In attesa di leggere e commentare il libro degli
autori “Ripensare
il capitalismo”, da poco uscito per Laterza in italiano, può essere
interessante leggere un articolo
uscito su Dissent .
L’autore di “Lo
stato innovatore” ed il suo coautore spendono come d’uso la prima parte per
illustrare i fallimenti del capitalismo contemporaneo e la sua elevata
disfunzionalità. Nella seconda correttamente gli autori dichiarano che le
carenze del capitalismo non sono affatto temporanee, ma strutturali.
Sulla base della loro impostazione chiaramente
riformista (gli autori sono parte degli organi consultivi del Labour di Corbyn)
le linee di ripensamento del capitalismo, per salvarlo in qualche modo, sono
tre:
-
Il mercato, e i suoi attori, non possono essere
pensati come delle entità astratte.
Una sorta di ambiente, uno spazio neutro che preesiste agli attori (imprese,
investitori e famiglie) che vi “entrano” per condurre scambi e prodursi in
comportamenti conformi. Si tratta di un punto molto profondo, tutte le politiche
blairiane sono state vendute come “conformi al mercato”, nel tacito presupposto
che questo fosse l’ambiente esterno alla cui normatività occorresse solo
adeguarsi. Come dicono gli autori “i mercati sono meglio compresi come risultati
delle interazioni tra attori e istituzioni economiche” e queste senza
distinguere se private o pubbliche: l’interazione
determina lo spazio. In qualche modo questa mossa, la cui profondità sembra
sfuggire anche agli autori, retrocede dietro la mossa fondativa della stessa
razionalità occidentale, richiamando una circolarità che era stata sacrificata
da Newton (compiendo una rivoluzione che Smith cerca di tradurre nell’economia
politica) in favore del suo costrutto teorico-matematico dello “spazio assoluto”. Ne avevamo ricostruito
la logica nello studio
sulla logica cartografica, come scrive Koyrè “nell'abolizione del mondo dei ‘pressappoco’, il mondo delle qualità e
delle percezioni sensibili, il mondo della sopravvalutazione dell'esperienza
quotidiana, e nella sostituzione ad esso dell'universo (archimedeo) in cui
dominano la precisione, la misurazione esatta, la determinazione rigorosa”. Ci torniamo.
Per gli autori, restando nel campo disciplinare dell’economia,
i risultati del mercato, al contrario, “dipendono dalla natura degli attori (ad
esempio, dalle diverse strutture di governo societario delle imprese); dalle
loro motivazioni; dalle leggi, i regolamenti ed i contesti culturali che li
costringono; e dalla specificità delle operazioni che vi si svolgono”. Come affermano:
“I mercati sono incorporati in queste strutture istituzionali più ampie e le relative
condizioni sociali, legali e culturali. Nel mondo moderno, come
l'economista Karl Polanyi una volta ha
sottolineato, il concetto di un ‘libero’
mercato è un costrutto della teoria economica, non un'osservazione empirica. Infatti,
ha osservato che il mercato capitalistico nazionale è stato effettivamente
costretto all’esistenza attraverso politiche pubbliche, non c'era nulla di ‘naturale’ o universale in esso”.
Per
ritornare sulla suggestione della concettualizzazione dello spazio nella
fisica, la cui influenza sull’intera cultura illuminista -in tutte le sue
manifestazioni, inclusa la nascita dell’economia come sapere indipendente- è
stata enorme, bisogna tenere presente che la concezione tradizionale (formalizzata
in Aristotele) vedeva lo spazio come un ente legato alle qualità dei corpi osservabili
(e quindi ai “Luoghi”, che ai corpi sono legati) e in certo modo inesistente in-sé (è una concezione che
egemonizza la fisica medioevale). Da questa posizione si è arrivati nel corso
del cinquecento e seicento, attraverso un lungo processo di astrazione e razionalizzazione,
alle interpretazioni dello Spazio come contenitore uguale in ogni direzione
e dotato di esistenza in-sé, tale da
poter esistere, per assurdo, anche se non vi fosse contenuto nulla. Un
sistema perciò geometricamente trascrivibile in un sistema di coordinate
cartesiane che lo rappresentino, servendosi del linguaggio formalizzato
della matematica.
