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sabato 17 giugno 2017

Prem Shankar Yha, “Il caos prossimo venturo”


Proseguiamo la ricognizione ne “La grande partita” in corso da decenni e che potrebbe avvicinarsi ad un punto di svolta, per la crescente insostenibilità delle posizioni di interdipendenza squilibrata, e quindi, vulnerabile che si sono gradualmente create nel mondo, con la lettura del monumentale saggio di un importante economista indiano: Prem Shankar Yha. L’autore scrive “Il caos prossimo venturo” nel 2006 ma ne avvia la gestazione alla fine degli anni novanta, quando risiedeva per studio e lavoro negli USA.
Il motore della crisi, che è descritta nel libro facendo ampio uso degli schemi esplicativi di Braudel, Arrighi e Wallerstein, è determinato per Shankar Yha dalla rottura del “contenitore” nel quale era cresciuto il capitalismo moderno: lo “Stato Nazione”. Questa crisi, causata dal ‘capitalismo’ (ovvero dallo spirito dell’alta finanza e dalla prevalenza delle grandi imprese internazionalizzate, che controllano ormai i due terzi del relativo commercio), è senza soluzione nei suoi termini. Ciò vuol dire che non ci sono vie di uscita dalla una situazione che genera in modo crescente caos e violenza nei termini del sistema autoregolato che l’ha generata; solo un’azione concertata al livello adeguato potrà rallentare la trasformazione al punto da poterla controllare (un’idea che prende da Polanyi). È proprio l’autoregolazione (ovvero la regolazione da parte dello spirito immanente del capitale) a determinare questo inesorabile e insostenibile incremento progressivo di interdipendenza, competizione e vulnerabilità (dunque paura), solo la sua fine potrà riportare un ordine.

I fenomeni sui quali l’autore appoggia la sua tesi sono sotto gli occhi di tutti: da quando la crisi sistemica si è manifestata, gli anni settanta, la disoccupazione è cresciuta dalla media ex ante inferiore al 2% fino ai valori vicini al 10% odierni; contemporaneamente la perdita della sicurezza del lavoro e delle protezioni ha ridotto il differenziale, una volta enorme, tra il reddito medio del lavoratore in occidente e nei paesi periferici. Questa immane trasformazione è stata resa possibile dal cambiamento tecnologico che ha ridotto i costi di trasporto (mentre una politica commerciale costrittiva, come mostra, ha ridotto le protezioni) mentre la IT ha consentito con efficacia mai vista di dislocare la produzione nelle aree di minore costo (e protezione ambientale o per la sicurezza) lasciando il controllo e i margini di profitto centralizzati. Il gioco al ribasso del capitale è così senza soluzioni entro la sua logica, infatti tutto ciò si lascia descrivere come “più efficiente”.

Come capita molto spesso, in analisi così larghe e al fondo disperate, la ferrea logica di Yha lo porta a definire unica via di uscita un “Commonwhealt” allargato al mondo intero; quindi un quadro legislativo mondiale ed un sistema di regolazione globale. Un concetto vago e insufficiente, che dovrebbe passare per un necessario equilibrio di potenza o per una leadership alla quale lo studioso indiano, che scrive a ridosso del fallito tentativo americano di imporsi in una veste imperiale, non crede.
Ci torneremo, ma l’inevitabilità della rottura dell’involucro dello Stato-Nazione, per effetto della forza dirompente della condizione di possibilità tecnologica, e quindi la ricerca di un nuovo involucro mondiale, sia pure multilaterale e pluriculturale, mi pare infatti dipendente da due premesse implicite nascoste:
-        che ci sia un telos nella storia e non si possano quindi dare “ritorni” (se non per via di “regressi”), ovvero dall’espressione di una inconsapevole tesi ‘progressista’;
-        che la tecnologia spinga sempre verso il decentramento produttivo, appianando i fattori in modo tale che prevalga sempre quello marginalmente più conveniente; questa tesi andrebbe esplorata più profondamente ed i dieci anni passati potrebbero far intravedere nuovi sviluppi nella “piattaforma produttiva”;
-        terzo, che i fattori culturali e politici siano sovrastrutturali e derivati, mentre determinano una potente interazione, dunque l’attuale perdita progressiva di egemonia della cultura mondialista e neoliberale potrebbe intervenire, insieme alle lotte dal basso dei perdenti della trasformazione del quarantennio trascorso, e fare la differenza nel determinare nuovi punti di equilibrio.

