Il
libro
di Carlo Formenti del 2016 conclude per ora un ciclo breve sul populismo durante
il quale sono stati letti: l’intervento
di Nadia Urbinati, che tende a vedere il lato illiberale nel richiamo al
“popolo” (termine che in senso proprio è invece sempre plurale), quello
di Jurgen Habermas, e di Jan-Werner Muller,
sulla stessa linea della Urbinati, il testo del 2009 di Ernesto Laclau “La ragione
populista”, che è il più
strutturato riferimento teorico della corrente in oggetto, e poi Nancy Fraser,
Nicolao Merker,
che inquadra il populismo di destra in chiave filosofica, infine la ricostruzione
di Marco Revelli. Sarà necessario tornarvi, anche in funzione dei molti eventi
che si susseguono in questo tempo accelerato della crisi terminale dell’assetto
tardo novecentesco.
Come spesso è capitato, infatti, un secolo si è
davvero chiuso solo dentro una fase di accelerata transizione che guarda ad
entrambi i versanti: il settecento,
età del primo scientismo e della dissoluzione sotto la sua spinta di blocchi
egemonici secolari, transita nell’ottocento,
età del positivismo, del macchinismo e della riorganizzazione secolare del
mondo, attraverso il ventennio napoleonico che si conclude di fatto a Lipsia
nel 1813; il novecento, età della
società di massa, entra in scena davvero dopo la conclusione della fase di
transizione aperta con la guerra franco-prussiana e conclusa con la sconfitta
del reich tedesco e dei suoi alleati nel 1918. Il secolo breve ha iniziato a
finire con la crisi degli anni settanta (avviata nel 1971, ma incubata nei
sessanta) e, accelerando nel ’89, sta davvero terminando in questi anni.
Non possiamo sapere cosa sarà il nuovo secolo,
quando la polvere si sarà posata, ma il laboratorio politico plurale (e
contraddittorio) che etichettiamo come “Populismo” ne farà parte almeno per
qualche tempo. La speranza è che ne faccia parte una forma politica
democratica, rivolta al rispetto dei popoli e della loro capacità di definirsi
e determinarsi, e quindi alla rimessa in questione della sovranità multilivello
schermata del novecento (intrinsecamente dirigista e trasformazione ultima
degli assetti di lungo periodo ereditati dai cicli di lotta infra-elitari del
sette-ottocento), senza ricadere in chiusure nazionaliste primo ottocentesche.
I laboratori “populisti”, in definitiva, sono parte sia della speranza sia del
rischio. Tutto dipende da come saranno
articolati.
Il contributo a questo lavoro di chiarificazione che
fornisce Carlo Formenti è molto interno alla cultura della sinistra radicale
italiana del novecento e si articola, direi, in tre “racconti” e tre “snodi
interpretativi”.
La proposta di prendere in considerazione la “variante populista” (nel processo di
ricomposizione delle sparse tessere del vecchio mosaico della lotta di classe),
parte con un primo racconto (da pag.
13 a 73, “I denti del capitale”) della situazione sul terreno, imperniata sulla
globalizzazione, l’economia del debito, l’uomo nuovo dell’ordoliberismo, la
forma politica della post-democrazia e il digitale; quindi prosegue con un secondo racconto (da pag 75 a 119,
“L’eutanasia della sinistra”) che inquadra la morte della socialdemocrazia
intorno all’89, il suicidio del sindacato, le retoriche flessibili dei diritti
e dei desideri; infine il terzo racconto
(da pag. 212 a 254) sui “populismi” odierni nei diversi casi in cui si sono
presentati.
Gli snodi principali nei quali l’interpretazione di
questi racconti conduce all’esito mi sembrano tre: la necessità di archiviare
l’operaismo (p.125), quindi di ripartire dalle ‘tessere’ per ‘rifare il
mosaico’ (p.152) e di comprendere lo scontro egemonico in corso come
fuoriuscita dalla fase “imperiale”, troppo frettolosamente considerata esito
della Storia, verso nuovi equilibri al momento non prevedibili su cui sono
molteplici le ipotesi (da pag. 177, “guerre e confini”).
Si tratta di un piano di lavoro vasto.
