Il vuoto
nel cuore dell’occidente. Dall’austerità alla disperazione.
Il 13 settembre 2014, profeticamente, Papa
Francesco nel centenario della Prima Guerra Mondiale ricordò che “anche
oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può
parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri,
distruzioni”[1]. Con questo breve enunciato dichiarò il
segno del nostro tempo tragico.
Sono passati solo pochi anni, ma
sembrano un’eternità. Si era nel tempo del Job Act di Renzi, in quello di Schäuble
che al G20 si oppose alle richieste di manovre anticicliche degli Usa
riaffermando il vangelo dell’austerità e il surplus di bilancio europeo e
tedesco. Era il tempo in cui Obama spingeva perché fossero firmati due trattati
di libero scambio, in chiave anticinese e a vantaggio delle aziende
tecnologiche. Il TTIP (con l’Europa) e il TPP (con l’Asia) avevano infatti un
solo scopo, come Jack Lew chiarì al G20: quello di creare le condizioni per
ribilanciare le partite commerciali statunitensi. Allora come ora il mondo
esportava negli Stati Uniti molto più di quanto importasse da essi, e i
cittadini americani consumavano più di quanto producessero. Allora come ora il
debito pubblico, traduzione di quello privato, cresceva sempre di più. Allora
come ora il sistema-America era complessivamente indebitato verso il mondo. E,
infine, la fiducia nella capacità sul lungo periodo (oggi anche sul breve) di
sostenere questo ritmo era sfidata, minacciata.
Oggi tutti quei nodi sono giunti al
pettine[2].
Per questa ragione l’Occidente
appare disperato e pronto a tutto. Il punto di svolta è stato lungamente
preparato dal progressivo svuotamento della posizione di forza americana,
internamente preparata dalla perdita del senso comune della nazione, dell’etica
del lavoro, del concetto di morale sociale vincolante, della capacità di
sacrificarsi per la comunità[3].
Quindi ha subito una netta accelerazione quando lo shock del Covid ha mostrato
la fragilità delle linee di approvvigionamento interconnesse e determinato una
devastante crisi economica, contrastata con programmi di spesa a debito senza
precedenti[4].
E quando tutto ciò si è infranto sul muro della crescente competizione cinese e
del confronto con la Russia.
Ma non è solo questione di potere e
di geografia. La ragione più profonda è il vuoto che alberga nel cuore. In
quelle classi medie e classi popolari disinteressate e perse nella lotta per la
vita, disperse in innumerevoli microcircuiti autistici di muto rancore
coltivati scientemente dagli algoritmi[5].
Popolazioni, quelle occidentali, ormai giunte a quello che Todd chiama il punto
zero (o stato zombi) del disperato individualismo[6].
Come avevamo scritto anche in un testo precedente[7],
tutto ciò è un effetto non desiderato, ma al contempo provocato, della
rivoluzione neoliberale. Essa aveva come presupposto, non posto da essa, la ‘Società dei due terzi’[8]
e la stabilità esistenziale che determinava. Ma procedendo l’ha dissolta,
insieme alle classi medie di massa, e con
essa il suo presupposto. Lungi dal riuscire essa stessa a garantire (come
invece prometteva) benessere e stabilità ha scavato sotto i propri piedi[9].
In sintesi, le vite di molti e da
troppi anni sono di fronte al dolore della disgregazione finale delle
protezioni e certezze di un’epoca ormai lontana. Il punto è che, cadendo ogni
protezione le distanze sociali si sono allargate e con essa si è dilatata la
percezione di cadere. Inoltre, il tempo di lavoro si è frammentato e il ritmo è
diventato sempre più serrato, l’alienazione ormai domina incontrastata. Ciò, a
lungo termine, revoca quelle condizioni della dissoluzione delle classi sulle
quali il neoliberismo ha fondato il suo predominio. Le revoca in quanto rende
insostenibili le condizioni psicosociali di esistenza dell’individualizzazione
postmoderna[10].
Il problema è che in questi termini
si ha solo il vuoto, l’individualizzazione proprietaria ed edonista non è più
disponibile, e quando lo è assume quel caratteristico carattere compulsivo e
disperato che registriamo ovunque, la vecchia forma sociale è persa. Sarebbe necessario
riemerga a coscienza, con la forza e la paziente determinazione dei processi
sociali, questo vuoto disperato. Ovvero, sarebbe urgente contrastare il vuoto
producendo pieno. Per fare qualche passo in tale direzione occorre partire da
un giusto schematismo e da analisi strutturali (ovvero analisi della totalità
delle relazioni costitutive, per quanto sempre rischiose ed incomplete), e
degli interessi sociali che in esse di addensano. Cercando di produrre abbozzi
di analisi concreta, individuando leggi di mutamento situate e
storico-concrete. Analisi comprensibili solo a partire dai conflitti e dalle
contraddizioni presenti. Conflitti che sono costantemente esorcizzati e
contraddizioni nascoste.
