L’importante
libro di Giacomo Gabellini[1] reca l’ambizioso
sottotitolo “Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense”.
L’oggetto dello studio, informatissimo, è dunque “l’ordine economico
statunitense”, l’arco della sua estensione è dalla genesi allo sgretolamento. La
narrazione è orientata lungo la freccia del tempo.
L’ordine
economico non è chiaramente l’unica forma di ordine, né l’economico l’unico
ordinatore possibile o attivo nella successione degli eventi storici. Anzi,
come del resto si rileva anche dalla lettura di Gabellini, l’economico è sempre
in qualche misura intrecciato e talvolta incorporato nel politico e nel sociale
(e culturale). Si relaziona profondamente, quando non promana nella sua forma
concreta, al sapere tecnico ed alle tecnologie dominanti (non solo direttamente
produttive, anzi una delle forme di ordine emergente è connessa intimamente con
tecnologie che non sono apparentemente produttive, ma egualmente hanno una
dimensione ‘economica’, come quelle del ‘capitalismo della sorveglianza’[2]), e ha una storica simmetria,
nella sua forma moderna, con il razionalismo e la scienza[3]. Per fare un esempio di
prospettiva del tutto diversa dell’ordinatore, se pure rivolta alle correnti
profonde e non agli eventi superficiali (secondo la famosa immagine di Braudel),
Emmanuel Todd inquadra il senso di declino che è anche alla radice della
interpretazione per cicli ripresa nel testo nel contesto di una predazione
demografica in corso da quaranta anni da parte dell’occidente ricco ed anziano
nei confronti dei paesi periferici. La transizione è letta con occhiali
antropologici e punta la sua attenzione sulle trasformazioni che si sono
accumulate al termine del trentennio ‘glorioso’[4], trasformazioni che muovono
tutti gli strati più profondi della società, partendo dall’economico e dal
politico per arrivare alla sua cultura ed alle strutture familiari. Sarebbe in
campo la disgregazione della democrazia liberale verso le peggiori forme
autocratiche e razziste e lo scontro con antropologie radicalmente diverse che
non possono essere uniformate[5]. Naturalmente è possibile
rileggere queste trasformazioni anche con occhiali culturalisti o sociologici,
cercando il mutamento delle ‘forme di ragione’ (secondo un approccio
post-weberiano) o sulla base di una lettura puramente ‘realista’ che focalizza
gli scontri di potenza. Ad esempio, Charles Kupchan propone questa scheletrica
teoria del mutamento: “il mutamento storico ha nel complesso un carattere tanto
evolutivo quanto ciclico. Un particolare modo di produzione dà vita a una
particolare istituzione di governo e a una particolare forma di identità comune
– le tre principali dimensioni che definiscono un’epoca. Ma il progresso del
modo di produzione sottostante erode e delegittima quelle stesse istituzioni
politiche e sociali, portando alla fine di quell’epoca e aprendone un’altra”[6]. A grandi linee questa mi
pare una lettura del tutto compatibile con quella dell’autore. Ma, più in
dettaglio, la causa della destabilizzazione è ricercata nella tecnologia
digitale (come, del resto, propone anche Qiao Liang[7]) che compromette le
istituzioni politiche e sociali centrali per cui, come scrive nel 2002, “il Paese
si sta avvicinando a un punto di svolta epocale”[8] nel quale la
partecipazione civica precipita e con essa la capacità di gestire le tensioni
di un mondo che si fa di nuovo multipolare.
Lasciando
in disparte le possibili letture istituzionaliste (come quella di Kupchan), o
antropologiche (come quella di Todd), e come mostra anche Carlo Formenti, nella
sua recensione del medesimo testo[9] il testo trova ispirazione
nella tradizione della lettura per cicli-mondo, con fasi di espansione
commerciale/territoriale e fasi di espansione finanziaria. Una teoria che propone
Ferdinand Braudel in alcuni testi classici[10] e Giovanni Arrighi in
altri[11], ma anche Immanuel
Wallerstein[12]
e più in generale la tradizione di ricerca dei “Sistemi-mondo”. Una tradizione
di cui ho dato traccia in un mio recente libro[13] che ha qualcosa a che
fare con questo (solo una certa aria di famiglia).
Si
tratta comunque di una lunga cavalcata attraverso più di un secolo di storia
dei cicli egemonici mondiali, affrontata con una inusuale cura per il dettaglio
e l’identificazione dei protagonisti e degli snodi, fino alle forme specifiche
di questi. La partenza è fissata all’inizio del secolo scorso, quando il
presidente americano Thomas Wilson, un democratico colto e cosmopolita ex
rettore di Princeton e poi governatore del New Jersey[14], rilasciò i famosi “quattordici
punti” [15]
il cui focale è il diritto di autodeterminazione dei popoli, da intendere in senso
etnico. Ma, contemporaneamente, rifiutò sotto pressione del sistema finanziario
e del Congresso di ridurre i debiti tedeschi. Frutti della guerra furono l’inversione
del flusso di oro, che si diresse verso gli Stati Uniti, il passaggio repentino
del paese ad una posizione finanziaria netta positiva (mentre durante l’Ottocento
aveva canalizzato investimenti britannici e non in grande dimensione,
risultando quindi fortemente indebitato con l’estero), e la paralisi dell’industria
britannica. Il processo stilizzato che racconta Gabellini vede nei decenni che
precedono la Grande Guerra l’industria britannica passare da una condizione di
predominio ad una di sempre maggiore obsolescenza (in favore di quella
americana e tedesca), la canalizzazione presso la piazza di Londra dell’eccedenza
indiana diventare sempre più insufficiente, e la formazione di giganteschi
trust verticali. Si determinano nuovi equilibri di potere in una situazione
instabile che si protrae fino al ’29. Una situazione a fatica tenuta sotto
controllo e spinta da una politica monetaria federale altamente accomodante. Seguirà
la nota crisi, lo sganciamento dall’oro e gli anni Trenta.
Con
essi si entra nel capitolo che Gabellini chiama di “Espansione”. Sono gli anni
di Roosevelt, dei quali l’autore evidenzia il ruolo dei Rockfeller. Inaugurando
lo stile di rintracciare sistematicamente nel racconto storico le tracce degli
interessi concreti e degli attori in movimento, il famoso ‘brain trust’ del
presidente è ricondotto biograficamente alla costellazione imprenditoriale di
imprenditori industriali e banchieri emersa alla fine del XIX secolo intorno
alla Standard Oil e la Chase Manhattan Bank. I Rockfeller, originari della
Renania-Palatinato e per un ramo acquisito di Scozia e Irlanda, sono negli Stati
Uniti dal 1723 e partono da New York alla conquista dell’impero petrolifero. Dal
1934 il patrimonio è governato da un Trust familiare amministrato dalla Chase
Bank. Le donazioni familiari sono all’origine di centri universitari di élite
come la Chicago School of Economics, Harvard, Princeton, Berkeley, Stanford,
Yale, il MIT, la Columbia, la Cornell, e, in Inghilterra a consistenti
donazioni verso la London School of Economics e la University College of London.
In pratica durante il periodo noto come “New Deal”, a quanto si apprende, i
Rockfeller riconquistarono le filiali della vecchia Standard Oil che era stata smembrata
dall’antitrust negli anni Dieci. In sostanza, riprendendo una formula proposta
da Wright Mills, il periodo è visto come “un equilibrio di gruppi di pressione
e interessi combinati”[16].
Nel
1937 la spinta propulsiva delle politiche rooseveltiane sembra però esaurita,
la coalizione politica e imprenditoriale che la sostiene iniziò a sfilacciarsi
e si ebbe una sorta di ‘cambio di cavalli’. Gruppi di pressione ed interessi
combinati mutarono di segno e la corsa agli armamenti creò le condizioni per l’emersione
del sistema militare-industriale che fece emergere a sua volta il potere
statunitense. In questa fase furono piuttosto gli interessi di General Motors a
diventare centrali e gli Stati Uniti diventarono la fabbrica del mondo,
fondandosi su una produttività dei fattori e del lavoro drasticamente superiori.
Correttamente
l’autore evidenzia l’astuzia e cinismo del buon Roosevelt (che segue le orme di
Wilson) nel tenere gli Stati Uniti fuori della guerra (ma senza far mancare
prestiti e forniture militari di volta in volta al più debole, più o meno
sottobanco) fino a che la vecchia Europa esaurì le forze (ed i capitali).
