Continuando,
dopo il libro
di Kaplan del 2003, a leggere le posizioni della destra americana (in questo
caso neoliberista) sulla dinamica messa in movimento dalla globalizzazione
accelerante dopo la fine del millennio, vale la pena di leggere il libro del politologo e giornalista di origini
indiane Fareed Zakaria. L’autore di saggi importanti come “Democrazia senza libertà”, tradotto in diciotto lingue, che
leggeremo in seguito, è il figlio di un politico indiano e si è laureato a Yale
in storia, ed in politica internazionale ad Harvard con Samuel Huntington; è
stato redattore di Foreign Affairs, e
poi di Newsweek International, ma
scrive spesso anche nel Washington Post,
sempre di politica internazionale, e anche per la Trilateral
Commission, uno dei più influenti Think Thank della destra mondiale,
tra i cui past president di gruppo (è divisa in aree macrogeografiche) troviamo
Trichet, Monti, Joseph Nye, Volcker, David Rockfeller. Di particolare rilievo
nell’opera della “Trilaterale” è il
famoso studio del 1975, redatto da Michel Crozier, Samuel P.Huntington e Joji
Watanuki “La
crisi della democrazia”, nel quale veniva diagnosticato un “eccesso di
democrazia”, e proposto un rafforzamento del potere centrale tecnocratico. Lo
studio ebbe grande influenza sull’amministrazione Carter, che avviò, prima di
quella di Reagan, la svolta “governista” che impegna tutti gli anni ottanta e
poi arriva sino ad oggi.
Il
contesto nel quale svilupperemo la lettura è quello definito dal post “La
grande partita”, al quale hanno fatto seguito le letture degli studi di
Arrighi “Caos
e governo del mondo”, di Todd, “Dopo
l’impero”, di Feldman “Cool
war”, di Yha, “Il
caos prossimo venturo”, e di Kagan.
Siamo nel 2008,
quindi a ridosso anzi dentro la crisi
avviata nel 2007 e che nell’autunno, a tutta evidenza dopo la pubblicazione del
libro che neppure la intravede, farà crollare il mondo della finanza. Zakaria
scrive un libro che mette in evidenza il declino relativo degli Stati Uniti essenzialmente
come “crescita degli altri”, per effetto di una “grande trasformazione” mossa
dalla tecnologia.
Bisogna
notare una cosa importante: gli “altri” non sono solo gli stati sovrani, ma
anche le imprese in qualche modo
sovrane; ovvero che non si sottomettono alla politica, ma riescono ad eluderla.
Dal punto di Zakaria, che come d’uso inscrive la sua narrativa nel contesto di
un’ampia visione evolutiva della storia del mondo, relazionandola
esplicitamente ad un cammino di progresso, questa liberazione dell’economia dalla
politica è un fenomeno emancipativo.
Secondo
la sua grande sintesi ci sono stati infatti due grandi “spostamenti di potere”
nella recente storia dell’umanità:
1- L’ascesa
del mondo occidentale, ai danni in particolare dell’oriente, nei secoli che vanno
dal XV al XVIII;
2- L’emergere
del potere degli Stati Uniti, alla fine del XIX secolo;
Ed
ora sta avvenendo il terzo: l’ascesa appunto degli “altri”.
Segnala
questa ascesa il solito armamentario della retorica neoliberale: l’incremento
enorme di persone che sono entrate nel mercato e non vivono più con meno di un
dollaro al giorno (circostanza letta senza alcuna esitazione come progressiva);
ma anche il fatto che il potere si sta diffondendo dagli Stati verso altri
soggetti e quindi si allontana dalle nazioni.
L’assetto
che prevedibilmente si darà nel prossimo futuro vede dunque una situazione articolata
nella quale gli Stati Uniti resteranno l’unica superpotenza sul piano militare,
ma in tutti gli altri campi (economico, diplomatico, culturale) non saranno più
i primi. Questa valutazione nasce dalla tendenza, che vede inarrestabile con
singolare mancanza di visione a breve termine, della crescita dell’economia
cresciuta con ritmo accelerato dall’avvio del millennio, mentre la situazione
politica “precipita a spirale” (con probabile riferimento alle crescenti
difficoltà dell’amministrazione Bush ed alla crisi dell’egemonia americana che
ne consegue). Anche le minacce che si intravedono, come quella islamica, o la
sfida del populismo in America Latina, sono considerate marginali (un “piccolo
numero di fanatici” e “folli invettive di Chavez” rispettivamente), quindi tutto
alla fine andrà bene, perché l’economia
sta guidando la politica, rendendola sempre meno rilevante.