Non che non siano stati fatti
tentativi politici e di politiche economiche, anche costose, per sanare il
vuoto, Bush Jr. lanciò nel 2001 il Economic Growth and Tax Reconciliation, un
programma che mobilitava milletrecentocinquanta miliardi di dollari in dieci
anni, poi fu emesso il TARP, da settecento miliardi, per soccorrere le banche
durante la crisi finanziaria. Obama l’American Recovery and Reinvestiment Act
nel 2009, che valeva ottocentorentuno miliardi. Quindi il Tax Cuts and Job Act,
nel 2017, di Trump aveva una dimensione di millecinquecento miliardi in dieci
anni, e il Cares Act antiCovid duemiladuecento miliardi. Tra i programmi di
Biden si possono ricordare l’American Rescue Plan, nel 2021, da millenovecento
miliardi e soprattutto l’Inflation Reduction Act nel 2022, da
settecentoquaranta miliardi. Alcuni di questi programmi dalle dimensioni
impressionanti sono concentrati sulle classi medie e le piccole imprese, altri
sull’alta finanza e sui ricchi contribuenti. Tuttavia, la differenza, rispetto
agli stimoli cinesi[11],
è che in Usa un importo complessivo stimabile nel 6% del Pil è stato impegnato
in tagli fiscali regressivi, in favore delle classi superiori, e sussidi
temporanei. Al contrario, in Cina somme simili sono state impiegate in
investimenti infrastrutturali pubblici ed espansione del credito bancario con
focus sulla capacità produttiva.
A lungo termine gli investimenti
cinesi hanno reso più competitivo il manifatturiero, producendo effetti a
cascata sulle classi lavoratrici e medie, ma hanno provocato sovracapacità che il
governo cinese ha successivamente riassorbito.
Brevemente, usando gli stimoli
decisi dal governo in Cina nel periodo 2008-2024 la rete ferroviaria ad alta
velocità è passata da zero a quarantacinquemila chilometri (ovvero, più del
resto del mondo messo insieme); il sistema metropolitano è passato da due linee
a ventisette a Pechino e da otto a venti a Shanghai; gli aeroporti da sessanta
a duecentoquaranta; la capacità manifatturiera dalla quota del quattordici per
cento su base mondiale al ventotto per cento. Il Pil da quattromilaseicento a
diciassettemila miliardi di dollari. La povertà è diminuita, con quattrocento
milioni di persone che ne sono uscite e la crescita media in quindici anni è
stata del sei per cento anno. Il paese è diventato leader in molte industrie di
punta.
Di converso, negli Stati Uniti
incentivi maggiori in termini assoluti (quasi novemila miliardi a fronte di
tremila), hanno destinato solo cento miliardi a infrastrutture pubbliche e non
hanno invertito il declino della capacità manifatturiera. La classe media ha
visto il suo reddito mediano stagnare e il debito è cresciuto enormemente per
un massivo trasferimento dal debito pubblico ai supericchi (via tagli fiscali).
La ragione fondamentale è semplice.
Come ricordavano gli autori dei Monthly Review negli anni Settanta[12],
di fronte ad una crisi, nel capitalismo contemporaneo ogni politica pubblica
deve in primo luogo confermare i rapporti di forza sociali, ovvero garantire la
riproduzione del capitale nelle mani in cui è. Di fronte a sfide che possono
indebolire la propria capacità di canalizzare la ricchezza, le élite si
comportano piuttosto come quelle bismarckiane della metà dell’800: cercano di
cambiare tutto per conservare lo stesso mondo. E si sforzano sistematicamente di
stimolare nuovi cicli di speculazione e sviluppo alimentati dal debito
(soprattutto pubblico); cicli gestiti da strette (o strettissime) ed affidabili
élite tecnocratiche.
Torniamo al confronto tra le
politiche di stimolo. Il sistema orientale (qui parleremo di quello cinese) è
capace di indicare, con strumenti di programmazione, di sostegno e di autorità,
la direzione nella quale si vuole vada la dinamica economica e sociale. Quello
occidentale, viceversa, presume che questa debba essere scelta dal “mercato”,
ovvero dalla libera dinamica degli interessi e delle forze economiche, con il
minimo di interferenza pubblica. La differenza è che il sistema pubblico cinese
mostra nei fatti una capacità di correzione della rotta, non appena percepisce
la traiettoria di sviluppo come estrattiva anziché produttiva. Il sistema
pubblico occidentale, ed Usa in specie, non ha questa capacità; ogni
amministrazione disfa le scelte della precedente e le lobby bloccano ogni
riforma e correzione ogni volta questa colpisce qualcuno di rilevante. Ad
esempio, in Cina nel 2020 società come Alibaba, Tencent, Didi, apparentemente
potentissime, sono state drasticamente colpite riorientando le risorse verso
manufacturing high-tech, semiconduttori e EV. A partire dal 2016 è stato
gradualmente compresso lo shadow banking che era cresciuto con gli stimoli
infrastrutturali, la stessa cosa è stata fatta con la crisi immobiliare di Evergrande
e Country Garden che non sono state salvate, ma lasciate fallire in modo
controllato (agendo su fornitori, creditori, regolatori). In Usa, invece, il
Tarp ha salvato le banche con fondi pubblici senza imporre alcuna contropartita[13],
e la politica industriale è stata sempre non coordinata (il Chips Act è l’unico
esempio non in linea).