L’equilibrio di potenza che si potrebbe riaffermare nello scontro tra logica selvaggia dei capitali mobili e regolazione della vulnerabilità dovrebbe essere fatto di tutte queste cose insieme.

Come abbiamo già scritto, nel post “La grande partita”, era stata formulata a tale proposito l’ipotesi che si stia intravedendo una possibile transizione (incerta come tutte) dal globalismo umanista di Obama, versione soft dello sforzo di riaffermazione imperiale di cui anche questo libro parla, all’apparente unilateralismo muscolare di Trump, che invece può essere (in un paradossale rovesciamento) la condizione di un nuovo multilateralismo. E che questo sia solo un sintomo di un sottostante largo scontro egemonico tra sistemi di élite, e connesse aree di consenso, entro il capitalismo anglosassone.
Il rovesciamento del senso apparente si afferma in quanto il globalismo, anche quando umanista, è intrinsecamente imperiale, ma rischia di portare all’impero “sbagliato” e, d’altra parte invece, il rispetto dell’equilibrio tra nazioni è la condizione prima della creazione di un effettivo multilateralismo in cui ad ognuno siano riconosciuti i mezzi per ridurre la vulnerabilità.

C’è quindi la possibilità che si sia ad un punto di biforcazione dei sentieri, come tutti intrinsecamente instabile, nel quale diversi network organizzativi ed agenti competono per attrarre capitali e risorse verso i propri schemi. Provando ad essere molto sintetici, al prezzo della semplificazione di ciò che è complesso, quindi di uno scontro tra diversi schemi di espansione produttiva, commerciale e finanziaria il cui nucleo è il capitale mobile (quel che si chiama in genere “finanziarizzazione”) sfuggito, nella sua logica autopoietica, alla capacità di servire gli obiettivi di lungo termine, ed in particolare quell’insieme di istituzioni, esigenze, rappresentazioni, nuclei identitari, patti e tradizioni narrative che chiamiamo “nazioni”. Ma sfidare l’egemonia del capitale finanziario mobile significa andare allo scontro con un potentissimo network informale di tecnici (con relative tecniche e saperi), istituzioni sia pubbliche sia private sia ibride, luoghi di addensamento, discorsi e agenti (economici e politici).

Porre in questi termini il discorso significa anche cercare di andare oltre la buona o cattiva volontà (e sincerità) dei singoli, ma cercare di individuare le forze ed esigenze più profonde in campo; la globalizzazione sotto egemonia della finanza erode costantemente le basi del potere economico, politico e militare imperiale. Dunque l’interesse a breve termine sta andando in conflitto con il destino a lungo termine. Ma, a ben vedere, va in conflitto anche con la stessa sopravvivenza a breve termine, date le conseguenze sociali, la disgregazione, l’immane distruzione di risorse umane, l’annientamento di ogni centro politico in tutto l’occidente.

Torna, dunque, il momento delle scelte.