Qiao Liang, nel suo “L’arco dell’impero”[17] ripercorre la stessa
lettura. Quando finalmente questi entrarono in guerra, sfruttando una tempestiva
occasione, l’enorme espansione degli interessi militari porterà
definitivamente, sotto l’amministrazione Truman, alla centralità del
Dipartimento di Stato che ha avuto lunga durata nel Novecento. La figura
centrale diventò Averell Harriman, ambasciatore a Mosca, che rovesciò i piani
dell’amministrazione precedente. Roosevelt voleva creare piuttosto un asse di complementarità
economica con i ‘nemici’ ideologici Urss e Cina allo scopo di tenere sistematicamente
a freno e sotto controllo i, ben più pericolosi commercialmente, concorrenti
per l’egemonia industriale Germania e Giappone. Rispetto a questo piano
razionale e che nel lungo periodo avrebbe forse evitato l’attuale strettoia Harriman
propose ed ottenne una linea antisovietica che prevede, al contrario, il
supporto alla Germania e Giappone (garantendogli mercati di sbocco ravvicinati
e reflazionando le relative economie) e gli aiuti strategici all’Arabia Saudita
come rispettivi gendarmi d’area.
Prenderà
così forma un nuovo mondo, nel quale abbiamo vissuto oltre un trentennio, che è
in parte progettato a Bretton Woods e prevedeva il relativo declino britannico e
la sostituzione del ruolo centrale della sterlina (da lungo tempo declinante)
con il dollaro. Prese forma in questo contesto di potere quella ‘diplomazia
del dollaro’, apparentemente rivolta allo sviluppo, che in realtà svolge decennio
dopo decennio e crescentemente la funzione di drenare risorse dal mondo. Come specifica
Qiao Liang, semplicemente, in questo modo gli Usa comprano ogni cosa dal mondo
pagandola con i dollari che stampano. Ma c’è una differenza, fino a che formalmente
restarono legati all’oro, lo fecero pagando il prezzo di avere una potenziale
fragilità a causa dello squilibrio quantitativo tra dollari in circolazione,
usato ovunque come moneta di scambio, e le riserve auree. Squilibrio che
minacciava costantemente di far perdere fiducia nella stabilità della moneta.
Tutto
si reggeva sul punto di equilibrio della doppia supremazia, industriale e
militare. Ma la creazione del ‘warfare state’ non avvenne solo negli Usa,
diluendo in effetti il potere americano. La ‘guerra fredda’, imposta dalla
politica di contrapposizione e potenza statunitense, obbligò anche gli alleati,
per quanto riluttanti, a spostare risorse dal welfare state alla spesa militare
(è ciò che farà, ad esempio, il governo Attlee). Insomma, in questo modello,
come scrive Gabellini “la capacità del resto del mondo di acquisire merci e
mezzi di produzione fabbricati in Usa e soddisfare la domanda dei consumatori
statunitensi poggiava interamente sul drenaggio su scala mondiale della
liquidità che gli Stati Uniti avevano accentrato nelle proprie mani”[18].
Un
altro lato della strategia era lo smantellamento sistematico, se pur graduale,
della rete di mercati protetti per le merci e di tributari (oltre che bacini di
forza lavoro a buon mercato e, se del caso, di soldati) che i paesi europei si
erano conquistati a partire dal XV secolo e soprattutto nel XVIII e XIX. Il “mondo
libero” di Truman prevedeva anche la decolonizzazione, ovviamente al fine
di aprire al capitale statunitense i paesi colonizzati e ottenerne le materie
prime necessarie alla crescita dell’industria americana. La soluzione del ‘riarmo
permanente’, che prevede una stretta collaborazione tra governo, Congresso e
industria di esportazione poggiava quindi sull’espansione nel ‘mondo libero’
del capitale che defluiva in forma di investimenti diretti all’estero e
crediti, ma rientrava attraverso il surplus industriale. Questo, a sua volta,
creava le condizioni economiche per espandere la capacità di consumo almeno di
parte dei lavoratori americani (quelli che O’Connor chiamerà ‘monopolisti’[19]) e sostenerne la relativa
occupazione. Una simile analisi venne compiuta nello stesso periodo dall’economista
Kalecki e dai critici del “Monthly Review”[20].
Non
poteva durare a lungo, ed infatti presto cominciò ad affacciarsi
il problema del deficit che divenne il tema centrale dell’amministrazione
Kennedy al principio degli anni Sessanta. Nel febbraio 1961 il presidente
riconobbe l’esistenza di un deficit che era cresciuto (parallelamente alla ripresa
dei sistemi industriali concorrenti di Germania, Giappone ed Italia, oltre che
Francia) di 18 miliardi di dollari in dieci anni. Il problema era che secondo
le regole di Bretton Woods questo avrebbe dovuto comportare un deflusso dell’oro
e quindi della capacità di emettere moneta, ma le riserve erano calate solo da
22 a 17 miliardi. In sostanza gli Usa, grazie alla posizione di unici centri
erogatori di mezzi di pagamento (ed al vincolo, ottenuto con le buone o le
cattive e sempre riaffermato, di denominare in dollari le principali
commodities a partire dal petrolio) calibravano attentamente l’offerta di
liquidità in funzione delle esigenze di crescita della produzione, del
commercio e degli investimenti nel sistema-mondo. Anzi, garantivano che questo ‘sistema’
esistesse e fosse sempre centrato su di sé. Come mostra Qiao Liang la tecnica è semplice e precisa: secondo quello che chiama un “respiro finanziario” gli Usa mietono
la ricchezza del mondo prima inondandolo di dollari e poi facendola rifluire. Si
tratta di una variazione della solita tecnica della finanza privata, prima si
va “lunghi” e si esportano dollari (ad esempio favorendo l’incremento del costo
del petrolio ad un paese che lo vende) creando un boom, in questa fase la
finanza eroga prestiti generosamente, poi si va “corti” e si taglia il credito.
La mancanza improvvisa di liquidità attiva una crisi di arresto e la ricchezza
viene convertita in capitale mobile che ritorna a casa[21]. La diagnosi del generale
cinese è semplice e collima con quella di Gabellini: “gli Stati Uniti non hanno
paura del deficit delle partite correnti, ma temono il deficit del conto
capitale. E per mantenere un’eccedenza nel conto capitale non esiteranno certo
a usare i mezzi della guerra per danneggiare l’ambiente di investimento degli
altri paesi”[22].
Innumerevoli esempi sono possibili, dalla guerra del Kippur, dopo la quale il
petrolio si ancora al dollaro, alle crisi del sud est asiatico, sotto attacco
dei fondi speculativi di Soros, alla guerra in Iraq, per impedire a Saddam
Hussein di vendere il proprio petrolio in euro, quella libica, la guerra in
Kosovo, seguita al lancio dell’Euro, l’Afganistan, necessario per fermare il
deflusso seguito agli attentati che metteva a rischio il flusso necessario di
700 miliardi all’anno per pareggiare i conti delle partite correnti, l’attuale crisi
Ucraina.
Dalla
crisi degli ultimi anni Sessanta partì la fase che Gabellini chiama di “Flessione”.
Il sistema infatti portava e porta enormi benefici ad alcune classi di imprese,
facenti parte o non del sistema militare-industriale. Ma restava in un
equilibrio instabile e continuamente a rischio che trovava punti di equilibrio
nel clima di lotta ideologica costantemente alimentato e nella spesa pubblica
(non adeguatamente coperta da espansione della pressione fiscale) non solo
militare, ma anche civile o mista (come il Darpa e i programmi Apollo). Contemporaneamente
impedendo che i paesi concorrenti occidentali, parte del “mondo libero”, potessero
a loro volta attivare, o conservare, circuiti di estrazione di surplus
coloniali. Solo un paese alla volta può dominare in queste sorti di ‘schemi
Ponzi’ del potere. In questo quadro rientrò la “crisi di Suez” e la sistematica
cooptazione delle élite del mondo non sviluppato nel circuito di valorizzazione
subalterno egemonizzato dagli Usa. È il contesto nel quale si attivò il conflitto
ideologico della “teoria della dipendenza”[23] nel contesto di una lotta
tra il “mondo libero” e quello “socialista” e, allo stesso tempo, tra Nord e
Sud del mondo. Ovvero tra paesi più o meno sviluppati, industrializzati e
capaci di espansione del proprio capitale, e paesi periferici, la cui economia resta
dedita alla sussistenza e all’esportazione di materie prime. Questo è il
contesto dei turbolenti anni Sessanta, con la guerra del Vietnam (prima con la
Francia e poi con gli Usa) e quella di Algeria (per citare le principali).
