Proseguiamo la ricognizione ne “La
grande partita” in corso da decenni e che potrebbe avvicinarsi ad un punto
di svolta, per la crescente insostenibilità delle posizioni di interdipendenza
squilibrata, e quindi, vulnerabile che si sono gradualmente create nel mondo,
con la lettura del monumentale saggio di un importante economista indiano: Prem Shankar Yha.
L’autore scrive “Il caos prossimo venturo” nel 2006 ma ne
avvia la gestazione alla fine degli anni novanta, quando risiedeva per studio e
lavoro negli USA.
Il motore della crisi, che è descritta nel libro
facendo ampio uso degli schemi esplicativi di Braudel, Arrighi e Wallerstein, è
determinato per Shankar Yha dalla rottura del “contenitore” nel quale era
cresciuto il capitalismo moderno: lo “Stato Nazione”. Questa crisi, causata dal
‘capitalismo’ (ovvero dallo spirito dell’alta finanza e dalla prevalenza delle
grandi imprese internazionalizzate, che controllano ormai i due terzi del
relativo commercio), è senza soluzione nei suoi termini. Ciò vuol dire che non
ci sono vie di uscita dalla una situazione che genera in modo crescente caos e
violenza nei termini del sistema autoregolato che l’ha generata; solo un’azione
concertata al livello adeguato potrà rallentare la trasformazione al punto da
poterla controllare (un’idea che prende da Polanyi). È proprio l’autoregolazione
(ovvero la regolazione da parte dello spirito immanente del capitale) a
determinare questo inesorabile e insostenibile incremento progressivo di
interdipendenza, competizione e vulnerabilità (dunque paura), solo la sua fine
potrà riportare un ordine.
I fenomeni sui quali l’autore appoggia la sua tesi
sono sotto gli occhi di tutti: da quando la crisi sistemica si è manifestata,
gli anni settanta, la disoccupazione è cresciuta dalla media ex ante inferiore
al 2% fino ai valori vicini al 10% odierni; contemporaneamente la perdita della
sicurezza del lavoro e delle protezioni ha ridotto il differenziale, una volta
enorme, tra il reddito medio del lavoratore in occidente e nei paesi
periferici. Questa immane trasformazione è stata resa possibile dal cambiamento
tecnologico che ha ridotto i costi di trasporto (mentre una politica
commerciale costrittiva, come mostra, ha ridotto le protezioni) mentre la IT ha
consentito con efficacia mai vista di dislocare la produzione nelle aree di
minore costo (e protezione ambientale o per la sicurezza) lasciando il
controllo e i margini di profitto centralizzati. Il gioco al ribasso del
capitale è così senza soluzioni entro la sua logica, infatti tutto ciò si
lascia descrivere come “più efficiente”.
Come capita molto spesso, in analisi così larghe e
al fondo disperate, la ferrea logica di Yha lo porta a definire unica via di
uscita un “Commonwhealt” allargato al mondo intero; quindi un quadro
legislativo mondiale ed un sistema di regolazione globale. Un concetto vago e insufficiente, che dovrebbe passare per un
necessario equilibrio di potenza o per una leadership alla quale lo studioso
indiano, che scrive a ridosso del fallito tentativo americano di imporsi in una
veste imperiale, non crede.
Ci torneremo, ma l’inevitabilità della rottura
dell’involucro dello Stato-Nazione, per effetto della forza dirompente della
condizione di possibilità tecnologica, e quindi la ricerca di un nuovo
involucro mondiale, sia pure multilaterale e pluriculturale, mi pare infatti dipendente
da due premesse implicite nascoste:
-
che ci sia un
telos nella storia e non si possano quindi dare “ritorni” (se non per via di
“regressi”), ovvero dall’espressione di una inconsapevole tesi ‘progressista’;
-
che la
tecnologia spinga sempre verso il decentramento produttivo, appianando i
fattori in modo tale che prevalga sempre quello marginalmente più conveniente;
questa tesi andrebbe esplorata più profondamente ed i dieci anni passati
potrebbero far intravedere nuovi sviluppi nella “piattaforma produttiva”;
-
terzo, che i
fattori culturali e politici siano sovrastrutturali e derivati, mentre
determinano una potente interazione, dunque l’attuale perdita progressiva di
egemonia della cultura mondialista e neoliberale potrebbe intervenire, insieme
alle lotte dal basso dei perdenti della trasformazione del quarantennio
trascorso, e fare la differenza nel determinare nuovi punti di equilibrio.
