Nella Prima
Parte della lettura dell’importante libro di Arrighi e Silver del 1999,
avevamo tentato una lettura della complessa posizione metodologica e teorica
che muove la ricostruzione, fortemente politica e insieme completamente storica
del susseguirsi di sistemi egemonici capaci di organizzare parte crescente del
mondo.
“Egemonia” è
il concetto chiave, senza apprezzare il quale nulla si potrebbe capire del
testo. Non si tratta di descrizioni di ‘dominio’, di potenti e di subalterni e
delle loro eventualmente contrapposte volontà (o “desideri”), qui è in gioco
una capacità che non può essere progettata e che scaturisce dall’insieme di una
situazione e di una storia, quella di
unire al dominio il consenso. Di estenderlo alle menti ed ai cuori,
coinvolgendo rappresentazione di sé, immagine del mondo, meccanica di valori ed
obiettivi, interessi e bisogni. Quando si dà una egemonia si creano
soggettività e ci si fa carico, in qualche misura, dei loro interessi (di
quelli che sono entro il campo di senso definito dal blocco egemonico) e,
grazie ad un coerente insieme di basi di potere e di valori, rappresentazioni,
tecniche e regole, si riesce a far diventare “sistema” una porzione del mondo.
In effetti, fino a che dura, facendo prevalere il momento cooperativo (ma
intimamente gerarchico, anche se inavvertito) su quello competitivo.
La crisi è la disgregazione e in certo misura
rovesciamento di questo effetto.
Con questa premessa, il libro di Arrighi e Silver
giudica in corso, nel mondo, un cambiamento di “enormi proporzioni” che ha
natura sociale. E che vede tramontare
quella lunga fase aperta due secoli fa con le rivoluzioni gemelle illuministe,
e quindi tramontare anche il predominio occidentale: in qualche modo l’egemonia
maggiore. Questo giudizio, non è presentato come certezza alla maniera della
scienza, ma come interpretazione della dinamica storica ed estrapolazione di
alcune tendenze che, tuttavia possono anche produrre altre biforcazioni oggi
non prevedibili, se ne daranno le
condizioni. Ovvero se prevarranno, come dicono, “gli specifici blocchi di
organizzazioni” che la esprimono. Prevarranno, sia chiaro, nello scontro
egemonico, e non solo di mero dominio.
Ciò significa, tra l’altro, che una semplice logica
causale lineare è inadeguata a comprendere questa fase di passaggio, che è
piuttosto meglio compresa dalla teoria del caos. Ed organizzata quindi dal
concetto di egemonia che, come detto nella Prima
Parte di questa lettura, è ripreso da Gramsci (p.30) e che si estrinseca,
al momento della sua affermazione, in una rinnovata capacità di creare ordine e
governance mondiale. Alla superficie di questo movimento si vedono processi di
sovra-accumulazione e la creazione di capitali mobili, con i relativi ambienti
sociali “densi” dediti alla loro gestione e di cui parla
la Sassen, per i quali si attiva una feroce competizione da parte delle forze
territoriali e statali. Sono in sostanza le organizzazioni territoriali che
competono tra di loro per attrarre e trattenere il capitale mobile, avviando
con ciò processi imponenti di redistribuzione verso l’alto.
Chi vince in modo visibile a tutti gli attori questa
contesa ha la base per affermare una
nuova egemonia. La presenza di questa, che non è un effetto automatico
dell’esistenza della base di potere,
in qualche modo ricrea l’ordine nell’anarchica dinamica del mobile e riorganizza il mondo. Riesce quindi,
intorno alla parte condivisa dei propri obiettivi, valori e funzionamenti, a
creare la cooperazione. Una cooperazione sempre ‘dominata’ (che nell’egemonia è
implicato anche il ‘dominio’, come la base di potere è implicata nella ‘uberbau’).
Dall’altra parte il crollo di un ordine egemonico
esistente è dovuto al fatto che la “densità dinamica del sistema” sta eccedendo
le capacità organizzative espresse dal blocco sociale e tecnico centrale, e
cresce il caos, per contingenza storica e non per necessità sistemica (p.40).
La vicenda storica raccontata parte dalla crisi di
passaggio dall’egemonia olandese a quella britannica. La prima fa da apripista
alla creazione del sistema moderno degli Stati Sovrani e quindi al “sistema di
Westfalia”, e si fonda su fattori di forza come un commercio molto remunerativo,
una potente flotta e tradizione marinara, ed anche la situazione di forza della
regione europea, con le guerre con la Spagna in cui si consolida il suo potere
economico, commerciale e militare. La fase di erosione muove dal 1740 e
prosegue fino al 1780, anni di fioritura finanziaria e al termine di
spostamento dei capitali mobili su Londra.
