A luglio 2018 il fisico Carlo Rovelli, sconfinando
alquanto dal suo campo, ha scritto per ‘The
Guardian’ (giornale di area Labour che appoggia Clegg) un denso articolo
il cui titolo è “National identity is
fake. We should focus on the wider
common goods”. Vengo in contatto con
questo articolo attraverso una determinata recensione
scritta da Moreno Pasquinelli su “Sollevazione”.
Più precisamente Pasquinelli reagisce alla traduzione
in italiano pubblicata qualche giorno dopo dal “Corriere della Sera”, il tradizionale giornale della borghesia
italiana. Il titolista del Corriere, però, ha reso il titolo inglese con un “Fermiamo i nazionalisti. C’è un’unica
patria, è l’umanità”, che trasmette un messaggio più netto.
Vediamo cosa dice Rovelli.
Rovelli avvia il suo discorso ammettendo l’esistenza
della identità culturale nazionale, confronta a questo scopo inglesi ed
italiani e si confessa chiaramente del secondo tipo: “riconosco facilmente
l’italiano in me”. Ma subito allarga questa identità culturale e la derubrica a
“strato sottile”, ad uno strato tra “tanti altri” (e dunque non più rilevante,
più originario o più autentico). Dice, infatti, che “Dante ha segnato la mia
educazione, ma ancora più lo hanno fatto Shakespeare o Dostoevskij”.
“La Gran Bretagna è un
vecchio Paese. Il mio Paese, l’Italia, è giovane. Entrambi sono orgogliosi del
loro passato. Entrambi sono contrassegnati da marcati caratteri nazionali: è
facile identificare gli italiani o gli inglesi, tra la folla di un aeroporto internazionale.
Riconosco facilmente l’italiano in me: non riesco a dire nulla senza agitare le
mani, ci sono antiche pietre romane nelle cantine della mia casa a Verona, e
gli eroi nella mia scuola erano Leonardo e Michelangelo ...
Eppure questa identità nazionale
è solo uno strato sottile, uno tra tanti altri, assai più importanti.
Dante ha segnato la mia educazione, ma ancora più lo hanno fatto Shakespeare e
Dostoevskij.”
Per completare l’espressione del proprio punto di
vista aggiunge due note molto rilevanti, di essere nato in una piccola città di
provincia, cattolica e “bigotta” (Verona) e di aver studiato in una città
capoluogo di media dimensione, molto più libertaria, (“nella libertina
Bologna”). Cosa che gli ha procurato uno shock
culturale.
Ma, soprattutto, ammette
il suo punto di vista di classe:
“Sono cresciuto
all’interno di una determinata classe sociale, e condivido abitudini e
preoccupazioni con le persone di questa classe in tutto il pianeta più che con
i miei connazionali”.
E generazionale:
“Sono parte di una
generazione: un inglese della mia età è molto più simile a me di un veronese
dall’età diversa”.
(Naturalmente un inglese della stessa classe sociale).
Ed a questo punto conclude slittando inavvertitamente
ma significativamente dalla prospettiva collettiva, nella quale aveva
introdotto il tema della identità culturale (gli “italiani”, gli “inglesi”), alla
prospettiva personale ed individuale:
“La mia identità viene
dalla mia famiglia, unica, come è unica
ogni famiglia, dal gruppo dei miei amici d’infanzia, dalla tribù culturale
della mia giovinezza, dalla rete degli sparsi amici della mia vita adulta.
Viene soprattutto dalla costellazione di valori, idee, libri, sogni politici,
preoccupazioni culturali, obiettivi comuni, che sono stati condivisi, nutriti,
per i quali abbiamo combattuto insieme, e che sono stati trasmessi in comunità
che sono più piccole, o più grandi, o completamente trasversali ai confini
nazionali”.
