Il libricino di
Anselm Jappe, un filosofo che insegna in Italia, è del 2013. Appena una
cinquantina di pagine, e pure piccole. In pratica come uno dei post più lunghi
di questo blog. Tuttavia solleva in modo tutto sommato interessante dei temi
centrali anche se lo fa con un linguaggio che per molti può essere desueto, ma
in effetti parla di cose che interessano più o meno tutti.
Quando pone la questione, chiaramente marxiana, del
valore ‘astratto’ e di quello ‘concreto’ (o connesso con il lavoro “vivo”,
quello che facciamo nel tempo reale, appunto, della vita), e della riduzione di
questo ultimo nella piattaforma produttiva del nuovo capitalismo, sta ponendo
la questione che il lavoro coinvolge in
posizione realmente utile, quindi produttiva, sempre meno e gli attribuisce
sempre meno valore, dal momento che sempre più è catturato dal capitale
(valore “astratto”) e dalle “macchine” (ovvero dall’insieme tecnico che rende
possibile l’inserimento di input di lavoro nel circuito che lo rende
scambiabile).
Jappe ricorda che definitorio
della “ricchezza” è l’accumulo di segni di valore verso i quali si ha
fiducia. Che questi “segni” (il “denaro”) non sono in rapporto diretto con i
beni che servono all’uomo, ma ne sono il
“mediatore universale”.
Per capire il punto un modo è riconoscere che se, per
effetto di una generale crisi di fiducia (con il meccanismo del momento Minsky,
come nel 2007-8) il “denaro” crollasse, ovvero non potesse più essere segno
della ricchezza, quindi del potere, i beni resterebbero. Come mostra anche
Keynes sarebbero ancora presenti, ma un guasto nel meccanismo li renderebbe
indisponibili. Avremmo quindi beni da una parte e bisogni dall’altra; persone
che possono lavorare e condizioni del lavoro che non si connettono; immane
collezioni di merci e disastrose masse di indigenti dall’altra. Ciò che sarebbe
successo è ‘solo’ che il denaro, come mediatore universale, sarebbe venuto
meno.
Ciò è possibile (per quanto improbabile in questa forma, ma in
sedicesimi costantemente davanti a noi) perché
abbiamo creato un sistema che di fatto esiste solo per moltiplicare “il
mediatore”, e non la cosa mediata; un’autentica inversione di senso.
Ecco che in questo senso si può comprendere la
distinzione tra denaro “reale” e denaro “fittizio”. Il primo, con le sue
parole, “è ‘reale’ solo quando è espressione di un lavoro veramente eseguito e
del valore in cui questo lavoro si rappresenta. Il resto del denaro non è che
una finzione che si basa sulla sola fiducia reciproca degli attori – una
fiducia che può svanire, come si vede attualmente” (p.10).
Per fare mente locale prendiamo una breve descrizione
dell’infarto del 2008 che avevo fatto
in “Alesina 20 agosto 2007: logica ed etica”
Molto brevemente: a luglio Bear
Stearns, una banca d’affari, annuncia che due suoi headge fund saranno
insolventi, e Ben Bernanke, nuovo Presidente della FED, dichiara che la crisi
dei mutui sub-prime potrebbe costare fino a 100 miliardi di dollari.
Ad agosto anche BNP-Paribas fa lo stesso annuncio perché dichiara
di “non poter più valutare i suoi patrimoni”. Il problema è che, in quel mese
in cui il pompiere Alesina fa il suo lavoro, i CDO non sono più prezzati dal
mercato. Quel particolare “mercato” non è più liquido, nessuno li vuole perché
nessuno ha più fiducia di poterli valutare e soprattutto rivendere (come sanno
tutti, meno gli economisti neoclassici, nelle attività commerciali si compra
solo se si pensa di poter rivendere).
Ancora in quel mese, cioè in quel preciso momento, su tutti i
mercati interconnessi della finanza internazionale (in Europa e America) cala
il gelo: le banche chiudono il mercato interbancario e rifiutano di prestarsi a
vicenda. La BCE fa quel che Alesina loda: immette d’urgenza 95 miliardi di
nuova moneta fiduciaria elettronica (linee di credito) nei mercati finanziari,
in questo modo chi ha bisogno di prestiti può averli dalla BCE (impegnando
“collaterali” via via di minore qualità, fino alla “spazzatura” che in alcuni
casi accetta oggi). Subito dopo ne immette altro 109. Lo stesso fanno, con
cifre che non si riesce bene a ricostruire sia la FED la Banca centrale del
Canada, la Riserva Australiana, la Banca del Giappone.