Penserà
Nixon a “liquidare i sogni”, definendo un più realistico piano strategico che attivò
una diplomazia triangolare con la Cina e condannò di fatto l’Urss ad un
isolamento che, a lungo termine, pagherà caramente. Tra i ‘sogni’ liquidati c’era
quello di Kennedy, che voleva nuovamente cambiare cavalli alla carrozza
trasformando i paesi fornitori di materie prime (e per questo sottosviluppati[24]) in nuovi mercati di
sbocco delle merci americane per sostituire l’Europa ed il Giappone che da
sbocchi si erano da tempo mutati in concorrenti. ‘Sogno’ che prevedeva ovviamente
lo scontro con l’Europa e con la Fed, ma anche con la US Steel e con i
potentissimi Rockfeller[25].
Il
problema che l’uscita di scena del presidente a Dallas lasciava sul tavolo però
era che la crescita dell’Impero americano di fatto procedeva al prezzo, che
oggi è evidente, del progressivo indebolimento strutturale del tessuto industriale
e del riorientamento delle multinazionali verso l’esterno. Questo secondo effetto
era una necessità derivante dall’accumulo di arretratezza tecnologica e quindi
dell’aprirsi di una forbice tra alto livello dei salari (che dipendono da
fattori di aspettativa e di contesto vischiosi) e la produttività ormai non sufficientemente
elevata (rispetto ad agguerriti concorrenti come la Germania Ovest). Le linee
meno produttive devono essere spostate all’estero, si tratta, dal punto di
vista del capitale industriale, di:
“una
soluzione che appariva allora confacente alla doppia finalità di penetrare i
mercati stranieri protetti da un solido complesso di barriere tariffarie e
aggirare l’onerosissimo regime fordista impostogli sul piano nazionale, ma che
conduceva giocoforza al dissesto delle fondamenta economiche statunitensi”[26].
Qualcosa
di molto simile avvenne in Inghilterra e portò ad un duro conflitto finale con
il governo francese che ha per l’autore un pronunciato carattere di “guerra
ibrida”. Gli Usa reagirono non solo sospendendo la convertibilità in oro del
dollaro, come noto, ma anche con ripetuti attacchi finanziari e con l’appoggio
di intelligence al maggio francese. Alla fine, le manovre oltremanica ottennero
il risultato di provocare la caduta di De Gaulle, ma non frenarono la crescita
del mercato degli eurodollari che continuò a scavare sotto il piedistallo imperiale.
Il
Volcker Group, incaricato da Nixon di studiare la situazione, propose dunque di
chiudere la finestra aurea e di provocare un generale riassetto sistemico. Riassetto
che fu contemporaneo al nuovo asse con la Cina e al diktat verso l’Opec che, in
quegli anni provocò un deciso incremento dei prezzi dell’indispensabile materia
prima. Gli Usa accettarono la situazione, o la provocarono, ma a condizione che
i proventi della vendita in dollari dell’oro nero fossero reinvestiti in titoli
di stato americani[27]. In questo modo il circuito
del petrolio e quello del dollaro si intrecciarono ancora di più creando un
anello autorafforzante. Più sale il prezzo del greggio, più dollari sono
richiesti come mezzo di pagamento, più capitali tornano negli Usa a fronte dell’emissione
di nuovi Titoli di Stato. Tra il 1968 ed il 1973 le Banche Centrali del resto
del mondo acquistarono titoli americani per 42 miliardi di dollari,
abbassandone i rendimenti, malgrado il debito pubblico crescesse (di 47
miliardi) e il disavanzo fosse sempre maggiore. Al contrario, i paesi europei,
che non hanno risorse energetiche né monete di riserva mondiale, videro
allargarsi il deficit senza disporre della valvola di sfogo di un prodotto
finanziario da collocare in modo illimitato.
La
situazione economica andava ormai verso la stagflazione, e il clima ideologico
si rivolgeva verso le tesi neoliberali e monetariste. A questo punto la
priorità diventa il contenimento del mercato interno, delle richieste dei
lavoratori, e l’utilizzo del debito come arma. La cosiddetta “cura Volcker”
produsse effetti catastrofici nei paesi appena usciti da una condizione
coloniale, richiamando i capitali in essi impiegati, mentre in patria si attivava
una manovra a tenaglia che ridusse le tasse alle classi alte e i salari alle
basse. Entrando negli anni Ottanta i fenomeni dominanti diventarono il boom
azionario e la rivoluzione tecnologica nel campo dell’alta finanza. Lo spostamento
del centro sociale determinò allora una progressiva e sempre più percepibile
erosione delle classi medie che la fase precedente aveva favorito.
Sul
finire degli anni Ottanta, mentre cresceva la devastazione interna negli Usa,
il repentino crollo del prezzo del petrolio, che arrivò a quindici dollari al
barile, mise alle corde l’Urss. Contemporaneamente gli Stati Uniti regolarono i
vecchi conti con il Giappone (che negli anni Ottanta sembrava in procinto di
superarli) imponendo, con un vero e proprio atto di forza, accordi monetari
disegnati espressamente per bloccarne l’economia. Gli “Accordi del Plaza” sortirono
il loro effetto, nel capitolo espressivamente chiamato “Estorsione” Gabellini
racconta come gli anni Novanta siano caratterizzati da un asse con la Cina e le
altre “tigri asiatiche”, ma anche da ripetuti attacchi al Giappone. Fecero da
strumento di queste operazioni di guerra ibrida le banche di affari Usa e gli
Hedge Fund che nel 1997 regoleranno i conti con i paesi orientali, richiamando
in patria i capitali.
Su
questo passaggio Qiao Liang non esita a parlare di vera e propria “colonizzazione
finanziaria” e di “flagello del dollaro”. Quando il Black Friday del 1987 fece
crollare il mercato finanziario americano e la FED taglio i tassi di interesse
nel tentativo di salvare il listino fu inondato il mondo di capitali in
dollari. Le economie di tutta l’Asia iniziarono ad attrarre capitali “caldi” e
andare verso un lungo boom. Ma nel 1994 la FED alzò i tassi di interesse di
cinque punti e il Quantum Fund, con i suoi alleati, attaccarono la Thailandia. Il
deprezzamento del Bath colpì come in un domino tutto il Sud-Est (Malesia, Singapore,
Indonesia, Filippine, Giappone, Corea del Sud, Russia). Solo la Cina riuscì a
fare fronte allo tsunami finanziario.
In
quegli anni di radicale ristrutturazione ci saranno anche violenti e terminali
contraccolpi in Russia che venne sottoposta, sotto la consulenza di Jeffrey
Sachs, ad una radicale cura neoliberale d’urto. La shock therapy prevedeva
misure tali da far perdere il 17% del Pil nel 1991, il 19% nel 92 ed il 11% nel
1993. Alla caduta di Gorbaciov (alla quale l’intelligence Usa potrebbe non
essere estranea) El’Cin fece seguire un’immediata riconversione di tutta l’economia
che passò in pratica in mani private (o meglio oligarchiche) sulla base dei
pressanti “consigli” occidentali. La dollarizzazione dell’economia nazionale fece
il resto, si trattò di una vera e propria spoliazione (nel 1998 gli scambi in Russia
all’84% erano ormai tenuti in dollari, per effetto della crisi del rublo). Questo
è il contesto del Piano Brzezinski che Gabellini descrive come un acuto insieme
di pressioni e incentivi per circondare completamente la Russia, espandendo la
Nato ad Est, integrando l’Ucraina, spingendo sull’indipendentismo ceceno e il
fondamentalismo islamico. Inoltre, per aiutare l’Unione Europea e il Giappone ad
avere un maggiore protagonismo e ricucire ancora con la Cina, oltre che con l’Iran.
Tuttavia,
in quel periodo sorse anche la sfida all’egemonia del dollaro rappresentata
dall’Euro. Gli Stati Uniti reagirono come d’uso, cercando di creare isole di destabilizzazione,
tra le quali in Medio Oriente spiccò la vicenda irachena ed in Europa quella
Jugoslava. Il bombardamento del paese europeo comportò, in particolare, una immediata
svalutazione del 30% dell’Euro (che era partito molto bene) mentre l’invasione dell’Iraq
del 2003 provocò un vertiginoso incremento del prezzo del petrolio e quella
della Libia la fine del progetto di una moneta pan-araba ancorata all’oro. Gli esempi
sarebbero molti, ma si tratta di quella che l’autore chiama con formula di
effetto “la geopolitica del caos”.
Una
geopolitica, descritta ancora in toni crudi dal cinese Liang, ma implicitamente
riconosciuta anche dall’americano Galbraith, e che ha reso visibile la natura
predatoria degli Stati Uniti. Cosa non nuova, dato che in una lettera privata,
nel 1795, il secondo presidente degli Stati Uniti John Adams scrisse a sua
moglie Abigail “gli Stati Uniti sono fatti a immagine e somiglianza della
Gran Bretagna [...] sono un vero e proprio gallo da combattimento come lei e
diverranno, te l'assicuro, un flagello altrettanto grande per il genere umano”[28].