Ora, da questa prospettiva l’identità collettiva, che ammetteva con riconoscimento
fisiognomico all’avvio (“La Gran Bretagna è un vecchio Paese. Il mio Paese,
l’Italia, è giovane. Entrambi sono orgogliosi del loro passato. Entrambi sono
contrassegnati da marcati caratteri nazionali: è facile identificare gli
italiani o gli inglesi, tra la folla di un aeroporto internazionale”), si dissolve senza lasciare traccia.
Ora, dal punto di vista divenuto interamente individuale, “l’identità è unica”,
si tratta del risultato di un percorso biografico irripetibile. E, sempre da
questo punto di vista, le comunanze di senso sono ora trasversali e
attraversano i confini. Questo discorso è simile a quello che, da un punto di
vista liberale, compie Amartya Sen in “Identità
e violenza”, naturalmente in modo molto più consapevole ed articolato.
Carlo Rovelli, è nato nel 1956, ha dunque cinque anni
più di me ed ha potuto partecipare in età più adulta (ma giovanile) al
movimento studentesco del 77-80, venendo coinvolto nell’ala libertaria e nella
seconda generazione di Radio
Alice (nella prima personalità come Bifo, Scozzari, ed altri). Dopo questa
breve ed intensa parentesi si è laureato in Fisica a Bologna ed ha fatto un
dottorato a Padova, ottenendo dei post-doc a Roma, Trieste e Yale. È stato
docente a Pittsburg per quasi un decennio ed ora è ordinario all’Università di
Aix-Marseille in Francia. Scrive sul Corriere
della Sera, sul Sole 24 Ore e su La Repubblica.
Sarebbe appropriato rileggere Pasolini:
“Quando
ieri a Valle Giulia avete fatto a botte/ coi poliziotti,/ io simpatizzavo coi
poliziotti!/ Perché i poliziotti sono figli di poveri./ Vengono da periferie,
contadine o urbane che siano./ [...] I ragazzi poliziotti/ che voi per sacro
teppismo (di eletta tradizione/ risorgimentale)/ di figli di papà, avete
bastonato,/ appartengono all’altra classe sociale./ A Valle Giulia, ieri, si è
così avuto un frammento/ di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte/
della ragione) eravate i ricchi,/ mentre i poliziotti (che erano dalla parte/
del torto) erano i poveri”.
Capita ora lo
stesso.
Rovelli, ricorda senza problemi di essere cresciuto “all’interno di una determinata classe
sociale”, quella che manda i suoi figli al classico, e poi nelle elitarie
facoltà di fisica, ed a fare i dottorati. E senza problemi, abbandonando i suoi
vecchi compagni (quelli che non lo hanno seguito, naturalmente), ammette che
ora “condivide” due cose essenziali, “abitudini e preoccupazioni”, con le
persone della medesima classe, ovunque abitino, e non con i suoi connazionali
di altre classi. Ovviamente, perché questi ne hanno di diverse (in particolare
di preoccupazioni).
Più chiaro di così.
Rovelli, come
prevedeva Pasolini, è tornato alla sua classe.
Non c’è nulla di male, basta saperlo.
E di questa, in particolare della sua frazione
cosmopolita, condivide il rifiuto di
qualsiasi responsabilità collettiva, di ogni dovere. Predilige,
naturalmente, i diritti. Esattamente difende il diritto di chiamarsi fuori.
Tra le “preoccupazioni” della classe cosmopolita che,
come scriveva Lasch[1], ‘ha una mentalità
turistica del mondo’, c’è infatti in primo piano quella di non essere chiamata
ad essere responsabile delle altre classi. Di non dover pagare le tasse per
loro, di non dover sottostare a regole che servono a proteggerle dalle
conseguenze del capitalismo di rapina che loro stessi, collettivamente hanno
prodotto e sostengono; c’è l’incubo di doverle risarcire.
Certo, individualmente noi tutti siamo, come dice
insieme a Sen, “una combinazione di strati, incroci”, e che questi incroci,
estremizzando, sono parte di “una rete di scambi che tesse l’umanità intera
nella sua multiforme e mutevole cultura”. Ma se vista da Marte la terra intera
è un puntino, non significa che lo sia quando si hanno i piedi a nella polvere.