Tutto questo mostra una cruciale
differenza:
nell’ecosistema cinese i diversi
“sistemi tecnici”[14]
sono incorporati in un set di obiettivi strategici chiari, stabili, e ben
comunicati a tutti gli attori. Obiettivi che, in linea con quella che è, come
vedremo in seguito, un’antica tradizione, premia chi si allinea e penalizza i
“free rider”.
Al contrario nell’ecosistema
occidentale le imprese e gli attori economici (inclusi i cittadini lavoratori)
navigano nell’incertezza regolatoria costante. Ogni cambio di governo, o di set
politico, produce un repentino cambio di priorità e di schemi di sostegno. In
questo ambiente regolativo fare lobby è la chiave di tutte le azioni, tutto
premia l’assenza di adesione a set di pianificazione strategica o valori
condivisi.
In questa divaricazione pesano, da
una parte, la fusione tra tradizione confuciana e leninista, per cui lo Stato è
percepito come coordinatore strategico, le imprese devono servire gli obiettivi
nazionali, il capitalismo è incorporato in un progetto politico esplicito e
finalizzato ad obiettivi pubblici e sociali. Dall’altra, la finzione che Stato
e mercato siano separati (mentre il primo serve selettivi interessi privati). Conseguentemente
la pianificazione diventa un tabù ideologico quando a farla è la parte
pubblica. Si interviene solo in emergenza, sotto direzione delle lobby che si
sono attivate per dichiararla.
Il primo sistema, quello Cinese,
mostra velocità decisionale e rapidità esecutiva, capacità di imporre agli
attori costi a breve termine per benefici a lungo, coordinamento sistemico
intersettoriale, neutralizzazione degli interessi particolari. Chiaramente può
provocare errori (esempio il Grande Balzo o la Rivoluzione Culturale),
e forme di repressione del dissenso (cosa che, peraltro, avviene anche in
Occidente), come anche bruschi mutamenti di rotta. Ma, d’altra parte, non
subisce l’impossibilità di fatto di seguire l’orientamento del popolo (ad
esempio, in Usa una schiacciante maggioranza vuole la riduzione delle
ineguaglianze e la riduzione dello strapotere della finanza, ma non si può
agire in tale direzione), o di seguire politiche razionali (la diversificazione
energetica in Europa, che pure sarebbe questione di vita e di morte in senso
geopolitico[15]).
Questo è il motivo per il quale le
forze economiche e sociali che dominano la politica in Occidente falliscono. Non
possono affrontare il vuoto nel cuore dell’Occidente perché ne sono la causa e
dovrebbero negare se stesse.
Tentativi e
progetti egemonici
Il fallimento deriva da un
tentativo impossibile: rigenerare il capitalismo affinché all’ordine
neoliberale segua ancora un ordine che lo salvi senza cambiarlo. Ovvero che alla
centralità dei soggetti creati dal sistema di regolazione neoliberale (quell’insieme
di soggetti che si connettono alla cosiddetta “finanziarizzazione”) segua
quella dei medesimi.
Non è la prima volta che accade,
quando tramontò il modello di regolazione fordista-keynesiano, tra gli anni
Settanta e Novanta avvenne una transizione simile. In questa lunga fase, al
calare del millennio, furono estremizzati e al tempo pervertiti gli
elementi che ormai non funzionava più per le élite[16].
Lo si fece allargandoli su scala mondiale attraverso una potente dinamica di
integrazione subalterna (ponendo al centro nuovi assetti tecnologici e la
creazione dell’ordine nel quale viviamo). Ora si tratta in mutate condizioni di
ripetere l’operazione.
Molto brevemente, durante tutto il
dopoguerra e poi sempre più negli anni Sessanta di espansione economica gli
scontri tra capitali commerciali e sistemi economici riemergenti (Germania,
Giappone, Italia, in generale Europa) e i dominanti capitali statunitensi, determinarono
la necessità di rivedere il compromesso egemonico con divisione del lavoro tra
finanza e industria. Si assestò allora quella che a partire dagli anni Novanta fu
letta come una nuova mondializzazione capitalistica che non passava più per il
monopolio industriale (progressivamente migrato ad Est), ma tramite il
controllo della frontiera della tecnica e dei mercati finanziari, con relativo
dominio delle informazioni. In altri termini, con l’accresciuta capacità di
estrazione di valore tramite tecnologia (in particolare l’abilitatore dell’informatica)
e finanza. Samir Amin denunciò in quegli anni come la “triade egemone” (Usa,
Europa e Giappone), si definiva come “metropoli”. Grazie al controllo delle tecnologie
fondamentali, essa era ormai in grado di delegare la produzione non più alle
sue classi lavoratrici, fattesi troppo attive e rivendicative, quanto ai paesi “sub-imperialisti”
o “periferici”, nei quali veniva riciclato il capitale come debito. In questi
paesi, strutture più autoritarie comunque strettamente controllate dalla catena
del debito finanziario (e dagli organismi internazionali come FMI e BM), sotto
il dominio del dollaro ormai “fiat”[17],
garantivano un ricostituito saggio di sfruttamento. A loro volta, questi
margini, senza cadere più nell’economia locale (che avrebbe teso ad aumentare i
salari, ostacolando il profitto), né al centro o in periferia, andavano ad
alimentare il circuito del ricircolo della finanza[18].