Quel che anche in questo libro Arrighi descrive, con
lunghi affreschi storici, è in sostanza una dinamica di successioni di cicli
egemonici, in cui quelli che chiama i “blocchi di attori governativi e
impreditoriali” dell’egemone risultano alla fine più efficienti nel conseguire
accumulazione di capitale, ovvero nel servirne l’espansione che ne è l’unica
legge. Più efficienti di altri, ovviamente. Bisogna introdurre una distinzione:
nella versione di Wallertesin sono le proprietà strutturali del sistema
capitalistico di volta in volta affermato a determinare chi si afferma, è
dunque una lettura strutturale; in quella di Arrighi il rapporto va in entrambe
le direzioni. Questa è una posizione teorica ma viene anche rivendicata come
risultato ottenuto sul piano storico-empirico.
La questione è che l’egemonia mondiale si ottiene
quando alla capacità di governance delle
forze sistemiche si aggiunge la leadership, che come dicono gli autori: “si
fonda sulla capacità del gruppo dominante di presentarsi, ed essere percepito,
come portatore di interessi generali” (p.30), questa capacità porta un potere
“addizionale”. Gruppo dominante e gruppi subordinati in qualche modo concordano
che la direzione nella quale il primo dirige le forze è a vantaggio comune. Il
sistema è gestibile, dunque, senza ricorrere alla pura e semplice forza.
Ma spostando la nozione (che Gramsci crea per la
dinamica della lotta tra classi e ‘blocchi’, e per rendere l’azione dello Stato
Nazionale) a livello internazionale diventa questione di ottenere che le
caratteristiche di successo dello Stato egemone siano prese a modello generale da
altri Stati di ciò che implica il successo. Ovvero che il suo particolare
sentiero di sviluppo sia percepito come quello più adatto a tutti, ne vediamo
un caso molto chiaro nell’egemonia tedesca in Europa.
C’è qui un problema, perché l’imitazione dei fattori
di successo dello Stato egemone è per lo stesso anche un fattore di rischio perché
favorisce la concorrenza e riduce i suoi propri fattori di distinzione. Come
dicono gli autori riduce la sua “superiorità” e “specialness”.
Ma cambiando lente, e guardando entro questa dinamica
i gruppi dominanti che operano entro lo Stato egemone ed entro gli Stati
seguaci si può verificare, se è viva la domanda di governance nei confronti, ad
esempio, di una minaccia ‘esterna’ (come la lotta dei ceti subalterni evocata
da Negri), una “supplenza” per la quale i gruppi dominanti nell’uno come negli
altri gli attribuiscono il ruolo di “promuovere, organizzare, e gestire
un’espansione del [loro] potere collettivo” (p.33). E’ la dinamica che guida la
globalizzazione come reazione egemonica sia dello Stato centrale (gli USA) sia
dei gruppi sociali “densi” connessi alla tecnofinanza ed al sistema delle
imprese mondializzate.
Il cambiamento sistemico è dunque endogeno a questo
complesso di forze.
Il modello concettuale analitico che Arrighi cerca di
mettere a fuoco è piuttosto complesso: agiscono entro la “struttura egemonica”
due distinte forme di leadership, quella dello Stato (che opera con “logica
territorialista”) e quella dei gruppi dominanti (che operano con “logica
capitalistica”). Nelle fasi di espansione del sistema, prevale la cooperazione
e si approfondisce la divisione del lavoro e la specializzazione. Ma
l’emulazione da parte degli Stati subalterni dotati di risorse utilizzabili del
modello “vincente” della potenza egemone, se all’inizio è molla per una
maggiore mobilitazione di risorse (ad esempio di maggiori investimenti) poi
diventa, con il tempo, causa del prevalere del momento competitivo. A questo
punto prevale una logica di corto respiro, quella che chiama “tirannia delle
piccole decisioni”, e l’intensificata competizione, che rende impossibile la
cooperazione, induce una crisi sistemica. I suoi segnali sono l’aumento della
competizione, dei conflitti sociali (che qui sono in posizione invertita
rispetto al modello negriano) e l’emergere “interstiziale” di nuove
configurazioni di potere, che si candidano a rimontare una nuova egemonia.
È qui che si presenta, come effetto della
sovra-accumulazione e della accresciuta competizione, la fase finanziaria. Al
termine, fino ad ora, il capitalismo è stato riorganizzato sotto una nuova
leadership.
Probabilmente si può vedere dall’altro lato: la
finanziarizzazione, ovvero la tendenza del capitale a conservarsi in forma
liquida, per essere più flessibile evitando i rischi dell’immobilizzo sotto
forma di merci, termina quando un nuovo schema egemonico si afferma e,
dominando menti e corpi, induce la necessaria fiducia.