Non tutti gli incroci sono altrettanto stabili o importanti, non tutte le reti
interessano ognuno. Probabilmente la rete di Rovelli è diversa dalla mia, ma
non è questo il punto.
Perché, coerentemente con la mentalità turistica e con
il rifiuto di partecipare al dovere comune, Rovelli fa un salto enorme e dalla
identità individuale passa, senza soluzione di continuità, in un sol balzo
eroico, al “comportamento politico collettivo”. Scrive, infatti:
“Ma allora perché, se
questa è la variegata identità di ciascuno di noi, perché organizziamo il
nostro comportamento politico collettivo in nazioni e lo fondiamo sul senso di
appartenenza a una nazione? Perché l’Italia? Perché il Regno Unito?”
È un salto enorme, ripercorriamolo prima di vederlo
sparire: se questa è la variegata
identità di ciascuno di noi, perché
organizziamo il comportamento politico collettivo in unità antecedenti
l’individuo? Perché, se ognuno è diverso, il comportamento politico deve essere determinato in arene che gli preesistono?
L’assoluta confluenza, in fondo originaria, del
libertarismo dell’estrema sinistra (in particolare in chi la visse da giovane,
assorbendola acriticamente) e del liberalismo è qui del tutto evidente. Come
evidente, e addirittura rivendicata, la natura di classe e gli interessi, le
“preoccupazioni”, che condivide con gli omologhi del mondo intero, ma non,
ovviamente, con le altre classi della propria arena politica. Che quindi si
tratta di neutralizzare.
Neutralizzare, per Roversi, significa delegittimare.
E si impegna da ora in questo compito. Intanto
rovescia il punto, mettendolo a testa in giù: “non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è
viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere”.
Il che è vero, naturalmente. E’, cioè, anche vero, nel lungo periodo e
nell’insieme. Ma le identità nazionali sono fatte anche dalla lingua, dai
costumi, dai valori, dalla memoria, da tante componenti che non tutte, non
immediatamente, sono create dalle
strutture di potere[2].
Senza dimenticare di passare per un momento di
autorazzismo[3], Rovelli si appoggia quindi
ad una frase di Massimo d’Azeglio (bellamente ignorata dalla più prosaica élite
dell’ex regno di Sardegna, interessato al più a fare se stesso) per sostenere
che le nazioni, che si raccontano attraverso la propria storia, sono “famiglie
fittizie”.
“Sono sempre sorpreso
di quanto diversa sia la storia insegnata in Paesi diversi. Per un
francese, la storia del mondo è centrata sulla Rivoluzione francese. Per un
italiano, eventi di dimensione universale sono il Rinascimento (italiano) e
l’Impero romano. Per un americano, l’evento chiave per l’umanità, quello che ha
introdotto il mondo moderno, la libertà e la democrazia, è la guerra di
Indipendenza americana contro... la Gran Bretagna. Per un indiano, le radici
della civiltà si trovano nell’era dei Veda... ciascuno sorride delle
distorsioni degli altri, e nessuno riflette sulle proprie...
Leggiamo il mondo in
termini di grandi narrazioni discordanti, che abbiamo in comune con i
connazionali. Sono narrazioni create consapevolmente per generare un senso di
appartenenza a famiglie fittizie, chiamate nazioni.”
Di qui ci si allontana ancora un poco e si arriva su
Giove.
Da lì può sembrare che sia “non molto tempo fa” che
gli abitanti di Costantinopoli (ovvero l’odierna Istanbul), prima di essere
trucidati nel 1453, “chiamavano se stessi ‘romani’”[4], e
può sembrare che due secoli fa in Calabria chiamavano se stessi “greci”[5].
Se ne conclude, dato che seicento anni fa nella città
di Istanbul c’erano persone diverse, che “le identità nazionali non sono altro
che teatro politico”. Neppure Sen arriva a tanto.