L’equilibrio di potenza che si potrebbe riaffermare
nello scontro tra logica selvaggia dei capitali mobili e regolazione della
vulnerabilità dovrebbe essere fatto di tutte queste cose insieme.
Come
abbiamo già scritto, nel post “La
grande partita”, era stata formulata a tale proposito l’ipotesi
che si stia intravedendo una possibile transizione (incerta come tutte) dal
globalismo umanista di Obama, versione soft dello sforzo di riaffermazione
imperiale di cui anche questo libro parla, all’apparente unilateralismo
muscolare di Trump, che invece può essere (in un paradossale rovesciamento) la
condizione di un nuovo multilateralismo. E che questo sia solo un sintomo di un
sottostante largo scontro egemonico tra sistemi di élite, e connesse aree di
consenso, entro il capitalismo anglosassone.
Il
rovesciamento del senso apparente si afferma in quanto il globalismo, anche
quando umanista, è intrinsecamente imperiale, ma rischia di portare all’impero “sbagliato”
e, d’altra parte invece, il rispetto dell’equilibrio tra nazioni è la
condizione prima della creazione di un effettivo multilateralismo in cui ad
ognuno siano riconosciuti i mezzi per ridurre la vulnerabilità.
C’è
quindi la possibilità che si sia ad un punto di biforcazione dei sentieri, come
tutti intrinsecamente instabile, nel quale diversi network organizzativi ed
agenti competono per attrarre capitali e risorse verso i propri schemi.
Provando ad essere molto sintetici, al prezzo della semplificazione di ciò che
è complesso, quindi di uno scontro tra diversi schemi di espansione produttiva,
commerciale e finanziaria il cui nucleo è il capitale mobile (quel che si chiama in genere “finanziarizzazione”)
sfuggito, nella sua logica autopoietica, alla capacità di servire gli obiettivi
di lungo termine, ed in particolare quell’insieme di istituzioni, esigenze,
rappresentazioni, nuclei identitari, patti e tradizioni narrative che chiamiamo
“nazioni”. Ma sfidare l’egemonia del capitale finanziario mobile significa
andare allo scontro con un potentissimo network informale di tecnici (con
relative tecniche e saperi), istituzioni sia pubbliche sia private sia ibride,
luoghi di addensamento, discorsi e agenti (economici e politici).
Porre
in questi termini il discorso significa anche cercare di andare oltre la buona
o cattiva volontà (e sincerità) dei singoli, ma cercare di individuare le forze
ed esigenze più profonde in campo; la globalizzazione sotto egemonia della
finanza erode costantemente le basi del potere economico, politico e militare
imperiale. Dunque l’interesse a breve termine sta andando in conflitto con il
destino a lungo termine. Ma, a ben vedere, va in conflitto anche con la stessa
sopravvivenza a breve termine, date le conseguenze sociali, la disgregazione,
l’immane distruzione di risorse umane, l’annientamento di ogni centro politico
in tutto l’occidente.
Torna,
dunque, il momento delle scelte.
Venendo al testo del 2006, il concetto descrittivo
principale derivato dalla lettura di Braudel, è che sotto la spinta della
innovazione tecnologica (ed in questo caso della rivoluzione informatica) ad un
certo punto le società perdono la
capacità di assorbire le tensioni perché le istituzioni che le
caratterizzano non riescono a garantire la sicurezza necessaria e la stabilità
indispensabile a riprodursi. Il capitalismo è infatti caratterizzato da
numerose funzioni interconnesse: la produzione, la commercializzazione e la
finanza, a loro volta collegate con le strutture della vita quotidiana. Quando tutte
queste funzioni sono incapsulate in una struttura sociale, economica e politica
abbastanza coerente e dotata di stabilità e legittimità, il capitalismo è in
qualche modo “contenuto” e insieme protetto. In questo “contenitore” il
capitalismo è messo al sicuro, e capace di riprodursi con una stabilità che
trova espressione normalmente in una unità politica e militare.