Il racconto parte con le relazioni tra geopolitica ed
alta finanza nelle transizioni egemoniche che fin qui si sono date negli ultimi
tre secoli: quella tra Olanda e Gran Bretagna, e quella con gli USA. La potenza
olandese, fondata su un quasi-stato e su una classe mercantile e finanziaria
privata e dinamica, è basata sullo strapotere economico e sulla scarsità degli
investimenti per la sicurezza, distrattivi in logica capitalistica. Il dominio
olandese è dunque molto più specializzato di quello spagnolo e svolge servizi
(finanziari in primis, ma anche commerciali nella prima fase) ben desiderati e
richiesti dalle potenze “territoriali” in conflitto per il potere. La Francia,
la stessa Spagna, la Gran Bretagna e la Russia sono impegnati in una lotta di
potere in tutto il XVI e XVII secolo, sono dunque più potenti secondo la
metrica del potere militare e diplomatico, ma l’egemonia nel senso precisato è
olandese.
Ma mentre il secolo declina le basi di forza dei veri Stati iniziano a prevalere, il commercio
olandese diventa via via meno redditivo e le sue strutture (la Voc)
imprenditoriali si mostrano incapaci, e neppure realmente interessate, di
trattenere le colonie necessarie per mettere in sicurezza e proteggere i
traffici più redditivi dall’accresciuta competizione interstatale. Inizia quindi
la “fase finanziaria” ed i capitali si mobilizzano, la flotta perde
investimenti (e guerre) ed il dominio dei mari passa alla fine in mano inglese
(che vince la competizione con la Francia grazie in particolare alle risorse
derivanti dal brutale saccheggio dell’India). Tra il 1740 ed il 1780 la finanza
mobile si sposta a Londra, dove i massicci investimenti nella nascente
industrializzazione e nella flotta offrono occasioni di valorizzazione. Sono
dunque olandesi parte dei capitali che fanno grande la Gran Bretagna.
Nello scontro militare ed egemonico che oppone in quel
secolo (fino alle risolutive guerre napoleoniche) gli aspiranti Stati dominanti
Francia e Gran Bretagna, l’Olanda alla fine sceglie i secondi, che sono anche i
più innovativi sul piano finanziario (viene creata la Banca d’Inghilterra che
ha un’importanza decisiva nel rendere possibile i continui e ingenti
investimenti necessari per la flotta).
Il processo di sostituzione egemonica è chiaramente assai
lungo, e attraversa diverse guerre (combattute ora con l’una, ora con l’altra
potenza) che contribuiscono a logorare le non illimitate risorse umane
olandesi, del tutto insufficienti per l’espansione coloniale ormai
indispensabile. Inoltre durante il secondo e terzo decennio del 1700 la base di
forza olandese è logorata anche dalla progressiva industrializzazione, unita al
mercantilismo, di sempre più potenze, come Prussia, Russia, Svezia, regno di
Norvegia, Danimarca.
Gradualmente l’emulazione si muta in competizione
sempre più feroce e si entra nell’ultima fase della transizione: la guerra di
successione austriaca (1740-48) crea le condizioni in cui il sistema olandese
del commercio improvvisamente collassa. Ma tutto si sposta in finanza e per un
poco sembra addirittura ai contemporanei che il potere olandese sia cresciuto.
Nel 1758 gli investitori olandesi erano arrivati a
detenere un terzo delle azioni della Banca d’Inghilterra, impegnata nel
finanziamento di ingesti spese, ma anche delle compagnie commerciali inglesi
(la Compagnia delle Indie Orientali e la Compagnia dei Mari del Sud), ed oltre
un quarto del debito pubblico inglese. Ma la cosa valeva anche per tutti gli
altri, inclusi i nuovi stati americani. L’entusiasmo portò però le case private
di credito olandesi, nella competizione le une contro le altre, a sovraesporsi
(fino a quindici volte le loro effettive riserve) nella garanzia di crediti a
terzi. Alla fine della Guerra dei Sette Anni (che fu in pratica finanziata
dagli olandesi) il livello divenne tale che le case di credito iniziarono a
fallire. Il primo caso importante è nel 1763, tutti non riuscirono più a
scontare le cambiali ed “il sistema si sbriciolò” (p.61). La crisi di liquidità
si allargò in tutta Europa.
La Gran Bretagna venne in soccorso, ma nel 1773, al
secondo fallimento lasciò improvvisamente soli gli olandesi. Amsterdam non
recuperò più la sua centralità. Al 1788, altri rovesci, anche militari,
portarono alla fine.
L’Inghilterra divenne a questo punto il centro del
mondo.
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| William Turner, "La nave negriera" |
In generale quando comincia ad emergere una nuova
egemonia si presenta sulla scena anche un nuovo compromesso, con una almeno parziale
cooptazione di gruppi emergenti nella fase e maggiore capacità di repressione
del dissenso.
Le egemonie coloniali si basavano sullo scambio tra le
nuove classi sociali commerciali e la protezione offerta dalla grande potenza marina,
prima l’Olanda e poi l’Inghilterra. Ma anche si fondavano sulla solidarietà
razziale e sul senso di superiorità verso le razze controllate e subalterne (e
schiavizzate). La prima ondata di ribellione segue alla cessazione della
minaccia, e dunque alla fine della necessità di “comprare protezione”, ciò
avviene quando l’Inghilterra vince lo scontro con la Francia in America. Una vittoria
eccessiva, che fa da preludio anche per la corona inglese alla perdita delle
colonie (ed alla rivalsa della stessa Francia, che però lo pagherà con la
rivoluzione). La catena di eventi che muove a termine l’antico regime e crea la
modernità, si sposta in Francia.
