Comincia, dopo due anni, a vedersi qualche effetto
della riduzione dei flussi di cittadini comunitari in cerca di lavoro, e in
parte credo minore del ritorno di alcuni di loro, nel mercato inglese. Uno dei
grandi traini del sorprendente voto inglese era stato proprio questa percezione
diffusa tra la working class inglese, che l’afflusso continuo di lavoratori
esteri portasse alla riduzione dei loro salari e alla pressione sul welfare,
già eroso e messo in enorme difficoltà da decenni di politiche neoliberali.
L’impressione, cioè, che il mercato attragga nuovi lavoratori
ogni qual volta la dinamica della domanda di un dato servizio, ad esempio
quello della cura di sé, crescente, determina condizioni di scarsità del lavoro
tali da farne aumentare il costo. Le cose, come sempre in economia, sono
connesse reciprocamente: se ad un certo prezzo ho una domanda di un bene vuol
dire che si è determinato un equilibrio tra i costi di produzione di quel bene,
i profitti degli agenti (semplificando datori e fornitori di lavoro e
capitale), e la disponibilità degli acquirenti a ritirarlo. Il prezzo è un
punto di incontro tra domanda ed offerta, il che vuol dire che la sua
modificazione induce variazioni di entrambe, o che, al contrario, se cambia una
delle due cambia anche questo. La domanda è, infatti, la quantità di beni che i
soggetti desiderano acquistare dai venditori a un determinato prezzo. L’offerta,
viceversa, la quantità di beni cui l’insieme dei venditori è disponibile a
rinunciare per quel prezzo.
La variazione dei prezzi è un segnale che ci dice se
la domanda o l’offerta di un particolare bene stanno aumentando o diminuendo.
Ma anche il prezzo dei fattori produttivi (ad esempio del lavoro) è un segnale
che ci dice se la relativa domanda ed offerta sta aumentando o diminuendo.
Allora che succede sul mercato inglese, dato che la
Brexit ha ridotto il flusso di lavoratori aggiuntivi, mentre la domanda interna
di servizi non è scesa (anzi, è aumentata?), in questi due anni la sterlina ha
perso circa il 8 %[1]. Ovviamente questo ha
aiutato le esportazioni, che si sono mosse in modo esattamente simmetrico (sono
cresciute del 16% all’anno), ma anche gli investimenti dall’estero (da 920
milioni di sterline annue nel 2010, a 1.562 nel 2018), segno che gli
investitori si fidano ancora del sistema inglese. Insieme alle esportazioni,
sono cresciute anche le importazioni, cosa che non è intuitiva (costano,
infatti, di più), e mostra come i beni acquistati siano poco elastici rispetto
al prezzo, oppure che altri fattori abbiano pesato di più. Tra questi l’aumento
dei redditi degli inglesi, in particolare al lordo dell’inflazione, che si è
attestata sul 2,4 %, con punte del 2,8%.
I salari non sono cresciuti, tenendo conto dell’inflazione,
anzi le rilevazioni al marzo 2018 li davano in calo in termini “reali”, ovvero
di potere di acquisto.
Ma la disoccupazione è al suo minimo assoluto, era al
7,9% prima della Brexit, ed è sceso al 4,2% (il minimo dal 1975).
La crescita economica, dopo alcuni mesi buoni, sembra
ultimamente rallentare.
Insomma, come è normale ci sono segnali complessi e
bisognerà attendere per vedere cosa prevarrà nella dinamica dei fattori che si
intrecciano a formare il prodotto inglese. In effetti restringere un flusso, ad
esempio quello di nuovi lavoratori, produce effetti che si distribuiscono sull’intera
economia, e sui più generali assetti sociali, politici, regolatori e persino
culturali, determinando un nuovo generale stato. È molto difficile prevedere il
risultato per tutti gli attori, in particolare perché dipende dalla loro azione
intenzionale, ovvero dallo scontro di interessi e volontà e da chi prevarrà in
questo.
Eppure i nostri giornali hanno già deciso di trarre
una lezione morale, ed un monito, dalla temuta ‘piena occupazione’: Luigi
Ippolito, sul Corriere della Sera, scrive
che nella Gran Bretagna post brexit è un problema. Ne conclude che alzare
barriere è un’idea infelice.
Ippolito scrive che:
“molte
industrie ora stanno facendo fatica a trovare dipendenti e questo spinge verso
l’alto i salari, intaccando i profitti delle aziende”.
Il punto di vista è esemplarmente chiaro, sono i profitti delle aziende ad essere il
problema, ed il meccanismo è scolastico: se si fa fatica a trovare dipendenti i
salari salgono. Ma il fatto che i salari salgano è considerato automaticamente
un danno ai profitti (in realtà non sembra vero[2],
ma teniamolo così).
Secondo il nostro giornalista questo è “un meccanismo
preverso”, perché la riduzione delle importazioni di nuovi lavoratori “prosciugherà
quel bacino di lavoratori europei che è vitale per il funzionamento di molte
attività britanniche”.
In effetti al momento non è così, ma il nostro vede
lungo, ed immagina che la Hard-Brexit filtri l’accesso dei lavoratori meno
qualificati (facendo passare i ricercatori, gli operatori di borsa, i
consulenti, etc..) e quindi che “bar e ristoranti rischino semplicemente di
chiudere”. Ma anche il settore delle costruzioni, che ora usa manovali polacchi
e rumeni. O settori più qualificati, dove saranno introdotti numeri programmati,
come gli infermieri e medici (ci sono più medici africani in Inghilterra che in
Africa), o gli informatici.
Se lavorano tutti, insomma, “è difficile trovare chi
faccia i lavori”.
Davvero?
Mettiamo di avere un paese dove quasi tutti vogliono
andare al ristorante, pagando 50 a pasto, ma i ristoratori, abituati a pagare
10 a lavoratore, non trovano più abbastanza lavoratori per soddisfare la
domanda, gli abitanti disponibili a farlo vogliono 15. Una volta erano abituati
a far venire qualcuno da fuori per 10, e risolvevano il problema (pagati gli
altri fattori gli restavano 20 ed erano contenti). Ora non possono più farlo e dovranno chiudere, per il ristoratore si
è fatto “difficile trovare qualcuno che faccia i lavori” (al prezzo che è disposto
a pagare perché vuole guadagnare i suoi 20 a pasto).
O no? In effetti il nostro amico potrebbe semplicemente accettare
i 15 e sfruttare il fatto che stanno dando +5 all’economia locale per alzare un
poco il prezzo del pasto (ad esempio a 52). Gli restano 17, ma è meglio di 0.
Certo, la barriera che si è alzata ha peggiorato la sua
condizione, ma ha migliorato quella di altri.
Si tratta, come dice Ippoliti, di “un’idea decisamente
infelice”.
Ma per chi?
[2] - Il nostro giornalista soffre di quella malattia che
Milton Friedman considerava inesistente, la “illusione monetaria”, non si è
accorto che la vera salita dei salari è quella in termini di potere di acquisto,
e per il momento la tendenza alla crescita del salario nominale è più che
controbilanciata dall’inflazione. Dunque anche i datori di lavoro non stanno
perdendo profitti, perché se i fattori produttivi gli costano di più, parimenti
stanno vendendo le merci a prezzi superiori.

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