“Meno di due secoli
c’era gente in Calabria che chiamava se stessa «greco», e non molto tempo fa
gli abitanti di Costantinopoli chiamavano se stessi «romano»... e non tutti in
Scozia o Galles hanno tifato Inghilterra nella coppa del mondo... Le identità
nazionali non sono altro che teatro politico”.
A questo punto, scoprendo di essersi spinto magari
troppo in là il nostro inserisce subito un caveat:
“Non fraintendetemi.
Non voglio suggerire che ci sia qualcosa di male in tutto questo. Al
contrario: unificare popolazioni diverse — veneziani e siciliani, o diverse
tribù anglosassoni — perché collaborino a un bene comune, è saggia e
lungimirante politica”.
Per precisarlo ricade subito più avanti, dimentico
completamente del suo marxismo delle origini e tradendo il ritorno a casa
compiuto ormai completamente:
“Se lottiamo tra noi
stiamo ovviamente molto peggio che se lavoriamo insieme. È la cooperazione, non
il conflitto, che giova a tutti. L’intera civiltà umana è il risultato della
collaborazione”.
Magari si potrebbe ricordare, almeno quello lo avrà
letto, suppongo, l’incipit più famoso del primo capitolo del “Manifesto del Partito Comunista”, quello
che, non per caso, parla dell’inimicizia tra la sua ‘tribù mondiale’ e quelli
che lascia a casa, il capitolo “Borghesi e proletari”:
“La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi.”
Karl Marx, Friedrich Engels, 1848
Lo stesso testo che si chiude con l’altrettanto
famoso:
Qui avviene un altro salto enorme. Nel seguito Rovelli
sostiene che dentro i paesi creare unità politica (uno “spazio politico
comune”) è sempre a vantaggio reciproco, quindi sostiene anche se è falso che
ci sia una “Sacra Identità Nazionale”, è bene sia[7].
“Qualunque sia la
differenza tra Napoli e Verona, le cose vanno meglio per tutti senza frontiere
fra l’una e l’altra. Lo scambio di idee e merci, sguardi e sorrisi, i fili che
tessono la nostra civiltà, ci arricchisce tutti, in beni, intelligenza e
spirito. Fare convergere persone diverse in uno spazio politico comune è
vantaggio per tutti. Rafforzare poi questo processo con un po’ di ideologia e
teatro politico, per tenere a bada i conflitti istintivi, montare la farsa di
una Sacra Identità Nazionale, per quanto sia operazione fasulla, è comunque
operazione utile. È prendere il giro le persone, ma chi può negare che la
cooperazione è meglio del conflitto?”
Dove atterra Rovelli? Finisce per passare sotto
assoluto silenzio che da una parte
c’è, robusto o meno, uno “spazio politico comune”, nel quale decenni di lotte,
che dovrebbe in parte ricordare, hanno conquistato spazi democratici e quote di
redistribuzione, dall’altra, nulla di
questo.
Si trova ad affermare:
“Ma è proprio qui che
l’identità nazionale diventa un veleno. Creata per favorire la
solidarietà, può finire per diventare l’ostacolo alla cooperazione su scala più
larga. Creata per ridurre conflitti interni, può finire per generare conflitti
esterni ancora più dannosi.”
Il punto è però un’altro: l’identità nazionale
contiene il portato di quelle lotte, e quindi registra un equilibrio di forze e
un insieme di doveri dai quali la ‘tribù’ di Rovelli vuole fuggire. Preferisce
scegliere quali impegni prendere, e preferisce non prendere quelli costosi ed a
vantaggio di altri.
Segue la solita reductio ad hitlerum, con
consuetudinario analfabetismo storico.