Gli
Stati Uniti si sono, insomma, avvitati. Negli anni Ottanta
tentarono di venire fuori dall’errore compiuto nel dopoguerra di coltivare i
concorrenti. Allora avevano creato il volano del “mondo libero” ed il
sistema militare-industriale che, come una zecca, si alimentava di esso, ma i
concorrenti aiutati avevano fatto crescere il deficit, in ultima analisi
minacciando il primato finanziario ed industriale del paese. Per cercare di
rimediare all’errore che aveva portato a casa i suoi frutti combinarono una
politica monetaria restrittiva, per la quale risuscitarono l’ideologia
monetarista, con una politica fiscale espansiva a vantaggio dei soli ricchi e con
la deregulation a svantaggio dei non ricchi.
Come
collaterale sociale mentre il primo schema politico saccheggiava il mondo per
beneficiare le classi medie occidentali (se connesse direttamente o
indirettamente con i settori economici beneficiati), e produceva una relativa
redistribuzione, il secondo schema saccheggiava ancora il mondo ma per
beneficiare esclusivamente le classi alte a danno delle medie (e delle solite
basse).
Ne seguì l’integrale ristrutturazione del sistema produttivo; cosa inevitabile
ed anche attesa, ma accompagnata inutilmente dal sogno di conservarne solo la
crema, lasciando il resto della torta ai paesi satelliti e clienti. Conservando,
in altre parole, per sé solo i settori a maggior valore aggiunto (ovvero quelli
in grado di aspirare il margine di una catena produttiva e del valore sempre
più estesa) per esportare alla fine solo servizi e beni tecnologici restando,
quindi, costantemente alla frontiera della tecnologia e in controllo dei
flussi. Secondo una distinzione famosa, lasciare la “old economy” (produzione
di auto, di mezzi di produzione, di utensili, etc…) alle ‘fabbriche del mondo’
decentrate (secondo la vecchia idea di Kennedy opportunamente rivista), e serbare
la “new economy” (computer, dispositivi, informatica in generale e soprattutto reti
e connessione, inclusa l’alta finanza creativamente volta a ‘impacchettare’
debiti) al centro imperiale.
Chiaramente
la vecchia economia era quella alla quale era dedita la vecchia classe media
lavoratrice, gli operai specializzati, i quadri burocratici con le loro casette
allineate nei sobborghi che avevano fatto il “sogno americano” negli anni Cinquanta
e sessanta. Furono abbandonati alla ruggine.
Ma
nel breve termine la cosa produsse una sorta di euforica energia, che
attraversò i ruggenti anni Novanta; tutto sembrava rivolto verso il meglio e si
cominciò a parlare della globalizzazione come destino, la storia sembrava
finalmente finita. Il modello “origina e distribuisci” ebbe una finale fiammata
gloriosa nei primi anni del nuovo millennio. Poi incontrò i suoi limiti. L’abbandono
della Old Economy non era stato compensato, il gocciolio non era bastato e la
crescita delle ineguaglianze e del debito (i fratelli siamesi necessariamente
abbracciati) portarono il loro conto.
La
forma fu il crac della bolla immobiliare (preceduta dalla crisi segnale del
Nasdaq) e la bancarotta Lehman che ne seguì. Inutile raccontarla qui.
La
risposta fu un nuovo protagonismo politico, ma come sempre al soccorso del
vincitore. Ci pensarono Bush e poi Obama, con un piano di salvataggi senza
alcun precedente nella storia. Contemporaneamente la crisi, attraversando l’oceano
aveva posto anche l’Euro alle corde, attaccato dagli ‘alleati’ americani che
cercavano di esportare la crisi, e fu salvato dalla Banca Cinese[29]. Come al solito uno degli
effetti delle manovre fu il repentino ritorno dei capitali negli Usa. A causa
di ciò, mentre la metropoli americana conservava i margini per politiche di
sostegno, se pure selettive e pelose, le periferie europee non ebbero altra
scelta che incamminarsi sotto guida tedesca verso l’austerità. L’alternativa,
regolamentare strettamente la finanza, lasciare libere le divise di fluttuare
(sospendendo l’Euro o sotto il tavolo con la regia della Bce), era
impraticabile per ragioni organiche. In due sensi, ovviamente, per la
dipendenza dall’egemone oltreoceano e per la dipendenza della politica dalla
difesa strenua degli interessi di classe di coloro i quali dall’assetto ordinario
traevano i loro dividendi.
Restò
solo un insieme di politiche monetarie espansive (a vantaggio solo della
finanza, il quantitative easing) e di politiche fiscali restrittive (a danno
dei ceti medi e inferiori), per drenare tutta la ricchezza e stabilizzare la capacità
di estrarre profitto anche nelle condizioni date.
Così
si arrivò alla crisi “populista” del 2014-18. E si giunse a Trump.
Il
piano del magnate newyorkese, per quel che appare possibile interpretare, fu di
spostare il focus dell’attacco sul principale beneficiario storico della svolta
degli anni Settanta-ottanta: la Cina. L’idea originale americana sostanzialmente
era di procedere ad assimilarla alla cultura occidentale ed al capitalismo, per
via della capacità corruttiva del dollaro. Ma il paese orientale ha almeno
tremila anni di vantaggio sul capitalismo. Ciò che Trump propose quindi al
sistema militare-industriale ed industriale-finanziario americano fu semplicemente
di prendere atto che l’assimilazione era fallita e designarlo come nemico principale.
Correlativamente di disimpegnare la Russia ed i paesi del Medio Oriente come
nemici.
Secondo
questa visione se la Cina, con i suoi colleghi orientali, si è effettivamente avvantaggiata
della felice idea della mondializzazione in salsa americana, allora quel che
bisogna fare è riportare l’Old Economy, e la classe media, in occidente
(senza ovviamente perdere la New Economy, che, anzi va aspramente difesa come
mostra il caso Huawei). Per fare questo frammentare la mondializzazione in aree
di influenza e conflitto. Il piano strategico sarebbe di disarticolare le
catene del valore globale facendo rientrare le produzioni in posizioni più
controllabili e creando almeno tre aree del valore variamente separate: Asia
(divisa in un’area cinese sotto assedio e un’area assediante fondata sul
Giappone e l’India); Stati Uniti, con le appendici sudamericane; e Germania,
con le appendici europee. Ma questo piano doveva passare per la riabilitazione
della Russia che, altrimenti, si sarebbe saldata con la Cina in un blocco
imbattibile e dalla enorme capacità di attrazione (non ultima verso la riluttante
Europa).
Il
grande conflitto strategico entro l’occidente ed entro la stessa
amministrazione Usa si aprì e resta aperto su questo punto. Per quanto
velleitario e confuso il piano metterebbe, infatti, in discussione equilibri
storicamente consolidati e grandi forze che su questi si basano. La globalizzazione,
sostiene Gabellini, si fonda infatti sulla capacità di Washington di utilizzare
il deficit commerciale (quello che Trump vuole eliminare, temendone il
potenziale distruttivo a lungo termine) come immediata arma economica e
geopolitica.
Caduto
Trump il successore Biden punta con più decisione e coerenza le sue carte sulla
guida della “Quarta Rivoluzione Industriale” (non certo snobbata da
Trump) che, per Gabellini ha sostanzialmente due gambe: il Green New Deal
ed il Great Reset. È la parte del testo che mi vede meno concorde e
quindi ci torneremo.
Comunque,
il problema per l’autore non è che queste due trasformazioni (produrre e
consumare con meno dispiego di energia e materie, e modernizzare in profondità
il sistema economico) siano in sé negative, infatti, esse sono variamente
perseguite da tutti. Il problema è che la rapidità con la quale si spingono
rischia di scaricare elevati costi economici e sociali sul mondo del lavoro. Ne
è un esempio l’estensione dell’automazione e la diffusione di modelli di
business come quelli di Uber[30]. Si rischia, insomma, di
accelerare ulteriormente la distruzione delle periferie, delle classi medie, e
disgregare più velocemente la società.
Di
fronte alle esitazioni di Trump (che ha usato elettoralmente la rabbia, in
grande misura tradendola, e non ha mai smesso al contempo di fare favori all’alta
finanza ed alla propria classe durante tutto il mandato, ma sembra cosciente
del collo di bottiglia davanti al quale gli Usa si trovano) la grande idea di
Biden sembra essere di correre avanti invece di arretrare. Insomma,
apparentemente progetta e cerca di accompagnare il paese verso la “piattaforma
del futuro” in grado di far vincere la guerra con la Cina senza combatterla militarmente
(forse); mentre i repubblicani spingerebbero per la ricostruzione delle basi
industriali e la separazione delle aree di influenza. In un gioco di specchi
inestricabile la prima strategia sembrerebbe volta a vincere la guerra commerciale
e la seconda a creare una nuova guerra fredda (se non calda); ma poi le mosse
della nuova amministrazione seguono le orme della precedente nel confronto con
la Cina (ma inaspriscono quella con la Russia) e sembrano anche più
energicamente avvicinarsi alla guerra, d’altra parte proseguono la retorica
della base industriale e del sostegno alla classe media.