L’Inghilterra fu salvata dalla rivoluzione dall’impero
e dai suoi ingenti ritorni tributari, ma la situazione fu a volte difficile. Arrighi
ripercorre la storia delle leggi sulla povertà, con le Poor Law del 1834, che
sono l’effetto di un compromesso tra classi dominanti urbane e agrarie, e del
movimento cartista, con il rovesciamento che la borghesia liberale compie dal
costituzionalismo come dottrina progressista contro la Corona a dottrina
difensiva contro il popolo (p. 202).
Ciò che segue è l’espansione del movimento dei
lavoratori, che si cerca di tenere sotto controllo abbassando le tasse in
patria ed alzandole nelle colonie. Gli effetti sono che al punto più alto dell’egemonia
le classi lavoratrici (come lamenterà Engels) sono state pacificate (o meglio ‘comprate’)
ma nelle colonie si susseguono le rivolte. In Cina ed in India in particolare,
Marx fa in tempo ad esserne testimone.
Bisogna notare che svolge una importanza cruciale nel
processo anche la vittoria
di Plassey (1757) in cui gli eserciti coloniali inglesi sconfiggono in
India la Francia, estromettendola. La battaglia fu abbastanza fortunosa (a dire
poco, con 3.000 uomini contro 60.000), ma gli effetti furono enormi e
tempestivi: avviò un saccheggio indiscriminato delle enormi ricchezze indiane
che consentì in pochi anni agli inglesi di liberarsi del debito (verso tutti,
ed in particolare gli olandesi) e continuare a finanziare sia la flotta sia,
pochi anni dopo le guerre napoleoniche. La storia è evento e struttura.
Verso l’India il dominio britannico è parassitario, attua
un sistematico drenaggio di risorse, attraverso tributi fiscali di molto
superiori a quelli dell’impero Moghul (che, pure, era all’origine di
provenienza esterna). La liquidità, che viene estratta, non è se non in piccola
misura (e funzionale alle esigenze commerciali) reinvestito in India, ma è
utilizzata in Inghilterra (cfr. p.132) e contribuisce in modo decisivo alla sua
espansione industriale.
È in questo quadro che cresce la subordinazione del
lavoro al capitale, ed al termine delle guerre napoleoniche la completa
espansione del paese come fabbrica del mondo.
Tra il 1813, quando vengono aboliti i monopoli, ed il
1861, ad esempio, i telai automatici crescono da 3.000 (a fronte dei quali sono
ancora presenti in Inghilterra 250.000 artigiani tessili, e in India una
fiorente industria diffusa), a 400.000, passando per i 100.000 del 1833. Gli
artigiani tessili scompaiono e l’industria indiana viene del tutto annientata.
A questo punto tutti i tessuti sono fatti in Inghilterra, e venduti nel mondo
(il 30% in India).
Tocca agli inglesi, ora (dopo aver battuto Napoleone)
nei decenni centrali del 1800 quindi di essere il centro di un meccanismo
egemonico espansivo. Le sue caratteristiche sono di essere un sistema
meccanizzato di produzione e trasporto, che funge da smistamento centrale del
mondo. Il “predatore territorialista” inglese, dotato della cassaforte e della
immensa riserva demografica indiana (p.73), funge a questo punto da produttore
del mondo e da essenziale centro logistico. La conquista della Cina e dell’India,
con incorporazione subordinata degli stessi governi asiatici è ben descritta
nella quarta parte, nella dichiarazione del primo ministro inglese Palmerston
(che ebbe un ruolo decisivo anche nel processo di unificazione italiano), si
trattava di “governi semicivilizzati” (tra i quali peraltro includeva anche la
Spagna) che ogni tanto andavano colpiti (p.272). L’azione occidentale, che non
manca di brutalità e che è altamente umiliante alla fine disgrega completamente
il sistema tributario-commerciale sinocentrico che secondo Arrighi, nel suo
ultimo libro “Adam Smith a Pechino”,
ora sta riemergendo.
Questa egemonia fu comunque più larga, in pratica
estesa a tutto il mondo, ma alla fine fu più breve.
