Tra pochi giorni ci sarà il primo turno delle
elezioni francesi, il candidato socialista, fuoriuscito dal vecchio Partito Socialista quando è stata chiara
la sua svolta liberale, Jean-Luc Mélenchon, sta sorprendentemente risalendo le
posizioni e potrebbe anche accedere al ballottaggio.
Qualche giorno fa abbiamo provato a dare una prima
lettura ai programmi nel post “Qualche
appunto sulle Presidenziali francesi”, ora diamo un’occhiata più da vicino
al tipo di cultura politica che esprime “La France
Insoumise”, il movimento politico (in cui alla convenzione a Lille dove fu adottato il Programma due terzi dei delegati erano stati sorteggiati) che ha lanciato
più o meno un anno fa e che si rifà alle esperienze di Podemos in Spagna e
Sanders in USA.
Il primo elemento al quale prestare attenzione è
semplicemente questo: sono in testa nel primo turno due movimenti appena
lanciati ed un Partito fortemente anti-establishment come il Fronte Popolare (anche il candidato di
testa, Emmanuel Macron, ha lanciato la sua
formazione in marzo), e sono indietro i due partiti classici della politica
francese, che al momento faticano a restare complessivamente nell’ordine di un
terzo dei consensi.
Si tratta di un evento impensabile solo fino ad un
paio di anni fa, una vera vendetta della storia.
Il riferimento del movimento “France Insoumise” a Podemos, lo iscrive nel quadro del cosiddetto “populismo di sinistra”, ovvero di quei
movimenti che cercano di riarticolare uno spazio politico oltrepassando i
classici confini destra/sinistra per come si sono consolidati nel novecento e
dando primaria rappresentazione alla frattura establishment/popolo. Su questa
mossa abbiamo negli ultimi tempi letto alcuni contributi: l’intervento
di Nadia Urbinati, che tende a vedere il lato illiberale nel richiamo al
“popolo” (termine che in senso proprio è invece sempre plurale), quello
di Jurgen Habermas, e di Jan-Werner
Muller, sulla stessa linea della Urbinati, il testo del 2009 di Ernesto
Laclau “La
ragione populista”, che è il più strutturato riferimento teorico della
corrente in oggetto, e poi Nancy
Fraser, Nicolao
Merker, che inquadra il populismo di destra in chiave filosofica, infine la
ricostruzione
di Marco Revelli.
È chiaro che c’è una enorme dispersione di
significati nel termine, che si avvicina molto ad essere per questo
inutilizzabile, pur tuttavia è forse possibile distinguere tra i “populismi”
delle tradizioni cui si riferisce Merker, essenzialmente europei, e concentrati
sulla frattura nazionalista in chiave di ostilità all’altro ed allo straniero e
quindi di purezza del “popolo” come ethnos, e “populismi” ripresi in alcune
tradizioni sudamericane (cui Laclau si rifà). Una simile distinzione l’ha fatta
di recente un grande influencer che conosce bene ciò di cui si parla come papa Francesco. In una intervista
a gennaio su “El Pais”, infatti, il
gesuita sudamericano asceso al soglio di Pietro, parla del rischio che comporta
per il mondo non avere l’uomo ma il denaro al centro, dell’immensa
ineguaglianza, quando un piccolo gruppo ha l’80% della ricchezza, e della
“cultura dello scarto”. Ma quando l’intervistatore gli chiede di commentare i
movimenti “populisti o antisistema” che stanno prendendo piede, il papa,
inaspettatamente, afferma che:
“Sono quelli che
chiamano i populismi. È una parola fuorviante
perché il populismo in America Latina ha un altro significato. Lì
significa che i popoli sono protagonisti, per esempio, i movimenti
popolari. Si organizzano tra di loro... è un’altra cosa. Certo, le crisi
provocano delle paure, delle allerte. Per me, l’esempio più tipico dei
populismi europei è quello tedesco del ‘33. Dopo [Paul von] Hindenburg,
la crisi del 30, la Germania è in frantumi, cerca di rialzarsi, cerca la sua
identità, cerca un leader, qualcuno che gli ridia la sua identità e c’è
un ragazzetto di nome Adolf Hitler che dice ‘io posso, io posso’. E tutta
la Germania vota Hitler. Hitler non rubò il potere, fu votato dal suo popolo, e
poi distrusse il suo popolo. Questo è il pericolo. In tempi di crisi, non
funziona il discernimento e per me rappresenta un punto di riferimento
continuo. Cerchiamo un salvatore che ci restituisca la nostra identità,
difendiamoci con muri, con fili spinati, con qualsiasi cosa dagli altri
popoli che possono toglierci la nostra identità. E questo è molto grave. Per
questo cerco sempre di dire: dialogate tra voi, dialogate tra voi. Ma il
caso della Germania nel ‘33 è tipico, un popolo che si trovava in quella crisi,
che ha cercato la sua identità e a cui è apparso questo leader carismatico
che ha promesso di dare loro un’identità, e diede loro un’identità
distorta e sappiamo che cosa è successo. Dove non c’è dialogo.... Si
possono controllare le frontiere? Sì, ogni Paese ha il diritto di
controllare i propri confini, chi entra e chi esce, e i Paesi che sono in
pericolo — per il terrorismo o cose del genere — hanno più diritto di
controllarli maggiormente, ma nessun Paese ha il diritto di privare i
suoi cittadini del dialogo con i vicini”.