Venendo al testo del 2006, il concetto descrittivo principale derivato dalla lettura di Braudel, è che sotto la spinta della innovazione tecnologica (ed in questo caso della rivoluzione informatica) ad un certo punto le società perdono la capacità di assorbire le tensioni perché le istituzioni che le caratterizzano non riescono a garantire la sicurezza necessaria e la stabilità indispensabile a riprodursi. Il capitalismo è infatti caratterizzato da numerose funzioni interconnesse: la produzione, la commercializzazione e la finanza, a loro volta collegate con le strutture della vita quotidiana. Quando tutte queste funzioni sono incapsulate in una struttura sociale, economica e politica abbastanza coerente e dotata di stabilità e legittimità, il capitalismo è in qualche modo “contenuto” e insieme protetto. In questo “contenitore” il capitalismo è messo al sicuro, e capace di riprodursi con una stabilità che trova espressione normalmente in una unità politica e militare.
Ma l’idea che Shankar Yha trasporta dalle letture di Braudel (espressa, anche se con più prudenza anche da Arrighi) è che “la tecnologia è il motore dell’inesauribile crescita del contenitore negli ultimi sette secoli, perché ogni nuovo sviluppo tecnologico ingrandisce la scala economica minima di produzione” (p.56). Sulla base di questa netta affermazione, centrale nella logica del testo, è chiaro che la globalizzazione, pur con tutte le distruttive conseguenze che il testo mette in grande evidenza, è incorporata nel telos dell’umanità.

Di seguito l’autore specifica che “anche la dimensione minima di una efficiente rete autonoma indipendente di relazioni economiche, vale a dire di una ‘economia’ efficiente, è cresciuta in ciascun ciclo di espansione capitalistica, fino a travalicare, nell’ultimo quarto di secolo, i confini politici di una nazione pure grandissima come gli Stati Uniti”. In questo senso il “capitalismo fa esplodere il suo contenitore”, ma nel farlo deve necessariamente cercare subito un altro schema di sicurezza, ovvero “la sicurezza in un altro [contenitore]”. Anche se esso ora vede come ostacolo alla sua crescita le vecchie istituzioni che gli garantivano la sicurezza della riproduzione (ma contemporaneamente lo ingabbiavano), e dunque cerca di superarle, il capitale ha sempre bisogno anche della garanzia di una forma statuale (è una delle posizioni più chiare in Braudel, il capitale è talmente sopra la scala del mercato e della vita quotidiana che ha bisogno di protezione, è in effetti intrecciato allo Stato). Come abbiamo visto questa logica, apparentemente inesorabile (ma implicata in una metafisica), porta l’autore a considerare che l’unica via di uscita è un “commonwhealt” mondiale che stabilizzi la corsa del capitale e la riproduzione della società.

In definitiva dunque facendo “esplodere” il contenitore il capitalismo si pone in conflitto con esso. Ecco perché il conflitto centrale è per Shankar Yha quello tra capitalismo e Stato Nazione.
Nel porsi in conflitto, quando nessun altro schema d’ordine (l’altra coppia centrale è ordine/caos) è disponibile, il capitalismo mondializzato in cerca della propria condizione di efficienza, però, opera spontaneamente incrementando l’interdipendenza. Ma l’interdipendenza senza ordine è fonte di paura. Dunque “la paura è una conseguenza inevitabile della rapida crescita della interdipendenza economica che è stata causata dalla globalizzazione del capitalismo” (p. 609). Quando manca un “contenitore”, cioè uno schema di ordine robusto abbastanza ed accettato, però l’interdipendenza (che in altre circostanze può essere utile) determina “vulnerabilità”, e questa “paura”. La vulnerabilità fa nascere il desiderio di controllo, e questo può condurre anche alla guerra.

Ecco dunque presentata, in estrema sintesi, la fonte del “caos sistemico” (Arrighi).

La soluzione proposta sarà di “rallentare” (Polanyi) per dare il tempo di produrre le istituzioni e gli accordi che facciano da “contenitore” al capitalismo che ormai sta industrializzando e intrecciando con i relativi scambi interdipendenti (di flussi finanziari e reti di relazione produttiva prima ancora che commerciale) l’intero pianeta. Ovviamente con esclusione delle sempre presenti aree periferiche e di quelle “inutili” per le quali il destino riserva la peggiore condizione.