Chiaramente, mentre cadeva il “compromesso keynesiano” e si perseguiva
deliberatamente deflazione dei salari e disoccupazione, per spezzare la
resistenza dei lavoratori e recuperare i profitti in Occidente, si rendeva
necessaria una nuova ideologia. Questa si presentò, a partire dagli anni Ottanta,
nella forma della “rivoluzione reaganiana” (e thatcheriana), le quali
progressivamente sono divenute negli anni successivi il neoliberismo che
abbiamo conosciuto in questo millennio.
Come scrivevo in Dipendenza:
Gli elementi della
nuova base tecnologica sono dunque: informatizzazione, finanziarizzazione, reti
lunghe, deregolazione e austerità (riassetto fiscale). Essenzialmente, messa in
contatto delle “periferie” e “semi-periferie” con il “centro” dominante al fine
della codificazione, normalizzazione, trasmissione e accumulazione del valore
in forma astratta[19].
In una prima fase, questo nuovo
schema al contempo materiale, ideologico e regolatorio, ruppe il tentativo di
contrapposizione multipolare che gli accordi dei paesi “non allineati” a
Bandung[20]
(nei quali la Cina svolgeva un ruolo rilevante) avevano introdotto negli anni
Cinquanta. La nuova disciplina del capitale si inserì nelle competizioni
interne dei paesi “in via di sviluppo” procedendo alla cooptazione delle classi
dirigenti. Nei prossimi capitoli ne misureremo la conseguenza sul versante
delle crisi ideologiche (formazione del pensiero “post-coloniale”, sua crisi e
mutazione in “decoloniale”).
La divisione del lavoro fu che
mentre in Occidente la trasformazione procedette attraverso meccanizzazione,
flessibilizzazione e interconnessione a rete, nel mondo “in via di sviluppo” si
passò semplicemente a forme di “accumulazione primitiva”[21].
Si instaurò quella particolare dialettica tra classi dominanti e dominate, al
centro come nella periferia, addensata in nodi e flussi nei quali ogni soggetto
è creato dalla sua posizione nelle relazioni tra capitali, merci, forza lavoro.
In questo contesto, che avrà grande influenza anche sulla dinamica dei saperi ‘controegemonici’,
come vedremo, ciò che va compreso è che i centri dominanti interconnessi a
quelli dominati dai flussi dei tre fattori di produzione appena nominati, come
anche le borghesie “compradore” locali, sono sempre un effetto della totalità. Si
creò quel mosaico di centri e periferie che abbiamo chiamato “mondializzazione”.
Centri dinamici ed interconnessi, gli uni e gli altri reciprocamente
dipendenti, ma non eguali, e legati da rapporti di sfruttamento.
Giovanni Arrighi vide in Caos e governo del mondo[22] questo passaggio come un segnale del possibile declino
dell’egemonia americana, ma fuori da ogni semplice logica causale lineare. Si
trattò, guardandolo con il senno di oggi, dell’effetto della crescente
difficoltà a creare ordine e alla superficie di riassorbire fenomeni di
sovraccumulazione e conseguente creazione di capitali mobili. Insieme ai
capitali vennero i relativi ambienti sociali “densi” dediti alla loro gestione
e di cui parla la Sassen, in Territorio, autorità, diritti[23]. Si attivò perciò una
feroce competizione da parte delle forze territoriali e statali. Furono, in
sostanza, le organizzazioni territoriali che presero a competere tra di loro
per attrarre e trattenere il capitale mobile, avviando con ciò processi
imponenti di redistribuzione verso l’alto.
In Dipendenza[24] sottolineavamo come in una prima fase, che è durata almeno un
trentennio e ora si è conclusa, il centro imperiale, statunitense, vincendo in
modo visibile affermò una nuova egemonia e ricreò un ordine, riorganizzando il
mondo. Nello scontro tra organizzazioni che lottavano per accumulare potere e
prestigio, secondo una logica che Arrighi chiamò “territorialista” (e che si
riproducevano estraendo valore per via autoritativa) e organizzazioni che sono
interessate alla valorizzazione ed accumulazione, che chiamava “capitaliste”, prevalsero
le seconde. Ne derivò il passaggio dallo schema TDT’ a DTD’, e l’attraversamento
di una fase di caos sistemico. Lavorando
con concetti messi a punto da Ferdinand Braudel nella sua trilogia[25], Arrighi individuò un modello non economicista nel quale il
fattore decisivo diventava il “vantaggio posizionale” di natura topologica[26].
Ora ciò che accadde in questa
transizione fu che la densità dinamica della soluzione di riorganizzazione del
capitale che chiamiamo “fase finanziaria” raggiunse a metà del primo decennio limiti
interni, manifestatisi nel 2008, che da allora sono continuamente spostati in
avanti per “guadagnare tempo”[27].
