In
questo breve intervento, che è stato già pubblicato[1] nella rivista “Cumpanis”, sarà
prodotta qualche divagazione a partire dai numerosi stimoli che derivano dai
lavori di Alessandro Testa, “La lotta di classe oggi: tra teoria del valore
ed organizzazione del lavoro”[2], e Carlo Formenti, “Composizione
socioeconomica e composizione sociopolitica, questioni di metodo”[3].
Il
mio omonimo Alessandro Testa parte dal concetto di “lotta di classe” (formula
composta che, come proveremo ad argomentare, è utile pensare come inerente non
già al suo apparente oggetto, ‘classe’, quanto al sostantivo ‘lotta’), e
lo collega a modalità ‘tipiche’ del capitalismo e ‘specifiche’ del modo in cui
questo crea il ‘valore’. Ovvero, in altri termini, a come questo organizza il
lavoro a partire da specifici rapporti sociali.
Per
entrare subito nel tema si può prendere un esempio. Come sottolineato anche da
Carlo Formenti nel secondo capoverso la giusta istanza di analisi rigorosa dei
mutati termini di formazione del lavoro e della classe consente, nella sua
formulazione, al lettore meno attento di scivolare sul rischio sempre presente di
oggettivare la ‘classe’. Accade perché viene auspicata una ‘analisi
scientifica’ di essa. Sovrapponendo con ciò la confusa incertezza su cosa si
intenda esattamente con ‘scienza’ a quella su cosa sia la ‘classe’ e quale
materialmente sia. Intendiamoci, Testa fa bene a dirlo. Una ricerca
sistematica, razionale, ben fatta, della sociologia e socioantropologia delle
relazioni e rapporti sociali e dell’organizzazione del lavoro è utile e
necessaria. Ma il lemma della (o delle) “lotte di classe”, o della/e lotta/e
della/e classe/i è guidato dal sostantivo ‘lotta’ (e dal verbo “lottare”) e non
dall’oggetto ‘classe/i”. Esiste quindi un limite insuperabile alla sua
oggettivazione come conoscenza data. Questo è quel che proveremo ad
argomentare. Le classi sono creazioni specifiche del processo materiale e degli
ambienti (anche simbolici e spirituali) in cui questo si svolge, ma questo è
sempre una singolarità, non è catturabile in categorie universali. Se è così si
tratta di una questione che non si può affrontare in teoria ma solo nella
pratica. Solo attraverso un processo di presa di contatto partecipante e
militante. Insomma, porre la questione della classe è porre quella della
lotta. È, in altro modo, porre la questione della ‘filosofia della prassi’[4].
Questa
affermazione, fatta anche dal testo di Carlo Formenti, è, però foriera di
notevoli rischi e quindi va introdotta con circospezione. Ci torniamo alla
fine, dunque.
Alessandro
Testa riconduce il suo interessante discorso al materialismo dialettico e
storico (che non sono ovviamente la stessa cosa[5]), opponendovi
classicamente ‘l’idealismo’. E quindi allo scontro ‘capitale-lavoro’, da cui deriva
la necessità di individuare criteri discriminanti per stabilire oggettivamente chi
farebbe parte ex ante della classe di riferimento della rivoluzione, il
‘proletariato’. La ricerca procede individuando prima chi, pur fondando
la propria sopravvivenza sul lavoro, ha la forza sociale per imporre il prezzo
(le star, i lavoratori apicali di successo, etc.) e chi comunque dispone
di qualche rendita finanziaria. Secondo la conclusione raggiunta entrambi non
‘campano la vita’ e quindi non sono parte della classe. Poi non lo sono
coloro che sono assorbiti nella funzione di comando del capitale (i manager) e
non lo sono i lavoratori autonomi forti, ma, di converso, lo sono quelli deboli
e gli artigiani e commercianti, purché piccoli e deboli rispetto alle dinamiche
della finanza. Alla fine, l’analisi di Testa si fa guidare, mi pare,
dall’antico ed illustre paradigma, di derivazione rinascimentale, tra il
“popolo minuto” ed il “popolo grosso”. Tra chi sopravvive più o meno a stento e
chi accumula capitale e ricchezze. È un’utile approssimazione.
Sulla
base di questa partizione, che come detto ha sostanza ma a dire la verità anche
il difetto di non essere tipica del capitalismo e specifica del suo modo di
produrre valore, si passa nell’ultima parte a nominare il problema dell’estrema
parcellizzazione del processo di produzione di valore. Frammentazione che è
diventata dominante una volta che la fabbrica fordista è stata scacciata nella
parte sud ed orientale del mondo (osservazione da tenere a mente e su cui
torniamo).
È
qui che riprende Carlo Formenti, raccogliendo lo spunto del superamento
dell’opposizione binaria capitale-lavoro, almeno nella forma messa in pensiero
dai fondatori nel contesto del medio ottocento europeo. Il lavoro è cambiato,
il capitale pure, ma resta il fenomeno della dominazione (che, tuttavia, in sé
non è certo caratteristico del capitalismo). Bisognerebbe capire quindi come
è cambiato, ma più che capirlo occorrerebbe crearsi gli strumenti
per la critica di questo stato dei fatti e quelli della lotta. Non è, infatti,
dalla consistenza oggettiva delle classi che deve partire il movimento del
pensiero, ma dalla critica, ovvero dalla lotta che genera le classi
stesse. La questione feconda non è tanto di chi, o come, sia fatta la classe
capace di attivare processi di trasformazione strutturale della società
capitalista, quanto come si costruisca. Ovvero, attenzione, come si
costruisca come classe.
Secondo
l’impostazione marxiana il capitalismo non si distingue infatti dai regimi di
accumulazione che l’hanno preceduto per la presenza di questa o quella fazione
dominante (se sia la nobiltà, il clero, la borghesia), e dominata (i servi, i
fedeli, i poveri), quanto per il modo in cui crea il valore e riproduce se
stesso e la società con esso. Non è tanto il ‘capitale’ (è sempre esistito un
qualche ‘capitale’, anche in forma monetaria), ad essere il problema, quanto la
sua assoluta centralità nell’organizzazione sociale e nella dinamica dei
poteri. Il capitalismo è quella forma di organizzazione sociale nella quale il
capitale, in forma di appropriazione privata, domina completamente o
sostanzialmente il sociale ed il politico facendosi scopo a se stesso.
Le
classi ‘lavoratrici’ non sono tanto caratterizzate, quindi, da una maggiore o
minore ricchezza monetaria (anche se è un buon proxy), o dal grado di libertà
formale, quanto dal loro ruolo strutturale nel processo complessivo, che
attraversa l’intera società, di riproduzione del capitale come ordinatore
generale. Sono classi lavoratrici quelle che sono organizzate dal capitale e
dai suoi fini[6].