Prem Shankar Yha

Questo libro dunque reagisce da una parte all’entusiasmo ingiustificato che l’autore aveva percepito nelle università americane nei primi anni novanta, quando sembrava che il mondo si fosse improvvisamente aperto. Dall’altro alla logica conseguenza di quella hybris: il tentativo di far cessare l’assetto dello Stato westafaliano (ovvero dello Stato sovrano ed indipendente), sul quale era stato costruito dal 1600 la crescita stessa del capitalismo ed alla fine il suo disciplinamento faticoso. E quindi quello di porsi, da parte degli Stati Uniti come unica potenza imperiale (esemplificato nel nuovo corso del WTO, ma soprattutto nelle guerre del Kossovo e dell’Iraq).
Infine, siamo nel 2006, prende anche atto del fallimento palese di tale tentativo, e della distruzione del patrimonio egemonico statunitense che ne segue.


Dunque da una parte abbiamo quindi un movimento auto propulsivo, reso possibile da una condizione tecnologica innovata, che tende a far saltare i vecchi schemi e massimizzare la propria efficienza, riportando il mondo indietro alle condizioni del XIX secolo (p.41). Dall’altra uno Stato ex egemone, che nel tentativo di riportare sotto controllo le conseguenze necessarie di tale movimento, prova a imporre al mondo intero le proprie regole, fallendo. Un discorso per certi versi simile lo fa Emmanuel Todd pochi anni prima in “Dopo l’impero”.

Tutto appare a Yha quindi in movimento verso un crescente stato di disordine e violenza, ed essenzialmente per l’eccessiva velocità con la quale procede la trasformazione, sotto la spinta di forze irresponsabili.

L’avvio della ricostruzione, che è davvero ampia e di grande interesse, parte da questo entusiasmo anni novanta. Ne sono espressione la coppia di studiosi formata da Fukuyama “La fine della storia e l’ultimo uomo”, e Samuel Huntington “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, che escono nell’arco di pochi anni e riavviano un intenso dibattito. La democrazia sarebbe, per il primo, la forma finale del governo umano e il termine della evoluzione e anche delle guerre. Per il secondo lo scontro sarebbe per un poco continuato tra civiltà diverse; invece di avere un mondo che al termine sarebbe diventato omogeneo e l’economia unica, come voleva Fukuyama, le linee di faglia quindi rimarranno. Le società, insomma, si modernizzano sul piano tecnologico, ma non si occidentalizzano. In conseguenza il mondo sarà sempre multipolare e caratterizzato da più civiltà, dunque il conflitto si sposterà sulla pretesa dell’occidente di avere un set di valori universali, per loro natura eguali per tutti. Unico modo per Huntington di evitare uno scontro generalizzato è accettare quindi tale condizione: la civiltà occidentale è unica ma non universale.
La tesi di Huntington, per Shankar Yha, è quindi che neppure lo Stato-Nazione è destinato a sparire, al contrario le identità culturali sarebbero state il suo futuro collante (p.49). Ma si tratta di una tesi del quale lo stesso studioso americano in qualche modo non è del tutto consapevole (cfr, p.53).

Nella versione addomesticata, per la quale alla fine l’occidente è aggredito dalle altre civiltà, ma conserva la sua carica espansiva universalista, queste due tesi sono divenute “il fondamento del pensiero liberale” sulla mondializzazione.




Nella parte successiva Shankar Yha riassume la storia dei cicli di espansione del sistema capitalistico, in “involucri” sempre più grandi. Si parte dal capitalismo delle città stato italiane, Venezia e Genova, imperniate su commerci di lunga distanza su rotte protette e una industria intrecciata con la nascente finanza. Quando la competizione iniziò a farsi troppo aspra si avviò quella che Braudel chiama la guerra dei cento anni italiana (combattuta da soldati di ventura), dal 1330 al 1454 al termine della quale il capitalismo cambiò circuito di valorizzazione.
Dopo una breve tappa in Spagna, sulla base di commerci ad un raggio significativamente più lungo e con costi di protezione enormemente superiori che rendevano necessarie diverse tecnologie e moduli organizzativi, sarà il turno dell’egemonia dei capitali e dei mercanti olandesi (p.79), cui fa seguito il lungo secolo inglese, nel quale lo Stato Nazionale vero e proprio assume per la prima  volta  un ruolo di organizzazione e protezione (anche finanziaria) centrale (p.87).
Seguirà il secolo americano e quindi, dopo la crisi degli anni settanta, l’apertura del caos sistemico (p.105).