Il 17 agosto 2007, tre giorni prima dell’articolo di Alesina,
Bernake riduce leggermente i tassi di interesse. Anche lui non crede che i
mercati possano davvero perdere equilibrio.
E che succederà subito dopo.
A settembre il Libor (tasso al quale le banche si prestano il
denaro) sale oltre il tasso ufficiale della Banca di Inghilterra di un punto,
dal 1998 è la prima volta che succede di nuovo (crisi del sud-est asiatico).
Dopo il 1929, per la prima volta in assoluto, si assiste ad un
evento che si credeva cancellato per sempre: una corsa agli sportelli di una
banca. E’ Northern Rock,
il cui modello di business era prestare a breve termine alle altre banche (non
aveva CDO e non emetteva mutui). La BoE la salva con 15 miliardi di sterline e
apre altre linee per 10 miliardi.
La FED cala il tasso al 4,75%.
Ad ottobre, siamo a due mesi dalla profezia tranquillizzante di
Alesina, l’UBS (la più autorevole banca svizzera)
dichiara perdite per 3,4 miliardi per CDO. Citigroup in USA fa lo stesso per 9 miliardi
(poi a marzo 2008, alla fine, ammetterà che la perdita era di 40 miliardi). Merryl Linch dichiara perdite per 7,9 miliardi, il
CEO si dimette.
A dicembre accade l’impensabile. Bush vara il più grande
intervento governativo a salvataggio dei mercati finanziari e dei mutuatari
diventati insolventi (ed i cui valori delle case erano calati da tempo sotto il
valore dei debiti) di tutti i tempi.
La FED, insieme alle altre Banche Centrali (incluso BCE) vara
quindi crediti “illimitati” alle banche per garantirle contro il “credit
crunch”.
Ma a gennaio 2008 i mercati azionari crollano di nuovo
(travolgendo i risparmi di chi avesse creduto all’articolo di Alesina), e la
FED abbassa i tassi ancora. La Mbia apre un altro fronte, quello delle
assicurazioni, dichiara perdite per 2,3 miliardi per aver assicurato (tramite
CDS) dei CDO che contenevano mutui sub-prime.
A febbraio 2008 il governo inglese nazionalizza Northen Rock e soprattutto, Bearn Stearns (che è la quinta banca di Wall Street)
è acquistata per un valore di 240 milioni da J.P.
Morgan Chase e riceve
contestualmente sostegno di denaro pubblico per 30 miliardi. In sostanza il
governo federale paga J.P.
Morgan per salvare Bearn Stearns.
A maggio la UBS dichiara altre perdite (37 miliardi) e
necessità di ricapitalizzazione (16 miliardi). Lo stesso fannoBarclays Bank e RBS.
A luglio 2008 la borsa inglese precipita e in USA il governo
federale sostiene con l’incredibile somma di 5.000 miliardi di dollari
(5.000.000.000.000 $) Fannie
Mae e Freddie Mac che emettevano mutui con la garanzia
implicita (che ora diventa esplicita) dello Stato. È 1/10 del PIL del pianeta.
Una somma più che sufficiente per spazzare via la fame nel mondo e buona parte
delle relative guerre.
Ad agosto, mentre i prezzi delle case continuano a cadere
ovunque (ovviamente molto di più dove più erano salite), il governo britannico
ammette quel che tutti sanno ormai: la recessione sarà dura e lunga.
A settembre 2008 il redde rationem: la borsa inglese crolla, Fannie Mae e Freddie
Mac sono nazionalizzate, Lehman Brothers annuncia perdite per 3,9 miliardi e
comincia a cercare un compratore. Sono giorni affannosi ben descritti in “Too big to fail”, un libro che
bisognerebbe leggere, che si concludono con il rifiuto di salvarla (pagando
l’acquirente) come fatto per Bear
Stearns ed il fallimento
della banca d’affari. È il 15 settembre 2008, la principale produttrice di CBO
(ed una delle banche più creative nel produrli in modo sempre nuovo) e molto
impegnata nel finanziamento in tutto il mondo di ogni genere di investimento
speculativo, immobiliare in primis, ma anche tecnologico o altro, fallisce
sotto il peso della totale illiquidità dei suoi titoli. Questo crollo lascia
anche i fondi monetari nei guai (i titoli erano depositati in fondi monetari).
E’ un infarto.
Il governo americano è ormai in preda al panico, e salva Merril Lynch (acquistata da Bank of America), poi
l’assicuratore più grande del mondo AIG per il quale viene messo insieme un
pacchetto da 85 miliardi che poi saliranno, quindi a Washington Mutual (che è una fondiaria). A Londra tocca
a Hbos.
