Nel 2003 Bush junior era al terzo anno del suo primo
mandato, due anni prima c’era stato l’attacco dell’11 settembre, quasi immediatamente
era stata lanciata l’invasione in Afganistan (il 7 ottobre l’Alleanza del Nord
aveva attaccato le basi talebane con il sostegno inizialmente solo aereo e
legistico degli USA), e da marzo del 2003 anche in Iraq. La guerra dell’Iraq è
uno dei temi più presenti nel libro, scritto subito prima dell’avvio delle
ostilità, e in particolare la divergenza con diversi paesi europei che non
vollero parteciparvi.
Ma il libro,
scritto da uno dei più influenti politologi conservatori, può essere
interessante anche per la testimonianza della fase in cui l’unipolarismo che gli Stati Uniti
ereditano dalla caduta dell’impero sovietico, nei primi anni novanta, muta in unilateralismo nel tentativo inconsulto
sotto molti profili di intestarsi un ruolo più prettamente imperiale. E di farlo senza rimettete
in questione il predominio della finanza privata e delle imprese giganti
connesse, e senza sfidare quindi la logica “capitalista” (nel senso di Braudel
ed Arrighi)
che erode le basi di potenza americane intese come collettività; conservando però
al contempo la capacità estrattiva sul surplus prodotto dal mondo (che Zakaria,
come vedremo stima all’80% pochi anni dopo). Probabilmente non c’erano molte
alternative entro una logica di potenza, indubbiamente entro la logica neocon
che Kagan incarna, ma l’effetto più diretto è stato all’opposto la distruzione,
insieme all’ordine westfaliano già sfidato profondamente dalla logica del
capitale, dell’egemonia americana stessa.
Gli anni di Bush terminano, un quinquennio dopo il
libro, con il crollo del 2007-8, nel cui segno avviene il cambio di guardia a
Washington. Quindi arrivano gli otto anni di Obama, sotto alcuni profili
condivisibili, che hanno cercato di respingere l’unilateralismo neocon e
ricostruire le ragioni della leadership americana di nuovo su basi egemoniche, ma
non sono riuscite a contenere efficacemente la crescita cinese, e a prevenire
la ripresa del potere russo; d’altra parte non sono neppure riuscite a
riequilibrare la base del potere sfidata dalla globalizzazione, contenendo lo
sbilanciamento commerciale cui si somma il deficit pubblico necessario per
tenere in equilibrio l’equazione economica e sociale. Hanno fallito in questo
essenziale compito pure verso l’Europa, dove una Germania sempre più assertiva ha
guadagnato dalla crisi una centralità simile a quella che provocò due guerre.
Con la base di
potere sempre più fragile, la nostra ipotesi interpretativa è che oggi un
impero americano sfidato in un quadrilatero
strategico composto da Russia, Cina ed Europa a guida sempre più tedesca, non
può più essere certo di controllare i meccanismi estrattivi (su cui rimando a Todd)
che nutrono la sua relativa debolezza (la mancata produzione, l’eccesso di
consumo, la dipendenza dai flussi finanziari, l’insostenibile centralità del
dollaro). Quindi deve necessariamente ripristinare, prima che sia troppo tardi,
l’autentica fonte di sovranità statuale: il
controllo della domanda interna.
Di qui le “cinque R” sulle quali sembra allinearsi la
logica del network di potere che ha sostenuto l’ascesa di Trump:
-
Restringere
le catene logistiche strategiche bisognose di protezione,
-
Ridurre
drasticamente i costi di protezione sostenuti in proprio,
-
Ribilanciare,
il commercio, tornando a pagare le importazioni con le esportazioni e non più
con il tributo in cambio di sicurezza,
-
Reindustrializzare
almeno in tutti quei settori strategici per ragioni economiche, militari o
sociali e politiche,
-
Rinegoziare
il multilateratismo, in una logica non più unipolare ma non per questo non
egemonica.