Non mi dilungo in queste descrizioni, perché sono piuttosto simili a quelle lungamente descritte da Arrighi in “Il lungo XX secolo”, ed in “Caos e governo del mondo”, dunque vale la pena di rimandare ad esse.

Quel che è importante è che quando si apre la crisi sistemica, il cui evento simbolo è la rottura della convertibilità del dollaro in oro nel 1971, la crescita economica e gli investimenti rallentano, la crescita della produttività diminuisce e aumenta la disoccupazione. I dati che l’autore presenta sono inconfutabili (fonte Ocse, tab 31., 3.2, p.107), il calo è da uno a due punti (ovvero da 4 a 2), in pratica la crescita si dimezza. Crescono anche gradualmente ma inesorabilmente la disuguaglianza, l’insicurezza e la deindustrializzazione delle economie ad alte retribuzioni (p.117).
Insomma, finisce l’età dell’oro.

Ci sono sette spiegazioni per questo fenomeno:
1-     Il rallentamento della crescita è causato dall’avvicendamento di una nuova generazione più edonistica e meno portata a lavorare duro;
2-     Cala la propensione al lavoro ed al risparmio per effetto dell’alta tassazione e della stretta regolazione, unitamente all’inflazione. Fattori che spingono ad avere incertezza verso il futuro;
3-     Fu causata dai prezzi del petrolio,
4-     Fu causata dal rallentamento dei profitti per effetto della piena occupazione, dalle difficoltà dell’egemone statunitense (che provocò la spirale inflattiva per effetto della minore disciplina sui paesi produttori di materie prime), da un cambiamento nella natura dello Stato (che spostò l’enfasi sul controllo della stabilità monetaria con conseguenti politiche deflattive),
5-     Fu semplicemente l’effetto dello spostamento dell’occupazione dall’industria al terziario, che è un settore con minore crescita della produttività e quindi anche dei salari,
6-     Fu un effetto della riduzione delle opportunità di investimento,
7-     Fu la conseguenza della globalizzazione, in particolare del fatto nuovo che mentre i capitali erano liberi di spostarsi, e le tecnologie consentivano nuovi livelli di coordinamento con poco attrito, i lavoratori non erano più liberi di spostarsi. Nel XIX secolo, l’altra epoca di globalizzazione, non era stato così.