Facciamo
un passo indietro. Già Adam Smith attribuiva un ruolo alle
classi dedite alla riproduzione e circolazione del capitale e quindi alla
realizzazione del surplus (o, nel linguaggio marxiano, del plusvalore). Seguendolo,
Marx individuava le classi sociali non già in relazione al reddito, bensì alla
relazione con il modo di produzione[7]. La prima tripartizione
che è rilevante nell’analisi marxista è quindi quella tra:
-
i lavoratori che sono produttivi di
plusvalore, ovvero che vendono la propria forza-lavoro creando
alle dipendenze di un possessore di capitale (e dei mezzi di produzione quali
che siano) un valore scambiabile superiore a quello ottenuto come
contropartita della prestazione;
-
i lavoratori che non entrano direttamente
in tale produzione ed assorbono parte del plusvalore estratto dai primi
(impiegati alla contabilità, ai controlli di gestione, manager, addetti al
marketing, …) restando comunque necessari al complessivo circuito di produzione
e realizzazione (ovvero di circolazione);
-
e i possessori del capitale e dei mezzi
di produzione.
Bisogna
qui subito notare che sono lavoratori produttori di plusvalore non solo i
classici operai manifatturieri, ma, già per Marx (che, del resto si inserisce
nella tradizione da Smith a Ricardo), anche tutti i produttori di merci immateriali,
ad esempio, un maestro di scuola[8], o i camerieri in un
ristorante. Il caso di un impiegato pubblico, invece, è quello di una figura
intermedia che non produce in sé plusvalore ma lo impiega ed assorbe dai
produttori, tramite le tasse, essendo tuttavia necessario alla
riproduzione della forza-lavoro e quindi indirettamente coinvolto nel processo
di produzione e riproduzione. Anzi, una maggiore valutazione dell’importanza
della riproduzione (di classe e capitale) è una delle caratteristiche
distintive del recente capitalismo[9]. Inoltre vale la pena
sottolineare come Marx, nei suoi testi più maturi, si guardi bene dal sostenere
che il capitalismo tenda inevitabilmente allo schiacciamento tra lavoratori
(come visto in senso allargato) e capitalisti, bensì abbia riconosciuto
l’esistenza di una controtendenza alla crescita delle classi intermedie,
ovvero al: “costante accrescimento delle classi medie che si trovano nel mezzo,
fra gli operai da una parte e i capitalisti e i proprietari fondiari dall’altra,
in gran parte mantenute direttamente dal reddito, e che gravano come un peso
sulla sottostante classe lavoratrice e accrescono la sicurezza e la potenza
sociale dei diecimila soprastanti”[10]. Si parla qui, seguendo ancora
Adam Smith, delle burocrazie statali, delle forze armate e delle classi
professionali, poi già enormemente estese nella fase monopolistica del
capitalismo e nel modo di produzione fordista, e poi ancora di più in seguito. Sotto
questo genere di classificazione, lo ripetiamo ancora una volta, non è dunque in
questione il reddito (ovvero il ceto) bensì la posizione strutturale
rispetto al capitale. È in questione, cioè, la formazione
economico-sociale.
Bisogna
notare che, come ricorda Formenti e sa bene Testa, queste tassonomie sono del
tutto inutilizzabili fuori del contesto di un progetto di società ‘ben
organizzata’, ovvero ‘liberata’. In altre parole, sono strumenti per rendere
possibile pensare il socialismo. Non ha alcun senso pensare che indichino una
distinzione tra lavoro manuale e non, tra produzione e servizi, o tra lavoro
riccamente pagato e meno (se pure questo è un indicatore di primo livello). Come
controprova si può prendere il fatto che nella società data, questa distinzione tra lavoro
produttivo e improduttivo non ha senso. Essa tende a dissolverla in quanto il
lavoro, nel capitalismo, produce sempre ‘valore’ nel senso di un certo accumulo
di segni monetari. Ma la distinzione compare invece di fronte ad una diversa
organizzazione sociale, ovvero compare di fronte alla questione del
socialismo. Per una chiara enunciazione del tema si veda Paul Baran, 1956[11].
La questione non è quindi
di stabilire una volta per tutte quale lavoro produca segni di valore
sul mercato (denaro) e quale non li produca (distinzione per la quale,
non a caso, il lavoro pubblico è dichiarato improduttivo perché non finalizzato
alla produzione o realizzo di merci), ma è di affermare che una società ben
ordinata è socialmente equilibrata ed ambientalmente sostenibile proprio a
partire da cosa in essa è ‘lavoro’ e cosa non lo è. Dunque, che, ad esempio, in
essa il consumo e l’investimento non sono rigidamente limitati dalle esigenze
del massimo profitto e dalle funzioni di riproduzione dei rapporti di forze che
fondano il dominio di una classe sull’altra (e ne confermano la riproduzione),
ma sono orientati al pieno sviluppo del surplus economico potenziale
della società ed alla equa distribuzione di questo (in realtà sviluppo del
surplus potenziale significa attivazione delle forze sociali secondo la propria
capacità e ruolo, e quindi implica necessariamente un’equa
distribuzione). Nozione, questa, che presume un ordinamento sociale razionale e
decente, in grado di consentire il giusto dispiegamento delle potenzialità
produttive, tenendo conto degli obiettivi prioritari di sviluppo umano e
armonia con la natura. Per concludere questa parte con una formula sintetica, un
lavoro non è quindi produttivo o improduttivo in relazione all’efficienza
giudicata dal mercato ma in relazione ad una società ordinata. Ovvero in
relazione alla sua presenza o assenza in tale società[12].
Come ulteriore glossa,
bisogna sottolineare che ciò non è, e non è mai stata[13],
una questione solo economica, o solo ‘materiale’. Né si tratta di una questione
interna al circuito di produzione e riproduzione solo a livello nazionale. La
produzione e la riproduzione del capitale sono questioni di rapporti sociali e
di potere istituiti a livello di sistemi-mondo. Ovvero, come scritto bene da
Formenti, giova ricordare che per comprendere il processo di formazione delle
lotte di classe, e della soggettivazione di queste, bisogna compiere nuovamente
i due allargamenti che Lenin e Gramsci pensarono e praticarono (il primo) un
secolo fa. Nel farlo spostare, da una parte, il focus dal modo di
produzione capitalista astrattamente inteso (pensato sul modello statico della
produzione di fabbrica e della realizzazione tramite il mercato e la
circolazione delle merci), alla dinamica di sfruttamento, sviluppo ineguale e
dominio delle nazioni e dei popoli gli uni sugli altri. Dall’altra, si
pone la necessità di porre la questione della lotta anche sul piano
“sovrastrutturale” e quindi la necessità di diventare egemone nella società,
aggregando intorno a sé non più solo l’arbeiter marxiano, quanto l’intera
società.