La distinzione che propone è dunque tra un movimento
reattivo e difensivo, una sorta di collasso della capacità di confrontarsi con
il mondo, e con i problemi che ci pone, ed un movimento di liberazione in cui
si attiva un processo di auto-organizzazione. Non è una distinzione facile, del
resto neppure pacifica entro la chiesa, il giudizio
dello stesso ordine dei gesuiti sulle esperienze populiste (in primis quella
venezuelana), ma anche nel documento
che nel 2007 tutti i vescovi del continente sudamericano (Bergoglio incluso)
pubblicarono in cui al par. 74 si guardava con preoccupazione alla “regressione
autoritaria per via democratica che sfocia in alcuni casi in regimi di
orientamento neopopulista”. In questo testo la chiave, che non è
necessariamente in contraddizione con il più recente pronunciamento, è che “non
basta una democrazia puramente formale, fondata sulla trasparenza dei processi
elettorali, ma che è necessaria una democrazia partecipativa e sostenuta dalla
promozione e dal rispetto dei diritti umani. Una democrazia senza valori come
questi ricordati si trasforma facilmente in una dittatura e finisce col tradire
il popolo”.
È chiaro, dunque, che la critica al neopopulismo è
condotta da un versante “democratico” e coinvolge anche le altre deformazioni,
in primis quella neoliberale (che vi giunge per la via opposta di
estremizzazione della neutralizzazione del “popolo”).
Ma cosa significa “popolo”, qui? In un discorso
del novembre 2015 Francesco lega l’unità vivente con Dio alla “relazione concreta delle persone con il mondo
e con gli altri intorno a sé”, ciò significa che “il singolo si sente intessuto in un popolo, cioè in una ‘unione
originaria degli uomini che, per specie, paese, ed evoluzione storica nella
vita e nei destini sono un tutto unico” (citazione del papa da “Il senso
della chiesa”, 2007). Nel recuperare questo pensiero, da un teologo
italo-tedesco degli anni venti, è chiaro che Bergoglio prende in piena coscienza una posizione non liberale.
Come dice:
“Guardini intende
il concetto di ‘popolo’ distinguendolo nettamente da un razionalismo
illuministico che considera reale soltanto ciò che può essere colto dalla
ragione (cfr “Il mondo religioso in
Dostoevskij”, p. 321) e che tende a isolare l’uomo strappandolo dalle relazioni
vitali naturali. Il popolo, invece, significa «il compendio di ciò che
nell’uomo è genuino, profondo, sostanziale» (ibid., p. 12). Possiamo
riconoscere nel popolo, come in uno specchio, il «campo di forze dell’azione
divina». Il popolo – continua Guardini – «sente questa dappertutto
operante e ne intuisce il mistero, l’inquietante presenza» (ibid., p. 15). Per
questo a me piace dire – ma ne sono convinto – che ‘popolo’ non è una categoria logica, è una categoria mistica.
Forse possiamo applicare le riflessioni di Guardini al nostro tempo, cercando
di scoprire la mano di Dio negli eventi attuali. Così potremmo forse
riconoscere che Dio, nella Sua sapienza, ha inviato a noi, nell’Europa ricca,
l’affamato perché gli diamo da mangiare, l’assetato perché gli diamo da bere,
il forestiero perché lo accogliamo, e l’ignudo perché lo vestiamo. La storia
poi lo dimostrerà: se siamo un popolo,
certamente lo accoglieremo come un nostro fratello; se siamo solamente un
gruppo di individui più o meno organizzati, saremo tentati di salvare
innanzitutto la nostra pelle, ma non avremo continuità”.
