Sull’ultimo numero di Limes (4/17) l’editoriale
di Lucio Caracciolo definisce l’Italia, contro un radicato senso comune, “un
paese strategico che rifiuta di esserlo”. Nella frase successiva è contenuta la
parte essenziale dell’analisi: “dopo più
di un secolo e mezzo, il nostro Stato unitario resta un adolescente
geopolitico. Puer aeternus, fragile e perennemente incompiuto, consegnato alle
altrui scelte”.
Il bambino eterno si affida a mamma e papà, cerca
l’ordine eterodiretto che gli consenta di non scegliere. Come nella guerra
fredda, quando la politica dei blocchi imponeva la “democrazia bloccata”,
l’eterno governo della Democrazia Cristiana (e i suoi alleati di turno, due,
tre, poi quattro), e certificava l’impossibilità del governo delle sinistre,
qualunque fosse la volontà dei cittadini (che, comunque, in maggioranza erano
d’accordo). O come nel suo sostituto (in tutte le componenti), l’Europa, per l’atteggiamento
italiano verso la quale Caracciolo ha parole in fondo sprezzanti: “o
fantasticate armoniche Europe, in cui serenamente sciogliersi in fraternità con
i vicini”.
Un sogno da bambino, appunto.
Il paese, che preferisce “essere stato”, è disposto
volentieri a spezzarsi, ma non di accettare la necessità di “partecipare allo
strategico mercato della potenza sulla base dei propri interessi”. È disponibile a tutto pur di non decidere.
Eppure l’Italia, pur non potendo essere primaria
potenza, per insufficienza demografica e strutturale, può egualmente distruggere
tutto. La sua eventuale implosione lancerebbe onde d’urto sull’intero, fragile,
sistema mondiale; di qui la fonte del suo oggettivo potere. Come dice
Caracciolo, “la potenza dell’impotenza”.
I cinque fattori elencati che provocano l’importanza
che non vogliamo vedere dell’Italia sono:
1-
E’ in Italia che si decide il futuro dell’Euro, che è al centro degli interessi tedeschi e francesi,
e preoccupa gli USA per le possibili conseguenze (e forse anche la Cina);
2-
La posizione geografica ne fa il punto di passaggio
dei flussi migratori più cruciali,
quelli dal nord Africa, flussi che come dice l’autore “incidono sulla
sicurezza, sulla stabilità, sull’identità stessa del nostro continente”;
3-
Ancora la posizione geografica, allungata nel
Mediterraneo ci rende rilevante per chi intende controllarlo, ovvero per
gli USA;
4-
E contemporaneamente siamo utili alla Russia,
per la nostra debolezza, possibile anello debole della catena atlantica;
5-
Ma anche alla Cina,
per lo stesso motivo essenziale, siamo al centro del Mediterraneo, e potremmo
essere il terminale più naturale della “via della seta”, l’infrastruttura
centrale della globalizzazione 2.0 alla cinese.
Dunque interessiamo, o siamo temibili, per Germania,
Francia, Stati Uniti, Russia, Cina. Ne “la
grande partita”, avevamo definito “quadrilatero
di potere” lo spazio geopolitico compreso tra “gli USA, estrattivi e imperiali da una parte, l’arena europea in via di
costante ridefinizione, aspirante egemone con diverse forze riluttanti ed altre
ribelli, dall’altra, il vecchio rivale russo, inaggirabile nella sua duplice
forza militare e fondata su materie prime e territorio, e il nuovo aspirante
dell’impero di centro cinese”. Se questo fosse il quadrilatero strategico,
noi ne siamo parte a diversi titoli.
Ma anche se abbiamo quello che Caracciolo, con
metafora economica chiama “valore d’uso”, non vogliamo avere “valore di scambio”.
Non vogliamo valutare questo valore e spenderlo per avanzare i nostri interessi
nel negoziato eternamente in corso.
L’ipotesi è che questo avvenga perché non vogliamo
essere adulti, non abbiamo il coraggio di definire il nostro punto di vista. Anzi,
abbiamo una idea strana: che il nostro
interesse nazionale consista nel non averne.
Dunque continuiamo con zelo ad imbrancarci,
disciplinati e grati, dietro il capobranco che ci sembra più forte (non da poco
tempo identificato con la Germania, e in alternativa con gli USA). Come dice
Caracciolo: “vige da noi il curioso
assioma per cui non possiamo permetterci di produrre strategia perché non siamo
sufficientemente potenti. Vero il contrario: sono le grandi potenze a potersi
concedere qualche distrazione, immergendosi in fasi di apnea progettuale governate
con il pilota automatico. Noi, che non disponiamo delle loro risorse, siamo
obbligati alla strategia. A pensare e ripensare il nostro posto nel mondo”.