“Le intenzioni dei
padri fondatori del mio Paese erano buone nel promuovere un’identità nazionale
italiana, ma solo pochi decenni dopo questa è sfociata nel fascismo, estrema
glorificazione di identità nazionale. Il fascismo ha ispirato il nazismo di
Hitler. La passionale identificazione emotiva dei tedeschi in un
singolo Volk ha finito per devastare la Germania e il mondo. Quando
l’interesse nazionale promuove il conflitto invece che la cooperazione, quando
alla ricerca di compromessi e regole comuni si preferisce mettere la propria
nazione davanti a tutto, l’identità nazionale diventa tossica”.
Introdotto Hitler è possibile ascrivergli ogni cosa
che si muove. Dunque tutte le politiche che si oppongono alla ‘tribù’ che passa
la vita negli aeroporti (non a caso evocati all’inizio come test di
identificazione nazionale).
“Politiche nazionaliste
o sovraniste stanno dilagando nel mondo, aumentando tensioni, seminando
conflitto, minacciando tutti e ciascuno di noi.”
Come si risponde ad una “insensatezza”?
“Penso che la risposta
sia dire forte e chiaro che l’identità nazionale è falsa. È buona se aiuta a
superare interessi locali per il bene comune, è miope e controproducente quando
promuovere l’interesse di un gruppo artificiale, «la nostra nazione», invece
che un più ampio bene comune.”
L’identità collettiva, ovvero nazionale, è dunque
“falsa” (parola impegnativa in bocca ad un fisico teorico). Ma pur essendo
non-vera può essere tuttavia ‘buona’ se almeno aiuta a superare ‘interessi
locali’ (ad esempio, immagino, quelli del proletariato) per il ‘bene comune’
(che, sempre immagino, coincide con quello della ‘tribù’ del nostro, dato che
il conflitto non è più previsto). È, invece, ‘miope e controproducente’ se promuove
l’interesse di un ‘gruppo artificiale’.
Questo fantastico ‘più
ampio bene comune’ (e l’autorità di designarlo, dato che lo spazio politico
europeo non esiste nella stessa forma operativamente attiva), è quindi nascosto
dagli interessi particolari.
Come si potrebbe ottenere lo fa intuire la frase
successiva:
Ma
localismo e nazionalismo non sono solo errori di calcolo; traggono forza dal
loro appello emotivo: l’offerta di una identità. La politica gioca con il
nostro istintivo insaziabile desiderio di appartenenza. «Le volpi hanno le loro
tane e gli uccelli del cielo hanno i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha
dove posare il suo capo...» offrire una casa fittizia, la nazione, è risposta
fasulla, ma costa poco e paga politicamente.
Dunque è “il
calcolo”, il modo. È la tecnocrazia
alla quale appartiene, quella che vive insieme e si riconosce eguale nel mondo,
ad avere la risposta.
Bisogna allora neutralizzare le arene politiche
nazionali per andare verso il “più ampio bene comune”, che, ovviamente, non si
designa politicamente (dato che politica significa conflitto), ma si ‘calcola’.
Infatti è per questo che l’identità nazionale è “falsa”.
Di seguito, finalmente, riconosce che purtuttavia l’identità
è un bisogno antropologico. Ma la legge ancora come fittizia e fasulla risposta.
La chiusa è lirica.
“Per questo la risposta
alla perniciosa ideologia nazionale non può essere solo un appello alla
ragionevolezza, ma deve trovare l’anelito morale e ideologico che merita:
glorificare identità locali o nazionali e usarle per ridurre la cooperazione su
scala più ampia non è solo un calcolo sbagliato, è anche miserabile,
degradante, e moralmente riprovevole.”
Accusa quindi chi volesse difendere le democrazie
popolari e costituzionali istituite nelle nazioni, e frutto delle lotte
antifasciste, oltre che delle mobilitazioni del dopoguerra, di voler “ridurre
la cooperazione su scala più ampia”. Ovvero in sostanza di impedire che il “più
largo bene comune” sia determinato razionalmente dagli ottimati, cui
appartiene.
Accusa di “sbagliare i calcoli”.
Ma fa di più: li accusa, ci accusa, di essere “miserabili”,
“degradanti”, “moralmente riprovevoli”.