Domenica 8 settembre il Congresso americano riceve e poi rigetta
il Piano Paulson che vale 700 miliardi, utilizzabili discrezionalmente dal
tesoro per salvare le banche in difficoltà.
Le onde d’urto si susseguono: Irlanda, Islanda, Belgio, Francia
(Dexia). LA FED estende il credito a tutti.
Ad ottobre il Congresso cede ed approva il Piano Paulson. Il
governo tedesco salva con 50 miliardi Hypo
Real Estate, l’Islanda nazionalizza tutte e tre le banche (il cui fatturato
era molto superiore al PIL del paese). Il governo inglese impegna altre 250
miliardi di sterline e poi altri 37.
Gli USA e la Gran Bretagna entrano ufficialmente in recessione.
A novembre le banche centrali abbassano ancora i tassi e il
governo cinese impegna 586 miliardi di aiuti. La FED altri 800. Di passaggio
inizia la crisi ucraina (il governo chiede al FMI di prestargli 16 miliardi).
A dicembre 2008 l’Ufficio Nazionale delle Ricerche Economiche
USA confessa che la recessione era iniziata a dicembre 2007, la FED abbassa i
tassi quasi a zero, siamo in condizione di “trappola della liquidità”. Ma non
solo in America, praticamente dovunque. Parte dei fondi del TARP vengono
dirottati per aiutare anche istituzioni non finanziarie (GM).
Il denaro
“fittizio” si era disciolto.
Ma anche se il redde rationem è stato evitato, per
ora, a prezzo di immani spese pubbliche per ricostruire piramidi di profitti
privati (da allora ancora aumentati), si registra una tendenza mondiale
apparentemente irresistibile alla svalutazione del denaro. Una tendenza che era
preesistente, ma ora è più visibile.
La tesi dell’autore in proposito è che “la sostituzione del lavoro vivo – la sola
fonte di valore, il quale, sotto forma di denaro, è l’unica fonte della
produzione capitalistica – con tecnologie – che non creano valore - ha quasi
finito per prosciugare la fonte del valore”.
È una tesi molto classica, in diversa versione la
ritroviamo in Paul Mason, in Wolfgang Streeck, in Gorz, ovviamente in Marx, in
innumerevoli critiche al capitalismo, alla tecnologia, alla distruzione delle
condizioni di riproduzione del valore per effetto dell’espulsione di sempre più
lavoro dal meccanismo di scambio.
Ma la questione non è che il lavoro sia divenuto
“cognitivo”, per effetto della rivoluzione informatica, o che la fabbrica
classica, fordista, sia sempre più marginale, e che dunque si sia prodotta “la
separazione tra produttori e mezzi di produzione”, come vorrebbe la “teoria del
capitale cognitivo” e del “general intellect” (p.17). Il fatto centrale è invece
che è stato potenziato il ruolo centrale
del “valore astratto”, che si sgancia, nella rete di rimandi
dell’iperconnesso capitalismo contemporaneo, autonomizzandosi, dalla produzione
di qualunque sensata collezione di beni d’uso o di servizi rivolti a
consentirne la fruizione. Queste funzioni di produzione diretta ed indiretta
diventano sempre più solo un’appendice, e sempre più marginale, di una
produzione di una “entità feticista”: il
valore come astratto generale.
Il punto di forza dell’analisi di Marx, il suo
carattere quasi unico nel genere, si manifesta qui con l’astrazione con la
quale conduce l’analisi delle forme che ha davanti agli occhi. Una potenza di
individuazione dell’unico nel multiforme, che la rende ancora utile, quando
tutto sembra cambiato.
Le categorie analitiche centrali dell’avvio del
“Capitale” (merce, lavoro, valore, denaro) sono denunciate da Marx come
“storiche” (dunque non proprie della natura umana), e soprattutto
“distruttive”, infatti, come dice Jappe “il dinamismo innescato da queste
categorie finisce per minacciare la stessa esistenza dell’uomo in società e le
sue basi naturali”. Il dinamismo, si
noti; è un poco il discorso che fa Marshal Sahlins, quando denuncia come “grosso
sbaglio” la concezione della natura umana dell’occidente capitalista, e
questo sin dalla famosa formula “homo
hominis lupus” di Thomas Hobbes. Queste dinamiche, fondate su una idea
impropria ed insostenibile di ciò che dovrebbe muovere l’uomo, sono infatti autoreferenziali
e autoaccrescitive; come un fungo stanno occupando tutto lo spazio disponibile
e finiranno per soffocare ogni umanità.