Zakaria
vede intorno a sé, una “calma” che “ha una profonda base strutturale” (mentre,
al contrario, due anni prima Shankar Yha, anche lui di origini indiane, vedeva
benissimo le profonde basi strutturali della crisi incipiente), proprio perché
“in tutto il mondo l’economia sta avendo la meglio sulla politica” (p.26). Come
a suo dire è accaduto nei periodi di grande sviluppo e prosperità che
identifica con quello dalla fine dell’ottocento all’inizio del novecento e
quello degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso. Due periodi (del
tutto diversi sotto ogni profilo, ma l’autore non se ne avvede) in cui ci
sarebbe stato uno “shock positivo dell’offerta” con nuovi attori economici che sono
cresciuti grazie alle esportazioni.
Si
sarebbe trattato di due grandi periodi di espansione dell’economia mondiale, al
quale si sta aggiungendo, nel 2008, l’ultimo. La prova è che “circa due miliardi di persone sono entrate
nel mondo dei mercati e del commercio, un mondo che fino a poco tempo fa era
appannaggio di un piccolo club di paesi occidentali” (p.28). E’ chiaro che
questa osservazione poggia la sua normatività sul giudizio implicito che
entrare nel mercato e commerciare sia in sé bene, indipendentemente da quale
posizione si riveste nel sistema.
Ma
questo presunto allargamento del benessere, non meglio articolato e
giustificato (dato che è assiomatico nella logica di Zakaria), è mosso, anzi
“spronato”, dal “movimento dei capitali occidentali verso l’Asia e in tutto il
mondo”. Sono questi capitali che hanno rimesso in moto i giganti demografici
asiatici che restano però paesi poveri in termini di reddito pro-capite (quelli
che “entrano nel mercato” sono tutti lavoratori poverissimi in condizioni
semiservili che in occidente non si vedevano dai tempi di Manchester). Giganti
quindi che sviluppano una certa potenza aggregata (maggiore dove lo Stato ha
più capacità di mobilitazione, perché meno democratico) per la semplice potenza
dei numeri. Qualunque reddito procapite basso fa un grande Pil moltiplicato per
tre miliardi.
In
un mondo in cui, coerentemente con la tesi di Fukuyama, rimane in campo un solo
modello economico ci sono tre fattori preminente:
-
il primo è il libero movimento dei
capitali che riesce a fare la differenza. La cosa è vita in modo molto netto e
lucido: “lo scambio di valuta ammonta a duemila miliardi al giorno – che si
sposta da una parte all’altra del mondo, premiando alcuni Paesi e punendone
altri – è il meccanismo celeste
attraverso cui la globalizzazione impone
la disciplina” (p.32). Difficile dirlo in modo più franco.
-
Il secondo fattore divino è la diffusione
delle Banche Centrali Indipendenti, ed il conseguente “imbrigliamento
dell’inflazione”. È infatti “l’iperinflazione” (inavvertitamente l’autore
slitta dalla normale ‘inflazione’ al fenomeno del tutto diverso della
‘iperinflazione’ che si è dato poche volte nella storia, ma giustamente famose)
che ha provocato l’ascesa del nazismo in Germania e che determina i maggiori
rischi per tutti. Un’affermazione fattualmente falsa (a meno di un complesso
ragionamento che l’autore non fa), che serve a condurre ad una “reductio ad
hitlerum” (come diceva Leo Strauss) l’interlocutore che volesse porre dei
dubbi.
-
Il terzo sono le innovazioni tecnologiche
che hanno reso il mondo più “piatto” (Friedman).
L’effetto
di questi tre doni della provvidenza sono: una “crescita generalizzata” con
maggiore capacità di recupero del sistema economico, ma anche la crescita dei
prezzi delle materie prime (nella prima parte del 2008 avevano raggiunto
valutazioni record, a partire dal petrolio) e la crescita dell’impatto
ambientale.
