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giovedì 18 ottobre 2018

Riccardo Staglianò, “Lavoretti”



Il fortunato libro di Riccardo Staglianò, “Lavoretti” reca come sottotitolo “Così la sharing economy ci rende tutti più poveri”. Ma l’autore anche di “Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro”, sostiene non sia un libro contro la tecnologia, piuttosto un avvertimento circa le sue conseguenze ed un invito a governarle.

La tecnologia, insomma, “ruba” il lavoro, e lo fa da sempre. In effetti lo ha sempre fatto, essa è la leva principale attraverso la quale il meccanismo valorizzante del capitalismo contiene il costo dei lavoratori, quando sale a sfidare il profitto. La tecnologia crea, in termini marxisti, il famoso “esercito di riserva”[1], e può determinare lunghi decenni di stagnazione (per via dei suoi effetti sulla domanda aggregata). In uno di questi periodi di profonda transizione è in effetti nato il marxismo.



Oggi alcune tecnologie capaci di disintermediare e indebolire la posizione contrattuale di molti lavoratori stanno dilagando, in particolare nei paesi più avanzati. In Usa, ad esempio, ci sono qualcosa come venticinque milioni di persone che integrano il loro reddito tramite la cosiddetta “Gig economy[2], che ha contribuito alla diffusione del cosiddetto “lavoro povero” ed è certamente una delle cause della grande svolta del 2016 (cioè della Brexit e della vittoria di Trump, ovvero della cosiddetta “rivolta degli elettori”).

Un famoso e sempre citato esempio, riportato nel libro insieme a quello di Airbnb, è nel modello di Uber[3], che opera attraverso una sorta di pressione verso gli autisti a sovrasfruttare il proprio tempo, per inseguire promesse di reddito che non sono mai raggiunte, al punto che alcuni autisti per ridurre i tempi di risposta, non perdere corse e cogliere le fasce orarie migliori, finiscono negli Stati Uniti a vivere in macchina[4]. Tra il 2016 ed il 2017 l’azienda, ed il suo proprietario Kalanick, è stata peraltro al centro di una interessante controversia. Ma prima facciamo un passo indietro: l’app che esordisce nel 2009 come UberCab, poi ridotta ad Uber per tacitare una causa dei taxisti di San Francisco, ‘distrugge’ un settore fittamente regolato, sostanzialmente aggirandolo. Raccoglie così in pochi anni sedici miliardi di dollari di finanziamenti (torniamo su questo punto cruciale), viene esaltato da “Forbes” come espressione degli spiriti animali che fuggono da ‘lacci e lacciuoli’, ma chiude il 2015 con una perdita record di due miliardi di dollari (su cinque di fatturato). L’azienda comunque sta crescendo e continua a raccogliere capitali, delle perdite può anche disinteressarsi (anche su questo punto converrà tornare). A quel momento opera su 450 città in 73 diversi paesi, servendo quaranta milioni di clienti al mese. Se fosse un datore di lavoro sarebbe il terzo al mondo perché impiega un milione e mezzo di autisti[5], ma ha solo dodicimila dipendenti diretti.

Tutto questo è esaltato come “economia della condivisione”, dall’editoria mainstream come il “Time”, mentre in realtà non lo è affatto[6].

Ora, in sostanza nello schema di Uber l’autista mette sia il suo lavoro sia il mezzo di produzione (di cui è dunque proprietario, apparentemente), mentre la piattaforma mette la rete, ovvero fornisce il cliente grazie alla sua capacità di vendere un servizio che ancora non ha e che non intende comprare. La Piattaforma, insomma, non opera come le industrie che sostituisce e distrugge, non compra del lavoro e dei mezzi di produzione, quindi delle materie prime, e infine eroga il servizio. Del servizio, bisogna notare la finezza, la piattaforma non dispone perché in effetti non acquista anticipatamente la forza-lavoro né i mezzi di produzione, ma come se li avesse, accetta prenotazioni e poi le ‘mette all’asta’, in sostanza vendendole, di una platea di ‘lavoratori autonomi’, anzi ‘professionisti’[7], che si sono iscritti dall’altro lato della piattaforma stessa. L’infrastruttura è al centro di una doppia asta e guadagna il 25% sulle somme che pagano i clienti in base all’algoritmo di calcolo proprietario. Ma gli autisti che ne pensano? Non molto bene, evidentemente, dato che mediamente solo il 4% continua a lavorare per Uber[8] dopo un anno dall’avvio della sua esperienza.
Ma perché Kalanick è costretto a scusarsi nel 2017? Inizialmente l’azienda aveva dichiarato, nel 2014, che gli autisti di New York guadagnavano 90.000 $ all’anno e non avevano da temere nell’immediato l’auto senza pilota[9]. Peccato che malgrado le tariffe alte della città americana (20$ all’ora, contro la media di 8$) per fare quella cifra bisognerebbe guidare, pagati, 4.300 ore all’anno (12 ore al giorno per 365 giorni), e peccato che l’azienda stava anche investendo molto sull’auto senza pilota[10]. Ma l’incidente che lo porta alle scuse è più tipico dei nostri tempi: salendo su una macchina della flotta, Kalanick riceve una lamentela dall’autista, che lo ha riconosciuto, circa le tariffe abbassate senza preavviso ed alcun rispetto degli investimenti che i “lavoratori autonomi” hanno fatto. La ditta, sostanzialmente li butta, per andare a cercare qualcuno ancora più bisognoso dal pozzo senza fondo aperto dalla crisi del 2008. Il miliardario risponde in malo modo, ma quando il video finisce su Bloomberg è travolto dalle reazioni del pubblico.