Dunque la questione del “populismo” si lega a quella
del liberalismo. Vedono molto bene Nadia Urbinati, e anche Jan-Werner Muller,
la questione è del liberalismo, dell’individualismo (metodologico), della creazione
del politico come separazione/protezione dalla natura umana, considerata
intrinsecamente malvagia, ferina. Ovvero del proceduralismo di cui parla anche
Jurgen Habermas.
Sono questioni di altissima complessità, che evocano
dilemmi su cui l’occidente si affatica da secoli, e che non si prestano ad
essere tagliati con l’accetta.
Proviamo quindi a calare la cosa nella concretezza
della politica attiva e nell’attualità, leggendo della interpretazione che di
queste fratture dà Chantal Mouffe (filosofa, ex moglie di Ernesto Laclau e
coautrice di molte delle sue opere, tra le quali vale segnalare “Egemonia e
strategia socialista”, con Laclau, e “Il conflitto democratico”)
muovendosi nell’ipotesi che il mondo stia per diventare multipolare e sede di
autentico pluralismo sia politico sia culturale. Vedremo che è la stessa
ipotesi di Pierluigi Fagan e di Parag Khanna.
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| Chantal Mouffe |
Ma la filosofa belga trae, dall’ipotesi di declino
dell’impero americano (e quindi anche della sua dominazione culturale),
strettamente connesso con la mondializzazione di cui è il motore immobile e
necessario, conseguenze di natura politica non banali. Nell’Articolo
che vorremmo commentare Mouffe distingue il “populismo” dalla demagogia (con la
quale viene normalmente associato), riconducendolo ad un “modo per stabilire un confine politico”. Ovvero per segnare una
differenza tra un “noi” ed un “loro”.
Ma il confine, “mistico” per Bergoglio, è un
costrutto appunto “politico” per la filosofa, come lo era per Laclau. E come costrutto può essere proposto ed
identificato in modo molto diverso a seconda del progetto politico che si ha.
Una lettura economicista, ad esempio, porterebbe ad identificarlo come frattura
secondo la posizione dei gruppi (resi tali dalla rappresentazione imposta) nel
quadro della riproduzione economica della società; dunque “proletariato” e
“borghesia”, chi ha e chi non ha il possesso dei mezzi di produzione. Una
lettura populista invece tra “quelli in basso” e “quelli in alto”, tra “popolo”
ed “establishment”. I termini sfocati di cui parla Revelli.
Ma questa lettura è comunque una “reazione di
rigetto” per il declino della democrazia, dunque è un movimento reattivo nel
contesto della post-democrazia. In questo modo siamo entro la diagnosi di
Revelli e siamo a monte del bivio indicato da Bergoglio tra diversi
“populismi”. Qui alligna il rischio, in altre parole. Un movimento reattivo non
solo può essere colonizzato dal potere, può anche generare esso stesso un
potere che per altra via si allontana nella direzione della chiusura e dell’ostile
indifferenza all’altro. Ovvero del nazionalismo (vorrei distinguere, però, come
faremo tra nazione,
patriottismo
e nazionalismo).
Tuttavia questa reazione, come vede anche il papa, è
ben motivata, perché le democrazie rappresentative hanno ecceduto in direzione
della protezione elitista (ad esse connaturata) ed hanno creato il vuoto tra i
cittadini e il governo della cosa pubblica, che è sempre più schermato e
irraggiungibile. La sovranità popolare
è diventata un mito e un fantasma. Per come la mette la Mouffe: “è stata rimossa
dal vocabolario politico, perché è il principale nemico del neoliberismo che
vuole stabilire la sovranità del mercato e tecnocrazia”.
Ecco che la democrazia si ripresenta quindi da
un’altra parte, recupera il suo carattere di progetto incompiuto e agonistico,
di tensione antielitaria; ma può farlo in modi diversi: richiamandosi ad una
tradizione etno-nazionalista (descritta con toni forti da Merker) o cercando di
articolare intorno alla “fraternità”, gli ideali della “uguaglianza” e
giustizia. Per ottenere questo risultato occorre un nuovo vocabolario, cioè un
“populismo di sinistra”.
