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mercoledì 21 giugno 2017

Robert Kagan, “Paradiso e potere”



Nel 2003 Bush junior era al terzo anno del suo primo mandato, due anni prima c’era stato l’attacco dell’11 settembre, quasi immediatamente era stata lanciata l’invasione in Afganistan (il 7 ottobre l’Alleanza del Nord aveva attaccato le basi talebane con il sostegno inizialmente solo aereo e legistico degli USA), e da marzo del 2003 anche in Iraq. La guerra dell’Iraq è uno dei temi più presenti nel libro, scritto subito prima dell’avvio delle ostilità, e in particolare la divergenza con diversi paesi europei che non vollero parteciparvi.
Ma il libro, scritto da uno dei più influenti politologi conservatori, può essere interessante anche per la testimonianza della fase in cui l’unipolarismo che gli Stati Uniti ereditano dalla caduta dell’impero sovietico, nei primi anni novanta, muta in unilateralismo nel tentativo inconsulto sotto molti profili di intestarsi un ruolo più prettamente imperiale. E di farlo senza rimettete in questione il predominio della finanza privata e delle imprese giganti connesse, e senza sfidare quindi la logica “capitalista” (nel senso di Braudel ed Arrighi) che erode le basi di potenza americane intese come collettività; conservando però al contempo la capacità estrattiva sul surplus prodotto dal mondo (che Zakaria, come vedremo stima all’80% pochi anni dopo). Probabilmente non c’erano molte alternative entro una logica di potenza, indubbiamente entro la logica neocon che Kagan incarna, ma l’effetto più diretto è stato all’opposto la distruzione, insieme all’ordine westfaliano già sfidato profondamente dalla logica del capitale, dell’egemonia americana stessa.

Gli anni di Bush terminano, un quinquennio dopo il libro, con il crollo del 2007-8, nel cui segno avviene il cambio di guardia a Washington. Quindi arrivano gli otto anni di Obama, sotto alcuni profili condivisibili, che hanno cercato di respingere l’unilateralismo neocon e ricostruire le ragioni della leadership americana di nuovo su basi egemoniche, ma non sono riuscite a contenere efficacemente la crescita cinese, e a prevenire la ripresa del potere russo; d’altra parte non sono neppure riuscite a riequilibrare la base del potere sfidata dalla globalizzazione, contenendo lo sbilanciamento commerciale cui si somma il deficit pubblico necessario per tenere in equilibrio l’equazione economica e sociale. Hanno fallito in questo essenziale compito pure verso l’Europa, dove una Germania sempre più assertiva ha guadagnato dalla crisi una centralità simile a quella che provocò due guerre.

Con la base di potere sempre più fragile, la nostra ipotesi interpretativa è che oggi un impero americano sfidato in un quadrilatero strategico composto da Russia, Cina ed Europa a guida sempre più tedesca, non può più essere certo di controllare i meccanismi estrattivi (su cui rimando a Todd) che nutrono la sua relativa debolezza (la mancata produzione, l’eccesso di consumo, la dipendenza dai flussi finanziari, l’insostenibile centralità del dollaro). Quindi deve necessariamente ripristinare, prima che sia troppo tardi, l’autentica fonte di sovranità statuale: il controllo della domanda interna.

Di qui le “cinque R” sulle quali sembra allinearsi la logica del network di potere che ha sostenuto l’ascesa di Trump:
-        Restringere le catene logistiche strategiche bisognose di protezione,
-        Ridurre drasticamente i costi di protezione sostenuti in proprio,
-        Ribilanciare, il commercio, tornando a pagare le importazioni con le esportazioni e non più con il tributo in cambio di sicurezza,
-        Reindustrializzare almeno in tutti quei settori strategici per ragioni economiche, militari o sociali e politiche,
-        Rinegoziare il multilateratismo, in una logica non più unipolare ma non per questo non egemonica.

Ma ciò, dal suo punto, può avvenire solo se si pongono sotto controllo responsabile, ovvero se si riconducono alla logica della potenza dello Stato e non del singolo agente, i flussi di capitale, ottenendo una maggiore capacità di mobilitazione delle risorse ed evitando che i capitali americani lavorino “per il re di prussia”.

In altri termini si tratta di risolvere questo puzzle:
-        Impedire che si saldi un blocco egemonico esteso all’eurasia, e anche alla sola Asia (comunque luogo di concentrazione della metà della popolazione mondiale), tenendo distinte e separate (come peraltro sono state per millenni) le loro diverse forze e restandone quindi arbitro,
-        trovare un accordo di coesistenza e possibilmente cooperazione con la Russia, accuratamente facendo attenzione a restare arbitro tra questa e l’Europa,
-        conservare la propria presa egemonica sull’Europa (riportando quindi dentro una gabbia il demone tedesco che dall’unificazione sembra voler di nuovo uscirne).