Ma l’idea che Shankar Yha trasporta dalle letture di
Braudel (espressa, anche se con più prudenza anche da Arrighi) è che “la
tecnologia è il motore dell’inesauribile crescita del contenitore negli ultimi
sette secoli, perché ogni nuovo sviluppo
tecnologico ingrandisce la scala economica minima di produzione” (p.56).
Sulla base di questa netta affermazione, centrale nella logica del testo, è
chiaro che la globalizzazione, pur con tutte le distruttive conseguenze che il
testo mette in grande evidenza, è incorporata nel telos dell’umanità.
Di seguito l’autore specifica che “anche la
dimensione minima di una efficiente rete autonoma indipendente di relazioni
economiche, vale a dire di una ‘economia’ efficiente, è cresciuta in ciascun
ciclo di espansione capitalistica, fino a travalicare, nell’ultimo quarto di
secolo, i confini politici di una nazione pure grandissima come gli Stati
Uniti”. In questo senso il “capitalismo fa esplodere il suo contenitore”, ma
nel farlo deve necessariamente cercare subito un altro schema di sicurezza,
ovvero “la sicurezza in un altro [contenitore]”. Anche se esso ora vede come
ostacolo alla sua crescita le vecchie istituzioni che gli garantivano la
sicurezza della riproduzione (ma contemporaneamente lo ingabbiavano), e dunque
cerca di superarle, il capitale ha sempre bisogno anche della garanzia di una
forma statuale (è una delle posizioni più chiare in Braudel, il capitale è
talmente sopra la scala del mercato e della vita quotidiana che ha bisogno di
protezione, è in effetti intrecciato allo Stato). Come abbiamo visto questa
logica, apparentemente inesorabile (ma implicata in una metafisica), porta
l’autore a considerare che l’unica via di uscita è un “commonwhealt” mondiale
che stabilizzi la corsa del capitale e la riproduzione della società.
In definitiva dunque facendo “esplodere” il
contenitore il capitalismo si pone in conflitto con esso. Ecco perché il
conflitto centrale è per Shankar Yha quello tra capitalismo e Stato Nazione.
Nel porsi in conflitto, quando nessun altro schema
d’ordine (l’altra coppia centrale è ordine/caos) è disponibile, il capitalismo
mondializzato in cerca della propria condizione di efficienza, però, opera
spontaneamente incrementando l’interdipendenza. Ma l’interdipendenza senza ordine
è fonte di paura. Dunque “la paura è
una conseguenza inevitabile della rapida crescita della interdipendenza
economica che è stata causata dalla globalizzazione del capitalismo” (p. 609).
Quando manca un “contenitore”, cioè uno schema di ordine robusto abbastanza ed
accettato, però l’interdipendenza (che in altre circostanze può essere utile)
determina “vulnerabilità”, e questa
“paura”. La vulnerabilità fa nascere il desiderio di controllo, e questo può
condurre anche alla guerra.
Ecco dunque presentata, in estrema sintesi, la fonte
del “caos sistemico” (Arrighi).
La soluzione
proposta sarà di “rallentare”
(Polanyi) per dare il tempo di produrre le istituzioni e gli accordi che
facciano da “contenitore” al capitalismo che ormai sta industrializzando e intrecciando
con i relativi scambi interdipendenti (di flussi finanziari e reti di relazione
produttiva prima ancora che commerciale) l’intero pianeta. Ovviamente con esclusione
delle sempre presenti aree periferiche e di quelle “inutili” per le quali il
destino riserva la peggiore condizione.