Ma ciò, dal suo punto, può avvenire solo se si pongono
sotto controllo responsabile, ovvero se si riconducono alla logica della
potenza dello Stato e non del singolo agente, i flussi di capitale, ottenendo
una maggiore capacità di mobilitazione delle risorse ed evitando che i capitali
americani lavorino “per il re di prussia”.
In altri termini si tratta di risolvere questo puzzle:
-
Impedire che si saldi un blocco egemonico esteso all’eurasia, e anche alla
sola Asia (comunque luogo di concentrazione della metà della popolazione
mondiale), tenendo distinte e separate (come peraltro sono state per millenni)
le loro diverse forze e restandone quindi arbitro,
-
trovare un accordo
di coesistenza e possibilmente cooperazione con la Russia, accuratamente facendo
attenzione a restare arbitro tra questa e l’Europa,
-
conservare la propria presa egemonica sull’Europa (riportando quindi dentro una gabbia il
demone tedesco che dall’unificazione sembra voler di nuovo uscirne).
Si tratta di operare
entro gli squilibri di potere indotti dalla mondializzazione, i flussi
dissimetrici che la caratterizzano e la strutturale insostenibilità per il
sistema di potere nazionale statunitense. In certo senso quel che si vede è che
una parte del sistema di potere che ha costituito la forza degli Stati Uniti
d’America nella transizione dall’egemonia inglese, si sta rivoltando contro
un’altra parte. La parte dominante del sistema delle multinazionali, in
particolare ancorate agli investimenti diretti all’estero e ai flussi
finanziari, contribuisce, contro gli interessi generali della base di potenza
americana, ed in modo decisivo, a fare dell’arcipelago orientale, come dice
Arrighi, l’officina e il salvadanaio del mondo; due dimensioni
che sono componente critica della base del potere. Dimensioni che si
divaricano, nel gioco storico degli eventi cruciali del secolo, dalla terza
componente della “base”: la forza
militare, che resta acquartierata nella rete delle basi militari, nella
invincibile flotta, e nella straordinaria capacità di attacco aereo e
missilistico (senza dimenticare la componente nucleare) americana.
Ma il potere militare, anche se non è sfidabile,
quando non è appoggiato da una capacità di fare
del proprio il comune, è nudo. Come abbiamo
visto analizzando il concetto di “egemonia” in Arrighi, se quindi è privo della
necessaria componente del consenso, si riduce all’esercizio brutale del “dominio”. Ma il vero potere non si
limita alla costrizione; si estende alle menti ed ai cuori, si fa seguire in
qualche modo volontariamente, coinvolgendo: la rappresentazione di sé che si
costruisce, l’immagine del mondo, e la meccanica dei valori e obiettivi, con la
loro gerarchia. Esso si radica inoltre nella “base” degli interessi, e dei
bisogni, cui in qualche modo (secondo il filtro delle rappresentazioni)
l’egemone risponde, facendosene almeno in parte carico. Il vero potere è dunque egemonia. L’egemonia ha sempre un suo campo
e, per chi vi appartiene, un coerente insieme di desideri, effetti di dominio
(verso qualche subalterno) inseparabili da effetti identitari, e sempre
risponde almeno a parte ai suoi interessi e bisogni secondo la loro percezione.
Il punto forse cruciale, e segno della perdita di
egemonia americana molto prima del crollo neocon che Kagan inconsapevolmente
sostiene, è che gli egemoni riorganizzano in parte per effetto della loro base
di potere, ma in parte altrettanto importante (e inseparabile) per effetto
della loro struttura di valori, di rappresentazioni coerenti, come di tecniche
e regole, intorno a sé porzioni
decisive del mondo, rendendolo anche “sistema” e fornendogli un ordine. Cioè rendendolo capace di funzionare insieme. L’egemone
quindi crea le premesse per l’accumulazione ma nel farlo disciplina, in qualche
modo, anche le forze che la rendono possibile, quindi i capitali incorporati
entro le sue strutture e quelli mobili (che fin che dura l’egemonia sono
limitati). I capitali sono, infatti, una sorta di rapporto sociale.
