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giovedì 22 giugno 2017

Fareed Zakaria “L’età postamericana”


Continuando, dopo il libro di Kaplan del 2003, a leggere le posizioni della destra americana (in questo caso neoliberista) sulla dinamica messa in movimento dalla globalizzazione accelerante dopo la fine del millennio, vale la pena di leggere il libro del politologo e giornalista di origini indiane Fareed Zakaria. L’autore di saggi importanti come “Democrazia senza libertà”, tradotto in diciotto lingue, che leggeremo in seguito, è il figlio di un politico indiano e si è laureato a Yale in storia, ed in politica internazionale ad Harvard con Samuel Huntington; è stato redattore di Foreign Affairs, e poi di Newsweek International, ma scrive spesso anche nel Washington Post, sempre di politica internazionale, e anche per la Trilateral Commission, uno dei più influenti Think Thank della destra mondiale, tra i cui past president di gruppo (è divisa in aree macrogeografiche) troviamo Trichet, Monti, Joseph Nye, Volcker, David Rockfeller. Di particolare rilievo nell’opera della “Trilaterale” è il famoso studio del 1975, redatto da Michel Crozier, Samuel P.Huntington e Joji Watanuki “La crisi della democrazia”, nel quale veniva diagnosticato un “eccesso di democrazia”, e proposto un rafforzamento del potere centrale tecnocratico. Lo studio ebbe grande influenza sull’amministrazione Carter, che avviò, prima di quella di Reagan, la svolta “governista” che impegna tutti gli anni ottanta e poi arriva sino ad oggi.

Il contesto nel quale svilupperemo la lettura è quello definito dal post “La grande partita”, al quale hanno fatto seguito le letture degli studi di Arrighi “Caos e governo del mondo”, di Todd, “Dopo l’impero”, di Feldman “Cool war”, di Yha, “Il caos prossimo venturo”, e di Kagan.



Siamo nel 2008, quindi a ridosso anzi dentro la crisi avviata nel 2007 e che nell’autunno, a tutta evidenza dopo la pubblicazione del libro che neppure la intravede, farà crollare il mondo della finanza. Zakaria scrive un libro che mette in evidenza il declino relativo degli Stati Uniti essenzialmente come “crescita degli altri”, per effetto di una “grande trasformazione” mossa dalla tecnologia.
Bisogna notare una cosa importante: gli “altri” non sono solo gli stati sovrani, ma anche le imprese in qualche modo sovrane; ovvero che non si sottomettono alla politica, ma riescono ad eluderla. Dal punto di Zakaria, che come d’uso inscrive la sua narrativa nel contesto di un’ampia visione evolutiva della storia del mondo, relazionandola esplicitamente ad un cammino di progresso, questa liberazione dell’economia dalla politica è un fenomeno emancipativo.

Secondo la sua grande sintesi ci sono stati infatti due grandi “spostamenti di potere” nella recente storia dell’umanità:
1-     L’ascesa del mondo occidentale, ai danni in particolare dell’oriente, nei secoli che vanno dal XV al XVIII;
2-     L’emergere del potere degli Stati Uniti, alla fine del XIX secolo;
Ed ora sta avvenendo il terzo: l’ascesa appunto degli “altri”.

Segnala questa ascesa il solito armamentario della retorica neoliberale: l’incremento enorme di persone che sono entrate nel mercato e non vivono più con meno di un dollaro al giorno (circostanza letta senza alcuna esitazione come progressiva); ma anche il fatto che il potere si sta diffondendo dagli Stati verso altri soggetti e quindi si allontana dalle nazioni.

L’assetto che prevedibilmente si darà nel prossimo futuro vede dunque una situazione articolata nella quale gli Stati Uniti resteranno l’unica superpotenza sul piano militare, ma in tutti gli altri campi (economico, diplomatico, culturale) non saranno più i primi. Questa valutazione nasce dalla tendenza, che vede inarrestabile con singolare mancanza di visione a breve termine, della crescita dell’economia cresciuta con ritmo accelerato dall’avvio del millennio, mentre la situazione politica “precipita a spirale” (con probabile riferimento alle crescenti difficoltà dell’amministrazione Bush ed alla crisi dell’egemonia americana che ne consegue). Anche le minacce che si intravedono, come quella islamica, o la sfida del populismo in America Latina, sono considerate marginali (un “piccolo numero di fanatici” e “folli invettive di Chavez” rispettivamente), quindi tutto alla fine andrà bene, perché l’economia sta guidando la politica, rendendola sempre meno rilevante.