Rileggerlo comporta quindi delle scelte che in parte
derivano dagli interessi del lettore e dalla dinamica del discorso tenuto;
dunque come sempre, nella lettura saranno aggiunti dei fili, si spera che la cucitura
tenga. Il compito di “riconquistare la
sovranità popolare” passa, per Formenti, anche per il tentativo di
articolare “un’idea postnazionalistica di nazione”, in cui non è l’ethnos
presunto dato (su cui rinvio alla istruttiva lettura di Merker)
ma la “comunità di tutti quelli che lavorano e lottano in un dato territorio”
(p.9) a indirizzare una tensione aperta ed inclusiva a fare “Nazione”, nel
rispetto della vocazione e del diritto eguale degli altri. Ciò nella mia
valutazione significa anche coltivare e dare piena legittimità ad una forma di
“patriottismo”, cioè di amore e rispetto, verso tutti coloro che si orientano
allo “spirito oggettivo” delle migliori istituzioni e della forma di vita che
ci crea come individualità collettiva. Un patriottismo che può essere aperto e
universalista, senza sconnettersi, anzi proprio collegandosi, con le tradizioni
costituzionali e la storia di libertà e determinazione ad essere esempio nei
momenti più alti in cui ci siamo costituiti. Alcuni chiamano questa forma
“universalismo esemplare”. Come avevamo scritto al termine del post
sul “populismo di sinistra” in
Mélenchon, ciò non è affatto incompatibile con gli obblighi che
intendiamo auto assumerci nei confronti dell’umanità in generale, ma li
sostanzia. La causa dell’umanità si sostiene, infatti, difendendola entro
di noi e nelle istituzioni con le quali abbiamo a che fare; compiendo la “buona
gara” di renderle ognuna esempio per l’altra.
Certo bisogna liberarsi in modo radicale dell’esatto opposto del “patriottismo”
che è l’auto-disprezzo
(forma di governo inibente largamente praticato in Italia, e non da oggi).
Bisogna sottolineare che la “sovranità popolare”, formula richiamata da Formenti, e come ricorda
il costituente Lelio Basso nel 1973 a pochi anni dalla morte, non è né la
“sovranità statale” né la “sovranità nazionale” (rispettivamente scritte nelle
costituzioni tedesche e francesi), ma quella forma che “appartiene al popolo” (non vi “emana” o “risiede”). Occorre,
quindi, capire come questo intrinseco plurale si costituisce democraticamente,
senza preesistere al processo politico. Occorre una democratizzazione intransigente.
Ma certo occorre anche, appunto, ricomporre ‘le
tessere’.
Dunque vediamo cosa le ha disgregate, i primi due
racconti di Formenti ne danno conto: quella che si è affermata, a partire dagli
anni ottanta del secolo scorso, è la prevalenza di una lotta di classe
dall’alto verso il basso (come appunto ricorda
Gallino) rivolta a contenere i salari reali (l’ultimo Outlook del FMI quantifica
in quattordici punti), inasprire tempi e ritmi di lavoro, garantire e
rafforzare la disciplina e la gerarchia sociale, demolire il welfare. Sono
obiettivi che si tengono in un progetto (ovvero in una direzione funzionale)
orientato di aumentare la quota profitti (appunto, del 14%). Tale orientamento
si è nutrito di quattro direzioni strategiche: la finanziarizzazione
dell’economia, un riorientamento culturale complessivo, la neutralizzazione
della democrazia rappresentativa, la ristrutturazione tecnologica.
Formenti aderisce alla visione ciclica del primo
fenomeno difesa da Arrighi (“Il lungo XX
secolo”), e quindi lo vede
come effetto dell’esaurimento di una spinta propulsiva del modello di
accumulazione (un set di tecnologie, rapporti egemonici, incastri
geostrategici) che induce a fuggire dall’investimento nella produzione, ovvero
nel modello, rifugiandosi nel modo di valorizzazione D-D. L’esaurimento del
modello è descritto sinteticamente da Formenti come crisi del modello di
produzione fordista, causato dalle pressioni convergenti del lungo ciclo di lotte
operaie, dalla crisi delle materie prime (causata in via complessa dall’esito
dei processi di decolonizzazione e dalle reazioni statunitensi alla
competizione europea e giapponese) e dalla “crisi fiscale dello stato” (viene
citato il classico libro
di James O’Connor). La produzione quindi, sotto la pressione competitiva
interna ed esterna, vede fuggire il capitale che si rivolge alla rendita come
fonte di auto valorizzazione. Certo, qui si aprono tante questioni teoriche che
il libro non intende affrontare, né sarebbe il suo scopo, la vasta
trasformazione del capitalismo andata in essere a partire dagli anni settanta
imporrebbe spazio incompatibile con il ritmo del libro. Formenti sottolinea
comunque come alla volatilità del capitale fa riscontro per ragioni
sistematiche quella che chiama l’evanescenza del lavoro. E chiaramente tutto
ciò poggia su una “piattaforma tecnologica” nuova e potente (alla quale il FMI,
per fare un esempio, attribuisce due terzi dell’effetto complessivo sui
salari).
Ma la tecnologia è sempre orientata nel suo sviluppo
dall’ambiente normativo e sociale nel quale è prodotta, dunque l’azione
politica rivolta alla deregolazione è causa (contemporaneamente essendo resa
possibile dalla sconfitta e dalla “cattura” di cui parla nel secondo racconto)
a definire la “cornice istituzionale e legislativa”. La liberazione della
finanza ha scatenato forze irresistibili (di autentico ricatto) che hanno poi
imposto costanti riadattamenti del quadro legislativo e istituzionale in
direzione della flessibilizzazione e quindi ovviamente contrazione dei diritti
sociali conquistati. In parte qui si è dato uno spostamento tematico, e uno
scambio, tra questo genere di diritti e i preesistenti e classici diritti
liberali, compatibili con retoriche flessibili. Resta internamente connesso a
tale insieme di politiche, azioni e forze animali, l’arma di distruzione di massa della globalizzazione, e l’economia
del debito che porta con sé.
