Walter Benjamin scrive questo frammento nel 1921,
forse come parte di un progetto più ampio di “politica”, che venti anni dopo,
quando tragicamente morirà sulla soglia dei suoi cinquanta anni al confine franco-spagnolo,
non ha ancora compiuto. Sono anni tragici e violenti (alla violenza sono
intestati alcuni altri frammenti dell’opera mai nata), la prima guerra
mondiale, questo conflitto senza precedenti che ha frantumato il senso
dell’Europa, è terminata solo da pochissimi anni, ma questi tre brevi anni sono
stati, per chi vive in Germania una continua tragedia. Dal 1918 al 1919 è una
continua guerra civile a bassa intensità tra le forze che si contendono il
potere, le destre che poi troveranno sbocco nel nazismo, le sinistre divise tra
frazioni sull’onda dell’esempio della rivoluzione russa, le forze che poi si
consolideranno provvisoriamente nella Repubblica
di Weimar (dal 1919). Nel 1921 vengono costituite le Sturmabteilung (SA).
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| Walter Benjamin |
Ma non c’è solo il tempo, in questo scritto. C’è
anche la dinamica del pensiero, nell’inseguirsi dei testi e delle controversie.
Nel 1904 Max Weber aveva scritto “L’Etica
protestante e lo spirito del capitalismo”, nel 1902 Werner Sombart
aveva pubblicato “Il
capitalismo moderno”, nel quale il termine stesso è presentato. L’avvio
con questo doppio testo della scuola storica tedesca è citato da Benjamin (con
riferimento a Weber ed alla tesi di dipendenza del capitalismo dallo spirito
protestante) nell’avvio del suo frammento. Ma il tema centrale, quello
dell’illimitatezza del desiderio disperato che la “forma di vita” (usando un termine di Husserl) del
capitalismo introduce nel mondo, rinvia alla riflessione sulle radici che in
quegli stessi anni Sombart inquadra, distinguendo tra “mentalità economica
precapitalistica” come “erogazione”,
equilibrio tra quel che si spende e quel che si ottiene nella produzione di
beni necessari all’uomo “vivo”, e “capitalismo”,
che è una “organizzazione economica di scambio” caratterizzata da una nuova collaborazione
e che è dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico. È,
cioè, dominata dal “calcolo”.
In altre parole l’obiettivo “immanente l’idea di
organizzazione capitalistica” (Sombart, 1902, p. 162) è il semplice aumento
della quantità di denaro. Questo è il suo “scopo oggettivo”.
Il “modo di produzione capitalista” del resto, anche
in Marx (che Sombart, allora socialista, legge con attenzione) si
contraddistingue per l’accumulazione di “lavoro morto” (ovvero di denaro) del
tutto indifferente ai suoi mezzi. La formula tradizionale è rovesciata, il fine
ultimo dell’economia non è più “vivere bene” (nel proprio ruolo), ma creare
“valore”, in linea di principio
indefinito ed illimitato. Il “valore” per il capitalismo non è dettato da
una struttura antecedente di ruoli, o dalla parola di Dio, ma è direttamente una
forma sociale, un modo di creare unità e dissolvere le differenze che diventa
visibile nella metrica del “denaro”. La finalità di tutto diventa quindi creare
la massima quantità possibile di valore, cioè di denaro che lo
rappresenta.
L’uomo nella cultura tradizionale è invece sotto
determinato, incorporato, in una rete sociale di ruoli e dominato dall’idea “che il tenore di vita debba essere conforme al
proprio ceto sociale”. Ovvero debba essere conforme ai propri doveri. “Lusso” e
“nutrimento” sono le coppie di forme sociali che Sombart individua, l’uomo non
ha sempre lavorato per il profitto, non lo ha fatto per diventare “ricco”.
Anche il “lusso” si capisce male con le categorie contemporanee, su questo
Mauss, con la sua descrizione del “potlatc” aiuta. Il “lusso” è una relazione
sociale, un dovere ed una responsabilità verso dio e gli uomini. Verso la fine
Benjamin dirà che il capitalismo non ha vie di uscita, nessuna via “comunitaria”,
cioè “non individuale-materiale”.