Zakaria vede intorno a sé, una “calma” che “ha una profonda base strutturale” (mentre, al contrario, due anni prima Shankar Yha, anche lui di origini indiane, vedeva benissimo le profonde basi strutturali della crisi incipiente), proprio perché “in tutto il mondo l’economia sta avendo la meglio sulla politica” (p.26). Come a suo dire è accaduto nei periodi di grande sviluppo e prosperità che identifica con quello dalla fine dell’ottocento all’inizio del novecento e quello degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso. Due periodi (del tutto diversi sotto ogni profilo, ma l’autore non se ne avvede) in cui ci sarebbe stato uno “shock positivo dell’offerta” con nuovi attori economici che sono cresciuti grazie alle esportazioni.
Si sarebbe trattato di due grandi periodi di espansione dell’economia mondiale, al quale si sta aggiungendo, nel 2008, l’ultimo. La prova è che “circa due miliardi di persone sono entrate nel mondo dei mercati e del commercio, un mondo che fino a poco tempo fa era appannaggio di un piccolo club di paesi occidentali” (p.28). E’ chiaro che questa osservazione poggia la sua normatività sul giudizio implicito che entrare nel mercato e commerciare sia in sé bene, indipendentemente da quale posizione si riveste nel sistema.

Ma questo presunto allargamento del benessere, non meglio articolato e giustificato (dato che è assiomatico nella logica di Zakaria), è mosso, anzi “spronato”, dal “movimento dei capitali occidentali verso l’Asia e in tutto il mondo”. Sono questi capitali che hanno rimesso in moto i giganti demografici asiatici che restano però paesi poveri in termini di reddito pro-capite (quelli che “entrano nel mercato” sono tutti lavoratori poverissimi in condizioni semiservili che in occidente non si vedevano dai tempi di Manchester). Giganti quindi che sviluppano una certa potenza aggregata (maggiore dove lo Stato ha più capacità di mobilitazione, perché meno democratico) per la semplice potenza dei numeri. Qualunque reddito procapite basso fa un grande Pil moltiplicato per tre miliardi.

In un mondo in cui, coerentemente con la tesi di Fukuyama, rimane in campo un solo modello economico ci sono tre fattori preminente:
-        il primo è il libero movimento dei capitali che riesce a fare la differenza. La cosa è vita in modo molto netto e lucido: “lo scambio di valuta ammonta a duemila miliardi al giorno – che si sposta da una parte all’altra del mondo, premiando alcuni Paesi e punendone altri – è il meccanismo celeste attraverso cui la globalizzazione impone la disciplina” (p.32). Difficile dirlo in modo più franco.
-        Il secondo fattore divino è la diffusione delle Banche Centrali Indipendenti, ed il conseguente “imbrigliamento dell’inflazione”. È infatti “l’iperinflazione” (inavvertitamente l’autore slitta dalla normale ‘inflazione’ al fenomeno del tutto diverso della ‘iperinflazione’ che si è dato poche volte nella storia, ma giustamente famose) che ha provocato l’ascesa del nazismo in Germania e che determina i maggiori rischi per tutti. Un’affermazione fattualmente falsa (a meno di un complesso ragionamento che l’autore non fa), che serve a condurre ad una “reductio ad hitlerum” (come diceva Leo Strauss) l’interlocutore che volesse porre dei dubbi.
-        Il terzo sono le innovazioni tecnologiche che hanno reso il mondo più “piatto” (Friedman).