Il lavoro è sempre ‘concreto’, sempre si relaziona
all’altro e sempre produce qualcosa, ma anche è ed insieme sempre in principio misurabile (ed il capitalismo è
spirito di misura) come ‘astrazione’; è
questa astrazione ad ancorare il valore. Il valore si crea in effetti nella
proiezione sociale del calcolo dentro un sistema totale. Ma il punto vero è che
questo modo di presentarsi, per la
società, del lavoro e dei suoi prodotti (tutti) come valore misurabile,
omogeneizzabile e quindi scambiabile viene
prima dell’atto produttivo: ne è la causa.
È questo valore astratto, e preesistente perché causa
di ogni produzione (anche se la produzione è necessaria alla vita), che diventa
visibile nel “denaro”. Metto tra virgolette il termine perché qui si intende in
senso esteso, non solo le banconote e i segni informatici che determinano
credito sui nostri conti correnti, ma ogni titolo, impegno di pagamento,
garanzia collaterale, assicurazione, che viene moltiplicato all’infinito nella
interazione tra attori economici, a partire da “segni” materiali sempre più
distanti. Sono quelli che si sono dissolti all’istante nell’infarto del 2008 e
che hanno dovuto essere ricreati dal tanto vituperato Stato.
Ma il denaro, ovvero il valore astratto che questo rappresenta fino
a che se ne ha fiducia, è l’unica
concreta finalità che la nostra società conserva, ipnotizzata da ciò che
considera, nel circolo autofondato della sua tecnica, “efficiente”. Anzi, come
dicono alcuni particolarmente coerenti teorici neoliberali, l’efficienza è
l’unico principio di legittimazione dell’azione rimanente.
È chiaro quindi che questa tecnica ha come unico vero
soggetto capace d’azione il bisogno di crescere del capitale stesso. La
crescita è, a ben vedere, solo questo; ogni altra è effetto essenzialmente
secondario. Questo termine è ciò che nel gergo marxiano si chiama processo DMD’
come forma finale della follia della nostra società.
La conseguenza è che, come dice Jappe: “la produzione
capitalista produce solo accidentalmente ‘ricchezza’ nel senso di ciò che serve
alla vita umana”. E che soprattutto ciò accade per un motivo del tutto logico e
invincibile: “l’unica ricchezza che veramente interessa è il valore, e il
valore non è altro che un modo sociale feticista di esprimere il tempo passato
– una fantasmagoria, come dice Marx” (p.23). Una simile accumulazione è
storica, ma è anche distruttiva perché indifferente a qualsiasi contenuto, o
senso, che non sia espresso nella sola metrica che riconosce: il denaro come
tale.
Questo è anche il senso in cui Polanyi identificava
nel capitalismo, nel suo progressivo allargamento, il movimento di
“disincastramento” della economia, cioè della forma di valore e della sua
propria dinamica, dalla società. In questo modo il lavoro astratto è diventato
il legame sociale, mentre quello concreto un fastidioso residuo; appunto da
minimizzare per guadagnare “efficienza”.
Qui Jappe avvia una critica dell’identificazione del
cosiddetto “lavoro immateriale” (o cognitivo) di gran moda negli anni novanta,
con il lavoro “astratto” compiuta da Antonio Negri. Come se il lavoro potesse
essere pensato come concreto od astratto in funzione produca oggetti, o li
introduca nella circolazione in qualche modo. Il lavoro è infatti sempre
‘concreto’ e sempre ‘astratto’, nel senso difeso dalla lettura di Marx di
Jappe. Come dice: “sono piani di analisi completamente distinti”. Dunque non
“diventa” più astratto, quando parte del lavoro passa ai ‘mediatori di
simboli’, informatici, progettisti, etc.
C’è un altro senso però in cui per alcuni la crescita
dei lavori “immateriali”, di chi lavora con simboli e riclassificazioni delle
cose, potrebbe salvare la società: quello che crea le condizioni di ampliamento
del “lavoro vivo”. A questa ipotesi (di vecchia data, dato che la prima
versione si è avuta con la crescita dei servizi negli anni sessanta) l’autore
risponde riprendendo la categoria marxiana di lavoro “produttivo” e “non
produttivo”, rispetto al suo ruolo nel processo ciclico di riproduzione del
capitale. Ora, in questo senso, la gran parte dei servizi sono dei “costi”
necessari per immettere una merce sul mercato, renderla valorizzabile, o per
riprodurre i fattori che sono serviti a produrla. In quanto costi sono da
ridurre il più possibile, come sta avvenendo.
Il problema visto da questo lato è ancora che sempre
meno “lavoro vivo” è giustificato per la produzione di valore, e quindi che si
allarga la distanza tra le piramidi della fiducia (fino a che dura) che
alimentano nuvole di schiuma di valore “astratto” e l’unico possibile ormeggio
solido: le persone esistenti e le ricchezze concretamente prodotte.