Lo stesso concetto di “economia” è radicalmente
diverso, come quello di denaro. Lo scriverà bene Mauss, si vive dentro le
proprie creazioni (anche Sombart, p.130); l’uomo non è separato dalle sue
azioni, non lo è dalle sue cose (c’è
in realtà un legame nelle due direzioni, delle “cose”), ed anche quindi il
“lavoro” (concetto eminentemente capitalista) non è mai separabile dal legame
sociale, dai ranghi, dai ruoli, dai vincoli, dalle responsabilità, dai doveri,
dagli amori. Quando si lavora si dona se stessi, si esercita e si viene
esercitati da una lealtà. Ricorda
Luigino Bruni, rileggendo come vedremo Antonio Genovesi, che ciò che può
essere solo donato (il proprio tempo, ovvero la propria vita) richiede
reciprocità. Pretende riconoscimento e rispetto, pretende cioè riconoscenza.
“Incentivi” e tanto meno “controlli” non possono ottenerla. L’uomo,
davvero, non lavora per il denaro. Questa semplicissima verità era chiara
ancora nel XVIII secolo, anche agli scozzesi, ma oggi non è più capita (anche
quando è enunciata). La nostra religione non ce lo consente più.
Su questa linea si incontrano quindi anche le
riflessioni, coeve di Marcel Mauss (1923) sull’economia
del dono e di Gyorg Lukacs (1923) sulla reificazione.
Dunque, come bene dirà una ventina di anni dopo Polanyi
ne “La
grande trasformazione”, parlando
della rivoluzione industriale: “separare il lavoro dalle altre attività della
vita ed assoggettarlo alle leggi del mercato significa annullare tutte le forme
organiche” (p.210), ovvero estrarre parte della vita dalle relazioni
sociali, dalle strutture “totali”, per distillare un elemento, attraverso lo
strumento del “contratto” e la sua particolare “libertà” (su questo anche
Honneth, “Il
diritto della liberta”).
Rispetto a queste notazioni, tutte di critici, Max
Weber all’epoca amico di Sombart prende una linea meno netta, qualificando
l’attività di lucro come un insieme di atteggiamenti e tecniche, di
orientamenti basati sul calcolo continuo, ma su quello che chiama “un agire
sobrio, riflessivo, costante, ma anche audace” (“Etica”, p. 92). Dove il
socialista Sombart evidenzia anche lo spirito di rapina, l’aggressività
illimitata, l’irrazionalismo (come farà, appunto, Benjamin), il momento
selvaggio, Weber sottolinea l’ambivalenza, ma è affascinato dagli esiti.
Inoltre pone (sulla base di una limitata ricerca empirica) una relazione tra
insorgere del capitalismo e spirito protestante, luterano e calvinista. La
pulsione a connettere tempo e denaro (Benjamin Franklin, citato a p.76) è
trasmettere a questo la natura “feconda e fruttuosa” del tempo, purché si
rispetti l’ethos della “diligenza e moderazione”. L’irrazionale, ma leale e
degno, “guadagnare denaro, sempre più
denaro, alla condizione di evitare rigorosamente ogni piacere spontaneo” (Franklin,
cit. Weber. p.76), è davvero spoglio da ogni considerazione eudemonistica o
edonistica; si tratta di un semplice e chiaro “fine a se stesso con tanta purezza, da apparire come alcunché di
totalmente trascendente, in ogni caso, e senz’altro irrazionale, di fronte
alla <felicità> o all’<utilità> del singolo individuo”.
Questa irrazionalità contiene per Weber dei
“sentimenti” che sono connessi a “certe rappresentazioni religiose”. Lo stesso
Benjamin Franklin (che era un deista e quindi non seguiva la confessione
calvinista del padre, nella quale tuttavia era stato educato) se lo chiede, e
nell’autobiografia risponde che gli “uomini” devono “fare denaro” come
espressione dell’essere “spediti nelle proprie faccende” (un versetto della
Bibbia) e dell’abilità nella professione (“beruf”).
Deve farlo, insomma, per “dovere professionale”, un dovere verso il contenuto
della propria stessa professione, una serietà interna.
Queste idee, questa etica, questa valorizzazione del
“beruf”, del dovere non è, però, un
semplice rispecchiamento, o una sovrastruttura di condizioni economiche. Per
Weber (che polemizza, è evidente, con Marx) lo
precede.