Formenti non accetta l’idea che la prima sia effetto
“naturale” (termine chiave, sin dal settecento, dell’ideologia liberale) di una
dinamica non soggetta a scelta umana, ovvero della dinamica economica (letta
come struttura del reale). Propone di considerarla, invece, “lucido disegno
politico” (p.20) per ottenere l’essenziale risultato di distruggere il potere
dei lavoratori consentendo che il capitale in fuga si impieghi dove le
condizioni di forza consentono maggiore estrazione di profitto, ovvero nei
paesi in via di sviluppo. In altre parole globalizzazione dei capitali e delle
merci sono intrinsecamente connessi e funzionali ad una equalizzazione del
saggio di sfruttamento che vede questo riportarsi complessivamente su livelli
non visti più dall’ottocento. Un progetto ben strutturato, ma impersonalmente e
quindi irresistibilmente incorporato nella logica stessa del codice “capitale”
che guida anche lo sviluppo di quella prosecuzione dell’umano che è la
tecnologia.
Qui bisogna dare conto della principale obiezione
che gli organismi (in primis l’Ocse) e in generale “i progressisti” avanzano a
questo modo di vedere la cosa: la globalizzazione può pure aver comportato una
stagnazione dei salari e della quota lavoro in occidente (ormai non lo nega più
nessuno, mentre fino a qualche anno fa veniva occultato), ma complessivamente
questa è aumentata perché milioni di persone sono emerse nei paesi in sviluppo
(India, Cina, Brasile). La risposta di Formenti, sulla quale si dilunga nel
testo con particolare riferimento alla Cina, è che a fronte di una piccola
classe media cresciuta in questi paesi (che l’attuale “piattaforma”
in via di creazione tende a mettere in competizione con la classe media
occidentale, provocandone il degrado), centinaia di milioni di persone hanno
avuto accesso, entrando nel mondo della produzione commerciale e venendo sradicati
dalle forme di vita tradizionali, solo a condizioni di semi-schiavitù che
ricordano da vicino le condizioni di accumulazione primitiva del capitalismo
inglese del settecento. La ragione è semplice: è il capitale a guidare il processo. Ovvero la sua impersonale
logica di massima valorizzazione fine a se stessa, il cui “spirito” è stato
liberato (cfr, ad esempio qui)
dalle decisioni tecniche e politiche del decennio. Si tratta della “walmart economy” all’opera.
L’economia del debito è un circuito complementare e
in qualche modo un adattamento (cfr. la classica analisi
di Streeck) causato dalla necessità di mantenere la promessa edonica, su cui il
capitalismo ha costruito il suo successo sin dal settecento, mentre la quota di
reddito prodotto con il lavoro cala. I capitali “liberati” vengono riciclati in
parte in strumenti di credito e nel complesso circuito crollato nel 2008 (si
veda il libro di Raghuram Rajan “Terremoti
finanziari”) creando una spirale
autoalimentante irresistibile. Questo stesso meccanismo sta in questo momento,
secondo Formenti che cita Mylène Gaulard (“Karl Marx a Pékin”), travolgendo anche la Cina, la cui
finanziarizzazione e inclusione nel circuito del debito è crescente e sta
arrivando al momento critico.
Il primo racconto continua con la descrizione
dell’ordoliberismo (p.30), rivolto a creare letteralmente un “uomo nuovo”,
sulla base dell’analisi di Dardot e Laval (“La nuova ragione del mondo”), che enfatizzano il carattere “costruttivo” del
mercato e quindi il carattere utopico dell’operazione. Il cui circolo va dalla
trasformazione dell’individuo come ottimizzatore di un ‘proprio’ capitale a
fini di soddisfazione compulsiva di desideri e bisogni illimitati (perché
prontamente sostituiti in un circuito necessariamente infinito di feticci, la
cui reale funzione è di prendere l’individuo in una macchina competitiva, di
fondare il bisogno di individualizzazione e distinzione su questi), alla
mercatizzazione di tutto che ciò porta con sé (ed alla reificazione
che comporta), nell’apparenza di autonomia del soggetto, ma in realtà nella sua
cattura come dispositivo esso stesso del controllo dello “spirito del
capitalismo” sull’intera società.
Parte di questo circolo è il depotenziamento del
politico e quindi della democrazia. Il protagonista non può più essere un
cittadino, produttore e decisore, ma una sorta di grumo desiderante che si
manifesta attraverso i suoi consumi, che sono l’unica espressione di sovranità
residuale (si vedano, ad esempio, le chiare parole di Guido Carli qui).
Questi effetti combinati portano, in un set
compatto, all’esito post-democratico intenzionalmente progettato dalle élite.