Sul piano sociale e sociopolitico si può dire che la dinamica sta nuovamente eccedendo
le capacità organizzative (ed egemoniche) espresse dal blocco sociale e tecnico
centrale. Il blocco sociale espresso da finanza, microelettronica, automazione
industriale, negli ambienti densi ed interconnessi delle aree “core” (negli
Stati Uniti le aree delle coste) non ha più il dominio della narrativa, la
guida degli immaginari e l’egemonia. La cosiddetta “fase populista”, ne era la
conseguenza[28].
Come in quella fase, che vide il
cosiddetto “compromesso keynesiano” mutare nella fase “neoliberale”, anche ora
si tratta di estremizzare e pervertire, per superare, al contempo confermare, l’ordine
sociale esistente per saltare nel prossimo. L’operazione ideologica è di
enorme ambizione, non va sottovalutata. Si tratta di raccogliere la
sfida posta dall’evidente, e non nascosto, fallimento dell’economia
neoliberale. Un’economia eccessivamente concentrata sul breve termine,
sull’arricchimento come rapina invece che sulla creazione di valore. Ma anche
sull’esaltazione delle parti peggiori dell’uomo, la distruzione della natura
entro e fuori di esso. L’idea è di raccogliere la sfida per rovesciare il
fallimento in un successo dei medesimi attori. Una vera e
propria rifondazione ideologica dall’alto che è espressamente
proposta dalle élite per le élite di fronte al baratro del conflitto, della
perdita di egemonia e di controllo del mondo. Si tratta di un tentativo di
riaggregazione di classe, oltre e sopra le differenze e le fratture
geopolitiche in via di allargamento. Una riaggregazione necessaria e decisiva
per ricandidarsi come sempre alla gestione del reale, ma da una posizione più
salda.
Questa estenuazione della soluzione
neoliberale ai conflitti intercapitalistici e di classe si manifesta
politicamente nel ‘ciclo populista’ degli anni Dieci del nuovo millennio. Per analizzarla
dobbiamo tornare sul piano della cronaca. Allora giova ricordare come, a oltre
dieci anni dai tentativi obamiani, abbiamo avuto nei primi decenni del
millennio un ciclo di Presidenti che più lontani non potrebbero essere; sintomo
a loro volta della divaricazione degli Stati Uniti profondi: prima Trump, che sconfisse
una troppo sicura Clinton, e poi Biden, il quale sfruttò il Covid per
affermarsi come ancòra di sicurezza, ma finì per lanciare il mondo
nell’avventura ucraina[29] (abbaiando alla porta della Russia,
come ancora si trovò a dire Francesco[30]). Un calcolo complesso, ma anche una
scommessa persa, quella di vincere facilmente contro l’orso russo. Quindi,
ancora dopo solo quattro anni, si determinò il ritorno di Trump. Siamo, con
questa seconda vittoria, nel primo quarto di secolo, a quindici anni dal ciclo
neocon di Bush Junior (con le sue avventure mediorientali), otto dal ciclo
Obama e sedici anni dopo la crisi-spia della finanziarizzazione esemplificata
dal crollo del 2008. A sua volta il 2008 è al termine di un ciclo di bolle
alimentate politicamente che risale almeno ad un decennio prima, e che fu il
segnale della necessità di tornare a qualcosa che potesse, almeno per il grande
capitale finanziario, soccorrere; ad una sorta di ‘Big state’. Nel linguaggio
arrighiano, alla necessità di ribilanciare la logica “territorialista” con
quella “capitalista”.
Da allora, a ben vedere il tema è sempre
stato questo: come rimettere sotto controllo gli spiriti animali del
capitalismo finanziario, senza andargli contro, ma alimentandoli. Una sorta
di surf impossibile su una onda anomala ed impazzita. Prima fu tentata la via
diretta di riempirli di soldi dei contribuenti: allora, come ricordato, ci
furono reiterati pacchetti di stimoli bypartizan, da parte della coppia
Bush-Obama. Poi venne la ricerca sempre più parossistica di un nuovo “motore
economico” (si potrebbe dire di una nuova bolla), mentre cresceva la
consapevolezza della crisi terminale della “mondializzazione” anni Novanta. Nel
2015, nel Discorso sullo Stato dell’Unione del secondo mandato, Obama cercò
di proporre come motore la svolta ambientalista e le politiche energetiche. La
Ue seguì nel 2019 con il “Green Deal”, mentre in seguito, dopo aver
scoperto che la Cina si stava facendo campione delle relative tecnologie, il
decisore statunitense ha scelto di proseguire cambiando cavallo: rigenerando il
keynesismo militare. Tutto questo senza dimenticare tentativi come la IA
generativa, i data center, l’auto elettrica in Occidente, la digitalizzazione, la
cybersicurezza e le smart grid, altri verranno. Tutti schemi di investimento e
impiego dei capitali fluttuanti spinti, e in qualche modo canalizzati, da necessarie
campagne di comunicazione per creare il giusto hype, da politiche monetarie,
incoraggiamenti, ‘emergenze’, da veri e propri atti di imperio.
Il punto è che si tratta sempre di spinte di
stabilizzazione funzionali a transizioni geopolitiche, o forme di guerra
ibrida, volte a controllare simbolicamente il futuro e ricostruire la speranza
(degli investitori). Tutte volte a scongiurare l’incubo della dissoluzione del
capitale.