Questo spirito è, nella sua ambivalenza, quello che
lega un interprete contemporaneo di Weber, come Jurgen Habermas, e fonda la sua
sempre riaffermata fiducia (da ultimo “Verbalizzare
il sacro”) nei “potenziali spirituali” della modernità (globalizzata),
pur nella contemporanea presenza di ben viste “tendenze autodistruttive”. La
mossa kantiana, l’universalismo egualitaristico e individualistico al contempo,
muove quindi dalla perdita di questo “senso religioso” e quindi dallo
“sganciamento degli enunciati morali dal contesto sostanzialistico (cosmologico
ed escatologico)” (ivi, p.179) al quale erano connessi nel senso ricordato con
Sombart e Weber. Di qui, per conservare comunque la “coscienza normativa”, che
è “struttura dello spirito”, si viene alla fondazione sulla base di una
“razionalità procedurale”.
Ma si è davvero
perso questo “senso religioso”?
La scala è stata gettata dopo essere “saliti” sulla piattaforma della
razionalizzazione del mondo, o l’incantesimo che ci trattiene mentre ci
potenzia della “razionalizzazione” incorpora, in modo bastardo e
irriconoscibile, un “senso religioso” pervertito? Le “tendenze autodistruttive” di cui parla Habermas (rinviandosi al
dibatto dell’inizio secolo, ovvero alla prima generazione della sua stessa
scuola), sono davvero solo un’aggiunta ai
“potenziali spirituali” della modernità, o ne sono il codice?
Per aiutarci in queste domande andiamo al testo del
1921 di Walter Benjamin: prenderemo le citazioni dalla raccolta “Senza scopo
finale. Scritti politici (1919-1940)”, sono solo sei pagine, da p.42 a
47, ma sono intensissime. Mentre Weber, secondo il nostro, vedeva il
capitalismo come “una conformazione determinata dalla religione” (ovvero
coevoluta insieme alla trasformazione delle sensibilità religiose), esso è
proprio “un fenomeno essenzialmente
religioso”.
Nel capitalismo, cioè, “può ravvisarsi una
religione”.
Ciò significa che “il capitalismo serve
essenzialmente alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze,
inquietudini, cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni”. Ma che genere di religione è?
Per Benjamin si tratta di una “pura religione cultuale”, la più estrema. Un puro riferimento al
culto, a quello che Habermas chiama “il rito” (la ripetizione dei gesti, delle
forme, delle pratiche, denso in sé di significati trattenuti, congelati in
essi, non verbalizzati), senza avere “una teologia”. Il capitalismo in sé non
ha una vera e propria dottrina, si presta ad ogni possibile vestizione. Si
veste anche di socialismo (ad un certo punto, fulmineamente, dirà). È più il
contrario, ogni dottrina che scaturisce dal culto, dal rito, ha una sorta di
“tonalità religiosa”, è una “verbalizzazione” che non conclude l’intero campo del
culto. Così ha una tonalità religiosa per Benjamin “l’utilitarismo” (noi
potremmo oggi dire il liberismo).
Secondo carattere è che si tratta di un culto “senza tregua e senza pietà”.
Ininterrotto, costante, onnipresente, che entra in ogni cellula e tutto
cattura.
Terzo, è un culto che “genera colpa” (la parola
usata è schuld, della quale il nostro
segnala “l’ambiguità demoniaca”) cioè anche “debito”. Come dice “il capitalismo è verosimilmente il primo
caso di culto che non purifica ma colpevolizza [ed indebita]. Così facendo,
tale sistema religioso precipita in un moto immane”. Cioè anche in una
“immane coscienza della colpa [del debito] che non sa purificarsi [da cui non
ci si redime], fa ricorso al culto non per espiazione in esso di questa colpa,
ma per renderla universale, per martellarla nella coscienza e infine e
soprattutto per coinvolgere dio stesso in questa colpa e interessarlo infine
all’espiazione”. Ma questa espiazione non arriva mai, infatti “sta nell’essenza
di questo movimento religioso che è il capitalismo, resistere sino alla fine,
fino alla definitiva, completa, colpevolizzazione di dio, fino al
raggiungimento dello stato di disperazione del mondo”.
Fino alla “autodistruzione” dello “spirito”
(normativo) di cui parla Habermas con riferimento allo spettacolo dello
scatenamento del capitale nella forma finanziaria che con i suoi “flussi”
distrugge sempre di nuovo il mondo.