L’ultima osservazione è particolarmente importante; infatti se un’economia raggiunge il pieno impiego e continua a crescere ad un certo punto dovrà ricorrere all’immigrazione, normalmente nei settori a minore valore aggiunto. L’autore illustra il modello a pagina 136: se l’economia fosse chiusa e la produttività crescesse in modo differente tra servizi e settore produttivo industriale, la disoccupazione sarebbe assorbita dalla seconda fino a che la prima (settore agricolo incluso) ha manodopera da prestare. Quando non ce ne è più (o non si riesce a liberarla aumentando la produttività in questi settori con opportuni investimenti) e la produttività del settore produttivo industriale continuasse a crescere più velocemente ci vorrebbe immigrazione per chiudere lo spazio e non scaricarlo in aumento dei salari, a danno della remunerazione del capitale. Secondo questo modello ipersemplificato anche se ci sono scambi la cosa nel suo complesso non cambia molto, i settori meno produttivi si spostano all’estero. Ma quando si considerino che alcuni servizi non sono scambiabili e quindi non possono spostarsi, o essere acquistati dall’estero, resta solo l’immigrazione.
Ma quel che è successo negli anni settanta e seguenti è che la radicale liberazione dei flussi di capitale ha offerto, in dimensione tale da fare la differenza (anche se gradualmente), un’alternativa all’importazione di forza lavoro meno esigente ed a basso prezzo: lo spostamento dei cicli produttivi, decentrandoli. Si è trattato dell’applicazione congiunta di una serie di innovazioni tecniche, organizzative, regolamentarie e culturali. Ha iniziato il Regno Unito, che tra il 1874 ed il 1983 ha perso il 9% di occupati all’industria (da 34 a 26%), per poi calare nel 1990 al 20%. La produzione industriale cala del 18% e i disoccupati salgono a tre milioni di persone nel 1983, al netto degli incrementi dovuti alla scoperta del petrolio nel Mare del Nord il Pil cala del 2%. Questo esempio si generalizza nel decennio successivo.
L’autore si richiama ad un libro del 1989 di Rowthorn e Wells “Deindustrialisation ad foreign trade” per introdurre la distinzione tra una deindustrializzazione “positiva” e “patologica”: a prezzi costanti, e non correnti; quando si ha uno svuotamento del Pil derivante dall’industria secondo gli autori si ha infatti patologia e non fisiologia della crescita. L’analisi puntò l’attenzione sull’effetto della rivalutazione della moneta (e quindi la perdita di competitività di prezzo dell’industria) derivante dalla scoperta del Mare del Nord. Tuttavia, questa distinzione, con la sua relativamente complessa analisi per la quale devo rimandare al libro (pp.148-154) si presta a mostrare che quando si è in presenza di scambi commerciali e di possibilità di investimenti diretti all’estero c’è anche un altro punto di equilibrio possibile: le industrie che non riescono più a competere con le merci prodotte all’estero nel mercato interno de localizzano. Quella quota che si sposta determina allora una perdita netta di occupazione nel paese, inoltre aumenta le importazioni, e non viene assorbita dal settore dei servizi (è quella che l’autore chiama la “fase 3” dell’industrializzazione).

I dati Ocse mostrano che gli Stati Uniti, il Regno unito, la Germania, il Canada sono passati in questa fase nel 1974, mentre la Francia nel 1978 e l’Italia nel 1990. Sono gli anni in cui i paesi dell’est asiatico si industrializzano in modo accelerato, le esportazioni da questi paesi letteralmente esplodono.

Dunque è la crescita della produttività che mette pressione ai profitti nei settori meno dinamici dell’industria sotto il profilo tecnologico, e abbassa in essi il tasso di rendimento del capitale, perché non possono seguire gli incrementi di costo del lavoro che i settori dinamici trascinano. Se non può scaricare (o sufficientemente) questa tensione, creando un settore a bassi salari, meno protetto, l’industria si sposta sotto pressione della concorrenza di prezzo delle importazioni. Questo avviene ovunque nell’arco di poco più di un decennio.

Ma, si chiede Prem Shankar Yha, “perché il capitale si sente obbligato a spostarsi fuori del paese di origine per sfruttarlo”? La sua risposta è che si tratta della risposta a due fenomeni:
-        la compressione di spazio e tempo causato da un pacchetto di innovazioni, tecnologiche e regolamentarie,
-        e il blocco degli spostamenti transfrontalieri delle persone. Ovvero dell’effetto del consolidarsi dello Stato Nazionale dalla fine del XIX secolo in poi.
In questo appare anche la fondamentale differenza tra la globalizzazione della fine del XIX secolo, che era essenzialmente commerciale mentre la produzione restava ben ancorata ai paesi occidentali di provenienza, e quella contemporanea. “nel XIX secolo non soltanto il capitale, ma anche la forza lavoro era libera di spostarsi attraverso i confini nazionali. Al contrario, oggi il movimento della forza lavoro attraverso i confini nazionali è un fenomeno marginale e il più delle volte illegale. È questa la ragione che ha costretto il capitale a far esplodere i limiti dello Stato-Nazione” (p.173).