L’effetto di questi tre doni della provvidenza sono: una “crescita generalizzata” con maggiore capacità di recupero del sistema economico, ma anche la crescita dei prezzi delle materie prime (nella prima parte del 2008 avevano raggiunto valutazioni record, a partire dal petrolio) e la crescita dell’impatto ambientale.
Certo ci sono anche degli svantaggi, oltre al citato impatto sull’ambiente: la crescita del nazionalismo (ad esempio in Russia, o in Cina) e una frattura tra le élite cosmopolite e il resto del popolo americano (p.55).

In queste prime cinquanta pagine l’autore mostra in sostanza la più completa mancanza di sensibilità per una situazione economica che si stava violentemente sfilacciando già da tutto l’anno precedente, sotto la spinta insostenibile della riduzione dei prezzi immobiliari, incapsulati in strumenti finanziari opachi e interconnessi, che andava avanti già da più anni e della riduzione del reddito disponibile degli americani, sempre più indebitati, anche per effetto del citato incremento dei prezzi delle materie prime.

Di seguito si spende in una ricostruzione dei motivi per i quali l’occidente ha prevalso, nel periodo che va dal XV secolo al XVIII sulla potente Cina. In sostanza questa si è chiusa volontariamente in se stessa, ristagnando per secoli mentre l’occidente cresceva grazie alla sua maggiore apertura (una tesi che assomiglia a quella di Daron Acemoglu e James Robinson in “Perché le nazioni falliscono”, del 2012) e avviava nel 1800 la prima globalizzazione liberale, associata ad una potente ondata di modernizzazione.
In questa che è quindi la seconda ondata di modernizzazione, non necessariamente accompagnata da una “occidentalizzazione” (secondo la tesi di Huntington) si prefigura un futuro in certo senso “confuso”. In cui l’ibridazione culturale tra la modernità occidentalocentrica e le culture locali troveranno sempre diverse sintesi. Quel che nasceranno sono modi sempre nuovi di raccontare il mondo (p.91) in una sorta di grande “crogiuolo”.

A questo punto occorre guardare allo “sfidante”, ovvero alla Cina. Per Zakaria il grande paese orientale non diventerà in un futuro prevedibile la superpotenza del mondo, ma sarà il secondo in una notevole serie di settori, ed in alcuni magari anche il primo. Dispone infatti di enormi risorse commerciali, di grandi capacità produttive, di grandi riserve monetarie (circa 1.500 Mld all’epoca), apparentemente per effetto di uno Stato forte e di una pianificazione centrale che funziona.
Questo è imbarazzante, in effetti, per un autore che ha poggiato fino ad ora tutto il suo racconto sul decentramento dallo Stato e la forza delle economie libere e non programmate. Cerca quindi di uscirne sottolineando (come farà anche Shankar Yha nel suo “La tigre ed il dragone” che leggeremo) il forte decentramento della governance cinese strutturalmente regionalizzata. In uno stato così immenso le autonomie locali sono tradizionalmente forti e in alcuni casi opposte al potere centrale; si tratta di un elemento di lungo periodo nella storia cinese. Ma, naturalmente, questa osservazione dimentica che anche i ‘governi regionali’ (dove si intende governi di centinaia di milioni di persone) sono fortemente statuali e diretti centralmente da un unico partito a seguito di una cultura della pianificazione forte e pervasiva. Insomma, si tratta di un trucco retorico.

La Cina, a suo parere, per quanto cerchi di “tenere la lampada sotto il moggio” è comunque troppo grande per nascondersi efficacemente, ed è soggetta ad alcune sfide essenziali: la prima è l’incipiente democratizzazione per effetto della crescita di reddito (a suo dire una legge confermata dall’esperienza); la seconda è la frizione con i vicini che potrebbe impedirgli di emergere pacificamente (p.122).

Per comprendere meglio la situazione dell’epoca “post-americana” incipiente, allora bisogna guardare anche a questi vicini. In primo luogo l’alleato indiano. Un paese enorme, democratico per la sua enorme complessità, fortemente ineguale e con il 50% del Pil ricavato dai servizi. Un paese nel quale, anche qui, la crescita avviene malgrado lo Stato e non grazie ad esso. Anche qui, in sostanza per l’autore “la società ha riaffermato il proprio predominio rispetto allo Stato” (p.147), dove per “società”, si intende “l’economia”. Il governo deve quindi liberarsi della pressione delle minoranze organizzate (tesi, appunto del Rapporto del 1975, e di tanta letteratura politologica di marca liberista, come, ad esempio nel libro di Majone e La Spina del 2000 “Lo Stato Regolatore”), e limitarsi all’importante compito di fissare le regole.

