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giovedì 7 marzo 2019

Antonio Tosi, “Le case dei poveri. E’ ancora possibile pensare un welfare abitativo?”




Il libro di Antonio Tosi racchiude un’ampia rassegna delle politiche abitative nell’era neoliberale, durante la quale si è registrata una costante tendenza ad estendere le misure sociali verso l’alto, riducendole; per cui le politiche abitative sociali di fatto si presentano ormai sempre più come “poco sociali”.
Le politiche per la casa dovrebbero fornire risposta alle aree di bassa domanda, nella quale sono presenti redditi insufficienti o alle aree di espulsione sociale, marginalizzazione. Naturalmente le condizioni possono sommarsi, la legge francese del 1998 individua “persone le cui difficoltà hanno solo un’origine finanziaria e quelle le cui difficoltà provengono da un cumulo di difficoltà finanziarie e di inserimento sociale” (p.13). Bisogna, insomma, cercare di costruire politiche a misura delle diverse situazioni: quando ci sono condizioni di povertà abitativa “non strutturale” si tende ad indicare come soluzione politiche indirette, per ridurre i costi di mercato abitativi o per integrare il reddito, lasciando che sia poi il mercato a trovare la soluzione definitiva. Solo quando la povertà abitativa è multifattoriale, o “strutturale”, allora si tende a rispondere con la diretta offerta di case sociali. Certo, la Legge Besson afferma comunque che “il diritto alla casa costituisce un dovere di solidarietà per l’insieme della nazione”, dato che “lo Stato è garante della solidarietà nazionale”.



Dunque l’impegno sarebbe di dare una casa per tutti, mai realizzato completamente, in nessuna parte d’Europa. Ovviamente ciò è inevitabile nel momento in cui la casa è una delle principali merci che il mercato crea e distribuisce, e per le quali, dunque, la scarsità relativa determina il valore. Qui poggia la contraddizione di fondare la macchina valorizzante della città sui differenziali di valore fondiario ed immobiliare[1], mentre alcune politiche pubbliche dovrebbero eliminarne gli effetti ultimi. Con pochissime eccezioni[2], tutte le politiche sociali, malgrado la vocazione a rimuovere i fallimenti del mercato, di fatto ne sono quindi rimaste subalterne. Le esigenze del mercato immobiliare si sono rivelate invincibili.

Né questo accade solo in Europa, o solo nel nostro dopoguerra, abbiamo visto[3] che le politiche abitative del “New Deal”, pur nella loro vasta estensione, abbiano quasi intenzionalmente abbassato la qualità dell’offerta per non andare in competizione con le risposte che il mercato immobiliare apprestava.

Alla fine le politiche sociali della casa tendono sempre a privilegiare situazioni “intermedie”, ceti medio-bassi e lavoratori, mentre le popolazioni socialmente marginali e molto povere sono oggetto di interventi assistenziali, o di sistemazioni di bassa qualità, spesso con titoli di godimento che limitano la sicurezza abitativa. I meccanismi di esclusione vanno dalla difficoltà ad elaborare la domanda, alla presenza di requisiti reddituali che, pur modesti, tuttavia prevedono l’affidamento nella corresponsione di un affitto (e dunque la tendenza dell’erogatore a stringere i requisiti per paura di alzare il tasso di morosità). Ma anche alla concentrazione ed esclusione che comporta la necessità di trasferimento dal quartiere di storico insediamento, a nuovi quartieri specializzati, spesso realizzati secondo logica ‘modernista’ monofunzionale, nei quali viene a mancare quella rete informale di sostegno e lavoro, ma anche la disponibilità di spazi informali e ‘trattabili’, modificabili e incorporati in dense strutture sociali.