Staglianò connette il successo di questi modelli selvaggi di capitalismo all’enorme numero di persone, magari con un passato di maggiore benessere (e dunque con case di proprietà o auto ancora accettabili), che si sono trovate in difficoltà. Per farlo introduce un intermezzo retrospettivo che, sia pure in modo semplificato, risale alla lettura di David Harvey[11] per il quale il capitale è un processo di circolazione, nel quale denaro viene impiegato per ottenere più denaro. Tra gli impieghi ci sono comprare per vendere, per affittare, per produrre. Se non riesce a valorizzarsi il capitale si dissolve, ed è quel che per Staglianò, succede nel 1970 e seguenti, inizia il processo che ci porterà al presente, la cosiddetta “globalizzazione”[12], la soluzione che viene trovata è imperniata sulla mobilità dissimmetrica di capitali, merci e lavoratori (tra questi ultimi tra lavoratori “forti” e “deboli”, i secondi resi più mobili ed i primi indeboliti), che porta all’esplosione dell’investimento all’estero e della delocalizzazione di sempre più segmenti dei cicli produttivi una volta integrati verticalmente[13]. Inizia la corsa all’outsorcing, la Germania, ad esempio, passa da avere investimenti all’estero non finanziari pari al 4,7% del Pil nel 1980, ad averne per il 45% di un Pil enormemente aumentato nel 2012. La Gran Bretagna passa dal 14% al 62%, l’Italia da un trascurabile 1,6% ad un significativo 28%.
Secondo le stime di Ignazio Masulli[14] i 475 miliardi che imprenditori italiani hanno speso all’estero per impiantare linee produttive fossero stati investiti nel paese avrebbero generato 2,6 milioni di posti di lavoro, mentre in Germania almeno 7,3 milioni. Ma per uno strano paradosso (la cui logica è riconoscibile e recentemente studiata[15]) “lungi dallo scoraggiarla la delocalizzazione ha incentivato l’emigrazione mettendo gomito a gomito ricchi e poveri del mondo”. Negli anni ottanta in Francia e Gran Bretagna si passa “da zero a sette milioni di immigrati, ai dieci in Germania, ai cinque in Italia”. Dunque è sempre il capitale che guida il processo, prima impiega i lavoratori contadini di prima urbanizzazione cinesi (o vietnamiti, indonesiani, tailandesi, …), poi i flussi migratori gli portano direttamente a casa manodopera economica, e quindi risparmia sui trasporti, e nell’insieme questi due parametri disciplinano i riottosi lavoratori locali (che “non vogliono più lavorare”)[16].

Come disse quel tale che cadeva dal decimo piano: “per ora tutto bene”.



Tutto questo processo, volto a recuperare margini scavando sotto i propri piedi, è strettamente connesso con il boom della finanza, senza la quale non sarebbe possibile (come senza la IT), e si muove insieme ad una offensiva senza precedenti del capitale contro il lavoro e le sue organizzazioni. L’autore ricorda la battaglia di Reagan contro i controllori di volo, quella della Thatcher con i minatori, l’autunno caldo alla Fiat e la fine della scala mobile in Italia.