Insomma,
le cose sono molto meno nette delle retoriche che si sbandierano. Per fare un
esempio, il famoso libro di Klaus Schawb “Covid 19: The Great Reset”[31] è sostanzialmente un poco
originale riassunto di una letteratura divulgativa ed esortativa per un
pubblico professional in cerca di facili slogan da convegno. Letteratura
della quale dal lato più statalista fanno parte libri come quelli di Mariana
Mazzucato “Il valore di tutto”[32] (2018), o “Mission
economy”[33]
(2021). In questi due testi, di cui il primo costituisce la base teorica del
secondo, l’economista inglese cerca di rimettere in questione la pretesa
dell’economia finanziarizzata (e concentrata sul “shareholders value”) di
contribuire allo sviluppo sociale in favore di un’economia che metta insieme
settore pubblico e privato intorno a “missioni” e sia concentrata
sull’effettiva creazione di valore per tutti gli “Stakeholders”. Nella stessa
direzione, ma con uno scopo più limitato, va il libro di Stephanie Kelton “Il
mito del deficit”[34], che si sforza di
affermare il punto di vista della Teoria Monetaria Moderna (MMT) e per questa
via aiutare il formarsi di una “economia per il popolo” che riesca a superare i
miti dei limiti alla spesa pubblica e del debito. Invece della politica
monetaria la funzione della stabilizzazione macroeconomica è affidata, in
questa prospettiva, alla spesa discrezionale per ottenere una economia migliore
per tutti. La proposta di maggiore sostanza è di inserire una “funzione di
guida automatica” attraverso una regola anticongiunturale di assunzione in
pubblici servizi altamente decentralizzati e scelti dalle comunità.
Uno
sguardo più concentrato sull’evoluzione delle tecniche, e rivolto a soluzioni
meno radicali, se pure in direzione di maggiore regolazione (in particolare
della Gig Economy) e protezione dell’occupazione e dei prevedibilmente tanti
nuovi disoccupati, è presente nel libro di Richard Baldwin “Rivoluzione
globotica”[35]
del 2019.
Sguardi
attenti all’economico, ma con una prospettiva piuttosto ampia e socialmente
densa, sono quelli degli ultimi libri di Paul Collier “Il futuro del
capitalismo”[36]
(2018), e di Raghuram Rajan “Il terzo pilastro”[37] (2019), oppure, da una
prospettiva più liberal, di Thomas Piketty “Capitale e ideologia”[38] (2020). Collier
identifica “nuove ansie”, in modo non dissimile da tutti gli altri, e cerca di
trovare soluzioni in una nuova etica da rifondare nel sistema economico e
sociale. In modo non dissimile da Rajan e Fukuyama, l’autore riafferma la
necessità di coesione e identità sociale ma ricerca un modo di riaverla
compatibile con le condizioni di frammentazione e pluralismo della modernità.
Paradossalmente la risposta non è né nell’aerea identità mondiale (che si
muterebbe in dispotismo) né nella obsoleta identità statale, ma in quella dei
“luoghi”. Intorno a questo concetto secondo l’autore si può anche ricostruire
un’etica di impresa nel rapporto con il territorio e la creazione di una
società inclusiva che rimetta sotto controllo i tre “divari” essenziali: di
classe, geografico e globale. Anche l’ex banchiere centrale indiano ed ex
professore di finanza alla Booth School of Economics di Chicago, Rajan,
sostiene la necessità di ritrovare una via di mezzo (un “terzo pilastro”) tra
Stato e mercati ed inquadra in un vasto discorso storico il diesquilibrio
provocato dalla svolta neoliberale che porta all’affermazione del populismo.
Senza dimenticare di allargare a Cina e India il suo sguardo torna a proporre quindi
un “localismo inclusivo” che attribuisca potere alle comunità e le protegga con
una “rete di sicurezza”. Le comunità da rivitalizzare dovranno essere basate
sulla prossimità (come per Collier) e sia sul sostegno dello Stato come essere
dotate di una sovranità responsabile non indifferente alle responsabilità
internazionali. Anche qui per le imprese si tratta di passare dalla
massimizzazione del profitto a quella del valore. Invece Thomas Piketty, con la
sua consueta generosità espositiva, ricostruisce a largo raggio i “regimi della
disuguaglianza” nella storia dell’umanità fino a giungere a quella che chiama
“la società dei proprietari” (anche detta “capitalismo”). Da questa nella
fucina del XX secolo è emersa sia la soluzione socialdemocratica sia, in
seguito, l’“ipercapitalismo”. Il testo, enormemente lungo e prolisso, si limita
in ultima analisi a rilanciare il progetto federale europeo in senso sociale affinché
si sottragga a quella che chiama la “trappola social-nativista”, e ad avviare
il superamento del capitalismo attraverso gli istituti della “proprietà
provvisoria” (per via fiscale) e della deliberazione aziendale.
Quindi
si possono leggere, in una prospettiva più ampia e sensibile agli assetti
geopolitici in mutamento, i nuovi libri di Branko Milanovic “Capitalismo
contro capitalismo”[39] (2019) e di Francis
Fukuyama “Identità”[40] (2018). Milanovic
distingue le forme idealtipiche del “capitalismo liberal-meritocratico” e del
“capitalismo politico”. Il primo liberale ed occidentale, il secondo orientale
e illiberale (ovvero “comunista”). Nella prefazione la crisi post-Covid è
identificata come causa di tre principali effetti: la recrudescenza dello
scontro tra Usa e Cina (ovvero tra due “capitalismi” nella sua
classificazione); la riduzione delle supply chain mondiali e quindi della
ipermondializzazione; la rivalutazione del ruolo dello Stato nella vita
economica. Da ultimo, Fukuyama, in un libro concentrato sul problema della
crescita dei populisti, evidenzia il bisogno di thymos, riconoscimento,
dignità, identità, dai quali non ci si può sottrarre.
La
crisi dell’anno del Covid è invece il focus dell’ultimo libro di Adam Tooze, “L’anno
del rinoceronte grigio”[41], in cui è
convincentemente raccontato come le linee di frattura, invero molto grandi, aperte
dalla crisi pandemica sono tutte preesistenti e affondano le loro radici negli
squilibri e i tentativi di gestione falliti dei quali il libro di Gabellini
parla così bene. Le crisi sottolineate da Biden (significativamente pandemia,
economia, richiesta di eguaglianza razziale, clima) sarebbero state attaccate
con un bombardamento a tappeto il cui versante economico è dato dall’American
Rescue Plan (1900 miliardi) un programma infrastrutturale (2300 miliardi) e l’american
Families Plan (1800 miliardi) più lo stimolo di Trump di 3600 miliardi. Il primo
concentrato sulle classi medie e le piccole imprese. Un piano che superava il
famoso “output gap” e dunque secondo l’economia maistream (è stato attaccato da
Summers e Blanchard) avrebbe mandato fuori giri il motore. Chiaramente questo
potrebbe portare ad un ‘tiro alla fune’ e all’innalzamento dei tassi (con
conseguente richiamo di capitali).
Ora,
come riconosce molto francamente Tooze, se la scala degli interventi
governativi (o degli annunci) del 2020 e 21 è stata senza precedenti, sia sotto
il profilo fiscale come finanziario, nessuno vuole tornare agli anni del
trentennio. Piuttosto le élite si comportano come quelle bismarckiane della
metà dell’800. Cercano di cambiare tutto per avere lo stesso mondo. E di
stimolare nuovi cicli di speculazione e sviluppo alimentati dal debito (soprattutto
pubblico), gestiti da strette (o strettissime) ed affidabili élite
tecnocratiche. La democrazia qui è proprio fuori gioco, la legittimazione di
questa operazione è affidata ai suoi risultati. Possono alla fine essere
riassorbiti e compensati gli input di disuguaglianza che promanano da queste
disperate politiche? Può il sistema multipolare, ma ancora dipendente dalla
centralità del dollaro, reggere lo stress di una nuova ‘tosatura’? O ad una guerra
locale?
Ma
soprattutto, cosa c’è di effettivo in questi programmi di modernizzazione che,
al loro meglio, interessano il 2 per cento del Pil in chiave pluriennale di
lungo corso? Ben poco, direi.