La questione della
classe,
o delle classi, si costituisce perciò necessariamente insieme all’azione, al
progetto, ed al Partito. Si costituisce nella “filosofia della prassi” e
senza “emergere dalla terra” (secondo l’espressione di Labriola). Le classi
sociali non emergono dalla terra, diceva il grande filosofo di Cassino alla
fine dell’ottocento[14], non
sono già presenti in natura ma neppure si può dire derivino dal caso (o
dal discorso). Esse sono formazioni che nascono storicamente “entro ed
attorno” una determinata forma di produzione, ma nascono al punto di
congiunzione delle volontà e della necessità, del progetto e delle condizioni.
La questione delle
classi può essere condensata quindi nel prodotto dell’interazione tra teoria
e pratica (tra ‘teoria rivoluzionaria’ e prassi ‘dell’inchiesta militante’),
nella creazione di un progetto (e di un Partito che lo incarni) e nella capacità
di calarsi nelle fratture e scontri tra i processi di formazione di status e
tra i rapporti di distribuzione della ricchezza nei quali attori sociali si
presentano ‘deboli e dipendenti’ o ‘autonomi e forti’. Tra i rapporti di
riproduzione sociale in cui alcuni attori sono, o pretendono di essere, ‘produttivi’
o meno. Tra coloro i quali sono connessi a ‘modelli di accumulazione estrattivi’,
beneficiandone, e quindi modelli capaci di determinare rapporti di dipendenza
ed imperialisti, o a modelli ‘equilibrati ed autofondati’. Quindi tra ‘rapporti
di dipendenza’ (che attraversano le scale nazionale ed internazionale e sono
organizzati dal concetto di ‘autonomia’), ‘rapporti di riproduzione’ (nei quali
compare la pertinenza della chiave ‘produttivo’/’riproduttivo’), ‘rapporti di
distribuzione’ (e sono organizzati dall’antica coppia tra ‘forte e debole’). Questo
campo certamente complesso, nel quale si formano e riformano status sociali, si
determinano rapporti e creano sistemi di accumulazione, è da attraversare
diagonalmente per aggregarlo.
Proviamo, per analizzare
questo processo di scoperta/costruzione della classe antagonista che abita nel
campo delle contraddizioni indicate, una riflessione influente come quella del
filosofo argentino Ernesto Laclau (che, però, dissolve non per caso la
terminologia marxiana di ‘classe’, preferendogli la più antica di ‘popolo’). Egli,
muovendo da giovanili esperienze in formazioni trotskiste e più mature nel
campo populista nel contesto argentino, ricentrò la sua attenzione sulla
capacità dei discorsi politici di creare nuove soggettività a partire da una
realtà che si presterebbe a risignificazioni quasi illimitate. La
polemica era rivolta contemporaneamente verso il liberalismo ed il marxismo. Secondo
alcune ricezioni, rese influenti anche dalla vis polemica dell’autore e da
alcune forzature dei testi, il centro del processo di lotta e della costruzione
di popolo è preso dalle narrazioni in assenza di riferimenti. E quindi da
una sorta di tecnologia della vaghezza in grado di mobilitare le emozioni e
creare identificazione (di qui il ruolo della leadership ed un ambiguo uso del
termine gramsciano di ‘egemonia’[15]).
Con riferimento anche ai gusti ed ai tic del clima intellettuale nel quale si
formò il centro del suo pensiero, quello ‘post-moderno’, per Laclau la
narrazione, appunto in assenza di riferimento o nella possibilità di considerare
contendibile ogni riferimento, deriva sempre profondamente e logicamente dalla
comprensione del sociale come interamente soggetto a costruzione e
riconfigurazione da parte del linguaggio. O, con il gergo prescelto, da
parte di formule “vuote” e colonizzabili dalle soggettività date. Un termine come
“onesto”, ad esempio, può in base alle esperienze di vita, agli interessi e
sottofondi culturali di ognuno, assumere diverso significato senza
essere per questo tematizzato. O, parimenti, un termine come “libertà”. I
significati, proprio per il loro essere “vuoti”, in altre parole, si rendono
disponibili a catturare il consenso e creare apparenti equivalenze
tra soggettività diverse, e relative lotte ed ‘agende’, attraverso l’opportuna
esibizione da parte di un leader credibile. La cosa poi regge, e ciò si è visto
sia nel caso di scuola del Movimento 5 Stelle come nella parabola della Lega
(ma anche di Renzi), fino a che questo leader e la sua stretta cerchia non
vengono piegati dalla forza delle cose. Allora l’assenza di tematizzazioni
emerge con tutta la sua devastante potenza, ovvero con il retro della
potenza che ha espresso nella fase ascendente. Un’altra retorica, altri
significanti vuoti vengono avanzati, o quelli posti vengono reinterpretati, e
la politica muta di direzione. Per quel che a noi interessa, dato che non è
certo la fortuna del leader, o dei suoi sodali, ad essere utile
all’emancipazione della classe, tutto resta alla fine eguale.
La cosa
abbastanza sorprendente, anche nello stesso Laclau, è che questa operazione di
costruzione di superficiale e volatile consenso (come si è
visto proprio in Italia e proprio nel miglior caso di successo) del tutto
inutilizzabile per cambiare realmente le cose una volta che si giunga a
contatto con la durezza materiale del mondo (che non è fatto solo di parole),
viene etichettata come “costruzione di egemonia”. L’egemonia è ridotta,
insomma, a “operazione di riarticolazione interna ad una formazione sociale e
discorsiva” e quindi “costitutiva anche delle classi sociali in quanto
soggetti politici”.
È chiaro, se pure
forse non a tutti, che questo terreno abbandona interamente il terreno
della concezione materialista della storia in ogni sua possibile declinazione.
Lo fa, ovviamente, seguendo un’acuta sensazione di sconfitta storica che sul
passaggio degli anni settanta (gli anni della militanza anche per il filosofo
argentino) prese un’intera generazione. Il punto è che viene qui smarrita,
insieme ai residui deterministi certo da respingere, ogni ancoraggio a qualche
materialità e riferimento. Ogni linea di frattura diventa antagonista solo in
funzione di una volontà di egemonia di un dato soggetto politico attivo; ovvero
per effetto di una costruzione discorsiva fondata su “significanti vuoti” ben
scelti e capaci di fratturare lo spazio rappresentativo e sociale. Significanti
che creano, o ri-attivano “momenti populisti”. Tutto si muove quindi dentro
il circolo attivato dal discorso.
Insomma, in
opposizione a chi tenti ancora una volta di definire ‘la classe’ sulla base di
contraddizioni ancorate a questioni materiali, o a funzionamenti economici, si
tratta piuttosto di sollevare formule il cui scopo è, da una parte, di far
intendere che nulla di sostanziale può essere detto, dall’altra, che tutto può
essere ottenuto grazie alla potenza trasformativa dei discorsi politici. In
termini più concreti, con la giusta rappresentazione anche movimenti del tutto
alieni da una impostazione socialista, agiti da soggettività sociali confuse e
orientate all’autoaffermazione individuale, se non direttamente ribelli ad ogni
forma di solidarietà e coerenza, possono essere per questa impostazione ricondotti
alla funzione antagonista. La ragione spesso evocata sarebbe che in fondo
questo è l’unico terreno rimasto.