Quello contemporaneo è dunque un non-modello di transizione, non garantisce autentica
accumulazione ma una sua “simulazione”. Una “accumulazione di credito in
dimensioni astronomiche” che si fonda sulla promessa di essere un giorno
coperto da effettivi segni di valore.
Ma questo ‘non modello’ è anche concretissimo quanto
ai suoi effetti sociali; nella sua assoluta insostenibilità e radicale assenza
di capacità di emancipazione, esso si alimenta continuamente di sempre nuova creazione
di efficienza come flessibilità, esposizione al potere, mobilità, frammentazione
e perdita di senso. Questo è un modo attraverso il quale deflaziona il valore.
L’individuo solo, “liquido”, autonomo,
“autovalorizzante” (come scrive la teoria della moltitudine che è qui attaccata
con decisione), è abbandonato quindi alla piena esposizione della forza
dell’astrazione, cioè allo spirito del capitalismo pienamente dispiegato.
Sorprende che quel che da parte neoliberale è rivendicato come logico ed
efficiente, sia parimenti rivendicato come libertà in alcuni dei pensieri radicali
anni novanta. L’autore lo spiega con “lo spirito dell’epoca”.
Il problema di fondo è che parte non marginale
dell’umanità diventa, in questo modello di valorizzazione che guarda solo se
stessa riconoscendo solo ciò che in essa serve, superflua.
A lungo termine questa dinamica provoca in sostanza la
caduta della stessa massa di valore, cioè della sua radice solida. La
finanziarizzazione (secondo la linea anche espressa da Arrighi)
è solo la manifestazione, e insieme la reazione, a questo fenomeno di
sovraccumulazione del capitale (vedi anche p.48).
Dunque per Jappe la crisi, al di là delle sue pure
importanti caratteristiche locali (l’Europa, l’Euro, il mercantilismo tedesco
che ne è il motore, il declino egemonico americano, e via dicendo) è più
profondamente trascinata da questo
esaurimento: della logica stessa insorta due-tre secoli fa “del lavoro
[dipendente], del vendere, del vendersi e del comprarlo, del [la centralità]
mercato e dello Stato”. Di quel “soggetto automatico” del capitale che
ovviamente non è proprio di qualche industriale o banchiere, ma di ognuno di
noi. Di quello spirito che ispira i nostri comportamenti, le scelte, le
reazioni gli uni agli altri, i gusti, i desideri; finanche il senso di ciò che
è bello, ciò che vale, ciò che è giusto.
In sintonia con la visione tragica di Wolfgang Streeck
in uno dei suoi più riusciti interventi (“Come
sarà la nostra società”) la riduzione della catena di creazione del
valore, alla quale sono connesse le nostre stesse identità per quanto alienate,
davanti ai limiti che sta incontrando esterni (esaurimento delle risorse) ed
interni (logica di disattivazione), sta facendo della vita per molti “un
mucchio di insignificanti e ironiche rovine” (Pasolini, LL, p.86). Mostra a
tutti un abito a taglia unica senza dargli i mezzi per indossarlo. O come dice Streeck
dà uniformemente obiettivi puramente quantitativi (di consumo come
rappresentazione di vita buona), senza i mezzi per ottenerli. Ciò
apre per Pasolini lo spazio di una “falsa felicità”, che “rende superflua la
vita”, mentre “umilia orrendamente” (SC, p 60) mettendo quindi in evidenza una
inferiorità sociale senza soluzione.
Nei termini di Jappe crea strutturalmente una massa in
eccesso, inutile anche per essere sfruttata. Un esercito di riserva che nessuno
arruolerà mai; un radicale “eccedente”.
Ma questo, come vede l’ultimo e disperato Pasolini,
non implica necessariamente lo spazio per una emancipazione, perché il capitalismo è dentro di noi.
Implica solo una “pura degradazione”, senza intravedere un ‘altro’, una
“delusione, rabbia, taedium vivere, accidia” e solo idealisticamente “rivolta”
come “rifiuto dello status quo”, ovvero rifiuto della esclusione dalla festa
dei consumi per il tramite del valore astratto del denaro, che si desidera
sopra ogni altra cosa (Pasolini, risposta a Moravia, 1975, SC, p.107).
Potremmo avere quindi solo un progressivo spegnersi e
disgregarsi, la creazione di slums sempre più esterni e disperati (come vede
ancora Streeck in “Come
finirà il capitalismo”, mentre Mason in “Postcapitalismo”
è significativamente più ottimista).
Servirebbe un
altro umano.


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