E perché lo saremmo? Perché pur avendo identità
nazionali (infine un italiano non è come un cinese), ogni uomo è separato. Di qui
Rovelli salta nuovamente indietro, e afferma:
“Non perché non abbiamo
identità nazionali — le abbiamo. Ma perché ognuno di noi è un
crocevia di identità molteplici e stratificate”.
Dunque infine, dopo aver compiuto la mossa liberale
per eccellenza, quella che lascia ognuno solo davanti alla forza schiacciante
del capitale (se non se ne dispone), Rovelli conclude che mettere l’identità
non scelta, quella che comporta doveri e non solo diritti, davanti, “significa tradire
le altre”. Tradire, cioè, quelle che si potrebbero scegliere, che ci convengono,
che la nostra ‘tribù’ ama in tutto il mondo.
Perché, è chiaro, siamo diverso all’interno di
ciascuna nazione. Ed è proprio l’essere diversi che ci dà il diritto di
chiamarci fuori (concretamente).
“Mettere la nazione in
primo luogo significa tradire tutte le altre. Non perché siamo tutti eguali nel
mondo, ma perché siamo diversi all’interno di ciascuna nazione”.
Certo, nel finale, dice ancora la verità. Quelli come
lui “hanno case migliori”, e non capiscono perché devono condividerle con la
plebe. Loro sono “più nobili”, sono “diffusi nel mondo”, non sono mai “soli”,
sono sempre “in tanti”. Direi che ce ne
eravamo accorti.
“Non perché non abbiamo
bisogno di una casa, ma perché abbiamo case migliori e più nobili che non il
grottesco teatro della nazione: la nostra famiglia, i nostri compagni di
strada, le comunità di cui condividiamo i valori, che sono diffuse nel mondo;
chiunque siamo, non siamo soli, siamo in tanti”.
La lirica è alla fine.
“E abbiamo un posto
meraviglioso da chiamare «casa»: la Terra, e una meravigliosa, variegata tribù
di fratelli e sorelle con i quali sentirci a casa e con i quali identificarci:
l’umanità”.
E con essa la truffa.
Chiamare ‘umanità’ chi ci conviene (e disumanizzare
tutti gli altri).
[1] - Christopher Lasch, “La
ribellione delle élite”. Vedi anche, Richard Rorty “Una
sinistra per il prossimo secolo”, Ralph Dahrendorf “Dopo
la democrazia”, Mark Lilla, “L’identità
non è di sinistra”, Aldo Barba, Massimo Pivetti “La
scomparsa della sinistra in Europa”, Jean-Claude Michéa “I
misteri della sinistra”.
[2] - Noterei anche la parola “create”, ovvero dal nulla.
Non “prodotte”, a partire da materie prime. In un fisico la cosa può non essere
casuale.
[3] - “Visto
dal mio giovane e ancora un po’ disfunzionale Paese, l’Italia, questo è forse
più facile da notare che non dall’interno dell’antico e nobile Regno di sua
maestà la regina“.
[4] - Cosa che è storicamente approssimativa.
[5] - Questa, dato che nel 1818 il Regno delle due Sicilie era ben vegeto (da settecento anni, in
forme diverse), è un poco più difficile.
[6] - Quindi, non “del mondo” (che è una traduzione errata
dal tedesco). “Il manifesto del Partito
Comunista”, Editori Riuniti, 1986, p.90. Sopra, “i comunisti appoggiano
dappertutto ogni moto rivoluzionario contro le condizioni sociali e politiche
esistenti …lavorano all’unione e all’intesa dei partiti democratici di tutti i
paesi”.
[7] _ Naturalmente qui il vecchio trucco consiste nel
farsi un fantoccino facile da abbattere, nessuno può credere (e probabilmente
nessuno ha mai creduto) che esista una “Sacra Identità Nazionale”. Di qui a
considerare tutto piatto ed equivalente è un saltare sulle pietre scivolose di
un torrente.

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