La post-democrazia dal basso, di soggetti che non riescono più a sentirsi
cittadini (ovvero politicamente attivi), ma che orientano l’intera attenzione
ai fenomeni del consumo, alla difesa dei loro spazi ed all’orientamento alla
sorveglianza, è riletto attraverso il classico lavoro di Rosanvallon (per il
quale rinvio a questo post
riassuntivo), che non caso è orientato al funzionalismo sistemico capace di
rileggere il sistema di direzione politica come una rete multilivello a
geometria intrinsecamente variabile. La post-democrazia, fatta di sospetto e
sorveglianza, alimenta, per una sorta di contrappasso ironico, la tecnocrazia. Un
esempio paradigmatico è ovviamente l’Unione Europea, una costruzione
espressamente multilivello, il cui scopo essenziale (cfr il giudizio
convergente di Peter Mair)
è di creare un vuoto politico tra i cittadini residuali e i luoghi della
decisione. L’Unione Europea, in altre parole, non è affatto un “progetto
incompleto”; si tratta esattamente di ciò che sin dall’inizio si intendeva
produrre, un dispositivo multilivello di controllo e disciplinamento, orientato
in senso ordoliberale, che non punta in realtà ad un “superstato”, ma alla
completa liberazione dello “spirito del capitalismo”. Questo progetto (non
perfettamente coerente, in quanto elementi di potere statuale sarebbero
desiderati, ma per farne un centro imperiale) è stato portato avanti in una
serie di passi che Formenti ricostruisce per salti: Andreatta e Ciampi nel
1981, la scala mobile, le riforme del lavoro, le privatizzazioni.
Ultimo elemento del primo racconto è la rivoluzione
digitale per descrivere la quale Formenti richiama il dibattito
sull’automazione, l’interconnessione ed i suoi effetti sul lavoro. Si tratta di
un vasto dibattito su cui ci siamo a lungo esercitati (posso richiamare
sinteticamente il post sull’”Industria 4.0”
già ricordato, e quello sulla proposta di André Gorz),
ma è chiaro che tutto ciò, in questo contesto, punta su un ulteriore incremento
dello sfruttamento e dell’espulsione degli inadatti. Fa parte di questo
processo anche l’uberizzazione,
nonché i nuovi dispostivi di controllo diffusi (Iot e Smart cities).
Il secondo
racconto ripercorre l’eutanasia delle sinistre, che si sono piegate a
questo quadro, in alcuni casi contribuendo alla sua costruzione. Sotto accusa è
certamente la “terza via” (titolo di un fortunato libro
di Giddens ed etichetta comune ad un insieme di linee politiche che negli anni
novanta si sono imposte da entrambi i lati dell’oceano Atlantico), ma anche il
suicidio del sindacato (in Italia a partire dalla svolta dell’Eur del 1977), e
l’insorgere di movimenti di self-help e di rivendicazione di diritti
individuali (femministi, gay) intrinsecamente imperniati sulla liberazione dei
desideri individuali e sulla retorica dei relativi diritti (p.87). Questi
movimenti, come vede anche Crouch nel suo classico libro, sono disponibili ad
essere reinterpretati nel quadro di una liberazione dell’uomo consumante, e
sono del tutto compatibili con l’uso capitalistico. Sono sincroni con lo “spirito
del capitalismo”: dunque sono “retoriche flessibili”.
Sono anche intrinsecamente orientati all’unica forma
di cittadinanza (apolitica) disponibile, quella cosmopolita. Ovvero alla
cittadinanza delle trainanti superclassi di cui parlava
l’ultimo Dahrendorf.
Fanno parte di questo set di nuovi movimenti, per
Formenti, anche il pallido verde dei movimenti ambientalisti (p.113), ma anche
i neocomunitari o territorialisti, insorti negli anni novanta (Magnaghi e
Bonomi).
Dunque come se
ne esce?
Bisogna compiere tre mosse:
-
Archiviare
l’operaismo (p.125),
-
Rifare un
mosaico che costituisca un popolo politico (p.152),
-
Orientarsi oltre
l’”impero” e rimettere in moto la storia (p.177).
La prima mossa,
implica liberarsi della mitologia delle forze produttive e della “tecno
scienza” come sostituto della religione. Si tratta del portato lungo delle
svolte con le quali abbiamo aperto il post, ovvero del lungo e contraddittorio
processo di secolarizzazione, multivalente come ogni processo storico, che
muove dal settecento (in realtà da un paio di secoli prima) e trova
nell’entusiasmo tecno industriale del paradigma positivista ottocentesco un
punto alto di sistemazione. La versione post-moderna di questa lunga ombra è
intrecciata di molteplici e sempre reiterate “descrizioni mitiche”: la
rivoluzione digitale, internet come liberazione anarco-californiana (ma
anticipata da Teilhard de Cardin), il transumanesimo,
in generale il ruolo sempre ‘progressivo’ della tecnica.