Ecco, per Benjamin, dove trova luogo “l’elemento storicamente inaudito del
capitalismo: la religione non è più riforma dell’essere, ma la sua riduzione in
frantumi” (p.43). La vera e propria “estensione
della disperazione a stato religioso del mondo”, una disperazione da cui,
assurdamente, doversi “attendere la salvezza”. Siamo nell’assoluta solitudine
della fine della trascendenza, e quindi della implicazione di dio nel destino
umano. Nietzsche e Freud sono citati a supporto di questo codice, pensieri che
“appartengono al dominio sacerdotale di questo culto”. Non si trova più
salvezza nella umkehr (nel
‘rivolgimento’, ‘capovolgimento’, ‘conversione’ e quindi ‘pentimento’,
‘metaonia’, e ‘ripartenza’), ma nel “potenziamento”, costante, illimitato. Un
potenziamento che non fa salti, e
attraversa il cielo.
Questa strada della redenzione attraverso il
potenziamento, la crescita, è proprio anche di Marx. Per Benjamin, infatti:
parimenti in Marx “il capitalismo che non
inverte la rotta diviene, con interessi ed interessi composti che sono funzioni
della colpa (si badi all’ambiguità demoniaca di questo concetto), socialismo”.
Insomma, anche il socialismo (nella sua versione
industrialista e progressista, ipostatizzante la tecnica e lo sviluppo
materiale delle “forze produttive”) “appartiene al dominio sacerdotale di
questo culto”. Partecipa al culto. Per questo è stato così facile rovesciarlo
dopo il crollo del ’89.
Ma, infatti, come dice Benjamin “il capitalismo è una religione di mero
culto, senza dogma” (p.45).
Del resto del legame tra capitalismo e religione era
ben cosciente lo stesso Marx, che nel terzo volume de “Il Capitale”, alla fine del capitolo trentacinquesimo
sull’argomento dei metalli preziosi e il corso dei cambi scrive
improvvisamente: “il sistema monetario è essenzialmente cattolico, il sistema
creditizio è essenzialmente protestante. <The Scotch hate gold>. Come
carta l’esistenza monetaria delle merci ha soltanto una esistenza sociale. E’
la fede che rende beati [rif. alla dottrina di Lutero]. La fede nel valore monetario come spirito
immanente delle merci, la fede nel modo di produzione e nel suo ordine
prestabilito, la fede nei singoli agenti della produzione come semplici
personificazioni del capitale autovalorizzantesi. Ma come il
protestantesimo non riesce ad emanciparsi dai principi del cattolicesimo, così
il sistema creditizio non si emancipa dalla base del sistema monetario”
(Editori Riuniti, p.690).
In effetti, qui la tesi sembra affine a quella di
Weber, ma se ne discosta, “il capitalismo
– come va dimostrato non solo per il calvinismo, ma anche per gli altri
indirizzi cristiani ortodossi – si è sviluppato in occidente in modo
parassitario sul cristianesimo, in modo tale che alla fin fine per
l’essenziale la storia di quest’ultimo è la storia del suo parassita, il
capitalismo”. Su questa relazione tra capitalismo e religione, oltre il
protestantesimo, si potrebbe anche rileggere il bel libro di Luigino Bruni “Il
mercato e il dono”, che è imperniato sulla figura di un sacerdote e
teologo settecentesco, il napoletano Antonio Genovesi (morto nel 1769), che dal
1755 regge nella prestigiosissima (all’epoca) Università di Napoli la prima
cattedra europea (ovvero mondiale) di “economia” e scrive “Lezioni di economia civile”
che anticipa di nove anni la più famosa “La
ricchezza delle nazioni” (peraltro anche essa scritta da un autore che
insegnava filosofia morale a Glagow connessa con la chiesa scozzese). Bruni,
che legge anche Benjamin e lo cita, sostiene che il capitalismo “è nato dalla
ricerca o dal desiderio del paradiso, e ancora oggi continua a vivere con
promesse di altri paradisi”, paradisi secolari fondati su quei potentissimi
simboli, codici e sogni che sono le merci ed il denaro stesso. Il capitalismo
ha natura, insomma, “religiosa, simbolica e spirituale” e nulla come la
finanza, con la sua auto programmazione impermeabile a qualsiasi ratio umana lo
mostra.
Insomma, “nell’età
della riforma il cristianesimo non ha favorito l’emergere del capitalismo, ma
si è trasformato nel capitalismo”.
Ciò che manca, ciò che è stato sottratto, per
guadagnare l’illimitatezza, e dunque l’ansia che la rende necessaria,
sistematicamente, è la “mancanza di una via di uscita comunitaria, non
individuale-materiale” (p.46).
“Non possiamo tirar su la rete in cui siamo presi”.




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