Ed anche che, ogni volta, comportano un
riaggiustamento ideologico che punta a coinvolgere anche i cosiddetti pensieri ‘controegemonici’,
i quali, nell’ambiente di interesse e di comunicazione dominato dal capitale,
non possono essere indipendenti. Per cui, a fare un esempio, è di moda contestare
la svolta energetica “green” proprio esattamente, e solo, quando il capitale ha
deciso di superarla con la mobilitazione “di guerra”. E’ chiaro che come forma
di mobilitazione di capitale e distruzione creativa funziona molto meglio una
politica che può essere controllata da una o due stazioni appaltanti principali
e si riferisce a una ventina, forse, di aziende per lo più interconnesse, che
non una la quale è per natura decentrata (dato che l’energia rinnovabile ha
bassa densità e l’inquinamento è ovunque).
Nel frattempo, tornando agli anni Dieci, si
era nel pieno del ‘ciclo populista’, espressione di parte della rivolta
delle classi medie tradite dalla mondializzazione. Un ‘ciclo’ reso visibile
dalla Brexit, da diverse elezioni sorprendenti in Europa (tra cui in Italia) e
dall’emergere, prepotente, della proposta populista di destra di Trump e di
sinistra di Sanders. La scelta dell’establishment democratico verso la Clinton
segnò la partita; il primo Trump oppose allo stile di Obama il suo esatto
contrario.
Il primo era un discorso universalista e
tecnocratico: proponeva una “agenda”, fondata su valori percepiti
dai più come astratti, radicati in una visione della libertà come
destino storico. Quello di Trump era nazionalista e populista:
indicava nemici concreti, sceglieva come forza motivante un meccanismo radicato
nella promessa della protezione. Un’agenda che si radicava
direttamente nel fallimento di Obama. Un fallimento generale: infatti nei suoi primi
anni calò la disoccupazione ma ciò avvenne perché crebbe il lavoro povero e l’ineguaglianza.
Inoltre, perché la partecipazione della forza lavoro calò sotto il 60% e crebbero
la violenza e la povertà sanitaria. La classe media si sentì quindi abbandonata
ed assediata dai “poor job”, e minacciata dal tentativo insistito di rilanciare
la mondializzazione.
Fu così che il primo Trump irruppe nella
cittadella: parlando di “ricostruzione” e di “ripristinare la promessa”.
Parlando a sezioni diverse della società (quelle che anche Sanders, peraltro,
cercava di intercettare), il nuovo Presidente cambiò completamente tono. Dall’ottimistico
‘viaggio’ si passò ai toni cupi che indicavano un ‘nemico’ interno: nella sua
narrazione quei “piccoli gruppi” che, fiorendo, vivono alle spalle della
“gente” che perde il lavoro e vede le fabbriche chiudere.
Trump guardava a “madri e bambini
intrappolati nella povertà”, in “fabbriche arrugginite”, sparse “come lapidi”,
alle prese con un sistema educativo costosissimo, ma che lascia troppi senza
speranza, dove il crimine si espandeva. La definiva una “carneficina”. Mentre
Obama volava su alte parole, in questo abilissimo, Trump, simulando rozzezza e
semplicità, indicava concretamente nemici, vicini. Nel suo discorso ciò
che ci danneggia è la concorrenza di altri. Quindi è la globalizzazione, sono
proprio quegli immigrati che la sinistra vuole accogliere. Sono quelle
politiche, derivanti dall’idea che “il mondo è sempre più piccolo” e che
bisogna proseguire avanti sulla strada, e “rischiare”, che bisogna essere
adulti e forti, orgogliosi e vincenti. Sono le politiche che hanno solo
“arricchito le industrie estere”, sovvenzionato gli eserciti di altri (ad
esempio attraverso la Nato), difeso i confini di altri, fatto vendere alla Cina
i suoi pannelli fotovoltaici, le sue macchine elettriche, le sue batterie.
Fatto altri ricchi e “noi” poveri.
Chiaramente, nei toni e nelle forme, quello
di Trump (e di Sanders, e di Corbyn[31]) è anche un cambio di retorica motivato
dalla ricerca di una diversa base sociale che non sia imperniata solo sulle
classi medie superiori urbanizzate. Che cerchi, cioè, di recuperare dalla
rabbia dispersa negli innumerevoli microcircuiti autistici di muto rancore
l’energia politica per entrare nella cittadella. Di entrare, sicuramente nel
caso di Trump, ma ritengo anche negli altri[32], per ‘aggiustare’ la società e il sistema socioeconomico
e di potere, non per cambiarlo. Aggiustare conservandolo. E conservare
l’egemonia Occidentale con esso.