La transizione con quella americana si avvia con la
Grande Depressione del 1873-96, causata dalla saturazione delle linee di forza
egemonica di successo e dalla crescente competizione (cfr. p.140). Emergono in
questo periodo potenti complessi militari-industriali che imitano con successo
l’esempio inglese, e si manifesta una enorme espansione finanziaria, nel
contesto di una accresciuta rivalità tra le potenze. L’equilibrio di potere
uscito dalle guerre napoleoniche inizia a decomporsi. In particolare la causa
più ravvicinata della deflazione del 1873-96 è l’apertura dei commerci di cibo,
causata anche da alcune cruciali innovazioni tecnologiche (qui si intreccia lo
schema Kondrat’ev riletto da Mason, che focalizza invece cicli economici
fondati su cicli di innovazioni tecnologiche). Il meccanismo, come spiegato da
Arrighi è semplice: “il collasso dei prezzi delle merci fece diminuire il
rendimento del capitale. I profitti si contrassero” fino a far pensare che il
capitale era diventato di fatto gratuito, per effetto del calo dei saggi di
interesse.
Dopo il 1870, come visto, cresce la competizione
intercapitalista, e arriva la Grande Depressione entro la quale il movimento
dei lavoratori cresce enormemente, arrivando in Germania ad essere alla fine il
primo partito. Nasce la II Internazionale che rappresenta una sfida profonda,
alla quale le grandi potenze rispondono in una varietà di modi. Si promuovono
le prime forme di welfare, ma anche l’escalation degli armamenti e dei relativi
sistemi industriali e la competizione per i capitali mobili. Esplode la prima
globalizzazione. E quindi, a seguito della guerra la rivoluzione russa (p.222).
Alla fine del secolo la situazione si riprese e per un
breve, entusiasmante periodo, sembrò che tutto fosse di nuovo possibile, è la “belle epoque”. Nel frattempo eravamo
anche entrati nell’età dei grandi complessi monopolistici integrati
orizzontalmente (l’epoca che viene descritta da Hilferding).
A questo punto la Gran Bretagna non era più l’officina
del mondo ed i suoi costi di protezione dell’immenso impero coloniale, si erano
fatti insostenibili. Ma la finanza inglese dominava.
Dunque tra il 1870 ed il 1913 si assiste alla fase conclusiva
dell’egemonia britannica, quella che era stata la fabbrica del mondo e lo snodo
logistico, oltre che il fornitore di protezione, diventava il contenitore del
surplus di capitale. Ma l’esplosione finanziaria, che per i contemporanei è
segno della forza e che porta ingenti rendite, in realtà, per Arrighi,
“annuncia la maturità dei processi di accumulazione del capitale così come
erano stati strutturati da una particolare egemonia” (p.78). Cioè “era il
segnale dell’autunno”.
Dopo il 1890 le compagnie statunitensi, ormai le più
efficienti del mondo, si integrano anche verticalmente e si trasformano in
attori multinazionali, ampliando l’investimento diretto all’estero che nel 1914
è ormai arrivato al 7% del PIL Usa (nel 1966 lo raggiungerà di nuovo).
Le sfide di potenza si susseguono, indebolendo
progressivamente la capacità di controllo inglese, tra queste le nuove navi
corazzate a vapore francesi, che sfidano il predominio tecnico e militare sui
mari, e la profonda ristrutturazione dell’industria degli armamenti che segue
la Guerra di Crimea (1854-56), cui partecipa anche il Regno di Sardegna. Altri
fattori sono la più ampia introduzione del “sistema di produzione americano” e
quindi l’importazione crescente di macchine utensili dagli stessi USA, e l’avvio
della produzione in serie che impatta sulle armi leggere in modo ‘catastrofico’
(rendendo possibili gli eserciti di massa). Ma anche innovazioni tecnologiche
come il “processo Bessemer” per la produzione dell’acciaio e lo sviluppo senza
precedenti delle ferrovie.
Tutti questi fattori vedono la ripresa della parte
continentale dell’Europa e in particolare l’enorme crescita industriale della
Germania (che è, però, orientata ad una “logica tecnica”, tipicamente prussiana
e non “capitalistica”, dunque ha bassi margini, cfr. p.152) dopo l’unità nel
1870. In Europa si affaccia una “questione tedesca”. L’equilibrio di potenza
che aveva consentito una pace senza precedenti per quasi un secolo arriva verso
la fine, si formano progressivamente due blocchi di alleanze stabili (in vece
delle geometrie variabili della fase precedente), le due “triplici”, che
avviano il mondo verso la tragedia.
Nel frattempo gli USA superano la Gran Bretagna sia in
termini di produzione sia di PIL pro capite, ricevono forti investimenti dal
capitale inglese, in cerca di occasioni di investimento e rendimenti,
progressivamente il 50% del capitale inglese si sposta all’estero e il 10% del
reddito nazionale deriva da roialty su questi.
In questo contesto si affermano politiche di maggiore
protagonismo della funzione pubblica, praticamente ovunque, in USA è il “New
Deal” (p.236).
Questa volta la guerra mondiale distrugge le
fondamenta finanziarie britanniche e consente in un sol colpo al paese che
aveva assorbito i capitali britannici più di tutti, gli Stati Uniti, di
ripagare il proprio debito e invertire la polarità finanziaria. Il sistema
monetario mondiale, imperniato su Londra, si sposta a New York.