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| Prem Shankar Yha |
Questo libro dunque reagisce da una parte
all’entusiasmo ingiustificato che l’autore aveva percepito nelle università
americane nei primi anni novanta, quando sembrava che il mondo si fosse
improvvisamente aperto. Dall’altro alla logica conseguenza di quella hybris: il
tentativo di far cessare l’assetto dello Stato westafaliano (ovvero dello Stato
sovrano ed indipendente), sul quale era stato costruito dal 1600 la crescita
stessa del capitalismo ed alla fine il suo disciplinamento faticoso. E quindi
quello di porsi, da parte degli Stati Uniti come unica potenza imperiale
(esemplificato nel nuovo corso del WTO, ma soprattutto nelle guerre del Kossovo
e dell’Iraq).
Infine, siamo nel 2006, prende anche atto del
fallimento palese di tale tentativo, e della distruzione del patrimonio
egemonico statunitense che ne segue.
Dunque da una parte abbiamo quindi un movimento auto
propulsivo, reso possibile da una condizione tecnologica innovata, che tende a
far saltare i vecchi schemi e massimizzare la propria efficienza, riportando il
mondo indietro alle condizioni del XIX secolo (p.41). Dall’altra uno Stato ex
egemone, che nel tentativo di riportare sotto controllo le conseguenze necessarie
di tale movimento, prova a imporre al mondo intero le proprie regole, fallendo.
Un discorso per certi versi simile lo fa Emmanuel Todd pochi anni prima in “Dopo
l’impero”.
Tutto appare a Yha quindi in movimento verso un
crescente stato di disordine e violenza, ed essenzialmente per l’eccessiva
velocità con la quale procede la trasformazione, sotto la spinta di forze
irresponsabili.
L’avvio della ricostruzione, che è davvero ampia e
di grande interesse, parte da questo entusiasmo anni novanta. Ne sono
espressione la coppia di studiosi formata da Fukuyama “La fine della storia e l’ultimo uomo”, e Samuel Huntington “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine
mondiale”, che escono nell’arco di pochi anni e riavviano un intenso
dibattito. La democrazia sarebbe, per il primo, la forma finale del governo
umano e il termine della evoluzione e anche delle guerre. Per il secondo lo
scontro sarebbe per un poco continuato tra civiltà diverse; invece di avere un
mondo che al termine sarebbe diventato omogeneo e l’economia unica, come voleva
Fukuyama, le linee di faglia quindi rimarranno. Le società, insomma, si
modernizzano sul piano tecnologico, ma non si occidentalizzano. In conseguenza
il mondo sarà sempre multipolare e caratterizzato da più civiltà, dunque il
conflitto si sposterà sulla pretesa dell’occidente di avere un set di valori
universali, per loro natura eguali per tutti. Unico modo per Huntington di
evitare uno scontro generalizzato è accettare quindi tale condizione: la civiltà occidentale è unica ma non
universale.
La tesi di Huntington, per Shankar Yha, è quindi che
neppure lo Stato-Nazione è destinato a
sparire, al contrario le identità culturali sarebbero state il suo futuro
collante (p.49). Ma si tratta di una tesi del quale lo stesso studioso
americano in qualche modo non è del tutto consapevole (cfr, p.53).
Nella versione addomesticata, per la quale alla fine
l’occidente è aggredito dalle altre civiltà, ma conserva la sua carica
espansiva universalista, queste due tesi sono divenute “il fondamento del
pensiero liberale” sulla mondializzazione.
Nella parte successiva Shankar Yha riassume la
storia dei cicli di espansione del sistema capitalistico, in “involucri” sempre
più grandi. Si parte dal capitalismo delle città stato italiane, Venezia e
Genova, imperniate su commerci di lunga distanza su rotte protette e una
industria intrecciata con la nascente finanza. Quando la competizione iniziò a
farsi troppo aspra si avviò quella che Braudel chiama la guerra dei cento anni
italiana (combattuta da soldati di ventura), dal 1330 al 1454 al termine della
quale il capitalismo cambiò circuito di valorizzazione.
Dopo una breve tappa in Spagna, sulla base di
commerci ad un raggio significativamente più lungo e con costi di protezione
enormemente superiori che rendevano necessarie diverse tecnologie e moduli
organizzativi, sarà il turno dell’egemonia dei capitali e dei mercanti olandesi
(p.79), cui fa seguito il lungo secolo inglese, nel quale lo Stato Nazionale
vero e proprio assume per la prima
volta un ruolo di organizzazione
e protezione (anche finanziaria) centrale (p.87).