Bisogna notare che quel che fece affermare le restrizioni, dopo il 1880, fu il timore per i salari e la sicurezza dei posti di lavoro (gli immigrati tendono a competere su entrambi), cioè fu il movimento dei lavoratori. Infatti le tre ondate di migrazione, per seguire lo sviluppo tecnologico contenendo il costo del lavoro, si erano avute nel 1600-1700 (importazione di schiavi), alla metà dell’ottocento verso i centri industriali (oltre 50 milioni di persone dalle parti povere dell’Europa verso gli USA), l’importazione di irlandesi ed altri in Inghilterra alla fine dell’ottocento, ma poi i movimenti di difesa della società del lavoro indussero gradualmente i governi ad imporre limiti. Questi “fecero sì che gli enormi aumenti di produttività dell’età dell’oro portassero ad una piena occupazione prolungata nei paesi industrializzati, a una rapida convergenza dei livelli retributivi e, soprattutto, a una rapida divaricazione tra le retribuzioni dei paesi industrializzati e quelle dei paesi di nuova industrializzazione in Asia e America Latina. Con i vincoli allo spostamento della forza lavoro verso i paesi industrializzati, il capitale cominciò [allora] a spostarsi nei paesi in cui i salari erano bassi [e le condizioni di connessione, infrastrutturazione e regolazione lo consentivano]”.

Il capitale, spostandosi tumultuosamente, per superare i vincoli posti dallo Stato Nazionale alla riduzione dei costi produttivi (vincoli imposti a protezione della coesione sociale e della tenuta politica, cioè effetto della democrazia allargata anche ai lavoratori), ha quindi cominciato a distruggere sia l’istituzione del mercato nazionale (definita come quell’area nella quale non si registrano svantaggi sistematici verso chi vi è incluso), sia tutta l’architettura di leggi, convenzioni ed organizzazioni che nell’arco di oltre due secoli erano in qualche misura riuscite a “sorreggerlo e umanizzarlo” (p.193). Lo ha fatto specificamente allargando l’area nella quale non si registrano sistematici svantaggi all’intero pianeta (o a buona parte di esso), e creando quindi il “mercato globale”.
Bisogna notare che tra questo e il “mercato nazionale” (ovvero la presenza di barriere significative che identificano vantaggi selettivi per le diverse aree nazionali) c’è una “contraddizione irrisolvibile”. Perché il secondo è di un “ordine logico” diverso da quello nazionale (viene qui fatta valere la distinzione di Braudel): il primo è guidato dalle forze della competizione e tende a seguire le proprie norme interne, il secondo dalle forze della regolazione per salvaguardare la coesione sociale. Il secondo è cioè effetto di forme specifiche di protezionismo e della limitazione della libertà dell’individuo.

La riduzione della forza delle difese porta in questi anni di nuovo verso forme di capitalismo “manchesteriano” (proprio dell’avvio del XIX secolo) e favorisce una forma di competizione “tra giganti”, con conseguente eliminazione di tutti gli operatori minori. L’autore porta ad esempio la parabola dell’autotrasporto in USA (dalla selvaggia fase sregolata iniziale, alla insorgenza di potenti sindacati e della regolazione che ha protetto i redditi e favorito l’articolazione del settore, alla de regolazione che ha riportato alla situazione ex ante).

Questo evento muove dal 1971 ai primi ottanta, quando l’esposizione del sistema bancario cresce di venti volte in un decennio, ed il deficit della bilancia dei pagamenti USA passa da 200 a 500 Mld di $. Dopo una prima fase di tassi alti (che contribuisce a provocare come reazione la creazione delle associazioni tra i fornitori di materie prime e l’esplosione dei prezzi relativi), dal 1982 gli USA rinunciano a richiamare i capitali e tengono bassi i tassi, il deficit cresce ed esplodono gli IDE all’estero (p.218). Ci sono anche altri fattori complementari ed importanti: la spinta a massimizzare i profitti a breve termine, ed il ritorno alla flessibilità dei prezzi, insieme alla “crisi della socialdemocrazia”, che smette di resistere alla trasformazione.