Dunque guardiamo il punto di vista di Kagan nel
conflitto tra Europa ed USA intorno alla piega unilaterale che i neocon impongono.
Per lo studioso, in sostanza, “europei e
americani non vivono nello stesso mondo”, perché i primi si rifiutano al
gioco del potere. Ovvero cercano di
imporre, seguendo quella che con mossa inconsapevolmente nietzschiana chiama la logica dei deboli, un mondo “post-storico”
in cui vigano leggi e regole invece della forza.
Mentre l’Europa vive quindi nel mondo kantiano l’America
è impigliata nel mondo hobbesiano, costretta dall’anarchia e dal rischio a
fondare la sua sicurezza (e quella della debole Europa) sul “possesso e l’uso
della forza”. L’uso si vedrà,
infatti, di lì a pochi mesi.
Ci sono, naturalmente, differenze (Blair appoggerà
entusiasticamente e attivamente, in particolare sul piano ideologico e di
costruzione, fallita, del consenso, la guerra), ma in sostanza per Kagan sono
piccole, l’atteggiamento Europeo è simile. Ma questo atteggiamento non deriva
da un carattere storico; l’Europa ha una storia di esercizio affermativo della
forza che non può essere dimenticato e gli Americani, come ricorda, erano
dialoganti e multilaterali quando i forti erano gli Inglesi: dunque deriva proprio
dalla disponibilità della forza, si tratta della “strategia dei deboli per
farsi strada nel mondo” (p.10).
Il teorico neocon non riconosce in fondo alcun valore
agli approcci “più sfumati e sofisticati” basati sulla ricerca di egemonia e
consenso. Sulla base di una rapida ricostruzione di un paio di secoli di storia
(cosa che è caratteristica di tutti questi libri, che sostituiscono l’argomentazione
e la chiarificazione concettuale con l’analogia storica sulla base di
frettolose ed unilaterali ricostruzioni), Kagan individua una “psicologia della dipendenza” che
interesserebbe un’Europa che non può e neppure vuole colmare il divario
militare verso gli USA. Una “psicologia” che viene creata dalla guerra fredda e
dall’ombrello nucleare che la contraddistingue. A suo parere l’intero progetto
europeo è creato in questo contesto.
Fa eccezione la “nuova Europa” di Maastricht, che in
una breve fase lasciò credere di “riportare alla vecchia grandezza” il
continente (p.22). Huntington la definirà infatti “la mossa più importante
della reazione universale contro l’egemonia americana”, nel passaggio dal
bipolarismo della guerra fredda all’unipolarismo dei primi anni novanta. Insieme
Kagan la definisce una idea soffusa di una sorta di “alone mistico” (p.64).
Nel 2003 Kagan giudica quella promessa di potenza non
mantenuta: l’Europa ha avuto crescita economica (anzi, quel che chiama un “miracolo
economico”, che come si vedrà un lustro dopo aveva piedi di argilla), ma è
caduta ancora di più sul piano strategico e militare. Non sono mancate le
umiliazioni su entrambi i versanti. In sostanza l’Europa si è indebolita, per inadeguatezza militare e obsolescenza
tecnologica. Dal suo punto di vista si è trattato di uno strano paradosso: cercare
di diventare potente rinunciando alla geopolitica, e fidando solo nella forza
dell’economia. In termini semplici, avendo solo una delle basi del potere (l’economia ma non la forza militare) e cercando
si surrogare a questa mancanza con un investimento in cultura, ideologia e
seduzione, ottenendo un insieme incapace di chiusura egemonica.