Seguirà il secolo americano e quindi, dopo la crisi
degli anni settanta, l’apertura del caos sistemico (p.105).
Non mi dilungo in queste descrizioni, perché sono
piuttosto simili a quelle lungamente descritte da Arrighi in “Il
lungo XX secolo”, ed in “Caos
e governo del mondo”, dunque vale la pena di rimandare ad esse.
Quel che è importante è che quando si apre la crisi
sistemica, il cui evento simbolo è la rottura della convertibilità del dollaro
in oro nel 1971, la crescita economica e gli investimenti rallentano, la
crescita della produttività diminuisce e aumenta la disoccupazione. I dati che
l’autore presenta sono inconfutabili (fonte Ocse, tab 31., 3.2, p.107), il calo
è da uno a due punti (ovvero da 4 a 2), in pratica la crescita si dimezza.
Crescono anche gradualmente ma inesorabilmente la disuguaglianza, l’insicurezza
e la deindustrializzazione delle economie ad alte retribuzioni (p.117).
Insomma, finisce
l’età dell’oro.
Ci sono sette spiegazioni per questo fenomeno:
1-
Il rallentamento
della crescita è causato dall’avvicendamento di una nuova generazione più
edonistica e meno portata a lavorare duro;
2-
Cala la
propensione al lavoro ed al risparmio per effetto dell’alta tassazione e della
stretta regolazione, unitamente all’inflazione. Fattori che spingono ad avere
incertezza verso il futuro;
3-
Fu causata dai
prezzi del petrolio,
4-
Fu causata dal
rallentamento dei profitti per effetto della piena occupazione, dalle
difficoltà dell’egemone statunitense (che provocò la spirale inflattiva per
effetto della minore disciplina sui paesi produttori di materie prime), da un
cambiamento nella natura dello Stato (che spostò l’enfasi sul controllo della
stabilità monetaria con conseguenti politiche deflattive),
5-
Fu semplicemente
l’effetto dello spostamento dell’occupazione dall’industria al terziario, che è
un settore con minore crescita della produttività e quindi anche dei salari,
6-
Fu un effetto
della riduzione delle opportunità di investimento,
7-
Fu la
conseguenza della globalizzazione, in particolare del fatto nuovo che mentre i
capitali erano liberi di spostarsi, e le tecnologie consentivano nuovi livelli
di coordinamento con poco attrito, i lavoratori non erano più liberi di
spostarsi. Nel XIX secolo, l’altra epoca di globalizzazione, non era stato
così.
L’ultima osservazione è particolarmente importante;
infatti se un’economia raggiunge il pieno impiego e continua a crescere ad un
certo punto dovrà ricorrere all’immigrazione, normalmente nei settori a minore
valore aggiunto. L’autore illustra il modello a pagina 136: se l’economia fosse
chiusa e la produttività crescesse in modo differente tra servizi e settore
produttivo industriale, la disoccupazione sarebbe assorbita dalla seconda fino
a che la prima (settore agricolo incluso) ha manodopera da prestare. Quando non
ce ne è più (o non si riesce a liberarla aumentando la produttività in questi
settori con opportuni investimenti) e la produttività del settore produttivo
industriale continuasse a crescere più velocemente ci vorrebbe immigrazione per
chiudere lo spazio e non scaricarlo in aumento dei salari, a danno della
remunerazione del capitale. Secondo questo modello ipersemplificato anche se ci
sono scambi la cosa nel suo complesso non cambia molto, i settori meno
produttivi si spostano all’estero. Ma quando si considerino che alcuni servizi
non sono scambiabili e quindi non possono spostarsi, o essere acquistati
dall’estero, resta solo l’immigrazione.
