, non si è accorto che la vera salita dei salari è quella in termini di potere di acquisto, e per il momento la tendenza alla crescita del salario nominale è più che controbilanciata dall’inflazione. Dunque anche i datori di lavoro non stanno perdendo profitti, perché se i fattori produttivi gli costano di più, parimenti stanno vendendo le merci a prezzi superiori.

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