Sono
per lo più retoriche. Il mix va da chi, come la Mazzucato,
propone di passare dalla cattura del valore per gli azionisti alla creazione
per gli “Stakeholders”, o, come la Kelton, di superare l’ossessione per il
deficit pubblico e la paura dell’inflazione, chi, come Baldwin, descrive gli
effetti della transizione tecnologica e la percepisce anche come una minaccia
davanti alla quale occorre far fronte con più protezione, o Collier e Rajan che
hanno in comune l’attenzione al territorio ed ai luoghi, come alle identità. Chi
teme come Milanovic il protagonismo della Cina e la crescita dei populismi come
Fukuyama.
Ma
sono retoriche che su un punto non possono essere sottovalutate (non per gli
effetti, che saranno modesti, quanto per il clima intellettuale che stimolano e
giustificano): sono sempre soluzioni integralmente elitiste e fondate sul
protagonismo delle grandi aziende globali. Il neoliberismo per come lo
abbiamo conosciuto fino al 2020 sembra crollare sotto il peso degli enormi
problemi che ha sollevato, e che il libro di Gabellini illustra ottimamente. Ma
la sua centralità rimane.
Bisogna
essere attenti, il capitalismo avrà anche un suo “spirito”, ma è capace di
adattarsi a sempre nuovi ambienti, è sempre plurale e decentrato, metamorfico. Lontano
dall’essere derivato e diretto dalla tecnica e dall’economico il sistema di
regolazione che lo contraddistingue è sempre essenzialmente fondato su una
egemonia[42]
e questa porta in esistenza delle distribuzioni e delle soggettività, sempre nuove
istituzioni, opportunità. La letteratura citata, ed alcune politiche pubbliche
di emergenza, dunque cercano consapevolmente di rigenerare il capitalismo
affinché all’ordine segua l’ordine, ed alla centralità dei soggetti creati dal
sistema di regolazione neoliberale segua quella dei medesimi (al contempo
cambiati). Se la crisi del modo di regolazione ‘fordista’, al calare del
millennio, estremizzò e al tempo pervertì gli elementi di questo[43], allargandoli su scala
mondiale attraverso una potente dinamica di integrazione subalterna (ponendo al
centro nuovi assetti tecnologici e la creazione dell’ordine nel quale viviamo),
qui si tratta di ripetere l’operazione. Estremizzare e pervertire, per
superare/confermare l’ordine sociale esistente e saltare nel prossimo.
L’operazione
ideologica che è tentata in questi testi e bozze politiche (con poca sostanza[44]) è di enorme ambizione,
non va sottovalutata. Si tratta di raccogliere la sfida posta
dall’evidente, e non nascosto, fallimento dell’economia neoliberale,
eccessivamente concentrata sul breve termine, sull’arricchimento come rapina invece
che come effetto della creazione di valore, sull’esaltazione delle parti
peggiori dell’uomo, sulla distruzione della natura entro e fuori di esso, per
rovesciarlo in un successo dei medesimi attori. Una vera e propria rifondazione
ideologica dall’alto che è espressamente proposta dalle élite per le élite
di fronte al baratro del conflitto, della perdita di egemonia e di controllo
del mondo e, forse, della rivoluzione (come arriva a dire Schwab, cercando di
stimolare il senso di sopravvivenza del capitalismo). Si tratta di un tentativo
di riaggregazione di classe, anche oltre e sopra le differenze e le fratture
geopolitiche in via di allargamento. Una riaggregazione necessaria e decisiva
per ricandidarsi come sempre alla gestione del reale, ma da una posizione più
salda.
Torniamo al racconto del libro. Mentre Biden fa le sue cose gli altri procedono. E nel capitolo che l’autore chiama “Riallineamento” leggiamo infatti la traiettoria della Repubblica Popolare Cinese, senza dubbio l’evento più rilevante dell’ultimo quarto del XX secolo e del primo del XXI. Quel che la geniale strategia di Deng, con più continuità di quanto possa sembrare con la traiettoria di Mao[45], introduce è un’alleanza non solo con il ‘diavolo bianco’ occidentale, quanto con il “ponte fiorito”[46]. Grazie a questa mobilitazione di energie presenti nella costellazione cinese (quella della diaspora e dei ceti commerciali che, da sempre, costituiscono la corona esterna) il regno di mezzo, Chung-kuo, si integra con l’economia-mondo guidata dagli Usa, ma senza accogliere e seguire il Washington Consensus. Quindi serbando i controlli (ferrei) sui movimenti di capitale, la presenza statale sull’economia e l’obbligo per le imprese nazionali o straniere di muoversi verso l’interesse nazionale come di volta in volta definito da PCC. Non appare sorprendente se si considera quella che Ferdinand Braudel identificava come una storica ostilità alla proliferazione del capitalismo. In questo snodo interpretativo Gabellini segue la lezione di Giovanni Arrighi che nel suo ultimo capolavoro “Adam Smith a Pechino” sostiene esattamente questa tesi.
Dentro
questo modello ultra-dirigistico cinese[47] alla fine avviene quel
sorpasso generalizzato che è sotto i nostri occhi: la quota di valore aggiunto
nel settore cruciale dell’hi-tech passa in dieci anni, dal 2003 al 2014 dal 7
al 27% (ed oggi è molto più in alto, come testimonia il nervosismo americano
che, nello stesso periodo, scendono dal 36 al 29%); il venture capital mondiale
è impegnato ormai per il 40% in Cina.
A
fronte della riabilitazione del confucianesimo di Deng (e poi di Xi) e della
dottrina delle “tre modernizzazioni”[48], vengono attivate forme
di guerra ibrida[49]
sul piano psicologico, mediatico e legale. La Cina fa anche fronte ai ripetuti
attacchi finanziari Usa estendendo il controllo dei capitali e i dispositivi di
sorveglianza (che sono stati decisivi nella lotta alla pandemia). Con le ultime
generazioni di leader promuovono una maggiore riorganizzazione accentratrice
(in pieno corso di accelerazione) e la strategia dello sviluppo verde,
sforzandosi di riorientarsi verso lo sviluppo interno autocentrato, riducendo
la dipendenza dai mercati esteri[50]. Al contempo, e questo è
un parametro che non può essere sottovalutato, la Cina continua a ridurre il
tributo, in primo luogo smettendo di comprare i titoli di stato americani (che
sono passati dal 14 al 5%), attenuando uno dei principali fattori di reciproca dipendenza.
Tutto lascia ritenere che sia in corso un piano articolato (insieme alla Russia
ed altri grandi attori internazionali, tra i quali a volte si intravede l’India)
per erodere la supremazia del dollaro. Ne sono espressione la riduzione delle
riserve e la Cleaning House (Chips) tra Russia e Cina. Poi c’è la “via della
seta”[51],
che estende partership, infrastrutture e debiti verso i paesi centroasiatici e
quelli africani, senza dimenticare l’Europa dell’Est e l’America Latina.
Nell’ultimo capitolo “Entropia”, viene espressamente ripreso lo schema dei cicli egemonici proposto da Braudel-Arrighi-Wallerstein e interpretata alla luce di questo la ‘degenerazione finanziaria’ dell’occidente. Si tratta di uno strumento predatorio, volto a rendere liquide e poi trasferire le ricchezze (come illustra bene la Sassen[52]), ma anche nella falsa illusione di ricchezza che trasmette un dispositivo che erode le basi stesse della potenza dominante che, alla lunga, privata degli investimenti produttivi perde competitività.
Alla
fine, emerge una nuova configurazione mentre il ciclo discende. Crescita stentata,
tendenza alla deflazione, elevati livelli di debito e alta disoccupazione
imprigionano le politiche, mentre ogni flusso aggiuntivo prende subito la via
del rendimento meramente finanziario. I concorrenti, viceversa (a suo tempo
Germania e Stati Uniti verso la Gran Bretagna, ed ora Russia e Cina ma anche
Giappone, Corea e Arabia Saudita) accumulano surplus delle partite correnti (in
questo momento anche l’Italia) ponendo le basi strutturali del declino del
dollaro. A questo il dominus imperiale risponde con autentiche operazioni di
pirateria finanziaria cicliche (la “geopolitica del caos”), ma
sempre più violente e sempre meno risolutive.
Insomma,
le mancate scelte degli anni tra i settanta e novanta (che Kennedy cercava di
anticipare), conducono gli Stati Uniti in un vicolo cieco. Non gli resta, per
pareggiare i conti, che continuare ad immettere liquidità nel sistema, sfruttando
il privilegio del dollaro, ma questa manovra va solo ad inflazionare i consumi
(immobili, azioni, bond) e i rentier, creando le condizioni di uno squilibrio
strutturale sempre maggiore. La gran parte del paese, nel frattempo, sprofonda
in povertà e debiti e non è nelle condizioni di intercettare e giovarsi degli
eventuali dividendi delle trasformazioni tecnologiche. La principale obiezione
alle politiche e retoriche della coppia Biden/Trump (che sono meno diverse di
quanto sembrino) è di questo tenore: insufficiente e mal diretta perché possa
effettivamente giovare a chi necessita di soccorso. Troppo poco e troppo
tardi.