È
chiaro che le tesi chiave di questa lettura del reale sono molto problematiche,
in particolare per l’autore lo sono la tesi che il capitalismo contenga un
principio immanente che lo guida inesorabilmente verso il proprio superamento
(tesi attribuibile ad una semplificazione strumentale del marxismo, presente in
qualche modo dall’avvio). Viene in proposito citato un libro di André Gorz, ma
varrebbe anche il più recente testo di Paul
Mason (per certi versi interessante) per notare la
tendenza a questo scivolamento. Ma anche la tesi, connessa, che in fondo le
forze produttive sono neutre, non hanno un proprio “codice”, e sono quindi riusabili
in un contesto non capitalista se solo si cambia di segno al fatto giuridico
della proprietà. In questa direzione sono criticate le tesi di Matteo
Pasquinelli e del “Manifesto accelerazionista” e
Antonio Negri. Sulla base di questa lettura (che può poggiarsi su una selettiva
esegesi di testi marxiani), sarebbe “questione di forza” e i “codici” sono
impiegabili in sé anche in altre direzioni, a servizio di diverse antropologie.
La terza tesi che l’autore (e lo scrivente) non condivide è che le nuove forme
di lavoro immateriali siano in sé un progresso, perché liberano le potenzialità
creative e consentono all’individuo di esprimersi.
Insomma,
il capitalismo cognitivo (che comunque è connesso intrinsecamente con forme ben
materiali dello stesso nelle fabbriche-lager di mezzo mondo), non genera da sé
le condizioni del suo superamento, generando ricchezza sociale (di cui si tratterebbe
solo di appropriarsi) spontaneamente da uno spazio sociale innervato da
tecnologie digitali ubique, lasciando nelle sue maglie che l’autorganizzazione
cooperativa direttamente delle intelligenze (sollevate dai corpi, in qualche
modo) possa produrre i suoi spazi di libertà. La cooperazione è essa stessa una
funzione del capitale, include nel suo farsi e diventare pensabile e quindi
possibile, codici e condizioni materiali di comando, controllo ed
organizzazione che sono un modo di esistenza del capitale. Ovvero di sua
insorgenza. Formenti cita in supporto Marx, ma ricorda anche il legame dello
“spinozismo” di Negri con forme di critica premarxista (ad esempio Proudhon);
dunque “il prelievo capitalistico non è [un momento] successivo [alla
produzione di valore], perché la produzione in quanto tale è già presieduta
dalla ricerca del profitto” (obiezione di Marx a Proudhon). La produzione è già
dentro il codice, e questo è
capitalistico.
Ma
la critica al set teorico dell’operaismo risale anche alla tesi della
“composizione di classe” ed al Tronti di “Operai
e capitale”, le cui tesi subiscono una torsione
essenziale nel moderno post-operaismo nella sua trasformazione in una “Italian Theory” tanto di moda quanto
vuota. Il racconto prosegue citando il lavoro di Roggero per “restaurare” il
paradigma, depurandolo delle torsioni intervenute. Infine viene criticato
l’impianto di Manuel Castels o di Richard Florida che misinterpretano i
cosiddetti “lavoratori della conoscenza” come nuova “avanguardia di classe”
capace di invertire il rapporto tra lavoro vivo e capitale e di autonomizzare
le reti di lavoratori spontanee (p.146 e seg.).
Ma
liberarsi da narrazioni troppo ideologiche su mitici “nuovi soggetti”
evidentemente non basta per riavviare una prassi trasformativa del complesso
intreccio di fenomeni, dinamiche e problemi illustrato nel primo racconto.
Bisogna anche capire come “rimettere assieme i frammenti di un proletariato
globale che, dopo decenni di guerra di classe dall’alto, sono sparsi come le
tessere di un mosaico fatto a pezzi”. Certo oggi le condizioni non esistono, ma
molte leggende sulla scomparsa del ‘produttore’, in favore del lavoratore
cognitivo, dei servizi e dei ‘simboli’, sono da riposizionare. Ricerche più
approfondite (Clash City Workers)
mostrano che è stata più una disseminazione e riclassificazione a fini
statistici. Molti lavoratori “dei servizi” sono in realtà impegnati in attività
che una volta erano semplicemente incorporate nei sistemi produttivi verticali.
Il lavoro materiale è ancora, insomma, quantitativamente prevalente. I teorici
del “cognitariato” obiettano che comunque il valore aggiunto è prevalente nei
segmenti dell’innovazione e immateriali. Formenti risponde che attribuire
valore a segmenti di una catena è operazione arbitraria, è la cooperazione che
crea nel suo insieme la valorizzazione complessiva. Dal punto di vista della
critica dell’economia politica, il fatto che alcuni segmenti siano sottoposti e
separati (anche geograficamente) non rileva al fine del giudizio sulla catena
integrata del valore.