Certo
ci sono anche degli svantaggi, oltre al citato impatto sull’ambiente: la
crescita del nazionalismo (ad esempio in Russia, o in Cina) e una frattura tra
le élite cosmopolite e il resto del popolo americano (p.55).
In
queste prime cinquanta pagine l’autore mostra in sostanza la più completa
mancanza di sensibilità per una situazione economica che si stava violentemente
sfilacciando già da tutto l’anno precedente, sotto la spinta insostenibile
della riduzione dei prezzi immobiliari, incapsulati in strumenti finanziari
opachi e interconnessi, che andava avanti già da più anni e della riduzione del
reddito disponibile degli americani, sempre più indebitati, anche per effetto
del citato incremento dei prezzi delle materie prime.
Di
seguito si spende in una ricostruzione dei motivi per i quali l’occidente ha
prevalso, nel periodo che va dal XV secolo al XVIII sulla potente Cina. In
sostanza questa si è chiusa volontariamente in se stessa, ristagnando per
secoli mentre l’occidente cresceva grazie alla sua maggiore apertura (una tesi
che assomiglia a quella di Daron Acemoglu e James Robinson in “Perché
le nazioni falliscono”, del 2012) e avviava nel 1800 la prima
globalizzazione liberale, associata ad una potente ondata di modernizzazione.
In
questa che è quindi la seconda ondata di modernizzazione, non necessariamente
accompagnata da una “occidentalizzazione” (secondo la tesi di Huntington) si
prefigura un futuro in certo senso “confuso”. In cui l’ibridazione culturale
tra la modernità occidentalocentrica e le culture locali troveranno sempre
diverse sintesi. Quel che nasceranno sono modi sempre nuovi di raccontare il
mondo (p.91) in una sorta di grande “crogiuolo”.
A
questo punto occorre guardare allo “sfidante”, ovvero alla Cina. Per Zakaria il
grande paese orientale non diventerà in un futuro prevedibile la superpotenza
del mondo, ma sarà il secondo in una notevole serie di settori, ed in alcuni
magari anche il primo. Dispone infatti di enormi risorse commerciali, di grandi
capacità produttive, di grandi riserve monetarie (circa 1.500 Mld all’epoca), apparentemente
per effetto di uno Stato forte e di una pianificazione centrale che funziona.
Questo è imbarazzante,
in effetti, per un autore che ha poggiato fino ad ora tutto il suo racconto sul
decentramento dallo Stato e la forza delle economie libere e non programmate.
Cerca quindi di uscirne sottolineando (come farà anche Shankar Yha nel suo “La tigre ed il dragone” che leggeremo)
il forte decentramento della governance cinese strutturalmente regionalizzata.
In uno stato così immenso le autonomie locali sono tradizionalmente forti e in
alcuni casi opposte al potere centrale; si tratta di un elemento di lungo
periodo nella storia cinese. Ma, naturalmente, questa osservazione dimentica
che anche i ‘governi regionali’ (dove si intende governi di centinaia di
milioni di persone) sono fortemente statuali e diretti centralmente da un unico
partito a seguito di una cultura della pianificazione forte e pervasiva.
Insomma, si tratta di un trucco retorico.
La
Cina, a suo parere, per quanto cerchi di “tenere
la lampada sotto il moggio” è comunque troppo grande per nascondersi
efficacemente, ed è soggetta ad alcune sfide essenziali: la prima è
l’incipiente democratizzazione per effetto della crescita di reddito (a suo
dire una legge confermata dall’esperienza); la seconda è la frizione con i
vicini che potrebbe impedirgli di emergere pacificamente (p.122).
Per
comprendere meglio la situazione dell’epoca “post-americana” incipiente, allora
bisogna guardare anche a questi vicini. In primo luogo l’alleato indiano. Un paese
enorme, democratico per la sua enorme complessità, fortemente ineguale e con il
50% del Pil ricavato dai servizi. Un paese nel quale, anche qui, la crescita
avviene malgrado lo Stato e non grazie ad
esso. Anche qui, in sostanza per l’autore “la società ha riaffermato il
proprio predominio rispetto allo Stato” (p.147), dove per “società”, si intende
“l’economia”. Il governo deve quindi liberarsi della pressione delle minoranze
organizzate (tesi, appunto del Rapporto del 1975, e di tanta letteratura
politologica di marca liberista, come, ad esempio nel libro di Majone e La
Spina del 2000 “Lo
Stato Regolatore”), e limitarsi all’importante compito di fissare le regole.