L’obiezione che
si può e deve fare a questa influente impostazione, che ha peraltro il pregio
di porre in modo esplicito la questione della costruzione della soggettività
antagonista, è che non è tanto
in questione la disposizione a “giocare nel terreno rimasto”, quanto quella di
non giocarvi con armi che hanno dimostrato negli anni la propria assoluta
inutilità. È triviale che se resta solo un terreno occorre ‘giocarvi’, ma
bisognerebbe capire che certe armi sono state proprio forgiate dal nemico per
essere inutili. Una cosa, e condivisibile, è non avere una rappresentazione
rozza e schematica di “struttura” e “sovrastruttura” (cadendo nelle forme più
metafisiche di economicismo e di determinismo storicista), un’altra, del
tutto diversa, dissolvere ogni rilevanza alla materialità dell’esistenza e
dei rapporti sociali che istituisce. Ancora, una cosa è ricondurre tutto alle
forze produttive ed ai rapporti di produzione (disconoscendo l’importanza della
decisione, della politica come apertura al possibile), altro far della
decisione politica l’ontologia del sociale.
Attraverso
questa discussione, insomma, e attraverso la scelta che sottende, passa a ben
vedere la frontiera tra la prosecuzione della mascherata postmoderna, immagine
propria della sconfitta del socialismo vista come fallimento (e delle sue
infinite versioni di pensiero adattivo), e l’assunzione della possibilità di
una ripresa effettiva della lotta. Ripresa determinata proprio dal mutamento
delle condizioni materiali e dal rovesciamento e fallimento della ‘non società’
liberale. La riaffermazione quindi della possibilità di ritrovare l’ancoraggio
solido nelle dure condizioni materiali, le uniche che possono dare piede al
salto necessario.
Questa via
fu abbandonata nel corso della grande ritirata del finire degli anni settanta,
e nei primi anni ottanta che biograficamente ho attraversato e di cui serbo una
vivida memoria. Prese allora piede l’idea che la frattura tra le classi
sociali fosse superata o da superare, a seguito del crollo del ‘compromesso
keynesiano’ e la trasformazione del ‘modo di produzione fordista’[16].
Secondo questa visione se il proletariato, la classe operaia, non esisteva più
o era sempre meno rilevante (in realtà si spostava in oriente) alla fine
restavano solo classi medie e aspiranti tali. Dunque bisognava guardare solo a
queste ultime come orizzonte di ogni possibile azione politica. Questa tesi ha
avuto enorme peso nella ritirata della sinistra antagonista e nell’affermazione
delle ‘terze vie’. Capita che coloro che si sentono ‘moderni’ ed ‘aggiornati’
nel criticare il materialismo siano, in realtà, dentro la ripetizione di un
paradigma storicamente emerso ormai quaranta anni fa e le cui condizioni di
esistenza e necessità sono venute meno.
Soffermiamoci.
Prendiamo, ad esempio, un famoso testo di Ulrich Beck del 1986:
“… la problematica
dell’ineguaglianza ha perso la sua esplosività sociale. Persino di fronte a
numeri di disoccupati nettamente oltre la soglia dei due milioni, considerata
traumatica fino a pochi anni fa, non ci sono state fino ad ora proteste. Certo,
la problematica della diseguaglianza ha acquistato negli ultimi anni una
maggiore importanza (discussione sulla nuova povertà) e riemerge in nuovi
contesti e varianti (lotta per i diritti delle donne, iniziative civiche contro
le centrali nucleari, diseguaglianze tra le generazioni, conflitti regionali e
religiosi). Ma se prendiamo la discussione pubblica e politica come indice di
sviluppo reale, allora la conclusione che si impone è la seguente: oggi nella
Repubblica Federale, sebbene le vecchie diseguaglianze non siano scomparse e ne
sorgano di nuove, viviamo in condizioni che sono al di là della
società di classe, e in cui l’immagine della società di classe è mantenuta in
vita solo per mancanza di un’alternativa migliore.”[17]
In questo
argomento suona molto importante la ragione per la quale, in modo non
dissimile, come vedremo, da Habermas e da Giddens o Inglehart, tra gli altri,
questo effetto si produrrebbe. Bisogna fare attenzione, perché è esattamente
un’illusione ottica propria di quegli anni e con essi, tuttavia, tramontata.
“[continua] Questa contraddizione si può superare se ci si chiede in quale misura negli
ultimi tre decenni, al di sotto della soglia di attenzione delle ricerche sulla
ineguaglianza sia mutato il significato sociale della diseguaglianza.
La mia tesi è questa: da una parte le relazioni di diseguaglianza sociale sono
rimaste largamente costanti nello sviluppo del dopoguerra nella Repubblica
federale. Dall’altra le condizioni di vita della popolazione si sono
radicalmente modificate. La peculiarità dello sviluppo della struttura sociale
nella Repubblica federale è costituita dall’ ‘effetto ascensore’: la
‘società di classe’ è portata nel suo complesso ad un piano
superiore. Nonostante tutte le nuove disuguaglianze che si vanno stabilizzando
e le vecchie che si sono mantenute, c’è un sovrappiù collettivo di
reddito, istruzione, mobilità, diritto, scienza e consumo di massa. La
conseguenza è che le identità e i vincoli subculturali di classe si attenuano o
si dissolvono. Nello stesso tempo si avvia un processo di individualizzazione e
diversificazione delle situazioni e degli stili di vita che mina nelle sue basi
il modello gerarchico delle classi e dei ceti sociali e ne mette in discussione
il contenuto di realtà”.
Non è, secondo la
tesi di Beck, tanto la differenza materiale ad essere perduta, ovvero la
classe in sé, quanto il suo carattere sociale, quindi la classe per
sé, a causa della mutazione di condizioni e forme di vita nella società
cosiddetta dei “due terzi”[18]. E ciò, sia chiaro, “anche se le strutture della
diseguaglianza restano costanti”. La cosa si spiega con l’innalzamento delle
condizioni di vita e di istruzione che è percepita come più rilevante della
distanza (che resta immutata). Leggiamo ancora:
“con l’elevazione dello standard di vita nel corso
della ricostruzione economica negli anni cinquanta e sessanta e con
l’espansione dell’istruzione negli anni sessanta e settanta, larghi strati
della popolazione hanno sperimentato mutamenti e miglioramenti nelle condizioni
di vita che per la loro stessa esperienza sono stati più importanti delle
distanze dagli altri grandi gruppi, rimaste ancora una volta immutate. Questo
vale in particolare per i gruppi svantaggiati alla base della gerarchia sociale”[19].