Ma quel che è successo negli anni settanta e
seguenti è che la radicale liberazione dei flussi di capitale ha offerto, in
dimensione tale da fare la differenza (anche se gradualmente), un’alternativa
all’importazione di forza lavoro meno esigente ed a basso prezzo: lo spostamento dei cicli produttivi,
decentrandoli. Si è trattato dell’applicazione congiunta di una serie di
innovazioni tecniche, organizzative, regolamentarie e culturali. Ha iniziato il
Regno Unito, che tra il 1874 ed il 1983 ha perso il 9% di occupati
all’industria (da 34 a 26%), per poi calare nel 1990 al 20%. La produzione
industriale cala del 18% e i disoccupati salgono a tre milioni di persone nel
1983, al netto degli incrementi dovuti alla scoperta del petrolio nel Mare del
Nord il Pil cala del 2%. Questo esempio si generalizza nel decennio successivo.
L’autore si richiama ad un libro del 1989 di
Rowthorn e Wells “Deindustrialisation ad
foreign trade” per introdurre la distinzione tra una deindustrializzazione
“positiva” e “patologica”: a prezzi costanti, e non correnti; quando si ha uno
svuotamento del Pil derivante dall’industria secondo gli autori si ha infatti patologia
e non fisiologia della crescita. L’analisi puntò l’attenzione sull’effetto della
rivalutazione della moneta (e quindi la perdita di competitività di prezzo
dell’industria) derivante dalla scoperta del Mare del Nord. Tuttavia, questa
distinzione, con la sua relativamente complessa analisi per la quale devo
rimandare al libro (pp.148-154) si presta a mostrare che quando si è in
presenza di scambi commerciali e di possibilità di investimenti diretti
all’estero c’è anche un altro punto di equilibrio possibile: le industrie che
non riescono più a competere con le merci prodotte all’estero nel mercato
interno de localizzano. Quella quota che si sposta determina allora una perdita
netta di occupazione nel paese, inoltre aumenta le importazioni, e non viene
assorbita dal settore dei servizi (è quella che l’autore chiama la “fase 3”
dell’industrializzazione).
I dati Ocse mostrano che gli Stati Uniti, il Regno
unito, la Germania, il Canada sono passati in questa fase nel 1974, mentre la
Francia nel 1978 e l’Italia nel 1990. Sono gli anni in cui i paesi dell’est
asiatico si industrializzano in modo accelerato, le esportazioni da questi
paesi letteralmente esplodono.
Dunque è la crescita della produttività che mette
pressione ai profitti nei settori meno dinamici dell’industria sotto il profilo
tecnologico, e abbassa in essi il tasso di rendimento del capitale, perché non
possono seguire gli incrementi di costo del lavoro che i settori dinamici
trascinano. Se non può scaricare (o sufficientemente) questa tensione, creando
un settore a bassi salari, meno protetto, l’industria si sposta sotto pressione
della concorrenza di prezzo delle importazioni. Questo avviene ovunque
nell’arco di poco più di un decennio.
Ma, si chiede Prem Shankar Yha, “perché il capitale si sente obbligato a
spostarsi fuori del paese di origine per sfruttarlo”? La sua risposta è che
si tratta della risposta a due
fenomeni:
-
la compressione
di spazio e tempo causato da un pacchetto di innovazioni, tecnologiche e
regolamentarie,
-
e il blocco
degli spostamenti transfrontalieri delle persone. Ovvero dell’effetto del
consolidarsi dello Stato Nazionale dalla fine del XIX secolo in poi.
In questo appare anche la fondamentale differenza
tra la globalizzazione della fine del XIX secolo, che era essenzialmente
commerciale mentre la produzione restava ben ancorata ai paesi occidentali di
provenienza, e quella contemporanea. “nel XIX secolo non soltanto il capitale,
ma anche la forza lavoro era libera di spostarsi attraverso i confini
nazionali. Al contrario, oggi il movimento della forza lavoro attraverso i
confini nazionali è un fenomeno marginale e il più delle volte illegale. È
questa la ragione che ha costretto il capitale a far esplodere i limiti dello
Stato-Nazione” (p.173).