Ma
questo macrofenomeno del ricollocamento del primo segmento della produzione (la
classica “fabbrica”, anche verticale) nelle aree deboli semiperiferiche,
facendo leva sulla mobilità dei capitali e i servizi alle imprese (secondo una
gerarchia che parte dalle “città
globali” di cui parlava Saskia Sassen alcuni anni fa) e convertendo la
produzione in assemblaggio di semilavorati e componenti prodotti in dette aree,
concentrando il valore aggiunto negli snodi più convenienti in termini di
controllo e direzione, ha avuto vaste conseguenze nelle condizioni di vita e di
lavoro. Essenzialmente ha comportato: una crescita esponenziale del lavoro
precario, l’attacco ai “privilegi” conquistati dai lavoratori nella fase
fordista, la tendenza a uniformare le condizioni del lavoro pubblico e privato
verso il modello più conveniente per il capitale, la subordinazione del lavoro
autonomo (formula che è sempre più svuotata, in particolare ma non solo nei
servizi professionali che vengono riorientati dalla funzione sociale di
servizio a quella di anello del meccanismo di valorizzazione mercatista), la
riduzione di autonomia delle piccole imprese.
Il
lavoratore tipo è flessibile, specializzato, privo di consapevolezza del
processo complessivo in cui viene coinvolto (data l’estrema parcellizzazione
orizzontale dei processi), privo di garanzie sia sindacali sia sindacali e
previdenziali, ibridato tra lavoro manuale ed intellettuale, anche a causa
subordinazione crescente a routine predefinite dalle tecnologie informatiche e
da queste controllate.
Secondo
la ricerca citata, in sintesi: “gli operai esistono ancora, anche se
‘travestiti’ – almeno in occidente – da ‘operatori del terziario’, e il loro
potenziale antagonistico si concentra nei settori del cosiddetto ‘terziario
arretrato’, piuttosto che in quelli tecnologicamente avanzati” (p.157).
Ma
i processi di ricomposizione possono essere anche innescati dalle città come
vere e proprie “macchine produttive”. È proprio il processo di urbanizzazione
ad essere diventato in qualche modo “fonte diretta di plusvalore”, come sostiene
David Harvey, il processo di urbanizzazione crescentemente assorbe le eccedenze
finanziarie prodotte dal processo di valorizzazione del capitale (una funzione
essenziale, per conservare l’indispensabile liquidità al sistema), dunque la cartolarizzazione
dei prodotti immobiliari, ed i grandi progetti urbani che spesso ne sono
occasione, non è un fenomeno secondario (ne abbiamo parlato, ad esempio, in “Londra
si autodistrugge”), la polarizzazione della città in zone impermeabili
(come diceva
anche l’ultimo Bernardo Secchi), e lo sviluppo di lotte contro la privatizzazione
dei beni comuni.
A
questo punto, dopo un utile approfondimento sulla situazione della Cina, con la
fine della “società armoniosa” e della solidarietà interna, sotto pressione
dello spirito del capitale, anche se in altra forma politica, e del Sudamerica,
oltre che della Russia (p.166), Formenti arriva al terzo snodo.
Fino
ad ora ha sostanzialmente descritto una situazione nella quale il crollo del
sistema socialista, unito al balzo tecnologico visibile nella rivoluzione
digitale ed i suoi impatti pervasivi nella vita quotidiana di ciascuno (io,
personalmente, sono nato in un mondo analogico ed ho visto negli anni settanta
tutti i passaggi e l’entusiasmo che hanno portato con sé, anche ben prima
dell’insorgenza di internet) ha fornito una narrazione in due versioni: la fine della storia (Fukuyama) e l’impero (Negri), sostanzialmente
sincrone. I tratti comuni di entrambe le visioni sono la fede nel ruolo
progressista della tecnologia, superando il sospetto che il trauma del
novecento e l’ascesa del punto di vista ambientalista portavano con sé, la
retorica dell’immateriale, l’insuperabilità della fase finanziaria dello
sviluppo vista come stadio finale di un apprendimento evolutivo che deve solo
eliminare progressivamente le scorie e resistenze per dispiegare l’esito
desiderato (che è, rispettivamente il pieno successo dell’utopia del mercato,
come luogo liscio e privo di attriti, o la transizione al comunismo per “linee
interne”). L’idea è catturata nella versione negriana dallo slogan “dentro contro”.
Nulla più esiste, né può, fuori del modo di produzione capitalistico, e dell’impero che ne è la rappresentazione
istituzionale, in particolare gli Stati sovrani sono solo dei residui
“barbarici” da superare.
Tutto
questo, dal 2000, anno in cui viene formulato, è stato drasticamente
contraddetto. Anche guardando i cicli di guerra si vede come il primo, che
succede al consolidarsi del paradigma bifronte contestato da Formenti, da
quello dei balcani al secondo conflitto iracheno (passando per l’Afganistan) sono
lette ancora secondo l’idea che la politica sia terminata e restino solo
operazioni di polizia, o umanitarie. Invece i conflitti di questo decennio sono
guerre di confine (Ucraina, Siria e Libia) tra aspiranti egemoni, almeno
regionali. Dunque per Formenti, allargando la visuale, “l’immediato futuro del
pianeta è segnato dallo scontro fra gli Stati Uniti e la Cina per l’egemonia
mondiale”. Insomma, non c’è più un solo “impero”. Al riguardo la previsione è
sinistra: “ove si consideri che nessun grande ciclo egemonico si è esaurito
senza che la potenza egemone abbia scatenato una o più guerre per ritardare la
propria caduta, lo scenario di una intensificazione della competizione con la
Cina appare più che probabile” (p.184).