Per tutti i
gruppi sociali sono diventate, in altre parole, possibili le vacanze, o
l’acquisto della casa. Essi hanno percepito quindi nelle proprie vite quel
genere di ottimismo che si stabilisce quando sai che stai aumentando sempre di
più il benessere, e individualmente o come famiglia ogni decennio sei sempre
più ricco. Che aumenta la durata della vita, il tempo di lavoro ed il relativo
reddito. Allora il consumo di massa mescola i ceti, allarga le aree di
intersezione, crea stili di vita che si liberano degli angusti steccati di
classe, aumenta mobilità ed istruzione. Gli ammortizzatori e lo stato sociale
ed assistenziale producono un effetto molto specifico. Andiamo avanti con Beck:
“oggi non è più come nel XIX secolo, quando sotto la
pressione del bisogno e dell’alienazione sperimentata nel lavoro, nei quartieri
poveri proletari delle città in espansione gli uomini venivano fusi insieme in
grandi gruppi – ‘classi’ che agivano sul piano sociale e politico. Oggi, al
contrario, al riparo dei diritti sociali e politici conquistati, essi vengono
svincolati dai legami di classe della vita quotidiana e indotti sempre più, per
provvedere al sostentamento, a contare solo sulle proprie forze. Nel quadro
dello stato assistenziale, l’estensione del lavoro salariato si trasforma in
un’individualizzazione delle classi sociali”[20].
Si tratta chiaramente
del frutto del successo delle lotte, che a sua volta, però, Beck lo prevede,
“ora ne minaccia forse l’esistenza, almeno in quanto movimento ‘operaio’”. La
questione è posta con chiarezza, come del resto farà Inglehart[21], la tendenza all’individualizzazione dipende
strettamente da condizioni strutturali (sociali, economiche,
giuridiche e politiche) tra le quali rientrano: “una prosperità economica
generalizzata con relativa piena occupazione, l’ampliamento dei compiti dello
stato sociale, l’istituzionalizzazione della rappresentanza sindacale degli
interessi, l’espansione dell’istruzione, l’estensione del settore dei servizi
con le derivate opportunità di mobilità, la riduzione del tempo di lavoro,
ecc.” Ciò porta alla disintegrazione della società di classe.
Ma, attenzione, questo avviene perché:
“questa inclusione di persone nel mercato del lavoro,
questa, in senso marxiano, crescita oggettiva della classe dei lavoratori
salariati, avviene, nelle condizioni strutturali date, nella forma di una generalizzazione
dell’individualizzazione – una forma tuttavia reversibile.
Infatti, in secondo luogo, questo superamento delle classi dipende da
determinate condizioni strutturali e può, a sua volta, essere superato se
queste condizioni strutturali sono rimesse in questione”.
Una tesi del genere, del resto, era stata avanzata in termini marxiani già nel 1966 da Paul Baran e Paul Sweezy[22], che misero in connessione la rivoluzione sistemica allora in corso nel capitalismo (monopolista) maturo con l’effetto secondario di sviluppare un’enorme capacità di coinvolgimento ed egemonia. Il capitalismo nella forma monopolista ante mondializzazione tendeva infatti a soggiacere alla “legge della crescita tendenziale del surplus”, e quindi ad una costante moltiplicazione degli sprechi e dei ceti intermedi ed improduttivi. In questa capacità di creare e distribuire la ricchezza, moltiplicando i ceti e gruppi beneficiari intermedi, riposava la sua stabilità sociale. Dal punto di vista politico quello enunciato dai due studiosi marxisti americani era quindi una sorta di “teorema di impossibilità”. Fino a che cresceva la monopolizzazione del capitale, insieme alla sua composizione organica, il surplus tendeva ad aumentare e con esso i suoi percettori. Questo effetto spegneva la conflittualità sociale nel centro e l’esaltava nella periferia[23].
Tutto questo è
stato revocato.
Come appare
dolorosamente evidente nelle vite di troppi, nel frattempo all’altro estremo
della parabola della società neoliberale di cui gli autori citati vedevano
l’alba, ogni protezione è caduta, le distanze si sono allargate e con essa la
loro percezione, la sensazione non è quindi più di crescere velocemente ma, al
contrario, di cadere. Per esempio, il sogno di diventare proprietari,
per chi non lo è già, è lontanissimo. L’acquisto di una casa, anche piccola,
comporta l’impiego di risorse non commisurate con il reddito medio corrente. Il
tempo di lavoro si è frammentato e il ritmo si è fatto serrato, l’alienazione
domina incontrastata.
Come peraltro
antevidero e dissero sia Beck, sia Inglehart, ed anche Giddens[24], tutto ciò revoca le
condizioni dell’individualizzazione e della stessa dissoluzione delle classi. In
realtà l’era neoliberale aveva come presupposto non posto da essa la
società dei due terzi e la stabilità esistenziale, ma procedendo l’ha dissolta,
insieme alle classi medie di massa, e con essa il suo presupposto. Lungi dal
riuscire essa stessa a garantirlo (come invece prometteva) ha quindi scavato
sotto i propri piedi. Ma naturalmente ci vuole tempo perché si completi il
processo di salire a coscienza, sia degli interessati sia degli interpreti ed
intellettuali. Forse per questi ultimi ce ne vuole anche di più. Bisogna
aspettare il volo della Nottola di Minerva. Se tra economia e politica non c’è,
infatti, una relazione meccanicista, per cui da quella consegue immediatamente
questa, ma ogni genere di slittamento e di dialettica, è perché come ben mostra
anche Inglehart la coscienza sociale deriva dall’interazione di molti diversi fattori e
risente dell’inerzia dello sviluppo.
Bisogna quindi,
nello sforzarsi di ricostruire la questione del riferimento alla ‘classe’,
evitare opposti scogli. Da una parte evitare le debolezze e le ritirate, ormai
invecchiate e probabilmente non più coerenti con il tempo, dell’impostazione
post-strutturalista di un Laclau, o dei suoi compagni inconsapevoli Beck,
Giddens, Habermas e Glotz, e dall’altra ogni arcaismo ed ogni astrazione e
teoricismo dottrinario. Occorre, al contrario, nuovamente partire da un giusto
schematismo e da un’analisi strutturale degli interessi sociali, cercando di
produrre almeno abbozzi di analisi concreta, individuazioni di leggi di
mutamento situate e storico-concrete, comprensibili solo a partire dai
conflitti e dalle contraddizioni presenti (non da quelle degli anni novanta).