Questa apnea progettuale e vigliaccheria ci porta a
scelte incredibilmente assurde, come usare le nostre preziose risorse nazionali
contro i nostri interessi nazionali. È
quel che abbiamo fatto in pratica in ogni missione militare destabilizzante il
nostro più vicino intorno, perché ce lo hanno chiesto gli americani (che sono
assai più lontani e talvolta colpiscono nuora perché suocera intenda). Abbiamo bombardato
gli impianti Fiat nella vecchia Jugoslavia (sul senso di quella guerra leggeremo Prem Shankar Yha), e
abbiamo persino partecipato in modo subalterno all’azione anglofrancese in
Libia.
Ma “mamma e papà” (USA e Germania) hanno preso a
litigare di brutto, come dice, mentre le foglie di fico “che mascheravano le strategie
altrui” cadono. Ovvero cadono gli schemi ideologici e le retoriche dei progetti
“europei e atlantici”.
Se mamma e papà litigano bisognerebbe dunque scegliere:
“serve stabilire la nostra rotta”.
A questo punto l’articolo di Caracciolo prova ad
andare più in profondità, e radica questa carenza di direzione ed autostima
dell’Italia alla sua storia, a “ciò che fu”. Qui viene una frase di effetto: “l’essenza di una nazione è data dalla sua
sensibilità all’indipendenza”. Carlo Pisacane sarebbe stato d’accordo.
La nazione è incerta, in sostanza per effetto della
sua storia: unificata dai romani già in età repubblicana, e restata tale per
oltre cinque secoli, viene divisa alla caduta dell’impero e dalle guerre tra
bizantini e longobardi più o meno lo resta per tredici secoli. Caracciolo
indica una data ed una partizione cruciale nella divisione nord-sud del “lungo”
paese azionata da Carlo Magno (il vero modello
eroico dell’unificazione europea) e dai suoi successori, intorno al 900,
tra delle marche settentrionali che restano integrate con il centro germanico del
regno, e delle terre meridionali che restano coinvolte con il mediterraneo. A compromettere,
come dice, la “sostanza nazionale” del paese è anche, e forse soprattutto,
oltre la geografia la presenza caratterizzante ed ingombrante del centro della
Chiesa cattolica.
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| Carolina del 1910 |
Poi viene il risorgimento, complessa mobilitazione
innervata nella geopolitica del potere e, con l’altra gamba, nel desiderio di
libertà di tutto sommato limitate élite colte e cosmopolite. All’avvio, tra
fine settecento e inizio dell’ottocento, l’idea di Italia è di pochissimi, ed è
essenzialmente un anelito culturale, per anime intessute di storie antiche. Idee
“romantiche”, dice il nostro. Ma anche un anelito politico che si raggrupperà
con il progredire del secolo nel cosiddetto “Partito d’Azione”.
Per Caracciolo, che forse giustamente guarda
soprattutto ai cosiddetti “moderati”, che avranno l’ultima parola, “Per opera di un’élite anzitutto piemontese
che mentre innalza a criterio identitario le frontiere «naturali» della
Penisola e quelle linguistiche dell’italiano – idioma di una esigua minoranza
della popolazione, quasi esclusivamente toscana – si esprime preferibilmente in
francese. Il riferimento dell’Italia risorgimentale è il Rinascimento, dalle
cui altezze era precipitato il nostro declino nel Sei-Settecento, che ci aveva
disconnesso dalle aree del progresso. La rappresentazione delle trascorse
glorie artistiche e letterarie legittima il nuovo Stato in quanto contenitore
di una grande civiltà. In reazione all’anatema che lo sguardo nordico –
tedesco, francese, olandese, inglese – aveva gettato negli ultimi due secoli
sull’arretratezza della Penisola e sulla rozzezza dei suoi abitanti, misurata
dai ricchi e colti protagonisti stranieri del «viaggio in Italia» rispetto alle
grandezze di un passato tanto ammirevole quanto remoto”.
È una rappresentazione sostenibile. Siamo in un secolo
che vede diffondersi rozze teorie protopositiviste, come quella del Barone di
Montesquieu che in “Lo Spirito delle
leggi”, del 1784 determina la civiltà con il clima, le virtù civili ai “popoli
del freddo” e i meridionali rappresentati come pigri e servili. Una tendenza
(che ancora dura, ne parliamo in “Vincolo
esterno, disprezzo di sé, carenza di spirito: l’Italia assente”, ed i suoi
effetti in “Del
circolo dell’autorazzismo: la cattura dei deboli nel sogno europeo”) alla
quale cede persino Leopardi in “Discorso
sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” del 1824. L’Italia si
costituisce in reazione ad un complesso di inferiorità.