La
situazione europea è parte di questo scenario di confronto, e lo è la
cosiddetta invasione dei migranti. Il conflitto diventa a pelle di leopardo,
tra “spazio dei flussi e spazio dei luoghi”, tra “le metropoli del mondo e le
immense periferie degli esclusi che le assediano”. Una versione particolarmente
aggressiva è l’Isis che non solo coalizza gli sconfitti sunniti delle guerre
irachene, connettendoli con il grande gioco ipercomplesso delle diverse potenze
globali e regionali (in cui spesso ognuna gioca più parti in commedia), ma anche
le periferie “interne” delle nostre metropoli.
Allora da dove si comincia a
ricostruire? L’ipotesi è “dal basso”, non dalle
élite del lavoro, come vorrebbero sia in marxisti ortodossi (il giudizio di
Marx sul sottoproletariato sta a mostrarlo) sia i postoperaisti; ma dagli
strati più deboli ed emarginati che oggi si orientano verso le proposte delle
destre difensive. I migranti, i working poor, i lavoratori del terziario
arretrato, i precari, i cognitivi declassati, ma anche quelli che stanno
“fuori” (i contadini, il sottoproletariato metropolitano, il lavoro servile,
anche le comunità indigene). Il punto è superare il pregiudizio
progressista/modernista, e saper guardare anche la lotta contro
l’addomesticamento e per l’autonomia, dove e nella forma in cui essa è, anche
se sembra “arretrata”. Non si tratta sempre di “residui” feudali, fatalmente
destinati a lasciare il passo al capitalismo, ma modi di vita, o “forme di
vita” e quindi anche di eticità, in conflitto con la “forma di vita” (e
l’eticità) capitalista. Leggeremo in proposito il coraggioso tentativo di
riattualizzazione filosofico di tali termini in Rahel Jaeggi, che rappresenta
la quarta generazione (l’ultima, insomma) della Scuola di Francoforte con il
suo “Formedi vita e capitalismo”. Ma si può leggere anche l’ultimo
Marx, come interpretato da Marcello Musto, ed in particolare
l’atteggiamento verso i populisti russi e le comuni agricole, le Mir e le
Obscina, che resistono alla razionalizzazione imposta dalla rivoluzione,
attuando in qualche modo per l’autore un “conservatorismo di significato”.
Ora,
chiaramente ciò non significa che tutte le aree in cui vigono rapporti sociali
(nelle quali si potrebbero anche annoverare le mafie) non capitalistici (o
misti) “generi necessariamente un potenziale di lotta antagonista al
capitalismo” (p.198). Sarebbe una posizione meccanica ed ingenua pari a quella
cui si oppone. Si tratta proprio di abbandonare il punto di vista
“immanentista” (che vede tutto riassumersi nella forma del capitale,
considerata alla fine la più evoluta, quella al culmine di un processo
evolutivo di apprendimento) ed assumere quello che “riconosce il persistere
della dialettica dentro/fuori e dei confini, anche se ridisegnati in relazione
all’antagonismo fra flussi e luoghi; si tratta di abbandonare l’idea che il
capitale debba essere inseguito sul terreno dell’innovazione tecnologica e
della ‘modernizzazione’ delle relazioni sociali, e di abbracciare invece l’idea
che la lotta anticapitalista si nutre soprattutto di opposizione, resistenza e
rifiuto nei confronti dei processi di modernizzazione; si tratta, in poche parole, di rompere con un’interpretazione del
marxismo che svolge oggettivamente il ruolo di mosca nocchiera dello sviluppo
capitalistico” (p.199).
Sono
parole forti ed impegnative.
Significa
in sostanza prendere parte per il lato comunitario, sapendo che per chi è
connesso al paradigma “accelerazionista” ciò suona inesorabilmente “di destra”
(odora di rossobrunismo).
Ecco,
dunque, che si esce verso i concetti di sovranità,
popolo e nazione.
Per
introdurre la mossa, ovvero la “variante” (forse metafora scacchistica, di chi
entro una “apertura” elabora un nuovo corso, ovvero una nuova sequenza di
mosse), Carlo Formenti procede al terzo
ed ultimo “racconto”. Da pag 216 procede a dare conto, sia pure brevemente,
delle diverse esperienze politiche che negli ultimi anni sono state tacciate di
“populismo”.