Per poter compiere questa analisi
concreta, che deve passare per una robusta inchiesta militante[25], bisogna allora liberarsi
dell’idea che l’assetto sociale postmoderno, creato storicamente dalle
specifiche forze introdotte dall’equilibrio del dopoguerra e da nuove
generazioni (i ‘boomers’) che si ribellavano a generazioni ‘materialiste’, sia
di fatto irreversibile. Occorre tenere fermo che non è la coscienza degli
uomini che determina il loro essere, è più vero il contrario, l’essere
sociale determina la loro coscienza. C’è infatti una contraddizione
inscritta profondamente, nelle ossa stesse, dell’attuale società del lavoro che
scalza la coscienza postmoderna la quale a sua volta paralizza l’azione
sociale: l’individualismo edonista ha perso le condizioni di sicurezza ed
affidamento che lo rendevano possibile o almeno plausibile. Nelle condizioni
del lavoro contemporaneo ed in quelle della vita della grandissima parte della
popolazione (in particolare in coloro che non possono scaricare su altri, o
sperare di farlo, i propri pesi), si affaccia dunque la semplice logica che
solo l’azione collettiva, nuovamente, può o potrà rimettere in questione i
rapporti di forza. Purtroppo, al momento lo fa confusamente, su parole d’ordine
spesso neoliberali, dando seguito ad ogni possibile fenomeno morboso e aprendo
spazi a ogni possibile avventuriero.
È tutta, sempre questione di rapporti di
forza. Altrimenti mentre si giocherella con la pietra
filosofale, con questo o quello ‘significate vuoto’ (sperando di essere
finalmente l’avanguardia rivoluzionaria tanto attesa e magari di scalare il
successo), il senso comune neoliberale, ovvero la coscienza data, lavorerà a
riprodursi travestito. La cosa non potrebbe essere più seria, la crisi covid ce
lo sta mostrando.
Invece di inseguire le mobilitazioni
liberali (quella del ‘no-pass’, se pure ovviamente eterogenea e confusa, lo è nella
sua sostanza), bisogna comprendere che il varco da prendere è già
presente. La coscienza postmoderna è già scalzata dalle sue
contraddizioni e permane solo come zombie. Andargli dietro, come alle forme
populiste tradizionali, è vano. Al massimo servirà a chi lo fa, ma non
certamente alla reale trasformazione della società data. Sul piano profondo
bisogna invece oltrepassare l’impolitico neoliberale e tutti i suoi
travestimenti e recepire il nuovo bisogno di collettivo e di umanità, dandogli
forma. Bisogna avere la pazienza di lavorare sulle fratture che si aprono,
giorno dopo giorno. Tessendo e cucendo, senza perdere il filo dell’interesse da
difendere. Ovvero del miglior interesse del paese, che è sempre quello dei suoi
lavoratori. È qui che si potrà costruire la classe.
Sforzarsi di identificare i luoghi ed i
temi nei quali, intorno agli assi ordinatori centro/periferia ed alto/basso, da
prendere come indicatori approssimativi, ed i tre livelli prima ricordati si
stanno comunque polarizzando estetiche, linguaggi, priorità e valori, quindi
soggettività di gruppo incompatibili con lo stato delle cose presenti.
Ciò deve significare svolgere, con il
passo determinato e paziente di chi sa che le case si costruiscono un giorno
dopo l’altro, due lavori insieme, sia diversi sia complementari,
entrambi indispensabili:
-
da una parte l’autochiarificazione
teorica e la discussione, seria, decisa, onesta, sulle diverse ipotesi
analitiche e meccaniche causali e funzionali;
-
dall’altra l’immersione nelle lotte,
nelle contraddizioni materiali, nei luoghi come via privilegiata della stessa
formulazione teorica.
Riflessione in azione, dunque, e costruzione di sintesi e narrazioni rivolte alla manifestazione
della proposta teorica e pratica (indissolubilmente teorica e pratica). Questo
deve significare lavorare sulle manifestazioni del conflitto, dove si
identifica la contraddizione figlia del caos sistemico, e renderle occasione di
formazione ed autoformazione anche teorica.
Occorre dunque ancora più azione
politica e “filosofia della praxis”, che deve essere interamente orientata a
“trasformare il senso comune”. Si noti, “trasformare”, non assorbire.
Se c’è stato un punto specifico nel quale il “primopopulismo” è divenuto solo “contenitore
dell’ira”, fallendo la trasformazione in “contenitore di (nuovo) potere”, è
l’aver preso da terra esattamente quel che ha trovato. Nell’essere quel che
Gramsci chiamava movimento “di tipo boulangista”[26]. Un movimento “di tipo boulangista”
viene facilmente neutralizzato, quando fallisce lo sfondamento e si incastra
nelle casamatte della seconda linea. Allora queste imparano in fretta ad
incorporarlo. Non ha mai infatti rappresentato un’autentica sfida sistemica, un
assalto al ‘senso comune’ e alla ideologia che tiene insieme lo Stato. È sempre
stato solo l’effetto reattivo ed il cascame della rabbia, del risentimento,
dell’offesa di tutti coloro che sono stati ostacolati nella loro ascesa
individuale, che reputavano loro diritto individuale su tutti. Un
movimento boulangista non esercita davvero quella “fantasia concreta” che è
capace di “operare su un popolo disperso e polverizzato per suscitare e
organizzarne la volontà collettiva”. Agisce su una grande ed importante risorsa,
fornita dalla rabbia individuale e creata dal senso di tradimento ed offesa, ma
fallisce nel trasformarla in una forza di effettivo cambiamento. Per questo non
serve sperare nelle pietre filosofali, nelle mosse risolutive, occorre una
diversa e più paziente fatica.
Il ciclo delle lotte populiste, di cui
l’ultima versione e fiammata è l’attuale mobilitazione, fallisce perché si
nutre mimeticamente, e senza riuscire a determinare né egemonia né un nuovo
blocco storico, né tanto meno classe, dello stesso veleno che ha condotto entro
il “momento Polanyi”[27]. Esso ha per un breve
momento aperto un varco, rompendo lo schema destra/sinistra polarizzato al
centro tipico della ‘terza via’, che aveva da tempo esaurito la propria
vitalità; ma ha fallito ad organizzare le proprie ‘truppe’, a creare quadri e,
soprattutto, non ha creato concentrazione ideologica, assorbendo interamente
quella del nemico di cui era imbevuta. Si è in sostanza limitato a trovare quel
che già c’era in termini di concentrazione ideologica. Ha creato solo
‘contenitori di ira’ che a ben vedere raccolgono una forma dell’attivismo
individualista neoliberale degli anni novanta[28] e la sua attitudine alla
sorveglianza[29].
Inoltre, fa leva sul risentimento indirizzandolo sistematicamente verso false figure
individuali (le “caste”, le “generazioni” dei baby boomers, la burocrazia, le
regole, …) anziché verso strutture di nessi e produzione di potere.
Antistatalismo, disintermediazione, moralismo e profondo individualismo ne sono
la cifra.
Per concludere bisogna, quindi, guardarsi
dal limitarsi a raccogliere il cascame della rabbia, del risentimento,
dell’offesa di tutti coloro che sono stati ostacolati nella loro ascesa
individuale, che reputano loro diritto individuale su tutti. Occorre quella
“fantasia concreta” che è capace, come diceva Gramsci, di “operare su un popolo
disperso e polverizzato per suscitare e organizzarne la volontà collettiva”.