A questo punto sono ancora in campo solo gli stati con
potenti e complessi sistemi militari-industriali su scala continentale. La cosa
diventa assolutamente evidente con la seconda guerra mondiale, vinta dal
complesso militare-industriale americano (e dal sacrificio dell’Armata Rossa). La
nuova egemonia statunitense è basata su alcuni fattori di forza di base:
l’enorme estensione del loro mercato interno, un intero continente, e la sua
integrazione; un rapporto di maggiore autosufficienza, rafforzata dalla
geografia che la separava con due oceani dagli altri centri di potere; la
supremazia decisiva nella tecnologia bellica. Uno studio della Fondazione
Wodrow Wilson, nel 1955, dichiarava che gli Stati Uniti sono “solo parzialmente
integrati nel sistema economico mondiale, con il quale sono in competizione
soltanto parzialmente e il cui modo e ritmo di funzionamento abituale tendono a
disturbare di tanto in tanto. Non c’è nessuna rete tra le istituzioni
finanziarie e commerciali americane che leghi e organizzi le operazioni
quotidiane del sistema commerciale mondiale” (p.95).
Ma bisogna considerare anche il ruolo della
soprastruttura costituita in questo caso dagli Accordi di Bretton Woods, questi determinarono il controllo della
finanza, ovvero del grande capitale mobile, da parte della regolazione
pubblica, in vece della regolamentazione privata che era uno dei tratti
distintivi della egemonia britannica (e condiviso con quella olandese). Henry
Morgenthau dichiarò, in tale occasione, che “sicurezza e istituzioni monetarie
[pubbliche, come il FMI] erano complementari, come le lame di una forbice”
(p.100). La capitale della grande finanza si sposta da Londra e Wall Street a
Washington.
Serviva però una reflazione mondiale, ed in
particolare europea, dopo le devastazioni indotte dalla guerra, ma il circolo
vizioso tra scarsa liquidità, controlli sui cambi, scoraggiamento degli
investimenti ostacolava questa necessità (che, non bisogna dimenticare è anche
politica, in quanto lo stato di crisi favorisce i partiti filosovietici di
sinistra). Il capitale privato americano non mostra intenzione di interrompere
il circolo, è un caso di scontro tra una “logica capitalistica” (rivolta solo
alla valorizzazione a breve termine del capitale stesso) e una “logica
territorialista” (rivolta al controllo politico).
Secondo Arrighi questa impasse viene risolta dalla
“invenzione della guerra fredda”. Truman vince la resistenza del Congresso e
dei suoi lobbisti, enfatizzando la minaccia politica sovietica ed espellendola
dal mondo. Nasce la politica del “mondo libero” che, cedendo una parte del
mondo alla controegemonia sovietica, ma guadagnavano la motivazione per
organizzare, dominare e orientare la “propria” parte del mondo.
È in questo quadro, su cui torneremo talvolta, che
l’egemonia americana si afferma. Nella fase espansiva la cooperazione
subalterna determina un ordine nel quale crescono i compromessi e le strutture
(incluso il progetto europeo nella prima versione) che giustificano il lavoro
per il bene comune dell’America. È anche la fase della completa affermazione
dell’industria di massa fordista, della crescita dei consumi, della
socialdemocrazia.
In particolare fa parte di questa logica anche la
promozione da parte americana, condotta con largo impiego di capitali, di
agenzie semiprivate e di figure ibride di agenti come il famoso Jean Monnet,
della cooperazione europea in chiave di sicurezza. Ai contemporanei, di
entrambi i campi, la cosa è abbastanza chiara da essere tutto sommato ovvia,
anche se è prudentemente poco sbandierata, abbiamo letto con qualche attenzione
il dibattito
sul Trattato di Roma che lo mostra bene.
Ma ad un certo punto l’emulazione dei fattori di
successo porta ad una crescita della competizione ed a un indebolimento della
differenza americana. La crisi si apre con il doppio deficit degli anni
sessanta e con la sconfitta del Vietnam.
La crisi egemonica che si apre nel 1970 ha, per
Arrighi, molte somiglianze con quelle precedenti:
-
l’intensificazione
delle rivalità tra grandi potenze,
-
l’emergere di un
nuovo centro di potere ai margini del raggio di azione dello stato egemonico in
declino,
-
una espansione del
sistema finanziario che è imperniato sulle strutture di questo.
Quando comincia quella che Fred Halliday chiama “la
seconda guerra fredda”, il governo americano inizia a competere in modo molto
più aggressivo con l’Unione Sovietica, e ad attrarre il capitale mobile per
finanziare i deficit commerciali (necessaria al consenso interno nell’intreccio
degli scontri di classe degli anni sessanta e settanta, per garantire il “sogno
americano” e insieme i margini dell’industria) e quello pubblico (alimentato
sia dalla spesa sociale sia, e soprattutto, dalla crescente spesa militare).