La differenza è “come la gente è costruita”. “La
gente” è il modulo rappresentativo chiave del “populismo”, ma è a tutta
evidenza un’astrazione. Esistono solo persone, attraversate da innumerevoli
fratture, differenze, ma anche connesse da innumerevoli ‘comuni’, e in contatto
in una circolazione incessante di sentimenti, umori, emozioni, discorsi. Cosa è
“la gente”? Evidentemente una costruzione
di un discorso. Precisamente di un “discorso politico”, cioè rivolto ad uno
scopo politico.
Dunque Le Pen e Jean-Luc Mélencon intendono costruire popolo in modo diverso. Però, attenzione:
“costruire popolo” significa allontanarsi dalla logica stessa del liberalismo,
che opera con una versione molto più parsimoniosa di sociale, legandolo al
concetto-chiave di “interesse”, e questo ad una sorta di dispersione o
disseminazione, la cui ricomposizione è affidata solo all’istituzione del
mercato, nel quale si creano e soddisfano interessi sotto forma di “domande”.
Ma si allontana anche da parte della tradizione socialista,
che il “popolo” lo vede in essere a partire da alcune “strutture”
oggettivamente esistenti (ovvero “materiali”). In qualche modo la mossa di
Laclau e Mouffe (fondata in “Egemonia e
strategia socialista”) rovescia nuovamente Hegel, riportandosi, con
strumenti messi a disposizione dalla cosiddetta “svolta linguistica”
anglosassone, in un contesto idealista: è il linguaggio, e le pratiche
connesse, che genera il reale.
Invece il reale
come essenza, quel che Mouffe
chiama “essenzialismo”, in sé esistente, ovvero come “struttura” dei fenomeni,
è la mossa che hanno in comune liberalismo e socialismo marxista (a ben vedere è
anche ciò che rende neutralizzabile la politica da parte della tecnica, della scientizzazione
dell’azione delle élite). Per la filosofa le identità politiche non dipendono
da un insieme imperscrutabile di interessi che costituiscono domande e si
manifestano solo nei mercati (da lasciare liberi di suscitarle), ma neppure “dalla
posizione dell'attore sociale, nei rapporti di produzione, i rapporti che
determinano la coscienza”, come vorrebbe la vulgata marxista.
Non c’è alcuna identità politica predefinita, nessun
“noi”.
Dunque non si tratta neppure, per Mouffe, di
“rappresentare degli interessi collettivi esistenti”. Ci sono innumerevoli,
diverse, richieste democratiche che hanno diritto di essere ascoltate:
economiche e non. Si tratta di mettere insieme delle eterogeneità per costruire un “noi”. E per farlo è
necessario un conflitto, occorre costruire una “volontà collettiva” che deve
avere un obiettivo ed anche un altro da sé.
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| Foto Arso |
È questo altro da sé che fa la differenza, perché è
questo che crea il “popolo”, e dunque la “volontà”.
Ciò che oggi polarizza il campo è, per Mouffe, la
“globalizzazione neoliberista” , termine con il quale indica un insieme di
fenomeni connessi con l’egemonia imperiale anglosassone ed in particolare con
la versione presa all’indomani della completa liberalizzazione dei flussi
finanziari (processo avviato nel ’71 e proseguito per un ventennio abbondante
in cui l’Europa ha avuto ruoli decisivi e la Francia in particolare), che hanno
generato perdenti ai quali è stato raccontato anche dalla sinistra che Non Ci Sono Alternative. Di fronte a chi
ti dice che non ci sono, e che devi
rassegnarti a veder declinare il tuo potere contrattuale, e i redditi (ai quali
ti è stato detto di ancorare la tua stessa personalità), e che la politica deve
essere solo amministrazione tecnica, vince chi propone una descrizione semplice
che individua l’alternativa nell’espulsione dell’altro. E questo “altro” è
ovviamente lo straniero. È questo che crea il terreno fertile per il populismo
di destra, per il Fronte Nazionale.
È dunque questa Europa (di cui l’Euro è solo logico
coronamento) a creare le condizioni fertili per l’insorgenza del Fronte Nazionale.
Quale è
l’alternativa, allora? Non certo
negare che il problema esista (incluso quello posto dalla moneta unica senza
stato, o meglio con una forma post-democratica di impero), e neppure che abbia
anche una declinazione di classe, ma collegarsi agli antagonismi che si
generano entro la società per proporre quella che chiama una “radicalizzazione
della democrazia”: una democrazia
intransigente.