Si tratta di operare entro gli squilibri di potere indotti dalla mondializzazione, i flussi dissimetrici che la caratterizzano e la strutturale insostenibilità per il sistema di potere nazionale statunitense. In certo senso quel che si vede è che una parte del sistema di potere che ha costituito la forza degli Stati Uniti d’America nella transizione dall’egemonia inglese, si sta rivoltando contro un’altra parte. La parte dominante del sistema delle multinazionali, in particolare ancorate agli investimenti diretti all’estero e ai flussi finanziari, contribuisce, contro gli interessi generali della base di potenza americana, ed in modo decisivo, a fare dell’arcipelago orientale, come dice Arrighi, l’officina e il salvadanaio del mondo; due dimensioni che sono componente critica della base del potere. Dimensioni che si divaricano, nel gioco storico degli eventi cruciali del secolo, dalla terza componente della “base”: la forza militare, che resta acquartierata nella rete delle basi militari, nella invincibile flotta, e nella straordinaria capacità di attacco aereo e missilistico (senza dimenticare la componente nucleare) americana.

Ma il potere militare, anche se non è sfidabile, quando non è appoggiato da una capacità di fare del proprio il comune, è nudo. Come abbiamo visto analizzando il concetto di “egemonia” in Arrighi, se quindi è privo della necessaria componente del consenso, si riduce all’esercizio brutale del “dominio”. Ma il vero potere non si limita alla costrizione; si estende alle menti ed ai cuori, si fa seguire in qualche modo volontariamente, coinvolgendo: la rappresentazione di sé che si costruisce, l’immagine del mondo, e la meccanica dei valori e obiettivi, con la loro gerarchia. Esso si radica inoltre nella “base” degli interessi, e dei bisogni, cui in qualche modo (secondo il filtro delle rappresentazioni) l’egemone risponde, facendosene almeno in parte carico. Il vero potere è dunque egemonia. L’egemonia ha sempre un suo campo e, per chi vi appartiene, un coerente insieme di desideri, effetti di dominio (verso qualche subalterno) inseparabili da effetti identitari, e sempre risponde almeno a parte ai suoi interessi e bisogni secondo la loro percezione.

Il punto forse cruciale, e segno della perdita di egemonia americana molto prima del crollo neocon che Kagan inconsapevolmente sostiene, è che gli egemoni riorganizzano in parte per effetto della loro base di potere, ma in parte altrettanto importante (e inseparabile) per effetto della loro struttura di valori, di rappresentazioni coerenti, come di tecniche e regole, intorno a sé porzioni decisive del mondo, rendendolo anche “sistema” e fornendogli un ordine. Cioè rendendolo capace di funzionare insieme. L’egemone quindi crea le premesse per l’accumulazione ma nel farlo disciplina, in qualche modo, anche le forze che la rendono possibile, quindi i capitali incorporati entro le sue strutture e quelli mobili (che fin che dura l’egemonia sono limitati). I capitali sono, infatti, una sorta di rapporto sociale.

Dunque guardiamo il punto di vista di Kagan nel conflitto tra Europa ed USA intorno alla piega unilaterale che i neocon impongono. Per lo studioso, in sostanza, “europei e americani non vivono nello stesso mondo”, perché i primi si rifiutano al gioco del potere.  Ovvero cercano di imporre, seguendo quella che con mossa inconsapevolmente nietzschiana chiama la logica dei deboli, un mondo “post-storico” in cui vigano leggi e regole invece della forza.
Mentre l’Europa vive quindi nel mondo kantiano l’America è impigliata nel mondo hobbesiano, costretta dall’anarchia e dal rischio a fondare la sua sicurezza (e quella della debole Europa) sul “possesso e l’uso della forza”. L’uso si vedrà, infatti, di lì a pochi mesi.

Ci sono, naturalmente, differenze (Blair appoggerà entusiasticamente e attivamente, in particolare sul piano ideologico e di costruzione, fallita, del consenso, la guerra), ma in sostanza per Kagan sono piccole, l’atteggiamento Europeo è simile. Ma questo atteggiamento non deriva da un carattere storico; l’Europa ha una storia di esercizio affermativo della forza che non può essere dimenticato e gli Americani, come ricorda, erano dialoganti e multilaterali quando i forti erano gli Inglesi: dunque deriva proprio dalla disponibilità della forza, si tratta della “strategia dei deboli per farsi strada nel mondo” (p.10).

Il teorico neocon non riconosce in fondo alcun valore agli approcci “più sfumati e sofisticati” basati sulla ricerca di egemonia e consenso. Sulla base di una rapida ricostruzione di un paio di secoli di storia (cosa che è caratteristica di tutti questi libri, che sostituiscono l’argomentazione e la chiarificazione concettuale con l’analogia storica sulla base di frettolose ed unilaterali ricostruzioni), Kagan individua una “psicologia della dipendenza” che interesserebbe un’Europa che non può e neppure vuole colmare il divario militare verso gli USA. Una “psicologia” che viene creata dalla guerra fredda e dall’ombrello nucleare che la contraddistingue. A suo parere l’intero progetto europeo è creato in questo contesto.
Fa eccezione la “nuova Europa” di Maastricht, che in una breve fase lasciò credere di “riportare alla vecchia grandezza” il continente (p.22). Huntington la definirà infatti “la mossa più importante della reazione universale contro l’egemonia americana”, nel passaggio dal bipolarismo della guerra fredda all’unipolarismo dei primi anni novanta. Insieme Kagan la definisce una idea soffusa di una sorta di “alone mistico” (p.64).