Secondo Tosi,
“l’esclusione abitativa dei poveri è una esclusione programmatica. Può essere l’esito dell’incoerenza tra le condizioni dei poveri e la struttura consolidata delle politiche, ma certamente non può essere intesa come inconveniente o effetto perverso delle politiche: è iscritta nel loro programma. Come si è visto, non sono stati i poveri i destinatari della maggior parte delle politiche abitative sociali. E storicamente, nella maggior parte dei paesi, il social housing non ha avuto come popolazioni di riferimento i poveri o i più bisognosi di case, quanto i lavoratori – i salariati qualificati, i redditi stabili, le key workers families. I molto poveri hanno goduto di queste misure solo in piccola misura (Blanc 1991), o sono stati alloggiati grazie a iniziative private, commerciali e charities (Malpass, 2007)” (p.22).

Vengono normalmente offerte quindi soluzioni temporanee, di scarsissima qualità, “più o meno distanti dal modello della casa ordinaria”. Talvolta nascoste sotto etichette come “accoglienza”, “emergenza”: dormitori, rifugi notturni, centri, residenze sociali, campi nomadi, …
In sostanza il problema viene relegato nel sociale, anziché nell’abitativo. Popolazioni che sono segnate implicitamente come indesiderabili ed inutili, sono allontanate, messe in quarantena, sorvegliate e private dei mezzi di sussistenza autonomi e della funzione dell’abitare.


Se questa è una politica tradizionale, di lunga durata, la crisi del welfare state, imposta dalle politiche neoliberali, ha aumentato ulteriormente lo squilibrio tra domanda ed offerta. Ma anche i criteri di assegnazione dell’edilizia sociale sono mutati; la scarsissima offerta finisce per specializzare la risposta verso la logica dell’emergenza. In conseguenza, cade la speranza dell’assegnazione di una casa decente, in un decente quartiere semicentrale, alle classi ‘lavoratrici’ o ‘popolari’, per restringersi solo a popolazioni estremamente povere, spesso straniere multiproblematiche. Cresce anche il numero dei mal longès, di chi non ha più alternative. Talvolta homeless con profilo problematici ed una storia che li penalizza, escludendoli da ogni possibile risposta.

Ma nel frattempo sono emerse altre forme di offerta sociale, spesso in competizione, che coinvolgono il settore privato. Quindi si è avuto un ruolo crescente del mercato nelle politiche sociali della casa, il declino contemporaneo degli investimenti pubblici nel social housing, il passaggio da misure di sostegno all’offerta a sussidi alla domanda. Contemporaneamente si è avuta una netta contrazione della protezione abitativa e la ricomparsa di forme molto severe di povertà abitativa, ma soprattutto l’espressione di una nuova logica sociale e nuovi principi di efficacia.
Si fanno spazio sostegni fiscali all’accesso alla casa di proprietà, incentivi ai proprietari di alloggi sfitti per metterli sul mercato, sostegno di vario genere alla costruzione di case da affitto per il segmento medio/basso, sussidi agli inquilini, e poi classiche misure di emergenza ed accoglienza temporanea, servizi per l’accompagnamento abitativo e intermediazione. Invece la classica produzione diretta di social housing ha visto una continua riduzione.

Sono presenti alcune sperimentazioni di politiche abitative “molto sociali”, che tentano di legare l’housing con sostegno all’inserimento sociale, ma che soggiacciono alla critica di essere per lo più temporanee, di scarsa qualità e spesso di indurre una separazione dal normale sistema abitativo (p.58).

La nuova marginalità urbana, largamente cresciuta in questi anni, è relativa ai cosiddetti “underclass”, o i ‘disaffiliati’ (Castel), i ‘superflui’, costretti a lavorare nelle periferie, entro forme di economia ombra, confinati in lavori non qualificati e condizioni abitative altamente degradate, di lunga durata, che si tende a percepire come irrevocabile, fonte di decomposizione del tessuto sociale.