Questo
squilibrio dovrebbe invece portare al deprezzamento del dollaro (che in questo
modo riporterebbe la produzione americana ad essere competitiva, se pure su una
piattaforma più bassa in termini di quota di valore aggiunto) e all’estrazione fiscale
del surplus nei piccolissimi ceti che lo hanno accumulato (modificando
radicalmente le aliquote fiscali ed eliminando i relativi ‘paradisi’). Ma se
accadesse i capitali distribuiti tornerebbero, nel tentativo di anticipare la svalutazione
e quindi accelerandola. L’effetto destabilizzante di un simile scenario alla
Weimar nel paese, che detiene la capacità di distruggere dieci volte il pianeta
e il più potente esercito del mondo, è di incalcolabile orrore.
Dunque,
la guida statunitense cerca con ogni mezzo di allontanare questo calice
amarissimo, ma per farlo deve proseguire ed esacerbare il tributo che un più
che riluttante mondo è costretto a versare. Quindi, in un circolo autorafforzante
che tiene prigioniero il mondo, è costretto a rafforzare sempre l’esercito,
svolgere sempre più disperate operazioni di caos controllato, destabilizzare
sistematicamente i margini dei concorrenti o potenziali tali, inviare “proconsoli”[53] nei paesi satelliti per
rafforzare il controllo.
L’altro
modello è quello cinese, sul quale il testo spende le sue ultime pagine.
[1] - Giacomo Gabellini, “Krisis.
Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense”, Mimesis
2021.
[2] - Il riferimento è alla formula di
Shoshana Zuboff, nel suo “Il capitalismo della sorveglianza”, Luiss 2020
[3] - Come risulta dai classici e
seminali testi di Werner Sombart, “Il
capitalismo moderno”, Ledizioni, 2020 (Ed. Or. 1902) e Max Weber, “L’etica
protestante e lo spirito del capitalismo”, BUR 1991 (ed. or. 1904).
[4] - In breve, arricchimento di massa
(‘cetomedizzazione’), calo della fecondità, aumento della longevità, aumento
del livello educativo, superamento del livello educativo maschile da parte
delle donne, secolarizzazione, disgregazione dei modelli tradizionali. Cfr,
Emannuel Todd, “Breve storia dell’umanità”, LEG 2020 (ed. or. 2017).
[5] - L’asse interpretativo del testo
di Todd è che le strutture familiari e le forme di linguaggio tramandate
conservano nella società due approcci idealtipici: l’individualismo
anglosassone, razzista e primitivo; il comunitarismo russo e cinese, ma anche
di parte del sud Italia e dei paesi mediterranei, egualitario e più evoluto.
[6] - Charles Kupchan, “La fine
dell’era americana”, Vita e Pensiero 2003 (ed. or. 2002), p. 388.
[7] - Qiao Liang, “L’arco dell’impero
con la Cina e gli Stati Uniti alle estremità”, Leg edizioni 2021 (ed. or.
2016).
[8] - Kupchan, cit., p. 402.
[9] - Carlo Formenti, “La
rabbia americana e la pazienza cinese”, Il socialismo del secolo XXI, 15
gennaio 2022.
[10] - Ferdinand Braudel, “La
dinamica del capitalismo”, Il Mulino 1977.
[11] - Giovanni Arrighi, “Adam
Smith a Pechino”, Feltrinelli 2008 (ed.or. 2007), nuova edizione
[12] - Immanuel Wallerstein, “Il
capitalismo storico”, Einaudi 1985 (ed.or. 1983)
[13] - Alessandro Visalli, “Dipendenza. Capitalismo e transizione
multipolare”, Meltemi 2020.
[14] - Figura di grande interesse,
anche se ormai abbastanza dimenticata, eletto per un secondo mandato (quando ciò
era accaduto solo altre sei volte a Washington, Jefferson, Madison, Monroe,
Andrew Jackson, Grant, su 27 mandati) fu il presidente in carica durante la Prima
guerra mondiale e l’immediato dopoguerra. Come mostra bene Gabellini è il
momento cruciale per il cambio di potere tra l’Europa e gli Stati Uniti, e
specificamente per quello tra l’Impero inglese e quello Americano. Wilson è
normalmente inquadrato come un colto idealista, che in parte fu, ma fu anche il
lucido e cinico progettista di una politica di potenza che univa retorica
democratica radicale (profondamente presente nella storia americana, come
retorica intendo) e le più sfrontate politiche materiali di segregazione razziale
interna e imperialismo esterno. Le prime verso le minoranze nazionali, le seconde
verso i paesi deboli sudamericani. Come mostra anche Todd, nel suo “Breve
storia dell’umanità”, LEG 2020, e Alan Taylor nel suo “Rivoluzioni
americane”, Einaudi 2017 si fa guidare dal razzismo tipico della sua
cultura. Nato in Virginia, da genitori religiosi, crebbe in Georgia, dove la
famiglia si schierò decisamente per i Confederati durante la guerra civile. Da bambino
vide il generale Lee, riportandone una indelebile impressione e assistette alla
sconfitta del sud. Laureato a Princeton nel 1879 e dottorato alla John Hopkins (prima
di Obama era l’unico presidente americano con questo titolo) iniziò la propria
carriera accademica e politica sostenendo che la forma politica costituzionale
americana, fondata su un sistema molto complesso di bilanciamento dei poteri
voluto dai padri costituenti, in effetti nascondesse agli elettori le
responsabilità delle cose (era uno dei suoi scopi) per cui bisognasse riportare
il potere ad un solo luogo (parlamentare). In seguito, ammorbidì questa
posizione, ma conservò l’idea che ci volesse un capo ed un partito. Da
presidente assunse all’inizio posizioni populiste e promosse attivamente la
segregazione razziale nell’amministrazione federale e il sospetto verso gli “americani
con il trattino”, fece promulgare leggi antisocialiste, giungendo fino a far
arrestare il candidato alla presidenza e sindacalista socialista Eugene Debs. D’altra
parte, promosse leggi contro il lavoro minorile, i prestiti agricoli, l’assicurazione
sugli infortuni sul lavoro. Intervenne militarmente in Messico, Haiti, Cuba,
Panama, Nicaragua. Intervenne nella guerra civile russa a fianco dei bianchi,
mandando truppe a Murmansk, Arcangelo e Vladivostok.
[15] - I “quattordici punti” è il nome
di un discorso che l’8 gennaio 1918 il presidente tenne davanti al congresso in
seduta congiunta, elaborato con il contributo di Walter Lippmann, enunciavano: 1-
Pubblici trattati di pace, stabiliti pubblicamente e dopo i quali non vi siano
più intese internazionali particolari di alcun genere, ma solo una diplomazia
che proceda sempre francamente e in piena pubblicità. 2- Assoluta libertà di
navigazione per mare, fuori delle acque territoriali, così in pace come in
guerra, eccetto i casi nei quali i mari saranno chiusi in tutto o in parte da
un'azione internazionale, diretta ad imporre il rispetto delle convenzioni
internazionali. 3- Soppressione, per quanto è possibile, di tutte le barriere
economiche ed eguaglianza di trattamento in materia commerciale per tutte le
nazioni che consentano alla pace, e si associno per mantenerla. 4- Scambio di
efficaci garanzie che gli armamenti dei singoli stati saranno ridotti al minimo
compatibile con la sicurezza interna. 5- Regolamento liberamente dibattuto con
spirito largo e assolutamente imparziale di tutte le rivendicazioni coloniali,
fondato sulla stretta osservanza del principio che nel risolvere il problema
della sovranità gli interessi delle popolazioni in causa abbiano lo stesso peso
delle ragionevoli richieste dei governi, i cui titoli debbono essere stabiliti.