Crescono enormemente i profitti sui capitali e l’espansione finanziaria esplode,
insieme alla percezione del potere americano nel mondo. Dal 1980 al 1990 le
multinazionali che seguono alla finanziarizzazione esplodono da 10.000 circa a
oltre 30.000 e con esse la crescita della concorrenza (p. 167) e la migrazione
dei capitali nei paradisi fiscali. Ma soprattutto si ha un cambiamento
essenziale nel rapporto tra governo ed imprese. Su questo tema la letteratura è
talmente ampia che non credo di dover insistere.
Ma è in questo periodo che i capitali in giro per il
mondo e le aperture commerciali, orientate agli interessi “capitalistici”,
ovvero del sistema di potere delle multinazionali (uno dei fattori di forza da
sempre degli USA e del loro sistema di potere, ma in precedenza funzionalizzato
anche alla logica di lungo periodo del sistema Stato, cfr. p.114), provocano
con massivi Investimenti Diretti all’Estero e flussi di capitali mobili,
attraverso la “finanza ombra”, la crescita dell’Asia Orientale. Cioè, ai
margini del sistema cresce una nuova base di potere, che tende ad essere
indipendente, secondo l’autore, dalla dominazione egemonica occidentale. Quindi
potenzialmente portatrice di una nuova egemonia.
Mentre questo avviene e diventa visibile, negli anni
ottanta, si ha il repentino crollo del sistema sovietico e quindi la fine
dell’”invenzione della guerra fredda”.
Al converso, la capacità militare si concentra sempre
più e sembra avviare una biforcazione che è l’elemento di maggiore differenza
rispetto alle precedenti crisi egemoniche.
Questa strana situazione in una prima fase, a ridosso
del 1989 e nel decennio successivo provoca un clima euforico nel quale
l’unilateralismo imperiale sembra affermarsi, fino al fallimento dell’Iraq che
rappresenta il punto di massimo sviluppo di tale autoinganno.
Ma questa crisi interrompe anche una caratteristica
propria di tutte le fasi espansive di un sistema egemonico per Arrighi: il patto
sociale tra gruppi dominanti e subordinati. Dalla pace sociale, in cui si ha
espansione del commercio, creazione di surplus e sempre maggiore capacità
produttiva, si passa ad un “circolo vizioso”, in cui cresce la conflittualità e
la competizione indebolisce i patti sociali e la finanziarizzazione va di pari
passo con la polarizzazione economica. In conseguenza in tutte queste fasi si
ha una relativa distruzione delle classi medie.
La conclusione è, come nella logica di questa ampia
ricostruzione storica, aperta. La fase terminale della crisi aperta nel 1970
potrà essere caotica, ovvero non prevedere l’emergere di un nuovo ordine
egemonico esteso al mondo intero, e una nuova fase espansiva derivante dalla
cooperazione rinnovata, o vedrà l’emergere di un nuovo egemone (che immagina ad
oriente) capace di fornire il bene pubblico dell’ordine e di incorporare in
modo più efficiente le forze che si muovono nel complesso presente. Se,
infatti, il sistema alla fine crollerà sarà perché gli Stati Uniti, che godono
ancora di una grande base di potere, anche se più militare che industriale, non
vogliono farsi carico di essere ancora egemoni. Sono, cioè, tentati dal mero
dominio. Con le sue parole, crollerà per la “refrattarietà all’adattamento ed
alla conciliazione”.
Avremo, dunque ordine
o violenza.
Rispetto all’epoca in cui Arrighi scrive questo libro,
il 1999, è ancora Presidente Clinton, e dunque è in espansione la
finanziarizzazione e la mondializzazione, ma in Europa si apre la fase
social-liberale, con Blair (1997/2007) e Scroeder (1998/2005), la Cina sta
emergendo ma non è stata ancora ammessa al Wto.
Il seguito, la fase neoconservatrice del potere
americano e l’enorme perdita di capacità egemonica seguita alla seconda guerra
irachena sembrerà dargli ragione, per non parlare della crisi finanziaria del
2008, a seguito della quale scrive il “postscritto”.
Come avevamo scritto nel post programmatico “La
grande partita” lo scontro egemonico sembra andare avanti, le basi di
potere si spostano (ad esempio lo strapotere militare americano non sembra più
così saldo, dopo la ripresa della capacità russa) continuamente. Le proposte
egemoniche che sembrano contrapporsi sono quella, ancora dominante,
anglosassone e l’emergente posizione della costellazione del nord Europa entro
la crisi del continente e dell’area Euro in particolare. Ma uno spazio
potenziale va anche ascritto alla potenza vocazionalmente imperiale russa (le
cui basi di potere crescono e che potrebbe saldarsi verso occidente e verso sud
o, con un salto del cavallo, tornare all’asse con gli USA e ricandidarsi a
dominare insieme il mondo) e alla potenza commerciale e industriale cinese.