Il nocciolo duro di questa marginalità sono gli homeless, gli abitanti delle baraccopoli, squatter, residenti informali, ospiti endemici di residenze sociali, strutture di accoglienza, … in un qualche rapporto, non lineare, con l’esclusione sociale. I casi più gravi, secondo i dati Istat, sono aumentati da meno di 50.000 a poco più a cavallo tra i primi anni duemila ed il 2014 (dati più recenti, presumibilmente, vedrebbero un netto aumento), ma anche una crescita di “alloggi impropri”, da 23.000 a 70.000, ed un netto aumento degli sfratti, oltre l’80% per morosità. Ma i 70.000 sfratti all’anno avvengono ormai nella più completa assenza sia di offerta di edilizia sociale, sia di soluzioni di emergenza. I comuni non possono fare in pratica più nulla.
Ormai, secondo dati regionali, in Lombardia solo il 5% delle domande di assegnazione ha avuto successo nel 2004, con oltre 20.000 famiglie in attesa solo a Milano e poco meno di 1.000 alloggi disponibili. A Roma va anche peggio: 40.000 famiglie e 200 assegnazioni all’anno.

Naturalmente non è possibile neppure immaginare di costruire un welfare abitativo all’altezza della richiesta, o almeno decente, senza mettere in campo robusti investimenti pubblici, e quindi anche senza che si determini una forte domanda politica. Ma intanto si dovrebbe lavorare su una efficace politica dell’affitto (anche utilizzando l’offerta privata), e su politiche che offrano “grappoli di interventi” (p.105).

Casi più specifici e particolari trattati da Tosi sono gli homeless, cui si aggiungono gli immigrati (spesso a loro volta homeless), per i quali, a maggior ragione, sono necessari approcci multi-dimensionali e multi-settoriali. Per quanto attiene a questa ultima categoria, i nuclei di cittadini stranieri che vivono in Italia in case di proprietà sono stimati tra il 14 ed il 23% (mentre gli italiani sono oltre il 70%), e quindi in affitto vivono oltre il 70%, mentre solo il 18% degli italiani. Dunque i problemi abitativi degli stranieri sono relativi in particolare alle difficoltà a rivolgersi al mercato dell’affitto in un paese in cui l’offerta di affitto è relativamente scarsa e quella a canoni contenuti estremamente scarsa.
Ci sono quindi maggiori incidenze di affitti irregolari, affollamento abitativo, scarsa qualità. Nel complesso gli immigrati abitano case più piccole, più affollate e degradate, e pagano affitti più alti. Inoltre il 40% degli immigrati è a rischio di povertà e paga per la sistemazione quote anormalmente alte del proprio reddito (anche oltre il 40%).

Quindi si ritrova la condizione di permanenza di homelessness o di irregolarità, in caso di immigrati, che spesso si sommano e sono entrambi in crescita. Chiaramente lo status legale riveste particolare importanza nel determinare fenomeni di esclusione e di severo disagio abitativo. Si arriva fino ad una condizione di destitution, ovvero di mancanza di mezzi per soddisfare anche i bisogni di base come conseguenza di una politica di esclusione legale che impedisce anche di accedere alle poche forme di assistenza esistenti e rende anche impossibile migliorare la situazione.

Un insieme di problemi da affrontare a partire dalla inversione della logica neoliberale: impegno in prima persona della funzione pubblica, garanzia di terzietà; primato dell’offerta diretta di alloggi, di qualità e caratteristiche adeguate, anche e soprattutto attraverso la riqualificazione del parco edilizio esistente oggi scarsamente utilizzato e/o degradato; destinazione di ingenti risorse pubbliche e di attenzione politica continua, stabile, e centrale.
Porre la “questione della casa”, oggi, significa necessariamente individuarla insieme alla “questione ambientale” come rifunzionalizzazione e innalzamento della densità e dell’efficienza, anche energetica ed ambientale ma anche sociale. Oltrepassare la risposta burocratica propria della ‘città fordista’ (i ‘quartieri operai’)[4], ma senza rivolgersi alle politiche neoliberali che hanno largamente fallito. Come avevamo già scritto[5], bisognerebbe sperimentare nuove soluzioni mettendo in comune le dimensioni dell’abitare e l’informazione che si genera in essa, sfruttando le potenzialità nuove della ‘piattaforma tecnologica’[6] in corso di consolidamento e della transizione energetica[7], mettendo in comune i propri fabbisogni energetici e il proprio tempo e potenzialità di lavoro in comune. La capacità, spesso ignota, di svolgere servizi gli uni verso gli altri, sulla base, ad esempio, di una unità di conto e di scambio che potrebbe essere registrata sulla piattaforma stessa[8].
Un investimento di capitale pubblico diffuso capace di diffondere nell’intera città ed il territorio piccoli nuclei di alloggi sociali di diversa taglia e specializzazione, non emergenziali, ricavati dalla rifunzionalizzazione del già costruito, ma strettamente connessi in rete, serviti da ‘comunità energetiche cooperative’, ed attivanti pratiche sociali volontarie e forme di messa in comune[9].