Bisogna notare che quel che fece affermare le
restrizioni, dopo il 1880, fu il timore per i salari e la sicurezza dei posti
di lavoro (gli immigrati tendono a competere su entrambi), cioè fu il movimento
dei lavoratori. Infatti le tre ondate di migrazione, per seguire lo sviluppo
tecnologico contenendo il costo del lavoro, si erano avute nel 1600-1700
(importazione di schiavi), alla metà dell’ottocento verso i centri industriali
(oltre 50 milioni di persone dalle parti povere dell’Europa verso gli USA),
l’importazione di irlandesi ed altri in Inghilterra alla fine dell’ottocento, ma poi i movimenti di difesa della società
del lavoro indussero gradualmente i governi ad imporre limiti. Questi
“fecero sì che gli enormi aumenti di produttività dell’età dell’oro portassero
ad una piena occupazione prolungata nei paesi industrializzati, a una rapida
convergenza dei livelli retributivi e, soprattutto, a una rapida divaricazione
tra le retribuzioni dei paesi industrializzati e quelle dei paesi di nuova
industrializzazione in Asia e America Latina. Con i vincoli allo spostamento
della forza lavoro verso i paesi industrializzati, il capitale cominciò
[allora] a spostarsi nei paesi in cui i salari erano bassi [e le condizioni di
connessione, infrastrutturazione e regolazione lo consentivano]”.
Il capitale, spostandosi tumultuosamente, per
superare i vincoli posti dallo Stato Nazionale alla riduzione dei costi produttivi
(vincoli imposti a protezione della coesione sociale e della tenuta politica,
cioè effetto della democrazia allargata anche ai lavoratori), ha quindi
cominciato a distruggere sia l’istituzione del mercato nazionale (definita come
quell’area nella quale non si registrano svantaggi sistematici verso chi vi è
incluso), sia tutta l’architettura di leggi, convenzioni ed organizzazioni che
nell’arco di oltre due secoli erano in qualche misura riuscite a “sorreggerlo e
umanizzarlo” (p.193). Lo ha fatto specificamente allargando l’area nella quale
non si registrano sistematici svantaggi all’intero pianeta (o a buona parte di
esso), e creando quindi il “mercato globale”.
Bisogna notare che tra questo e il “mercato
nazionale” (ovvero la presenza di barriere significative che identificano
vantaggi selettivi per le diverse aree nazionali) c’è una “contraddizione
irrisolvibile”. Perché il secondo è di un “ordine logico” diverso da quello
nazionale (viene qui fatta valere la
distinzione di Braudel): il primo è guidato dalle forze della competizione
e tende a seguire le proprie norme interne, il secondo dalle forze della
regolazione per salvaguardare la coesione sociale. Il secondo è cioè effetto di
forme specifiche di protezionismo e della limitazione della libertà
dell’individuo.
La riduzione della forza delle difese porta in
questi anni di nuovo verso forme di capitalismo “manchesteriano” (proprio
dell’avvio del XIX secolo) e favorisce una forma di competizione “tra giganti”,
con conseguente eliminazione di tutti gli operatori minori. L’autore porta ad
esempio la parabola dell’autotrasporto in USA (dalla selvaggia fase sregolata
iniziale, alla insorgenza di potenti sindacati e della regolazione che ha
protetto i redditi e favorito l’articolazione del settore, alla de regolazione
che ha riportato alla situazione ex ante).
Questo evento muove dal 1971 ai primi ottanta,
quando l’esposizione del sistema bancario cresce di venti volte in un decennio,
ed il deficit della bilancia dei pagamenti USA passa da 200 a 500 Mld di $.
Dopo una prima fase di tassi alti (che contribuisce a provocare come reazione
la creazione delle associazioni tra i fornitori di materie prime e l’esplosione
dei prezzi relativi), dal 1982 gli USA rinunciano a richiamare i capitali e
tengono bassi i tassi, il deficit cresce ed esplodono gli IDE all’estero
(p.218). Ci sono anche altri fattori complementari ed importanti: la spinta a
massimizzare i profitti a breve termine, ed il ritorno alla flessibilità dei
prezzi, insieme alla “crisi
della socialdemocrazia”, che smette di resistere alla trasformazione.