Il secondo modello distruttivo sul quale il libro si concentra è Airbnb. Anche qui si tratta di fare più o meno lo stesso servizio di un albergo (dato che l’hosting è di fatto gestito quasi sempre da agenzie molto professionalizzate), senza sottostare alle stesse regole stringenti. Le associazioni degli albergatori lo considerano un nemico mortale, temendo di fare la stessa fine dell’industria musicale, in pratica spazzata via da Napster.
Che succede nel mercato mondiale, e cosa in quello italiano, quando sempre più proprietari scelgono di affittare, con le accattivanti facilitazioni sul contatto cliente, sulla piattaforma? Che tende a competere nelle zone di maggiore attrazione turistica con l’impiego per affitti, e quindi a mutarne la composizione sociale. La cosa dovrebbe essere particolarmente rilevante in Italia, dove la grande diffusione della prima casa di proprietà rende il mercato secondario dei fitti particolarmente piccolo. Allora l’8% delle case che sono destinate ad affitti brevi a Roma, e il 18% a Firenze determina una certa tendenza alla disneylandizzazione che certamente non aiuta i negozi di vicinato, già in difficoltà a causa della grande distribuzione e quella su internet (ovvero Amazon[17]).

Il secondo momento di crisi che è alla radice dell’emergere di questi modelli, per Staglianò, è la crisi del 2000, che segnò la fine della prima fase di attrazione di capitali sull’economia di internet, la cosiddetta neweconomy. Molti ricorderanno quando Tiscali valeva più della Fiat, era successo che un fiume immenso di denaro, comparso dalle pieghe infinite di una economia-mondo che non sapeva più dove investire aveva riversato 256 miliardi di dollari su 50.000 aziende appena nate, ed alcune francamente fantasmatiche. In sostanza bastava avere una buona referenza per piazzare le proprie azioni, e una schiera enorme di analisti compiacenti non aspettavano altro che partecipare alla festa.
Ma quando l’assenza di utili crea lo spazio per la pausa di riflessione del 2001, si fa strada un rilancio: quel che funziona meglio è quel che viene creato direttamente dagli utenti e fornito gratis da loro[18]. Non è solo Facebook, anche siti come l’HuffPost, deve una quotazione che a tratti ha superato il “New York Times”, ad un modello che prevede pochissimi dipendenti e oltre seimila blogger che scrivono gratis. Ma il capolavoro è Facebook, nata nel 2004, che ha capitalizzato enormemente (429 miliardi) il chiacchiericcio e le relazioni amicali, seguito da Twitter (2006), You Tube (2005), Pinterest (2009), Istagram (2010).

Ma come si fa a creare un ordine da inserimenti spontanei nel mondo altamente disordinato e conflittuale che abbiamo davanti? In realtà c’è un lavoro enorme, sottopagato, altamente usurante, che viene compiuto dietro le quinte. Non da software e da potenti Bot dotati di straordinaria “intelligenza artificiale”, ma da normale intelligenza umana. Sono i “moderatori”, almeno 100.000 nel mondo, che non fanno parte dei 20.000 dipendenti di Facebook, o dei 50.000 di Google, ma sono seduti nelle loro case in Indonesia o in India, e per due dollari l’ora, si sorbiscono tutti quei contenuti nauseabondi che persone piene di problemi vomitano continuamente nella rete.
Un software seleziona in effetti le frasi e i contenuti che potrebbero essere osceni, offensivi, o distruttivi, ed il moderatore nel tempo massimo di dieci secondi a frase deve decidere tra quattro possibilità a seconda del contesto. E questo per dieci, dodici ore al giorno.
La stessa cosa per Mechanical Turk di Amazon, che mette in piedi un sistema di controllo dei professionisti altamente violento ed invasivo. Si tratta di un servizio di crowdsourcing nel quale chi vuole un lavoro può chiedere ad una enorme platea di “worker” e metterli in immediata competizione tra di loro[19].
Poi, certo, c’è tutto il settore delle App e delle Start-up, fitto di esagerazioni e di vere fanfaronate, su guadagni enormi, proiezioni di lavoro gigantesche e mai raggiunte (come la Apple a Napoli), e via dicendo.

Tutto questo mondo di superlavoro malpagato, vive nello spazio creato dalla crisi del 2008 e degli enormi flussi finanziari speculativi che ne sono all’orgine; questa genera un oceano di sottolavoro, di disoccupazione e di spiazzamento nel quale trovano terreno fertile piattaforme che promettono molto mantenendo poco.
Si tratta, in effetti, di un modello estrattivo, che si nutre di anticipazione del futuro e generalizzando il modello “Wall Mart”, in cui un monopolio ed un monopsonio (esclusiva di vendere e di comprare), si potenziano a vicenda. Nella sostanza riesce a mettere insieme le gigantesche somme di capitale tenute di riserva ed in cerca di impieghi, cui vende non profitti immediati, ma speranza di futuro, con le capacità umane di riserva che sono in costante crescita. Quest’ultimo è attratto dalla distruzione di ogni costo di “agenzia”, e dalla cattura delle risorse trattenute in esse.