Questo complesso, ed il connesso disprezzo per il sud,
spinge i “patrioti moderati” (come racconta lo storico Adolfo Omodeo) a formulare il progetto di costruire solo una
unità del nord, una sorta di Belgio del sud che guardasse a Nord, una
estensione del Piemonte.
Qualcosa va storto nel progetto nei convulsi anni
immediatamente precedenti alla unificazione che alla fine si coglie, Caracciolo
l’attribuisce all’iniziativa di Garibaldi (certo anche di Palmerston), ma a
cose fatte i funzionari e militari piemontesi “si affacciano con piglio
coloniale” nella antica (aveva più o meno ottocento anni) nazione napoletana. Viene
citato il luogotenente delle province napoletane, il romagnolo Luigi Carlo Farini,
che sarà poi anche Presidente del Consiglio nel 1862-63, aderente alla Giovine
Italia di Mazzini, ma poi estraneo alla Repubblica Romana, e dal 1849 deputato
a Torino, dal 1860 incaricato dal re di sovraintendere all’annessione dei
territori meridionali dopo il plebiscito del 21 ottobre (condotto sotto le armi
spianate). Questi in un dispaccio a Cavour scrive del Molise e della “terra di
lavoro” (ovvero la piana campana):
«Ma,
amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di
Lavoro! Che barbarie!
Altro che Italia! Questa è Affrica. I beduini, a riscontro di
questi caffoni, sono fior di virtù civile! Il Re [Francesco II] dà carta bianca; e la canaglia dà il sacco alle case de'
Signori e taglia le teste, le orecchie a' galantuomini, e se ne vanta, e scrive
a Gaeta [dove
Francesco II era asserragliato]: i galantuomini ammazzati son tanti e tanti; a
me il premio. Anche le donne caffone ammazzano; e peggio: legano i galantuomini
(questo nome danno a' liberali) pe' testicoli, e li tirano così per le strade; poi fanno
ziffe zaffe: orrori da non credersi se non fossero accaduti qui dintorno ed in
mezzo a noi [30] »
È, in effetti, la guerra civile che infuria, e sarà
sanguinosa, da entrambe le parti (in quella confusa fase in cui il Re di Napoli
era ancora nel territorio, nella ridotta di Gaeta assediata fino al febbraio
1861, gli scontri erano tra garibaldini, piemontesi, “municipalisti”, “murattiani”,
“emigrati”, e via dicendo). Lascerà l’incarico dopo pochi mesi, nel gennaio 1861.
Questa catena che chiama “logico-geopolitica”, per
Caracciolo niente di meno che “limita l’orizzonte
strategico nostrano e spinge a renderci provincia altrui”. E ci respinge
inoltre, tutti, nel sud in cui ci confinava Montesquieu.
Ma la frattura nord/sud (termine per sua semantica
relativo) attraversa in particolare la non-unità italiana; ne fanno parte per l’autore
fattori antropologici e culturali, dinamiche socio-economiche e contesti
istituzionali. La predicazione della Lega, richiamata senza nominarla, ha
inteso farne un codice indefettibile (simmetrico a quello che il nord prussiano
attribuisce all’intero paese, nord incluso, che per loro è sud), ma è stato
condiviso in modo molto più ampio. Viene citato il Presidente comunista dell’Emilia
Romagna, Guido Fanti.
E simmetricamente è rivendicato nei vecchi centri
statuali del mezzogiorno a Napoli, in Sicilia ed in Sardegna, un orgoglio
identitario ed una diversità.
Mentre ciò avviene la crisi ha accentuato enormemente
la differenza (il Pil del sud è caduto del 12%, quello del nord del 7%, i
consumi del 9% contro l’1%, il reddito pro capite è ormai la metà di quello del
nord, addirittura ormai si fanno pure meno figli). Una differenza che, se il
sud riuscisse miracolosamente a crescere dello 0,4% più che il nord, ci
vorrebbero 25 anni a rimediare. E la stessa crisi ha separato la regione meridionale
dal nord Europa (l’interscambio è ormai quasi del tutto limitato al Nord), ma la
lascia intrecciata con quello nazionale. Il sud, deindustrializzato e
semplicemente l’immagine del destino che attende in prospettiva l’intero nord
(contrariamente a molte leggende il sud all’unità aveva
più addetti all’industria), fa infatti la sua spesa al nord; dunque è un bacino
di consumi, un essenziale “mercato interno”. Le esportazioni in esso (diciamo
dalla Lombardia alla Campania e regioni vicine) è il triplo di quelle verso l’intera
Unione Europea.