Esplode la crisi dello stato sociale, della
contrattazione collettiva e le disuguaglianze. Quindi si divarica la forbice
reddituale entro le società, si diffondono gli scambi e ritorna il tema del
pauperismo. Inoltre si allarga la forbice tra le nazioni, i dati dicono,
malgrado l’apparenza, che questa si è allargata di sei volte (dati a pagina
288) ed è nato un “sottoproletariato globale” (p.304) che in questi anni si sta
nuovamente muovendo.
Tutti questi elementi sono connessi nel determinare
la fine del capitalismo organizzato ed il caos sistemico.
Dunque quando gli USA percepiscono la fine della
loro egemonia economica, e cominciano a
capire che per mantenere il proprio tenore di vita (ovvero la propria
coesione politica) devono attrarre “un tributo” dal resto del mondo in misura
sempre maggiore (vedi Todd),
allora cominciano ad imporre una liberalizzazione spesso unilaterale dei
commerci (costringendo i paesi ad abbattere le difese, in alcuni casi
conservando le proprie come nel cruciale settore agricolo) attraverso il Tokyo
Round dei negoziati per il commercio e direttamente intervenendo militarmente
nel far crollare l’ordine westfaliano. Il primo fattore (nascita del WTO) è
spiegato a p. 340, il secondo a partire dall’evento scatenante del 1989 e la
ripresa della dottrina (che qualifica come “razzista”) del “destino manifesto”
di Wilsoniana memoria.
Esprimono questa svolta culturale Kaplan,
Kronthammer, Kagan, Perle.
Si comincia in definitiva una politica affermativa
per il dominio diretto del mondo, spesso sotto lo schermo dei diritti umani
(p.381), di cui uno dei più importanti banchi di prova è l’attivo smembramento
della Jugoslavia in particolare nel Kosovo (1996-99). Si tratta di una delle
regioni più importanti e storiche della nazione serba (l’esempio che fa l’autore
è la Virginia per gli USA), interessato da un crescente movimento indipendentista
che ottiene la più completa copertura da parte dell’occidente. Per Shankar Yha
è un poco come se l’Europa appoggiasse una richiesta violenta di indipendenza
prima di un piccolo gruppo e poi di una attiva minoranza in Virginia o in
Catalogna, impedendo ai relativi stati o federazioni di reagire. La descrizione
che è molto lunga ed interessante è tra le pagine 393 e 423. Alla fine la
Serbia fu, come noto, bombardata fino a che non dovette cedere la regione. In sostanza
si è trattato della “guerra aerea contro la Serbia come tentativo di sostituire
all’ordine westfaliano un nuovo ordine, strutturato dome un impero americano”
(p.423).
Ma si continua con l’Iraq. È qui, da p. 426 a 534,
che crolla l’ordine imperniato sulla inviolabilità degli stati sovrani e la
tutela in tal senso dell’ONU. Alla fine di una lunga e penosa vicenda di bugie
e trattative diplomatiche gli USA e il loro alleato britannico (ma c’eravamo anche
noi, come in Kosovo), usando il pretesto dell’11 settembre, hanno invaso l’Iraq
senza alcuna copertura legale.
Il prezzo è stato enorme, in pochi anni gli USA
hanno distrutto l’egemonia che avevano costruito dal dopoguerra insieme agli
elementi di guida multipolare che erano stati assemblati.
È qui, dal fallimento del tentativo di
riaffermazione imperiale diretta, che il caos si afferma ed allarga. In una
interdipendenza che cresce nel vuoto politico (e democratico) e dalla paura che
nasce dalla riconosciuta vulnerabilità.
Di qui il bivio con il quale Pre Shankar Yha chiude
il libro, possiamo avere da ora in avanti (p.654):
-
L’affermazione
di un nuovo potere imperiale, con tutte le sue conseguenze e con la tensione di
passaggio prevedibile;
-
L’insorgenza
cooperativa di un “Commonwealth” in un mondo multipolare nel quale si affermino
organismi di regolazione nuovi e più efficaci.
Per capirne qualcosa bisognerà avvicinarsi di più.





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