Esplode la crisi dello stato sociale, della contrattazione collettiva e le disuguaglianze. Quindi si divarica la forbice reddituale entro le società, si diffondono gli scambi e ritorna il tema del pauperismo. Inoltre si allarga la forbice tra le nazioni, i dati dicono, malgrado l’apparenza, che questa si è allargata di sei volte (dati a pagina 288) ed è nato un “sottoproletariato globale” (p.304) che in questi anni si sta nuovamente muovendo.

Tutti questi elementi sono connessi nel determinare la fine del capitalismo organizzato ed il caos sistemico.

Dunque quando gli USA percepiscono la fine della loro egemonia economica, e cominciano a  capire che per mantenere il proprio tenore di vita (ovvero la propria coesione politica) devono attrarre “un tributo” dal resto del mondo in misura sempre maggiore (vedi Todd), allora cominciano ad imporre una liberalizzazione spesso unilaterale dei commerci (costringendo i paesi ad abbattere le difese, in alcuni casi conservando le proprie come nel cruciale settore agricolo) attraverso il Tokyo Round dei negoziati per il commercio e direttamente intervenendo militarmente nel far crollare l’ordine westfaliano. Il primo fattore (nascita del WTO) è spiegato a p. 340, il secondo a partire dall’evento scatenante del 1989 e la ripresa della dottrina (che qualifica come “razzista”) del “destino manifesto” di Wilsoniana memoria.

Esprimono questa svolta culturale Kaplan, Kronthammer, Kagan, Perle.


Si comincia in definitiva una politica affermativa per il dominio diretto del mondo, spesso sotto lo schermo dei diritti umani (p.381), di cui uno dei più importanti banchi di prova è l’attivo smembramento della Jugoslavia in particolare nel Kosovo (1996-99). Si tratta di una delle regioni più importanti e storiche della nazione serba (l’esempio che fa l’autore è la Virginia per gli USA), interessato da un crescente movimento indipendentista che ottiene la più completa copertura da parte dell’occidente. Per Shankar Yha è un poco come se l’Europa appoggiasse una richiesta violenta di indipendenza prima di un piccolo gruppo e poi di una attiva minoranza in Virginia o in Catalogna, impedendo ai relativi stati o federazioni di reagire. La descrizione che è molto lunga ed interessante è tra le pagine 393 e 423. Alla fine la Serbia fu, come noto, bombardata fino a che non dovette cedere la regione. In sostanza si è trattato della “guerra aerea contro la Serbia come tentativo di sostituire all’ordine westfaliano un nuovo ordine, strutturato dome un impero americano” (p.423).

Ma si continua con l’Iraq. È qui, da p. 426 a 534, che crolla l’ordine imperniato sulla inviolabilità degli stati sovrani e la tutela in tal senso dell’ONU. Alla fine di una lunga e penosa vicenda di bugie e trattative diplomatiche gli USA e il loro alleato britannico (ma c’eravamo anche noi, come in Kosovo), usando il pretesto dell’11 settembre, hanno invaso l’Iraq senza alcuna copertura legale.
Il prezzo è stato enorme, in pochi anni gli USA hanno distrutto l’egemonia che avevano costruito dal dopoguerra insieme agli elementi di guida multipolare che erano stati assemblati.



È qui, dal fallimento del tentativo di riaffermazione imperiale diretta, che il caos si afferma ed allarga. In una interdipendenza che cresce nel vuoto politico (e democratico) e dalla paura che nasce dalla riconosciuta vulnerabilità.

Di qui il bivio con il quale Pre Shankar Yha chiude il libro, possiamo avere da ora in avanti (p.654):
-        L’affermazione di un nuovo potere imperiale, con tutte le sue conseguenze e con la tensione di passaggio prevedibile;
-        L’insorgenza cooperativa di un “Commonwealth” in un mondo multipolare nel quale si affermino organismi di regolazione nuovi e più efficaci.



Per capirne qualcosa bisognerà avvicinarsi di più.

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