Quindi in questi anni è cresciuta tra le due sponde
dell’Atlantico la divergenza (scrive in effetti in quello che, dopo quello
attuale, è il momento di maggiore lontananza) anche sulle priorità, ovvero su
quali siano i “chiodi da battere” (avendo le due parti “martelli” diversi): gli
“stati canaglia”, come vorrebbero i neocon, o gli “stati fallimentari”, come
vorrebbe un’Europa più preoccupata dell’economia e dell’immigrazione. In sintesi,
per come ad un certo punto la mette, per tutte queste ragioni gli USA “hanno
una soglia più bassa di tolleranza” per Saddam e le sue (inesistenti) “armi di
distruzione di massa”, mentre gli Europei ne hanno una più alta.
Gli europei vivono sotto lo scudo americano e si
concentrano comprensibilmente su problemi che impegnano i loro punti di forza
(p.37). In sostanza non sono d’accordo “su come governare il pianeta” (Kagan
neppure accenna a che qualcuno potrebbe anche non voler essere governato). E non
lo sono da molto prima di Bush; la divergenza è iniziata negli anni di Clinton,
con il Kossovo (che Shankar
Yha accusa di essere il primo momento in cui gli USA hanno sfidato l’ordine
westfaliano cercando di affermarsi come impero), che era motivato per lui da “un
forte interesse morale”.
In sostanza quello che chiama “l’interventismo”
americano è una sfida alla logica europea della “pace perpetua”, e gli fa
vedere il rischio di “scivolare indietro”. Questa paura è però in qualche modo
anacronistica, perché l’Europa è semplicemente “il frutto della politica estera
americana degli ultimi 90 anni” (p.77); si tratta alla fine di un progetto di
addomesticamento delle potenze uscite sconfitte dalle due guerre mondiali, per
il quale quelle vincenti sono state a più riprese “blandite e rassicurate”, e
fondato essenzialmente sulla presenza della protezione americana. Kagan la vede
piuttosto semplice, anche nel passaggio di Maastricht la Francia e l’Inghilterra
erano ostili all’unificazione e furono convinti, “come quaranta anni prima” (cfr. Trattato
di Roma).
Quello che in Europa si tende a vedere come un nuovo
ordine kantiano sorge, insomma, all’ombra della forza. È un paradosso: “è stata la forza americana a permettere agli
europei di credere che la forza non fosse più importante” (p.80).
È quindi sorprendente, dal lato di Kagan, dover
constatare che ancora all’ombra delle forze della Nato, al nazionalismo
americano ora si contrapponga un analogo, ma paradossale, “nazionalismo europeo”
(p.94), che tende a proporsi come “entità singola, separata”. Come un altro
polo in un mondo multipolare, a contrappesare la stessa America (poche
settimane fa Theodore Roosevelt Malloch, ha espresso
lo stesso concetto).
Ma il nazionalismo americano è migliore e di un genere
particolare: anche se la storia degli Stati Uniti è storia di espansione
territoriale, il suo approccio è “internazionalista”, perché “la causa dell’America è la causa del genere
umano” (p.99). Solo un americano può scrivere una frase simile senza un
sorriso.
Comunque nel 2003 il futuro, dopo che la vittoria in
Iraq lascerà un presidio solido di lungo periodo nella regione, e quindi ne
depotenzierà i rischi (andrà esattamente
all’opposto), per Kagan vede la necessità di concentrarsi sulla Cina. La “nazione indispensabile” deve quindi necessariamente
dare seguito ad una ulteriore espansione della sua sfera strategica
(p.108), in attesa della prossima crisi in quella regione.
Anche se gioverebbe “un pizzico in più di comprensione”,
alla fine “questo comportamento americano
può tornare a vantaggio del mondo civile, che forse la potenza militare
statunitense, anche se impiegata in base al principio dei due pesi e due
misure, è il mezzo migliore, se non l’unico, per favorire il progresso dell’umanità”
(p.112).
Avremmo un’altra idea.


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