Terza cosa da considerare è la lezione della storia, osservando le transizioni di potenza tra la Gran Bretagna e l’America appare importante che anche gli Stati Uniti adottino un approccio flessibile e pragmatico, evitando impegni eccessivi come la disastrosa guerra con i Boeri (e la guerra in Iraq che non cita per non scontentare il suo ambiente).

Del resto gli Stati Uniti hanno ancora molti punti di forza, come l’istruzione (guardando bene i numeri e vagliando le definizioni curriculari, si vede che formano molti più ingegneri di Cina e India in rapporto alla popolazione), o la demografia che è in crescita, mentre quella dei principali competitori (Europa, Cina, Russia) è in declino.
E hanno anche “problemi seri”, come (p.208):
1-     La riduzione dei risparmi,
2-     Il probabile crack del bilancio federale (verso bau bau della letteratura conservatrice),
3-     La stagnazione dei redditi delle famiglie,
4-     L’utilizzo del 80% del surplus mondiale, preso a prestito e usato per consumi (anziché investimenti).

Con questo elenco, che non prova neppure a mettere in qualche relazione reciproca, e neppure in un ordine logico (ad es, 3-4-1-2) Fareed Zakaria chiude l’analisi degli Stati Uniti che soffrono a suo dire in ultima analisi di “eccessiva regolamentazione dell’economia” (p.210), “tasse alte” e una “politica del non fare nulla”. Una situazione che crea problemi essenzialmente per l’aumento della competizione internazionale. Ormai “tutti hanno cominciato a giocare” e questo indebolisce l’unipolarismo.

Servono dunque nuove regole e un nuovo ruolo per gli Stati Uniti nell’epoca “post-americana”. La proposta è quel che Huntington chiama “uni-multipolarismo”. Un ruolo di arbitro centrale, o di “onesto sensale” come fu Bismarck per un breve periodo a seguito dell’unificazione del 1870. Una potenza preminente, che però evitava di allinearsi completamente con l’uno o l’altro, cercando più che altro di crescere all’ombra dell’equilibrio. Un potere che nasce dal definire l’agenda, individuare le questioni, creare e mobilitare coalizioni.
In un mondo con molte potenze regionali, con molti “secondi”, non si possono più prendere decisioni e comunicarle (come ha tentato di fare Bush nell’epoca neocon descritta da Kagan), ma bisogna imitare le grandi multinazionali statunitensi, fare accordi locali e partnership invece di cercare sempre di essere “imperiali”. Inoltre bisogna proiettare ideologia, assumere il compito di essere “il Paese che definirà gli ideali universali”, un compito che “solo l’America è in grado di compiere” (p.240). Leggeremo il libro di Charles Kupchan “Nessuno controlla il mondo” che è di altro avviso. 

Dunque gli USA devono, in sintesi:
1-     Scegliere, non possono fare tutto, in particolare devono scegliere che fare con la Cina, alla quale va dato spazio;
2-     Costruire le regole generali, non gli interessi particolari;
3-     Essere come Bismarck, non come l’Inghilterra;
4-     Ordinare à la carte, considerato che l’attuale sistema è molto più robusto di quello degli anni venti del secolo passato, dice l’autore (frase scritta sulla vigilia del crollo del secolo), e molto più decentrato, bisogna assumere un atteggiamento à la carte (formula di Richard Haass) ed accettare che la vita diventi più confusa. Dunque essere “accomodanti, flessibili e adattabili”. Questa tesi la ritroveremo espressa nei libri di Parag Khanna, in particolare in “Connectography”;
5-     Pensare assimmetricamente, e far uso dell’intera gamma dei fattori di forza e delle possibilità che si hanno a disposizione;
6-     La legittimità è potere, dunque lavorare per recuperare, dall’epoca di Bush, la legittimità perduta.


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