La
rivoluzione compiuta nel seicento consiste, in effetti, nella possibilità (che
aveva visto già Galilei) di studiare le “leggi” di un fenomeno anche senza
darne una spiegazione. È sufficiente assumere che le forze che vai a
studiare agiscano secondo leggi matematiche, per poi cercare queste leggi ed
applicarle alle forze reali.
Newton
compirà proprio questa operazione per un principio cardine della nuova fisica, la
gravità. Secondo le sue stesse parole: “In generale assumo qui la parola
attrazione per significare una qualsiasi tendenza dei corpi ad accostarsi
l'uno all'altro; ..... in quanto in questo trattato esamino, come ho spiegato
nelle definizioni, non le specie delle forze e le qualità fisiche, ma le quantità
e le proporzioni matematiche. In matematica vanno investigati quelle
quantità e quei rapporti delle forze che discendono dalle qualsiasi condizioni
poste”[Jsaac Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, 1729, p.339]. La “filosofia naturale” di Newton, in altre parole, non esclude affatto
enti inspiegati, e nemmeno inspiegabili come il suo “Spazio Assoluto”, ma rinuncia
solo alla discussione sulla loro natura. “Le tratta - essendo una
filosofia naturale matematica - come cause matematiche o forze, cioè come
concetti o relazioni matematiche”[Alexandre
Koyrè, Dal mondo chiuso all'universo
infinito, pag. 163].
Si può, infatti, leggere nei Principi. . . “dò qui uno stesso significato
alle attrazioni e alle impulsioni accelleratrici e motrici. E adopero
indifferentemente i termini attrazione, impulso o tendenza qualsiasi verso un
centro, poiché considero tali forze non fisicamente ma matematicamente”.
La cosa principale alla quale pensano gli
autori è comunque la modifica negli assetti proprietari e nella governance
delle imprese che si è affermata a partire dagli anni ottanta (in particolare
avviandosi negli USA), ovvero la dottrina della massimizzazione del valore per
i soli azionisti che è strettamente connessa con la finanziarizzazione delle
imprese e le modifiche nella remunerazione dei dirigenti apicali. L’idea che
questa dottrina (rivolta a segnalare come pertinente solo il valore in borsa
dei titoli, cui viene connessa la remunerazione diretta ed indiretta dei
Consigli di Amministrazione) portasse un miglioramento delle performance
economiche è contraddetta dall’esperienza. In realtà le imprese sono quasi
sempre ed ovunque state organizzate come istituzioni responsabili verso una
molto più ampia serie di soggetti interessati, e quindi sono orientate alla
produzione a lungo termine e alla stabile e sostenibile redditività. Quando un’impresa
è informata da questi principi e regole ha un comportamento diverso, investono
di più in innovazione, i dirigenti sono pagati in modo meno ineguale, e le
azioni sono detenute più a lungo. Non è difficile vedere il nesso tra questi
diversi comportamenti. La cosa che gli autori sottolineano è che nel lungo
periodo sviluppano una crescita più forte.
Questa considerazione illustra l’importanza per la
politica pubblica di regolazione, di prestare attenzione al diritto societario,
alla regolazione della proprietà delle aziende, alle strutture di incentivi.
Il secondo campo di attenzione porta a riconoscere che
gli investimenti nell’innovazione
tecnologica e organizzativa, sia pubblici sia privati, sono in realtà la forza trainante della crescita economica e dello
sviluppo. Ma per investire bisogna avere pazienza, non aspettarsi ritorni a
brevissimo termine; nessun investimento serio ha ritorni nel trimestre
successivo.
È chiaro che questa osservazione porta l’attenzione
sul ruolo delle banche pubbliche nel guidare la finanza verso obiettivi di
lungo periodo, evitando anche in questo campo decisivo atteggiamenti rivolti
solo a prendere i soldi e scappare. Tanta parte della crisi del 2008 è stata
determinata da questo atteggiamento predatorio. Investimenti pubblici
strategici, orientati alle mission, possono fare molto di più che “livellare il
campo di gioco”, possono “inclinarlo” verso obiettivi di interesse pubblico
(come la protezione dell’ambiente).
-
In terzo luogo,
bisogna “riconoscere che la creazione di valore economico è un processo
collettivo”, nessuno crea ricchezza per
conto proprio. In pratica nessuno opera senza i servizi pubblici
fondamentali che sono forniti dallo Stato come le scuole, i servizi sociali e
sanitari, abitativi, la sicurezza, i sistemi di trasporto, l’energia, l’acqua ed
i rifiuti. Si potrebbe aggiungere la fiducia, la cooperazione, la condivisione
di culture, valori, significati. Tutti questi servizi, prodotti dallo Stato o
creati nella società, grazie alla sua stessa esistenza, sono tutti cruciali per
consentire la produttività delle imprese private.