E’ necessario nel processo di
costruzione della classe molta pazienza, e compiere due movimenti
complementari: lavorare incessantemente sull’inchiesta, la mobilitazione, la lotta
concreta sui temi e nei conflitti nella sfera pubblica, il tesseramento, la militanza,
la creazione di collettivo e di comunità, la divisione del lavoro e l’organizzazione,
e, poi, produrre lavoro teorico, discussioni sulla fase, sulle opzioni, sulle
idee, messa alla prova reciproca, creazione di lealtà. Questa è alla fine la
classe. Partito e Classe sono tutt’uno e non possono che esserlo. E tutto
questo è anche “lotta di posizione”[30] dotata di una
‘teoria rivoluzionaria’, mentre si cerca di produrre collettivamente influenza,
caposaldo per caposaldo, giorno per giorno. Ovunque.
Conquistando una piazzaforte dopo
l’altra e fidando che l’essere sociale ha ricominciato a lavorare a
nostro favore.
[1] - Alessandro Visalli, “Poche
note sulla questione delle classi”, Cumpanis, 19 gennaio 2022.
[2] - Alessandro Testa, “La lotta di classe
oggi: tra teoria del valore ed organizzazione del lavoro”, Cumpanis, 1
dicembre 2021
[3] - Carlo Formenti, “Sulla composizione
di classe”, Cumpanis, 24 dicembre 2021.
[4] - Termine che, come noto, è
presentato da Antonio Labriola nei suoi scritti sul socialismo nell’ultimo
decennio del XIX secolo e poi ripreso da Antonio Gramsci negli anni trenta del
novecento nei quali viene posta a tema anche la questione, strettamente connessa,
delle relazioni tra processi materiali e simbolici, o tra ‘struttura’ e
‘sovrastruttura’.
[5] - In effetti Marx parla per lo più
di ‘materialismo storico’, cioè di sviluppo della storia secondo lo sviluppo interno
dei fattori materiali (ovvero produttivi), mentre è Engels e quindi la
filosofia ufficiale russa a porre l’enfasi sul ‘materialismo dialettico’, che è
quella ipotesi per la quale la natura e la storia procederebbero attraverso il
movimento della dialettica hegeliana ‘rimessa sui suoi piedi’ (ovvero
reinterpretata su basi materialiste) verso un fine necessario. La concezione
materialistica della storia, citata e presente in pochi testi come la “Prefazione
di ‘Per la Critica dell’economia politica” (1859), “Il Manifesto del
Partito Comunista” (1848) e “L’ideologia tedesca” (1846), ma poi
dispiegata nelle cose nella sua opera maggiore, “Il capitale” (1867,
1885, 1894). E’ nel processo lavorativo, specifico umano, che si manifesta la
relazione storica e sempre situata tra l’uomo e la natura. Dunque anche nel
capitalismo che ha almeno due caratteristiche specifiche, la separazione tra
forza lavoro e mezzi di produzione e la disponibilità di questi ultimi
nell’appropriazione di una classe (che si costituisce come tale per questo). Ma
i presupposti del modo di produzione capitalistico non sono posti da questo,
per Marx quindi il processo storico non è teleologicamente necessitato. Tuttavia,
lo sviluppo storico di questo, nel rendere l’accumulazione indipendente dal
bisogno ma fine a se stessa, pone le premesse del suo termine.
[6] - Ne consegue una osservazione già
presente in Marx: capitale e classe sono inseparabili, non si può
pensare e identificare l’una senza inquadrare i modi dell’altro.
[7] - Che nel capitalismo è dominato
dal possesso privato dei mezzi di produzione, tra i quali per un non
irrilevante aggiornamento va annoverato oggi anche il capitale mobile tout
court nel modo di produzione finanziarizzato, che può essere analizzato solo
in un quadro di sistema-mondo.
[8] - K. Marx, “Il capitale”,
Newton Compton Editori, Roma 1996, pag. 372-373
[9] - Cfr. ad es. Nancy Fraser, Rahel
Jaeggi, “Capitalismo”,
Meltemi 2019
[10] - K. Marx, “Storia delle
teorie economiche II”, Giulio Einaudi editore, Milano 1977, p. 634
[11] - Paul Baran, “Il
‘surplus’ economico e la teoria marxista dello sviluppo”, Feltrinelli,
1962 (ed. or. “The political economy of growth”, 1957).
[12] - Cfr. Alessandro Visalli, “Dipendenza”, Meltemi 2020, pp. 33-35
[13] - Ad esempio, Engels, in una lettera a
Bloch nel 1890, spiegava: “secondo la concezione materialistica della storia la
produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima
istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora
qualcuno distorce quell'affermazione in modo che il momento economico risulti
essere l'unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta
insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i
diversi momenti della sovrastruttura - le forme politiche della lotta di classe
e i risultati di questa - costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una
battaglia vinta, ecc. - le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte
queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie
politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo
sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso
delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la
forma. È un'azione reciproca tutti questi momenti, in cui alla fine il
movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un'enorme
quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così
vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e
trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo
storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo
grado”.
[14] - Antonio Labriola, “Del
materialismo storico”, 1896.
[15] - Formula, si faccia caso, che
riverbera toni gramsciani ma disancorandoli dalle condizioni storiche e sociali
nelle quali era stato pensato. Non è possibile espungere dalla prospettiva
gramsciana né il “Partito” né, soprattutto, l’egemonia della “classe operaia”.
Il processo che arriva all’organizzazione delle masse, la vera novità
irrompente nella politica dell’epoca di Gramsci, è di espansione dalla classe
operaia al blocco storico. “Partito”, “Stato [di nuovo tipo]”, classe
[operaia], popolo e nazione sono un’unità inscindibile nella riflessione di
Gramsci. Il problema nasce nel momento in cui “blocco storico nazional-popolare”,
perdendo il carattere processuale e l’ancoraggio originario, viene opposto ad
una visione di classe della società, e ricondotto ad una sorta di visione
organica della stessa. O, nei termini della Mouffe, ad una visione agonica e
non antagonista.
[16] - Sono innumerevoli gli autori che
possono essere citati, per fare un esempio riferito ad un pensatore radicale,
di scuola esistenzialista, André Gorz, ad esempio scrive “Addio al
proletariato. Oltre il socialismo”, Roma 1982, “Addio al lavoro”,
nel quale sostiene che “Il lavoro salariato è sempre più discontinuo. Identità,
senso della vita e appartenenza si devono costruire in altri ambiti di
attività. Un ritorno al modello fordista è impensabile”, o “Metamorfosi del
lavoro. Critica della ragione economica”, Torino 1992.
[17] - Ulrich Beck, “La società
del rischio”, Suhrkamp, 1986, p.117
[18] - Si veda Peter Glotz, “Il moderno
principe nella società dei due terzi”, 1987, o “La socialdemocrazia
tedesca ad una svolta”, 1985, e “Manifesto per una nuova sinistra europea”,
1986.