L’idea è piuttosto semplice: attraverso la messa in contatto e la generalizzazione del modello dell’asta viene estratto tutto il valore che era catturato dallo strato intermedio di quei saperi esperti e di quelle pratiche organizzate che hanno guidato la differenziazione progressiva della modernità a partire dal milleseicento ad oggi (in particolare accelerando nel XIX secolo). Questo strato intermedio, formato da quelle che chiamiamo “professioni”, svolgeva la funzione, in presenza di sistemi sempre più complessi da gestire di ridurre l’incertezza attraverso la specializzazione e creava quindi un diffuso dispositivo sociale di natura disciplinare. In effetti, guardandolo con il senno di poi, questo fenomeno è stato il principale fattore di stabilizzazione della società durante il lungo turbamento indotto dall’industrializzazione e dalla penetrazione dello “spirito del capitalismo”.

Come sottoprodotto positivo, però, questa trasformazione ha generato anche una “classe media” (formata dallo strato direttivo del mondo produttivo, di quello distributivo e dai “professional”, da parte del pubblico impiego oltre che da alcuni artigiani posti in posizione vantaggiosa) e garantito una certa stabilità e mobilità sociale, in quanto ha definito percorsi di accesso ad una condizione economica salda non dipendenti da preesistenti dotazioni di capitale. Il mondo moderno come lo conosciamo, inclusa la democrazia del suffragio universale, è strettamente connesso con questa trasformazione.



Quali vie di uscita? Intanto stanno cominciando ad uscire delle sentenze che riconoscono lo status di lavoratore “parasubordinato” agli autisti mobilitati da una piattaforma, come Uber, ma anche Deliveroo, Foodora, e via dicendo.

Oltre alle questioni fiscali, che interessano la parte finale del libro, la soluzione proposta è alla fine sempre più o meno la stessa di tutta questa letteratura: il reddito di base[20].

Un problema ampio e difficile, sul quale siamo tornati molte volte. È vero che il capitalismo, ancora per una fase difficile da stimare, non riesce a garantire un adeguato reddito da lavoro a tutti, e quindi dissemina scarti e “inutili”. Ma il solo reddito garantito, in particolare quando soggetto a pesanti condizionalità[21], rischia di portare con sé un’ineliminabile dimensione disciplinante[22]. Del resto non bisogna dimenticare che il lavoro ben inteso, e condotto con gli altri (molto spesso il lavoro tramite le piattaforme è invece lavoro solitario), socializza. Anzi, è in sé socialità[23].

Dunque il lavoro può essere veicolo della formazione dell’individuo e insieme della società.

Certo, come avevamo scritto, c’è almeno una condizione, che non si deve creare; quella che Marx, nei “Manoscritti economico filosofici del 1844”, chiariva così (corsivi nell’originale):

“Se quindi egli sta in rapporto al prodotto del suo lavoro, al suo lavoro oggettivato come in rapporto ad un oggetto estraneo, ostile, potente, indipendente da lui, sta in rapporto ad esso in modo che padrone di questo oggetto è un altro uomo, a lui estraneo, ostile, potente e indipendente da lui. Se si riferisce alla sua propria attività come a una attività non libera, si riferisce ad essa come a un’attività che è al servizio e sotto il dominio, la coercizione e il giogo di ogni altro uomo” (ivi. p.81).




E questa porta al grande tema della libertà nel lavoro. 

Contrariamente alla versione “californiana” della libertà come autoorganizzato sperimentalismo che ignora o forza tutte le convenzioni sociali e le regolazioni[24], ma che determina una forma di ‘lavoro solitario’ di irresistibile potenza, creando come luogo della libertà il consumo, è il lavoro che consente una definizione della personalità intersecata con una socializzazione concreta, fatta di rapporti faccia-a-faccia e di profonde intersezioni funzionali rivolte alla realizzazione del mondo. Il lavoro è sempre anche riconoscimento, l’uno dell’altro, e cooperazione, creazione di valore che emerge nella interazione e non esiste senza. Connessione con una necessaria etica, del ‘ben fatto’[25], con la coltivazione della competenza e quindi della identità.

I “lavoretti” offerti dall’economia delle piattaforme sono tutt’altro: fonte della servitù.