Nel 2003 Kagan giudica quella promessa di potenza non mantenuta: l’Europa ha avuto crescita economica (anzi, quel che chiama un “miracolo economico”, che come si vedrà un lustro dopo aveva piedi di argilla), ma è caduta ancora di più sul piano strategico e militare. Non sono mancate le umiliazioni su entrambi i versanti. In sostanza l’Europa si è indebolita, per inadeguatezza militare e obsolescenza tecnologica. Dal suo punto di vista si è trattato di uno strano paradosso: cercare di diventare potente rinunciando alla geopolitica, e fidando solo nella forza dell’economia. In termini semplici, avendo solo una delle basi del potere (l’economia ma non la forza militare) e cercando si surrogare a questa mancanza con un investimento in cultura, ideologia e seduzione, ottenendo un insieme incapace di chiusura egemonica.
Quindi in questi anni è cresciuta tra le due sponde dell’Atlantico la divergenza (scrive in effetti in quello che, dopo quello attuale, è il momento di maggiore lontananza) anche sulle priorità, ovvero su quali siano i “chiodi da battere” (avendo le due parti “martelli” diversi): gli “stati canaglia”, come vorrebbero i neocon, o gli “stati fallimentari”, come vorrebbe un’Europa più preoccupata dell’economia e dell’immigrazione. In sintesi, per come ad un certo punto la mette, per tutte queste ragioni gli USA “hanno una soglia più bassa di tolleranza” per Saddam e le sue (inesistenti) “armi di distruzione di massa”, mentre gli Europei ne hanno una più alta.

Gli europei vivono sotto lo scudo americano e si concentrano comprensibilmente su problemi che impegnano i loro punti di forza (p.37). In sostanza non sono d’accordo “su come governare il pianeta” (Kagan neppure accenna a che qualcuno potrebbe anche non voler essere governato). E non lo sono da molto prima di Bush; la divergenza è iniziata negli anni di Clinton, con il Kossovo (che Shankar Yha accusa di essere il primo momento in cui gli USA hanno sfidato l’ordine westfaliano cercando di affermarsi come impero), che era motivato per lui da “un forte interesse morale”.

In sostanza quello che chiama “l’interventismo” americano è una sfida alla logica europea della “pace perpetua”, e gli fa vedere il rischio di “scivolare indietro”. Questa paura è però in qualche modo anacronistica, perché l’Europa è semplicemente “il frutto della politica estera americana degli ultimi 90 anni” (p.77); si tratta alla fine di un progetto di addomesticamento delle potenze uscite sconfitte dalle due guerre mondiali, per il quale quelle vincenti sono state a più riprese “blandite e rassicurate”, e fondato essenzialmente sulla presenza della protezione americana. Kagan la vede piuttosto semplice, anche nel passaggio di Maastricht la Francia e l’Inghilterra erano ostili all’unificazione e furono convinti, “come quaranta anni prima” (cfr. Trattato di Roma).
Quello che in Europa si tende a vedere come un nuovo ordine kantiano sorge, insomma, all’ombra della forza. È un paradosso: “è stata la forza americana a permettere agli europei di credere che la forza non fosse più importante” (p.80).

È quindi sorprendente, dal lato di Kagan, dover constatare che ancora all’ombra delle forze della Nato, al nazionalismo americano ora si contrapponga un analogo, ma paradossale, “nazionalismo europeo” (p.94), che tende a proporsi come “entità singola, separata”. Come un altro polo in un mondo multipolare, a contrappesare la stessa America (poche settimane fa Theodore Roosevelt Malloch, ha espresso lo stesso concetto).

Ma il nazionalismo americano è migliore e di un genere particolare: anche se la storia degli Stati Uniti è storia di espansione territoriale, il suo approccio è “internazionalista”, perché “la causa dell’America è la causa del genere umano” (p.99). Solo un americano può scrivere una frase simile senza un sorriso.

Comunque nel 2003 il futuro, dopo che la vittoria in Iraq lascerà un presidio solido di lungo periodo nella regione, e quindi ne depotenzierà i rischi (andrà esattamente all’opposto), per Kagan vede la necessità di concentrarsi sulla Cina. La “nazione indispensabile” deve quindi necessariamente dare seguito ad una ulteriore espansione della sua sfera strategica (p.108), in attesa della prossima crisi in quella regione.

Anche se gioverebbe “un pizzico in più di comprensione”, alla fine “questo comportamento americano può tornare a vantaggio del mondo civile, che forse la potenza militare statunitense, anche se impiegata in base al principio dei due pesi e due misure, è il mezzo migliore, se non l’unico, per favorire il progresso dell’umanità” (p.112).





Avremmo un’altra idea.

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