[19] - Ulrich Beck, “La società
del rischio”, cit., p.118.
[20] - Ulrich Beck, “La società
del rischio”, cit. p.127
[21] - Si veda Roland Inglehart, “La
società postmoderna”, Editori Riuniti, 1998
[22] - Paul Baran, Paul Sweezy, “Il capitale monopolistico”, 1966.
[23] - Antony Giddens, “Identità e società”, 1991.
[24] - Inglehart nel suo libro “La società postmoderna”, individua uno
schematismo (crescita-sicurezza-democrazia), basandosi su letteratura
economica neoclassica (Solow, 1956; Lucas, 1988; Romer, 1986, 90; Barro,
1990) che è stato a tutta evidenza inceppato dalla contemporanea
accelerazione della crescita ineguale (concentrata su pochi “vincenti”) e dalla
polarizzazione sia della ricerca (che orienta la tecnologia verso le aree a
maggior ritorno immediato per i già vincenti) sia dell’istruzione (che non
riesce a diffondersi per effetto della riduzione delle risorse disponibili).
Infine, ma non ultimo, dallo svuotamento della democrazia. Ed è stato
inceppato esattamente per effetto del prevalere dei “valori postmoderni”
nel contesto dei rapporti di forza e delle distribuzioni del neocapitalismo che
si afferma in modo coevo durante questa trasformazione. Inglehart intravede in
effetti il rischio: che la crisi dello Stato sociale e l’indebolimento della
centralità dello Stato nelle distribuzioni che imputa fondamentalmente ad un
eccesso di successo, possa alla fine portare a “bloccare il senso di sicurezza”
(p. 313), indebolendo l’effetto di limite al “lassaire-faire privo di scrupoli
del capitalismo”, e quindi il “sistema sociale più stabile e vivibile” che ha
prodotto. E dunque quello, come dice più avanti, intravede il rischio di
ritornare allo schema novecentesco: “qualunque tentativo di tornare al
lassaire-faire selvaggio dell’inizio del XX secolo sarebbe autolesivo, e
finirebbe col condurre inevitabilmente a una ripresa del conflitto di classe”
(p.338). Se ciò accadesse, si creerebbe, infatti, un clima adatto ai movimenti
fondamentalisti, che emergono tra gli strati meno sicuri della popolazione
“dato che nei periodi di crisi le persone tendono a riavvicinarsi ai valori
tradizionali”. L’effetto sarebbe un reset dell’ambiente post-materialista,
“dato che i materialisti tendono ad optare tre volte più spesso per la
discriminazione degli stranieri sul lavoro, e dichiarano sei volte più spesso
di non accettare degli stranieri come vicini di casa”.
[25] - ‘Inchiesta’ capace di sentire il
tema nella sua stessa carne. La cosa è significativamente diversa, la
‘inchiesta’ nella tradizione operaista non è un esercizio scientifico
oggettivante, ma un processo di presa di contatto partecipante e militante. Ovvero
è un processo esso stesso rivoluzionario che mira più che a conoscere a
trasformare. Non rientra nel campo delle scienze oggettive di tradizione
positivista (dalle quali lo stesso marxismo si deve liberare, essendo frutto
del periodo di affermazione storicamente dato), ma in quello della lotta di
classe esso stesso. O, per dirlo meglio, delle lotte di classe (distinzione di Domenico
Losurdo, “La
lotta di classe”, 2013).
[26] - Georges Boulanger è stato un
generale francese che da Ministro della Guerra, nel 1886, sollevò il desiderio
di rivalsa contro la Germania che aveva umiliato la Francia nel 1871, rieletto
alla camera dopo l’espulsione dall’esercito, nel 1888 era al vertice della fama
e sembrava voler fare un colpo di stato. Raggiunto da un mandato di arresto
fuggì e finì, sconfitto e suicida nel 1891. La sua fama travolgente fu una
brevissima fiammata, ma spaventò tutti e per un breve tratto sembrò poter ottenere
tutto. Quando un movimento di tipo boulangista si produce, occorre
analizzare: 1. il contenuto sociale della massa che aderisce al movimento;
2. che funzione questa massa ha nell’equilibrio di forze che va
formandosi; 3. quali sono le rivendicazioni che i suoi dirigenti
presentano e che significato hanno, politicamente e socialmente, ma soprattutto
a quali esigenze effettive corrispondono; 4. quale è la conformità dei
mezzi al fine che è proposto; 5. e solo alla fine l’ipotesi che il movimento
necessariamente verrà snaturato e servirà altri fini rispetto a quelli proposti
alle moltitudini che lo seguono. Una diagnosi che deve scaturire, se del caso,
dall’analisi concreta e non dalla presunzione di avere “il diavolo
nell’ampolla”
[27] - Una vasta crisi storico-epocale che
è molto più che meramente economica e che è la faccia visibile di una fase di
caos sistemico e perdita di egemonia.
[28] - Si legga Colin Crouch, “Postdemocrazia”, 2003
[29] - Si legga Pierre Rosanvallon, “La
politica nell’era della sfiducia”, 2006
[30] - Scrive in un passo giustamente
famoso Antonio Gramsci: “in Oriente lo Stato era tutto, la società civile
era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era
un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta
struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro
cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno, da Stato a
Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di
carattere nazionale” (Antonio Gramsci, “Quaderni dal Carcere”, Vol.
II, quaderno 7, “Appunti di filosofia”, 60 bis). Quando, scrive ancora, gli
Stati più avanzati, nei quali “la società civile è diventata una struttura
molto complessa e resistente alle ‘irruzioni’ catastrofiche dell’elemento
economico immediato (crisi, depressioni, ecc.)”, allora si può porre questa precisa
analogia: “le superstrutture della società civile sono come il sistema delle
trincee nella guerra moderna. Come in questa avveniva che un accanito attacco
di artiglieria sembrava aver distrutto tutto il sistema difensivo avversario ma
ne aveva solo invece distrutto la superficie esterna e al momento dell’attacco
e dell’avanzata gli assalitori si trovavano di fronte una linea difensiva
ancora efficiente, così avviene nella politica durante le grandi crisi
economiche; né le truppe assalitrici, per effetto della crisi, si organizzano
fulmineamente nel tempo e nello spazio, né tanto meno acquistano uno spirito
aggressivo; per reciproca, gli assaliti non si demoralizzano né abbandonano le
difese, pur tra le macerie, né perdono la fiducia nella propria forza e nel
proprio avvenire.” E prosegue, “si tratta dunque di studiare con
‘profondità’ quali sono gli elementi della società civile che corrispondono ai
sistemi di difesa nella guerra di posizione” (Antonio Gramsci, “Quaderni dal
Carcere”, Vol III, Quaderno 13, “Noterelle sul Machiavelli”, $ 24, 18).
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