Visto dal nord (Europa) è solo alla fine solo la paura
a trattenerla dallo “sganciare il vagone meridionale”, che è percepito come un
peso.
Parte di questa tentazione è connessa con la politica
migratoria, nella quale i quasi 200.000 migranti dall’ulteriore sud africano in
esplosione demografica, tendono ad essere scaricati come problema “nostro”. Oramai,
dice Caracciolo, il 90% di chi arriva rimane in Italia, “quasi sempre allo
sbando, vittima di organizzazioni criminali e di sfruttamento selvaggio, specie
nelle campagne del Mezzogiorno dominate dal caporalato. L’assenza di un piano
nazionale per l’integrazione degli immigrati –campo nel quale il nostro governo
non intende arrischiarsi per timore dell’impopolarità – congiunta alla totale
mancanza di solidarietà su scala comunitaria, genera xenofobia ed eurofobia.
Derive fino a ieri impercettibili nel mainstream della nostra
opinione pubblica”. Una diagnosi impietosa.
Dunque quel che l’Italia, se fosse tale, dovrebbe fare
è semplice e banale: proteggere i propri
interessi nella competizione e nel compromesso con quelli altrui. Essere dunque
un attore geopolitico, come dice: fare il contrario e “pretendersi Stato per farsi eterodirigere da altri Stati, i quali
correttamente perseguono le loro priorità, questa sì è impresa eccezionale”.
Bisogna quindi separare “interesse nazionale”, che è
ovvio e banale perseguire, dal “nazionalismo”, che è parola con la quale si
identificano i deliri di onnipotenza e le reazioni compulsive.
Certo, bisogna notare che anche il nostro non manca di
formulare frasi intrinsecamente razziste, che confermano la profondità del
problema, nel momento in cui sostiene l’utilità per il paese di restare unito e
non frammentarsi in regioni più omogenee (come vorrebbe l’imminente referendum
al nord): “Davvero conviene a lombardi
e/o veneti – chiamati nell’immediato futuro a esprimersi in referendum
ambiguamente autonomistici – emanciparsi dall’Italia per diventare i ticinesi
della Piccola Europa che pare aggregarsi attorno alla Germania? L’ambizione dei
siciliani è di costituirsi in Stato mafia indipendente? I napoletani aspirano
alla repubblica del Vesuvio?” Una frase indegna per una civiltà
antichissima e raffinatissima che ha in Palermo la sua capitale millenaria.
La questione è comunque che siamo alla vigilia di
grandi movimenti: nel “quadrilatero di potenza” prima citato il nord germanico
intende affrancarsi dalla tutela nordamericana, ma è strutturalmente troppo
debole e troppo introverso per poter avere in proprio davvero ambizioni
imperiali e fungere da federatore (come a suo tempo fece la Prussia con il resto
dei principati tedeschi) dello spazio comunitario. Per farlo dovrebbe sostenere
la sua egemonia (che è prevalentemente culturale e storica) con più corpose
ragioni di interesse, dunque dovrebbe almeno in parte rinunciare al saccheggio,
che è l’impulso del suo mercantilismo miope ed egoista (e del suo equilibrio
politico di classe), e distribuire risorse a favore delle province più “arretrate”,
per cementarne la fedeltà sulla base della convenienza e definire un
compromesso sociale di sostegno al consenso. Dovrebbe unire al “dominio” una
autentica “egemonia” abbastanza larga da essere accettata.
La tendenza che vede Caracciolo è, invece, di andare
allo scontro con gli Stati Uniti, che hanno l’imperativo strategico di ridurre
lo squilibrio, e quindi sono diversamente interessati alla stessa riduzione
dello spirito mercantilista tedesco, e quella di avvicinarsi quindi, per
reazione di protezione al potente vicino orientale, capace di offrire
protezione militare alternativa. Ma anche, con ancora più antico riflesso
(basti ricordare la Battaglia di Legnano,
1176), di estendere verso sud il confine ed incorporare le subalterne marche
lombarde.
Ma questo è il
piano di frattura principale,
vero e proprio squarcio tettonico. Un orizzonte simile “è incompatibile con la
storica priorità americana – e per quel che ancora vale, britannica – di
scongiurare la nascita di una potenza tedesca filorussa (e filocinese?) capace
di dominare l’Europa o anche solo di parlare in suo nome”. Qualunque mezzo sarà
usato per evitarlo.
Dunque siamo al margine del tifone (il luogo più
pericoloso) o addirittura siamo spaccati in due da esso.
Ma sembriamo del tutto ignari, mentre come bambini mai cresciuti sogniamo “fantasticate
armoniche Europe, in cui serenamente sciogliersi in fraternità con i vicini”.




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