Terza
cosa da considerare è la lezione della storia, osservando le transizioni di
potenza tra la Gran Bretagna e l’America appare importante che anche gli Stati
Uniti adottino un approccio flessibile e pragmatico, evitando impegni eccessivi
come la disastrosa guerra con i Boeri (e la guerra in Iraq che non cita per non
scontentare il suo ambiente).
Del
resto gli Stati Uniti hanno ancora molti punti di forza, come l’istruzione
(guardando bene i numeri e vagliando le definizioni curriculari, si vede che
formano molti più ingegneri di Cina e India in rapporto alla popolazione), o la
demografia che è in crescita, mentre quella dei principali competitori (Europa,
Cina, Russia) è in declino.
E
hanno anche “problemi seri”, come (p.208):
1- La
riduzione dei risparmi,
2- Il
probabile crack del bilancio federale (verso bau bau della letteratura
conservatrice),
3- La
stagnazione dei redditi delle famiglie,
4- L’utilizzo
del 80% del surplus mondiale, preso a prestito e usato per consumi (anziché
investimenti).
Con
questo elenco, che non prova neppure a mettere in qualche relazione reciproca,
e neppure in un ordine logico (ad es, 3-4-1-2) Fareed Zakaria chiude l’analisi
degli Stati Uniti che soffrono a suo dire in ultima analisi di “eccessiva
regolamentazione dell’economia” (p.210), “tasse alte” e una “politica del non
fare nulla”. Una situazione che crea problemi essenzialmente per l’aumento
della competizione internazionale. Ormai “tutti hanno cominciato a giocare” e
questo indebolisce l’unipolarismo.
Servono
dunque nuove regole e un nuovo ruolo per gli Stati Uniti nell’epoca
“post-americana”. La proposta è quel che Huntington chiama
“uni-multipolarismo”. Un ruolo di arbitro centrale, o di “onesto sensale” come
fu Bismarck per un breve periodo a seguito dell’unificazione del 1870. Una
potenza preminente, che però evitava di allinearsi completamente con l’uno o
l’altro, cercando più che altro di crescere all’ombra dell’equilibrio. Un
potere che nasce dal definire l’agenda, individuare le questioni, creare e
mobilitare coalizioni.
In
un mondo con molte potenze regionali, con molti “secondi”, non si possono più
prendere decisioni e comunicarle (come ha tentato di fare Bush nell’epoca
neocon descritta
da Kagan), ma bisogna imitare le grandi multinazionali statunitensi, fare
accordi locali e partnership invece di cercare sempre di essere “imperiali”.
Inoltre bisogna proiettare ideologia, assumere il compito di essere “il Paese che
definirà gli ideali universali”, un compito che “solo l’America è in grado di
compiere” (p.240). Leggeremo il libro di Charles Kupchan “Nessuno controlla il mondo” che è di altro avviso.
Dunque
gli USA devono, in sintesi:
1- Scegliere,
non possono fare tutto, in particolare devono scegliere che fare con la Cina,
alla quale va dato spazio;
2- Costruire le regole generali, non gli
interessi particolari;
3- Essere come Bismarck, non come
l’Inghilterra;
4- Ordinare à la carte,
considerato che l’attuale sistema è molto più robusto di quello degli anni
venti del secolo passato, dice l’autore (frase scritta sulla vigilia del crollo
del secolo), e molto più decentrato, bisogna assumere un atteggiamento à la
carte (formula di Richard Haass) ed accettare che la vita diventi più confusa.
Dunque essere “accomodanti, flessibili e adattabili”. Questa tesi la
ritroveremo espressa nei libri di Parag Khanna, in particolare in
“Connectography”;
5- Pensare assimmetricamente, e
far uso dell’intera gamma dei fattori di forza e delle possibilità che si hanno
a disposizione;
6- La legittimità è potere, dunque
lavorare per recuperare, dall’epoca di Bush, la legittimità perduta.

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