Ma una democrazia che si ancori nelle lotte, nella
creazione di antagonismi, necessita di un momento di traduzione, di
convergenza. Necessita, cioè, della costruzione di “popolo”. E’ chiaro che a
fare da articolatore deve essere il movimento politico, e la direzione, e qui
entra il tema delicato del leader.
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| Foto Arso |
E, per creare questa unificazione, che determina la
forza politica è necessario anche connettersi con gli “investimenti libidici”
esistenti, evitando di lavorare con un concetto limitato di ragione (un
concetto razionalistico che espelle le emozioni dal campo pubblico), tra questi
la “nazione”, dunque il “patriottismo” che non deve necessariamente portare a
forme di nazionalismo negativo.
L’investimento
patriottico si manifesta anche esso
come forma di opposizione, come antagonismo, ma in alcuni casi come
rivendicazione di autogoverno, di autodeterminazione. Ovvero come opposizione
ad una struttura percepita come “coloniale”. È il caso del nazionalismo
scozzese (verso la dominazione con poca egemonia inglese), ma anche della
proposta neocoloniale del quasi-imperialismo europeo. Il patriottismo, insegna
McInthyre, è una virtù che comporta fedeltà come il vincolo coniugale,
l’amicizia, l’amore familiare. Implica un investimento emotivo specifico, non
astratto, non impersonale.
Questo è un altro piano nel quale la proposta
neo-populista della Mouffe (e di Mélenchon, che articola espressamente un “patriottismo di sinistra” in relazione
all’Unione Europea) si distanzia dalla mossa liberale, connessa all’ideale
della impersonalità. Dall’ideale di non farsi influenzare da particolarismi, da
ciò che impedisce di giudicare razionalmente in modo neutro e astratto, di non
farsi trattenere dalla preferenza per i propri interessi, legami, affetti e posizione
sociale (è l’elenco del filosofo scozzese). Qui, mi pare, si torna dalle parti
di Bergoglio: per MacIntyre “E’ in
generale, solo all’interno di una comunità che gli individui diventano capaci
di moralità, sono sorretti nella loro moralità, e sono costituiti come attori
morali dal modo in cui le altre persone li considerano – e considerano ciò che
è loro dovuto così come ciò che dovuto da parte loro- nonché dal modo in cui
essi stessi considerano se stessi”.
Il “patriottismo” è situato nell’ordine morale, anzi
rende possibile il comportamento morale, mentre il chiamarsi fuori di ogni
comunità, se libera dai relativi vincoli, determina anomia. Fa l’uomo solo e
preda della logica astratta delle strutture sistemiche in cui è inserito
(denaro e potere amministrativo).
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| Foto Arso |
Dunque andiamo a comprendere meglio come Mélenchon
articola, questi temi proposti da Mouffe nella campagna “La France Insoumisse”. Per farlo ci riferimento ad un articolo
su Jacobin di pochi giorni fa. L’intervista è a Raquel Garrido, uno dei
portavoce e compagno del leader sin dal 2008.
Il tema dichiarato come principale (dunque la
principale chiamata di “popolo”) è chiaramente una versione di sinistra del
senso di anti-politica che pervade le nostre società: la proposta di superare la schermatura dei partiti politici e dei
pubblici funzionari politici, attraverso una radicare riscrittura della
costituzione. L’attuale forma costituzionale francese, di cui queste
elezioni sono conseguenza, è criticata come “monarchia presidenziale”, un
eccesso di poteri e scarsità di contrappesi che generali una torsione
oligarchica ben connessa con il sospetto che il liberismo ha, da sempre, per la
volontà popolare. La chiamata è fortemente ancorata con le tradizioni proprie
francesi, inquadra un patriottismo come progetto delle proprie virtù storiche e
formatore di equilibri più umani, all’altezza della propria migliore storia
(ovvero di ciò che si designa come
migliore storia): un’Assemblea
Costituente che costruisca una Repubblica “per il popolo, dal popolo”.
I “popoli protagonisti” di papa Francesco, qui
diventano “una comunità di persone che esercitano il potere insieme”. Siamo
lontani dal concetto immateriale, interconnesso ma anche frammentato,
funzionalmente specializzato ed astratto nella sua razionalità, del
liberalismo.