Vedremo, leggendo Howard Zinn[33], che questo negli Stati Uniti è sempre
stato un trucco delle élite. Un trucco praticato dal tempo di Andrew
Jackson il quale, alla luce della minaccia di rivolte come quella del movimento
della Valle dell’Hudson, combinando toni populisti e retorica liberale, finse
amicizia con la classe lavoratrice mentre si appoggiava sull’ascendente classe
dei commercianti. O dai presidenti dell’era “progressista” da Theodore
Roosevelt in poi, che iniziarono la proiezione imperiale americana come
esplicito tentativo di aprire mercati protetti e quindi sbocchi controllabili
senza essere costretti a risolvere il sottoconsumo (nel pieno della depressione
del 1893) alzando i salari interni. In altre parole, spostando all’esterno la
tendenza a trovare un nemico e un inferiore al quale rivolgere il proprio
risentimento. Se del caso usando il più vecchio trucco di deviazione
dell’attenzione, quello evocato da Theodore Roosevelt, quando, vedendo la forza
dei crescenti movimenti populisti, disse: “questo paese ha bisogno di una
guerra”, ovviamente verso le razze “inferiori”.
Mentre, alcuni anni dopo, si arrivava al
punto apicale della sfida socialista interna nacque, quindi, una sorta di capitalismo
politico che attenuava e sopiva, che concedeva, ma per tutelare meglio gli
interessi a lungo termine della classe capitalista, operando per i suoi
interessi generali e prospettici, più che per quelli della singola fabbrica o
industriale. Oppure, saltando in avanti, nel contesto della crisi degli anni
Settanta del Novecento, quando l’establishment giocò una volta ancora la
carta del travestimento nella figura di un ricchissimo imprenditore di
arachidi del Sud, Jimmy Carter, che si vestì da contadino e costruì un potente
richiamo populista. Secondo la lettura di Zinn, Carter, Presidente indicato a
suo dire per il ruolo da Rockfeller e Brzezinsky, introdusse un pacchetto
sofisticato di apparenti riforme e potenziamento delle spese militari sul
quale, in continuità, si inserì (cambiando retorica) Ronald Reagan.
Riassumendo, ed in linea generale, in questo
ultimo quindicennio, abbiamo assistito a tentativi di ristabilizzare la
situazione nel quadro di una crescente sfida internazionale (poi sempre più
manifestatasi nei Brics). Avendo, da una parte un declinante network
globalista, e dall’altra un raggrumarsi ancora frammentario e contraddittorio
di interessi e desideri.
Il primo, utilizzando le analisi di
Saskia Sassen può essere descritto come un network imperniato in luoghi densi e
grandi città e costituito da grandi banche, istituzioni di regolazione, reti
professionali e agenzie di servizio, alcune decine di migliaia di grandi
imprese, potenti think thank massicciamente finanziati, molti media e
professionisti del settore, molti politici[34]. Ovviamente qui si sta parlando dello
strapotere di sistemi di aziende private di natura finanziaria o
post-industriale (come Google, Facebook, Apple, ma anche Amazon, etc…) e della
corona di aziende, organizzazioni, sistemi d’ordine (come istituti di normazione)
e grandi network professionali o di servizi evoluti. Nella loro capacità di
spostare immensi volumi di denaro, e di loro alias o feticci, e di esercitare
una pressione disciplinante insopportabile anche per i più potenti degli stati.
Segni di questo movimento furono gli spostamenti costituzionali che, in tutti i
paesi occidentali, ma non in molti orientali, si crearono verso l’esecutivo a
danno delle funzioni democratiche legislative. E la privatizzazione, deregolazione,
mercatizzazione delle funzioni pubbliche. L’aumento degli enti di regolazione “indipendenti”[35] che assorbono prerogative pubbliche. Sono
queste strutture che impediscono di sfuggire oggi alla pressione delle Lobby. Il
punto, come mostra la Sassen, è che queste forme non sono state organizzate
secondo il principio di autorità nazionale o territoriale (ovvero secondo il
vecchio frame dello Stato-nazione), e dunque non fanno discendere la loro
normatività (non priva di capacità di minaccia e disciplinante, come si vede
costantemente quando evochiamo “i mercati”) dalla ragione di Stato, e neppure
dal principio dell’autogoverno democratico. Corrispondono a tali circuiti forme
denazionalizzate di cittadinanza che hanno trovato spazio nelle pieghe e si
sono costituite in nuova Classe Globale, antevista anche da un acuto analista
come l’ultimo Ralph Dahrendorf nel suo efficace, Dopo la democrazia[36]. Nel 2001 il sociologo autore di Quadrare
il cerchio[37], denunciava che lo spostamento del potere
decisionale in organismi sovranazionali (il principale è la Ue) ed alla loro
intersezione reciprocamente controllante, neutralizzava il processo
democratico. Come denunciava negli stessi anni anche Colin Crouch[38], il “misterioso network che chiamiamo mercato”
si è sottratto a qualsiasi controllo. Nel suo testo evidenzia quella che chiamò
allora “una nuova classe globale”[39], legata da interessi che oltrepassano i
confini nazionali; una classe che dunque non è legata da alcun patriottismo.