L’avvio
è un riepilogo della posizione teorica di Laclau, il cui libro fondamentale, abbiamo letto da poco (“La ragione
populista”) e su cui dunque, a
vantaggio di spazio, non torneremo. Formenti, tuttavia, critica dell’autore (e
della Mouffe) l’internità al campo epistemologico e filosofico della cosiddetta
“svolta linguistica”, in particolare nella ricezione francese, e soprattutto
critica l’inclinazione che interpreta come “riformista”. Una variazione di
democratizzazione più o meno radicale di tipo socialdemocratico. Una “guerra di
posizione” (come propone la Mouffe nel dialogo con Errejon citato nel testo),
non finalizzata alla presa di potere rivoluzionaria, e preda di contraddizioni
interne. In particolare tra difeso pluralismo e utilizzo di logiche
polarizzanti espressamente riprese da un autore antidemocratico e totalitario,
pienamente coerente, come Carl Schmitt (attraverso la coppia “amico/nemico”).
Inoltre affonda i suoi denti acuminati nella contraddizione tra ruolo del
leader (difeso con uso di strumentazione psicologica da Laclau) e smontaggio
dei corpi intermedi, incluso partiti capaci di direzione e forza autonoma.
Insomma, la critica di Formenti è di un certo eclettismo teorico e di
inconsistenza strategica.
I casi che invece analizza sono: le rivoluzioni
boliviane (p.212), e di Rafael Correa in particolare e poi Evo Morales. Quindi
la rivoluzione venezuelana che differisce dal caso ecuadoriano e boliviano per
molte differenze etniche, di classe, ed un ruolo ancora maggiore del leader,
con la partecipazione attiva dell’esercito ed un più pronunciato orientamento
socialista. Chàvez è descritto in modo ambiguo, con la dipendenza dal modello
estrattivista e la presenza costante del grande capitale, e limiti nella
implementazione di riforme di struttura. Le alternative sono descritte a
pag.230, sulla base di proposte di Acosta, e presuppongono la decisione di non
considerare la globalizzazione come irreversibile necessità, ma scelta
contingente (sia pure di grande successo). Quindi di fare un intelligente e
pragmatico delinking, riducendo la dipendenza estera anche potenziando forme di
cooperazione internazionale su piede di parità.
In Europa, invece sono descritte le posizioni del
M5S e di Podemos. Del primo è evidenziata la capacità di impostare una “catena
equivalenziale” (termine di Laclau) che unisce l’eterogeneo simbolicamente,
riclassificandolo come il “paese degli onesti”, contro i “corrotti e
raccomandati”. Dato che tutti vogliono pensarsi come “onesti e meritevoli”, in
particolare quando si sentono al margine del desiderio che gli viene proposto
dai media e dalla cultura dominante (e quando non hanno gli strumenti per
criticare), questa “catena” è potentissima e può unire la grande maggioranza.
Non a caso era stata proposta
con qualche efficacia già ai tempi da Berlinguer.
Ma come allora questo è anche un “discorso debole”,
se non accompagnato da una visione dei nodi che creano questa dissimmetria e
delle forme per superarla. Manca qualsiasi visione della struttura e dinamica
del potere, non identifica “nemici” coerenti. Non è, insomma, un discorso
“antisistema”.
Podemos, invece, è un progetto in parte costruito a
tavolino, espressamente ricondotto alle teorie di Laclau e della Mouffe. Il
“popolo” è qui interpretato come l’effetto di esplicite invenzioni discorsive e
di una chiara leadership (per la quale Iglesias ha sfruttato la sua
preesistente notorietà). Anche qui nella reinterpretazione della lezione
gramsciana postmodernista di Laclau “la lotta per l’egemonia è intesa
soprattutto come lotta per la definizione delle parole”, non come lotta delle
classi definite in relazione a rapporti materiali per la ridefinizione del
“senso comune”, ma una sorta di appropriazione adattiva dello stesso. Direi si
possa immaginarla come una mossa di Judo dove, invece, la forma originaria era
più di lotta greco-romana.
Anche qui ci si trova davanti, nella lettura
dell’autore, ad un modello interclassista (nella sua programmatica ricerca
maggioritaria, anzi intrinsecamente totalitaria attraverso la nominazione “del
popolo”) ed esplicitamente neo-socialdemocratico.
Insomma, “Podemos non ha saputo riproporre [dai suoi
modelli sudamericani] la spinta costituente, lo spirito anticapitalistico né la
capacità di rilanciare i valori e gli ideali socialisti” (p.245).
Restano gli Stati Uniti, e qui si leggono le figure
di Bernie Sanders e Donald Trump.
Siamo stati fin troppo lunghi, e queste note non
devono esimere dal leggere il libro. Dunque chiudiamo sottolineando la metafora
dello “spazio dei flussi” e di “quello dei luoghi” (che in un vecchio
post avevo chiamato lotta tra “nomadi
e stanziali”) e la proposta di “combattere
il colonialismo”.
Ecco la questione: “i flussi” colonizzano e
sfruttano (una recente
versione di questa idea in Sassen), e disseminano periferie del rancore. È
da queste che per Formenti bisogna partire, sono queste che bisogna ricucire in
un progetto di senso per contrastare insieme “i flussi” e la proposta di senso
delle destre.
Ma la lotta anticoloniale (lo vedevano anche i
padri) significa ripassare per la sovranità popolare e quindi nazionale.
Non bisogna averne paura.







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