Seguendo la metafora arrighiana dei ‘sentieri di
sviluppo’ potremmo essere cioè vicini ad una biforcazione “catastrofica”
(ovvero nella quale il sistema improvvisamente scatta ad un altro piano di
stabilità), in buona misura resa possibile dalla immane capacità
destabilizzante del capitale mobile, intrinsecamente ostile al principio d’ordine
della statualità e della nazionalità (non sempre coincidenti).
L’elezione di Trump, e la Brexit, hanno a che fare con
una reazione a tale rischio, e con l’istinto di sopravvivenza di alcune élite
militari-industriali e forse di parte del mondo stesso della stessa grande
finanza che sa bene essere in una situazione del tutto insostenibile nel medio
termine. Come avevamo scritto quel che sembra di vedere è il tentativo di
sfidare la proposta egemonica del capitale finanziario mobile, fino ad ora
dominante, e quindi anche il network di tecnici (con relativi saperi), agenti, istituzioni,
luoghi, che ne determinano il radicamento ed il funzionamento.
Dal punto di vista di Washington, ma forse anche da
quello di Pechino e di Mosca (in ciò riposa la speranza di evitare almeno gli
esiti più drammatici), occorre riportare in termini controllabili la proiezione
di controllo e cercare un nuovo compromesso sostenibile, dal quale deriva la
stessa possibilità di accumulazione, uscendo dall’attuale logica estrattiva del
capitale privato mobile. Per ottenere tutto questo, e rigarantirsi gli spazi di
autonomia strategica, è indispensabile per le diverse aree economiche reindustrializzarsi
e quindi ribilanciare il commercio, tornando a pagare le importazioni con le proprie
esportazioni e non più, nel caso degli USA, con la vendita di “sicurezza” (cosa
che sovraestende eccessivamente le forze, comunque limitate, leggeremo Todd in
proposito).
Questo rivolgimento necessariamente presuppone però
anche la ri-messa sotto controllo da parte dello Stato delle forze animali del
capitale mobile (facendo leva su quelle delle diverse forme di capitale fisso),
dunque, non vedo altra alternativa reale, la riaffermazione della “logica
territorialista” alla scala opportuna. Vedremo che su questo punto ci sono diverse
ipotesi nella letteratura geostrategica, la principale è che nella “grande
partita” potrebbero nascere delle scacchiere macroregionali in reciproco
equilibrio (qualcosa del genere è scritto anche da Kissinger in “L’ordine
mondiale”, del 2014). Una sorta di “ordine nell’ambito delle varie regioni,
per mettere in rapporto tra di loro questi ordini regionali” (Kissinger,
p.369), dunque una variante del concetto di equilibrio di potere (che non è
affatto incompatibile con l’esistenza di un sistema-mondo o un egemone d’ordine,
in quanto era la situazione durante la fase Britannica).
Ma “una versione modernizzata del sistema vestfaliano”,
entro il quale crebbe prima la mondializzazione commerciale olandese e poi
quella industriale-commerciale inglese,
richiede che i paesi a vocazione estrattiva (come gli stessi USA, in
certe fasi e secondo una parte della loro natura e la Germania) quelli
introversi e insondabili, come la Cina, le potenze inaggirabili come la Russia
(con le sue enormi risorse territoriali, energetiche e la vocazione militare di
terra), e la costellazione orientale oscillante tra i diversi allineamenti,
trovino un modo di essere insieme.
Contrariamente alla visione di Parag Khanna, che
leggeremo abbondantemente, la partita
essenziale è nelle mani degli Stati e non dei mercati, incapaci per parte
loro di trovare un equilibrio stabile e sostenibile. Dunque presume di ripristinare,
prima che sia troppo tardi, l’autentica fonte di sovranità statuale: il controllo della domanda interna. Ma
ciò può avvenire solo se si pongono sotto controllo responsabile, ovvero se si
riconducono alla logica della potenza dello Stato e non del singolo agente, i
flussi di capitale.
Ora, lo slogan (non particolarmente originale) di
Trump, “fare nuovamente grande l’America”,
significa in questo contesto riguadagnare la base di forza tale da poter essere
in equilibrio, in modo da non dipendere necessariamente dal saccheggio delle
altrui risorse.
Certo, significa anche, dal suo punto, risolvere
questo puzzle:
-
Impedire che si
saldi un blocco egemonico esteso all’eurasia, e anche alla sola Asia (comunque
luogo di concentrazione della metà della popolazione mondiale), tenendo
distinte e separate (come peraltro sono state per millenni) le loro diverse
forze e restandone arbitro,
-
trovare un accordo
di coesistenza e possibilmente cooperazione con la Russia, accuratamente restando
in mezzo tra questa e l’Europa,
-
conservare la
propria presa egemonica sull’Europa (riportando dentro una gabbia il demone
tedesco che dall’unificazione sembra voler di nuovo uscirne).
In questo grande gioco, sarebbe il caso di avere una
nostra posizione (anche se forse è
chiedere troppo).






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