Come avevo già scritto, la questione della casa è anche una questione sociale, è la questione dell’inclusione sociale e del lavoro. Il capitale pubblico deve essere impiegato quindi per riscattare e rifunzionalizzare edilizia esistente, in modo diffuso, evitando concentrazioni e polarizzazioni (ma favorendo, al contrario, l’integrazione e la messa in contatto di classi e ceti), operando sui valori immobiliari e la dinamica delle rendite attraverso i fitti (calmierandola), e rendendo occasione per integrare nella società le persone, attivandole e sostenendole. Anche la tecnologia può essere occasione in tal senso, intervenendo attraverso la creazione di piattaforme pubbliche (inizialmente connesse con il progetto di inclusione e di attivazione dell’abitare, ma successivamente aperte a tutti per potenziarne gli effetti). Queste piattaforme dovrebbero essere ‘comunitarie’ ed essere la base sulla quale si condivide, nella ‘rete delle case sociali’ e in quella generale, l’accesso all’energia, la condivisione dei consumi, l’acquisto in comune e la messa a disposizione reciproca di servizi su una rete di scambio.
Politiche multifattoriali di inclusione potrebbero anche significare questo.

Ma, naturalmente, senza spendervi capitale politico e risorse pubbliche nulla è possibile.




[1] - Si veda, ad esempio, David Harvey, “L’esperienza urbana”, e “Qualche nota sulla rendita urbana e il consumo di suolo”.
[2] - Le politiche scandinave nella fase socialdemocratica, e non più adesso, e la Gran Bretagna nei soli anni cinquanta e sessanta.
[3] - Kiran Patel “Il New Deal”, la politica della casa fu avviata per risolvere il problema dei senzatetto e soprattutto delle baracche nelle periferie delle grandi città, però la tendenza del sistema a procedere per compromessi locali e di venire a patti con le forze dell’impresa creò un cattivo compromesso tra diffusione e qualità degli immobili (tenuta volutamente bassa per non fare concorrenza alle case private, e quindi all’industria delle costruzioni) il quale sul medio periodo compromisero l’autorità dello stato e furono adoperate come argomento dalla propaganda neoliberale.
[4] - La questione della casa incrocia molte altre questioni, essendo il risultato di una polarizzazione sociale ed economica che è il prodotto della trasformazione della nostra società sotto la potente spinta di una ‘piattaforma tecnologica’ altamente orientata al controllo. Rispondere con un programma di edilizia popolare, sul vecchio modello dei quartieri omogenei che facilmente si traducono in aree di marginalizzazione e nuove periferie, è incompatibile con l’esigenza di avere una città più efficiente e di proteggere l’ambiente naturale. Siamo usciti da tempo dalla fase della crescita urbana, ed al contempo la vulnerabilità del territorio è arrivata a livelli non più sopportabili.
Il criterio al quale sottoporre la nuova politica urbana deve essere di arrestare il consumo di suolo e nello stesso momento ostacolare i processi di formazione della rendita, facilmente colonizzabili dal modo di produzione della finanza predatoria.
[8] - Sul modello concettuale della ‘Cooperativa dei baby sitter”, di cui parla talvolta Paul Krugman nei suoi libri, es “Quando l’economia ha un cuore”.
[9] - Su piattaforme pubbliche in grado di fungere da marketplace e da centri di erogazione di ‘beni come servizio’, ma anche di ‘banche del tempo’ e di ‘centrali di acquisto’.

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