6- Evacuazione di tutti i territori russi e regolamento di tutte le questioni
che riguardano la Russia senza ostacoli e senza imbarazzo per la determinazione
indipendente del suo sviluppo politico e sociale e assicurarle amicizia,
qualsiasi forma di governo essa abbia scelto. Il trattamento accordato alla
Russia dalle nazioni sorelle nel corso dei prossimi mesi sarà anche la pietra
di paragone della buona volontà, della comprensione dei bisogni della
Russia, astrazione fatta dai propri interessi,
la prova della loro simpatia intelligente e generosa. 7- Il Belgio – e tutto il
mondo sarà di una sola opinione su questo punto – dovrà essere evacuato e
restaurato, senza alcun tentativo per limitarne l'indipendenza di cui gode al
pari delle altre nazioni libere. 8 - Il territorio della Francia dovrà essere
completamente liberato e le parti invase restaurate. Il torto fatto alla
Francia dalla Prussia nel 1871, a proposito dell'Alsazia–Lorena, che ha
compromesso la pace del mondo per quasi 50 anni, deve essere riparato affinché
la pace... possa essere assicurata di nuovo nell'interesse di tutti. 9 - Una
rettifica delle frontiere italiane dovrà essere fatta secondo le linee di
demarcazione chiaramente riconoscibili tra le nazionalità. 10 - Ai popoli
dell'Austria–Ungheria, alla quale noi desideriamo di assicurare un posto tra le
nazioni, deve essere accordata la più ampia possibilità per il loro sviluppo
autonomo. 11 - La Romania, la Serbia e il Montenegro dovranno essere evacuati,
i territori occupati dovranno essere restaurati; alla Serbia sarà accordato un
libero e sicuro accesso al mare, e le relazioni specifiche di alcuni stati
balcanici dovranno essere stabilite da un amichevole scambio di vedute, tenendo
conto delle somiglianze e delle differenze di nazionalità che la storia ha
creato, e dovranno essere fissate garanzie internazionali dell'indipendenza
politica ed economica e dell'integrità territoriale di alcuni stati balcanici.
12- Alle regioni turche dell'attuale impero ottomano dovrà essere assicurata
una sovranità non contestata, ma alle altre nazionalità, che ora sono sotto il
giogo turco, si dovranno garantire un'assoluta sicurezza d'esistenza e la piena
possibilità di uno sviluppo autonomo e senza ostacoli. I Dardanelli dovranno
rimanere aperti al libero passaggio delle navi mercantili di tutte le nazioni
sotto la protezione di garanzie internazionali. 13 - Dovrà essere creato uno
stato indipendente polacco, che si estenderà sui territori abitati da
popolazioni indiscutibilmente polacche; gli dovrà essere assicurato un libero e
indipendente accesso al mare, e la sua indipendenza politica ed economica, la
sua integrità dovranno essere garantite da convenzioni internazionali. 14 - Dovrà
essere creata un'associazione delle nazioni, in virtù di convenzioni formali,
allo scopo di promuovere a tutti gli stati, grandi e piccoli indistintamente,
mutue garanzie d'indipendenza e di integrità territoriale.
Bisogna notare che per Wilson ogni etnia dovrebbe
avere una nazione e questa autodeterminarsi. In sostanza separando in tal modo
le etnie le une dalle altre. Questa era l’idea di riassetto del mondo promossa
attraverso la “Lega delle nazioni”.
[16] - Gabellini, cit., p. 69.
[17] - Qiao Liang, “L’arco dell’impero”,
op.cit.
[18] - Gabellini, cit., p.97
[19] - James O’Connor, “La crisi fiscale
dello Stato”, Einaudi 1977.
[20] - Mi riferisco, ovviamente, agli
economisti marxisti Paul Baran e Paul Sweezy ed i loro coautori.
[21] - Qiao Liang, cit., p.103.
[22] - Qiao Liang, cit., p. 108
[23] - Oggetto del mio libro del 2020.
[24] - In quanto per restare nel ruolo
di fornitori di materie prime a basso prezzo è necessario che non sviluppino
una propria capacità di produzione e trasformazione ed un mercato interno che
farebbe salire i prezzi.
[25] - Gabellini, cit., p.130.
[26] - Gabellini, p.133
[27] - Gabellini, p.163
[28] - Citato in Gore Vidal, "L'invenzione degli
Stati Uniti", Fazi editore, 2005, p. 98.
[29] - Come racconta Gabellini, cit.,
p. 280.
[30] - Gabellini, cit., p. 318
[31] - Klaus Schawb, Thierry Malleret, “Covid
19: The Great Reset”, 2020.
[32] - Mariana Mazzucato, “Il valore
di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’economia globale”, Laterza
2018 (ed.or 2018). Un testo ambizioso nel quale nella prima parte cerca di
rivitalizzare l’illustre tradizione risalente almeno a Smith che vede
distinguere tra lavori produttivi di valore e non, e che, su questa base, pone
sistematicamente in discussione la pretesa della finanza di contribuire allo
sviluppo del valore, distinguendo tra “capitali pazienti” e “speculativi”, a
breve termine ed improduttivi. La chiave è la medesima poi prescelta da Schwab,
occorre passare nuovamente dalla massimizzazione del valore per gli azionisti
(“improduttiva”) alla creazione di effettivo valore per gli “Stakeholders”
(cfr. p.200). La conclusione, tuttavia, diversamente dal nostro, è che bisogna
andare verso la ricostruzione della fiducia nella funzione pubblica e “fissare
una missione” (p.278).
[33] - Mariana Mazzucato, “Mission
economy. A Moonshot Guide to Changing Capitalism”, Allen Lane, 2021. Libro
nel quale l’economista inglese riflette sulla crisi pandemica.
[34] - Stephanie Kelton, “Il mito
del deficit”, Fazi editore 2020.
[35] - Richard Baldwin, “Rivoluzione
globotica”, Il Mulino 2019.
[36] - Paul Collier, “Il futuro del
capitalismo”, Laterza 2020 (ed.or. 2018).
[37] - Raghuram Rajan, “Il terzo
pilastro. La comunità dimenticata da Stato e mercati”, Bocconi Editore 2019
(ed. or. 2019).
[38] - Thomas Piketty, “Capitale e
ideologia”, La nave di Teseo, 2020 (ed.or. 2020).
[39] - Branko Milanovic, “Capitalismo
contro capitalismo. La sfida che deciderà il nostro futuro”, Laterza 2020
(ed. or. 2019).
[40] - Francis Fukuyama, “Identità.
La ricerca della dignità e i nuovi populismi”, Utet 2019 (ed. or. 2018).
[41] - Adam Tooze, “L’anno del rinoceronte
grigio”, Feltrinelli 2021 (ed. or.2021).
[42] - Termine chiaramente polisemico,
ma che qui si intende spendere per la sua capacità di organizzare il senso e
creare un ordine, sposato dai soggetti che essa stessa costituisce non per mero
interesse bensì per adesione ad un intero ‘mondo’ internamente coerente.
L’ordine (ed il ‘mondo’) comprende tecniche, saperi, culture e ruoli. Ogni
operazione consapevolmente egemonica è una sorta di sfida al mondo come è,
definisce dei nemici e si sforza di dissolverne la coerenza e coesione,
combatte certezze, crea idee nuove (spesso rimontate dalle vecchie). Ogni nuovo
assetto egemonico ha i suoi soggetti ed i suoi attori cruciali, individua dei
valori irrinunciabili e dei disvalori da respingere, include delle tecniche,
produce una economia. Creando soggettività si fa carico di esse, e risponde ai
bisogni che fa emergere come decisivi.
[43] - In poche parole, lo scheletro
era dato dalla integrale subordinazione del consumo, messo a centro dell’uomo
stesso, alla logica capitalista, negoziando da una parte produttività e
distribuzione in termini reali (in modo da garantire da riproduzione della
forza-lavoro e la stabilità sociale, ovvero la riproduzione sociale) e
dall’altra la gestione politica della moneta (progressivamente smaterializzata
in tutti gli anni Sessanta e settanta, con enormi conseguenze sistemiche).
[44] - O, per meglio dire nelle quali
la sostanza è sempre in un rapporto in sedicesimi con l’annuncio e le
ambizioni.
[45] - Cfr. Diego Angelo Bertozzi, “La
Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteristiche cinesi”,
LAD 2020.
[46] - Il “Ponte fiorito” è la
diaspora cinese nei paesi di corona e la loro relazione con il ceto commerciale
e artigianale (ed imprenditoriale) che è particolarmente forte nella fascia
costiera al sud della Cina. Per una storia della Cina particolarmente
interessante si veda Michael Schuman, “L’impero interrotto”, Utet, 2021
(ed. or. 2020).
[47] - Gabellini, cit., p. 331
[48] - Gabellini, cit., p. 337
[49] - Si veda Qiao Liang, Wang
Xiangsui, “Guerra senza limiti”, LEG, 2001 (ed. or. 1999).
[50] - Gabellini, Cit., p.346
[51] - Si veda anche Peter Frankopan, “Le
nuove vie della seta”, Mondadori 2019 (ed. or. 2018).
[52] - Saskia Sassen, “Espulsioni.
Brutalità e complessità dell’economia globale”, Il Mulino 2014.
[53] - Si veda “Il
Proconsole imperiale: draghi, serpenti, vermi”.
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