[1] - Ciò non è confutazione alla circostanza che l’eccesso di forza lavoro rispetto alla domanda espressa, ad un certo stadio storico-materiale, dal sistema produttivo nel suo complesso non possa essere ricavata anche, ed a costo inferiore, nel breve termine, importando altra manodopera. Si tratta di due modalità di formazione dell’esercito di riserva necessario ad esercitare una pressione disciplinante sul lavoro normalmente compresenti. Alcuni preferiranno abbassare il costo nominale dell’unità di lavoro astratto, cambiando il prestatore, altri abbassarne il costo reale investendo in tecnologie capaci di alzare l’efficienza. Questa strategia individuale (riposizionare l’unità produttiva su livelli più bassi di efficienza, ma anche di costo per prodotto, competendo su segmenti di mercato inferiori, oppure riposizionarla su livelli più alti, investendo capitale e competendo su segmenti di mercato superiori) produce una diversa attrazione di lavoro (rispettivamente povero e qualificato) e aggregandosi, nel suo complesso tende a riposizionare il sistema paese di conseguenza. C’è tuttavia da dire che l’incremento della disoccupazione provocata dall’applicazione di tecnologie labor-saving (che normalmente richiedono meno lavoratori, ma più qualificati) e quella determinata più semplicemente dall’incremento della concorrenza per effetto dell’immigrazione, lavorano nella medesima direzione: il disciplinamento.
[2] - Si veda anche questo post del 2016 su Sanders e Trump.
[3] - Del quale avevamo parlato qui.
[4] - Staglianò, op. cit. p.32
[5] - Dunque Uber è il datore del lavoro che questi autisti prestano, ma non sono affatto suoi ‘dipendenti’. In effetti si tratta di una sorta di cottimo.
[6] - Si può leggere ad esempio questo indignato pezzo del famoso economista Oliver Blanchard, che non è certo un estremista.
[7] - “Partner” nella terminologia aziendale.
[8] - Secondo “The information”, citato a pag. 28.
[9] - In un tweet precedente aveva dichiarato che l’auto senza pilota avrebbe ulteriormente abbassato i costi.
[10] - Inoltre ‘rubando’ dirigenti e relative informazioni ai concorrenti (cfr. op.cit., p.38)
[11] - David Harvey “L’enigma del capitale”, Feltrinelli,
[12] - Si veda questo sintetico riassunto.
[13] - Ovviamente questa spinta, che origina dalla pressione fiscale dovuta anche allo Stato del Benessere, e dalla difficoltà di avere a che fare con lavoratori e sindacati molto battaglieri, è sostenuta e favorita anche dallo sviluppo di ‘piattaforme tecnologiche’ in grado di consentire il controllo e coordinamento ‘just in time’ anche con catene logistiche lunghe.
[14] - Ignazio Masulli, “Chi ha cambiato il mondo?
[15] - Sono diversi, e non ancora tutti chiari i meccanismi che determinano un fatto piuttosto evidente: l’emigrazione proviene in misura maggiore da regioni in contatto con il capitale e gli investimenti del paese di destinazione, o della sua area geografica. I meccanismi ipotizzati sono la relativa distribuzione di ricchezza monetaria, nella società locale, insieme all’esempio e alla fascinazione di modelli diversi con i quali si viene in contatto, talvolta politiche esplicite dell’azienda estera.
[16] - Ivi, op. cit., p.53
[17] - Si veda questo post.
[18] - Si può approfondire sui libri di Jaron Lanier, in particolare “La dignità ai tempi di internet”.
[19] - Ne avevo parlato nella lettura di “Platform capitalism
[20] - Qui difeso nella versione di Van Parijs. Per leggere di un confronto tra il “reddito di cittadinanza” ed i “piani di lavoro garantito”, c’è questo post.
[21] - Come è peraltro il caso della forma di “reddito di base” proposto in questo momento dal governo in carica.
[22] - Si veda qui.
[23] - Si può leggere anche Luigino Bruni, “Fondati sul lavoro
[24] - Una visione profondamente incorporata nel capitalismo delle piattaforme, che alla fine identifica una missione civilizzatrice in questa ‘distruzione’ presuntamente creativa, rivolta a scoprire nelle pieghe della società degli spazi mercatizzabili e sotto questo profilo ancora vergini, ai quali applicare la potenza gerarchizzante del suo arbitraggio. La generazione di ‘lavoro solitario’, che irresistibilmente porta con sé è definita come matrice di una nuova società fluida, veloce, senza intermediazioni (che non siano il denaro e le tecniche stesse).
[25] - Per qualche suggestione su questo grande tema, frequentato anche dal primo Marx, si veda ad esempio Charles Péguy, “Denaro”, e Richard Sennett, “L’uomo artigiano”.

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