In altre parole, “il settore privato non ‘crea la
ricchezza’, mentre i servizi pubblici finanziati dai contribuenti semplicemente
la ‘consumano”. E lo Stato non si limita a ‘regolare’ l’attività privata, “piuttosto
la produzione economica è co-prodotta dall’interazione degli attori pubblici e
privati ed entrambi sono coorinariamente modellati dalle più ampie condizioni
sociali ed ambientali.
Per avere un’economia di successo, quindi, ci vuole
uno Stato attivamente impegnato nello sviluppo. E anche la tassazione, se
orientata da uno Stato rivolto all’innovazione ed alla creazione delle
precondizioni della creazione di ricchezza (come una società ben funzionante e
un’istruzione diffusa e di qualità), non è un peso per lo sviluppo. Può essere il contrario.
Ora, per gli autori, niente di meno della “natura collettiva della produzione
capitalistica” (un prelievo, in certo senso, da una ‘cassa comune’
costituita da condizioni materiali sociali, infrastrutture, general
intellect) rende “la stessa distribuzione del reddito e della ricchezza”
variabile importante e pertinente per la crescita. In altre parole, se le
condizioni per ottenere una crescita del valore non ci sono, non possono essere
suscitate dalla singola impresa. Quel che si ottiene al più è una “estrazione
di affitti”, non creazione di nuovo valore. Questo atteggiamento parassitario
della cultura del nuovo capitalismo, i cui effetti tragici sono ben illustrati
nella prima parte dell’articolo, si manifesta nell’incapacità di rinnovare i
beni pubblici che utilizza. Appunto come un parassita deve trovare un organismo
vivo per poterne trarre le risorse, non è in grado esso stesso di produrre la
vita.
Il mercato funzionante è quindi il risultato di questo
vivente sistema totale, non uno spazio astratto e vuoto.
Dunque ha ragione anche Piketty
nel sottolineare come la distribuzione delle risorse sia una variabile
fondamentale anche ai fini della crescita.
Il meccanismo che al termine di un articolo ricco di
spunti gli autori evidenziano è che l’aumento di salari costringe i datori di
lavoro ad investire per migliorare la produttività. C’è dunque una circolarità
positiva, che porta verso un’economia ad alti salari e con mercati interni
forti; tutto il contrario di quella che, alla ricerca di profitti crescenti e
presi da una forte miopia, l’attuale economia ha prodotto. Economia che come
effetto di composizione produce un sistema mondo altamente squilibrato,
inefficiente e fragile. Nel quale troppi paesi, dal debole mercato interno
perché prigionieri della forza politica delle industrie di esportazione e della
finanza (che è una di esse), spingono per la cattura con qualsiasi mezzo della
domanda di altri.
Avvieremo presto una serie di letture della
letteratura strategica per esplorare la connessione tra questa economia
esteroflessa e i complessi scenari di rischio che si aprono nel mondo, a causa
delle fragilità interconnesse e dell’equilibrio del terrore finanziario che
Keynes intendeva evitare con il suo progetto
a Bretton Woods (purtroppo rigettato dall’egemone statunitense che preferì
uno schema meno efficace e di breve durata, ma che fino a che ha avuto gambe ha
comunque protetto il mondo).
La conclusione degli autori è più limitata: la politica
pubblica ha un ruolo importante nella regolazione dei mercati del lavoro e nell’affermazione
di cruciali sistemi fiscali progressivi. Il fallimento di questi anni, con l’ossessione
per indicatori rozzi come la crescita aggregata del PIL, che nascondono più di
quel che mostrano, non è inevitabile. Ma è l’effetto di una “ortodossia
economica obsoleta”, superando la quale si potrà accedere ad “un sistema
economico più innovativo, sostenibile e inclusivo”.
Ma per averlo sarà necessario produrre dei “cambiamenti
fondamentali nella comprensione di come funziona il capitalismo, e del modo in
cui le politiche pubbliche possono contribuire a creare un futuro economico
diverso”.
Un cambiamento nella comprensione molto profondo.

Nessun commento:
Posta un commento