Quindi ci sono i temi propri di una situazione di
grande ineguaglianza:
-
L’abrogazione
della “Loi
du travail”, fortemente voluta da Valls al punto da violentare
l’Assemblea Nazionale per forzare l’ala sinistra del Partito, provocando alla
fine la distruzione dello stesso;
-
La rifondazione
dei Trattati Europei (in alternativa un “Piano B” di denuncia unilaterale degli
stessi e dell’Euro);
-
L’attuazione di
un piano di transizione energetica verso le rinnovabili al 100% nel 2050 (un
obiettivo non certo sfidante), ma implicante anche l’abbandono del nucleare;
-
Il diritto di
revocare un eletto con un referendum;
-
La tutela dei
beni comuni come aria, acqua, cibo, vita, salute, energia o denaro, potenziando
servizi pubblici per garantirli;
-
Separazione
delle banche di investimento da quelle di raccolta credito, e creazione di un
polo bancario pubblico;
-
Introduzione di
un salario minimo da 1.326 euro netti per 35 ore e aumento dei salari pubblici
congelati al 2010;
-
Denuncia dei Trattati
di libero scambio TAFTA o CETA, in favore di un “protezionismo responsabile”.
Una delle questioni più centrali è chiaramente l’Unione Europea. Ora, la strategia negoziale
proposta da France Insoumisse, è di
puntare ad un completo rovesciamento della logica neoliberale incardinata (sin
dall’origine)
nell’ambiguo progetto europeo, uscendo dalla logica della competizione
generalizzata, in particolare dei lavoratori europei, andando verso un quadro
armonizzato fiscale e sociale (che implica anche controlli sui capitali e
limitazioni commerciali, ovvero il rovesciamento delle attuali priorità). Ma di
farlo, se non si riesce con un aggressivo negoziato (viene ricordata la “crisi
della sedia vuota” di de Gaulle), solo con chi ci sta (è il “Piano B”),
cioè con i paesi del sud Europa.
Qui vale la scelta della linea di demarcazione
fondamentale, individuata dal progetto costituzionale, invece che il “Noi/Loro” tra “Francesi/Altri” (Europei o no), proposto dalla destra, France Insoumise propone una
demarcazione tra “Oligarchie/Popolo
Costituente”, e questa linea attraversa anche la questione europea. Non è
sbagliato in essa il fatto di non essere francese, ma di essere oligarchica.
Cioè di colonizzare il francese, come l’italiano, il tedesco, lo spagnolo…
Garrido rivendica la natura “patriottica, non nazionalista” del movimento. Ovvero l’essere
orientato “dall’amore per il proprio” e non “dall’odio per gli altri”. Come
sottolinea molto bene McInthyre “il patriottismo è un’empatia, un affetto verso
i propri compatrioti”, ma anche un orgoglio, che esprime molto bene nel
seguente modo: “crediamo davvero che, nella misura in cui la nostra nazione è
stata una nazione civica a partire dalla Rivoluzione francese, non è definito
da qualsiasi religione o colore della pelle o anche il linguaggio, è
universale. La nostra patria [ Patrie ] è repubblicano”.
Un patriottismo può dunque essere universalista, essere connesso con le migliori tradizioni del
paese. Con quelle tradizioni che si propongono come le migliori.
Come avevamo proposto nel post sul “patriottismo
costituzionale”, si tratterebbe allora anche per noi italiani, di nutrirsi
di una esplicita interpretazione dei momenti più alti della nostra
storia e dell’ancoramento alla sostanza di liberazione delle nostre
istituzioni, anzi dello “spirito oggettivo” di queste, che, nella loro eticità,
non è affatto incompatibile con gli obblighi che intendiamo auto assumerci nei
confronti dell’umanità in generale, ma li sostanzia. La causa
dell’umanità si sostiene, infatti, difendendola entro di noi e nelle istituzioni
con le quali abbiamo a che fare, compiendo la “buona gara” di renderle ognuna
esempio per l’altra.
Dunque anche qui si tratterebbe di “fare popolo” intorno alla valorizzazione
della nostra storia recente come felice fusione delle culture politiche intorno
ad un comune interesse per la crescita democratica, quindi anche il rigetto
della logica del “vincolo esterno” e il rispettoso confronto non subalterno con
la cultura luterano-calvinista del “capitalismo del nord” (pur con tutte le sue
differenze).
Ciò, in modo non dissimile dai
nostri amici francesi, implica la rivendicazione di un orgoglio, che è anche amore e passione, per la capacità
storica di trovare una sintesi alta, insieme all’affermazione del diritto di
autoderminarsi secondo i nostri, propri,
termini.






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