Una nuova forza produttiva che vive in un mondo tutto suo, egemonizzando
l’industria culturale, indicando mode e trend. Si tratta dell’espressione di
“nuove forze economiche e sociali, che hanno a che fare con le tecnologie
dell’informazione”. Una nuova classe sociale che “si è sollevata sull’onda
delle nuove forze”, che gli forniscono insieme denaro e potere. Per essa le
nuove forze centrali sono alcuni asset intangibili, ma potentissimi nel
contesto delle tecnologie dell’accesso e del contatto dominanti: Concetti,
Competenze e Connessioni (le “tre C”). Queste classi, di cui Obama era
ovviamente anche biograficamente un alfiere, sono ricche di entusiasmo ed
apertura al futuro, dinamiche e aperte allo sviluppo. Questo gruppo, che ha
fatto spesso le stesse limitate scuole internazionali, master esclusivi, che
parla uno slang riconoscibile, che ha uno sguardo, un movimento inconfondibile,
che sente l’odore del successo, in quegli anni “fissò i trend, indicando la
direzione, esercitando l’egemonia culturale”[40]. Maggiore espressione, denunciava l’anziano
sociologo e politico europeo, di questo processo fu la stessa Unione Europea. “Un’entità
politica in cui le leggi sono fatte in segreto, in sessioni chiuse del
Consiglio dei Ministri, [e che] è un insulto alla democrazia”[41].
Sulla base di questa egemonia ciò che, in
definitiva, è venuto a termine in questi anni di estenuazione della soluzione
neoliberale e finanziaria è la diagnosi stessa della Sassen in quegli anni: la
capacità, “vendendo debito”, di imporre agli Stati, anche potenti, le loro
priorità. Ovvero di anteporre il “compiacimento dei mercati” alle finalità
pubbliche e di benessere.
Secondo uno schema consolidato nell’ultimo
quarantennio, ma ormai indebolito, ciò si tradusse nell’oltranzista difesa dall’inflazione
a qualsiasi prezzo in termini di deflazione del lavoro ed instabilità politica.
Cioè, con le parole della Sassen, nel “persistente incapsulamento del mercato
globale del capitale in una rete di centri finanziari che operano negli stati
nazionali, non all’estero, cruciale per capire la regolazione ed il ruolo dello
stato nel mercato globale del capitale”[42]. Naturalmente, operarono nel contesto di
Stati Nazionali come gli Stati Uniti (in alcune fasi anche la Germania), ovvero
dominanti. Ma anche in questi guadagnando una semiautonomia, un “disincapsulamento”,
che li rese democraticamente e socialmente irresponsabili. Ma anche, per l’ordine
del discorso che stiamo perseguendo, irresponsabili in termini di potenza collettiva
e lunga durata strategica.
Pensiamo alla crisi greca del 2015. Syriza
vince le elezioni con un mandato popolare anti-austerità. Ma il governo greco
deve negoziare non con altri governi democraticamente eletti, ma con la
'troika': BCE, FMI, Commissione Europea. Tre istituzioni tecnocratiche, non
elettive, che impongono condizioni draconiane ignorando il voto popolare.
Questo è il network globalista in azione in quegli anni: priorità dei ‘mercati’
(cioè dei creditori) sulle finalità pubbliche, disciplinamento degli stati via
debito, irresponsabilità democratica. Oggi sarebbe crescentemente difficile da ripetere.
Il secondo network emerse a partire
dagli anni Dieci. Si oppose a quello ‘globalista’ descritto dalla Sassen e si
manifestò in Europa attraverso versioni di ‘sinistra’ (la prima Syriza, il
primo Podemos, Corbyn, Wagenknecht) e di destra (Le Pen, Farage, la prima
Meloni e il primo Salvini). Negli Stati Uniti, e nella versione di Trump, è formato
almeno da due componenti: le forze che si aggregano nel MAGA[43] e il grande capitale
finanziario-industriale[44] che cambia bandiera. Abbiamo Elon Musk e
con esso molta parte del “Capitalismo californiano”, poi Hedge Fund sotto
traccia, alcune specifiche Tech Company come Palantir e Peter Thiel, che si
allineano. Alcuni settori energetici “sporchi” (ovvero del petrolio e del gas)
e industrie pesanti. In sintesi, Trump sarebbe stato eletto (e rieletto) da un
network in formazione, ma dotato di potenti agganci di potere e in sincronia effettiva
con una potente corrente sociale, per riportare in termini controllabili la
proiezione di controllo dalla quale dipende la stessa possibilità di
accumulazione, in qualsiasi forma. E dalla quale, soprattutto, dipende la
possibilità di competere con quelle forze che si sono sottratte ormai all’influenza
del primo network (come si vede dalla inefficacia delle sanzioni alla Russia ed
alla Cina stessa).
Quindi per:
Restringere le catene logistiche
bisognose di protezione, e ridurre drasticamente i costi di protezione
sostenuti in proprio,
Rinegoziare il multilateralismo e
quindi i margini di autonomia economica degli attori principali (USA, Europa in
via di disarticolazione, Russia, Cina, Giappone),
Rigarantirsi gli spazi di autonomia
strategica, e quindi reindustrializzare e ribilanciare il commercio.
Chiaramente, questa agenda non ha come scopo
la cura del “vuoto” (ovvero della perdita di senso e di direzione delle classi
medie e lavoratrici, che provoca fenomeni morbosi e la stessa divaricazione
politica), quanto riposizionarsi in una competizione geopolitica e frenare il
declino di potenza. Ha, cioè, come scopo l’alimentazione e non la sostituzione
delle élite estrattive.
Una delle cose decisive da osservare (in
parte anche in Biden) è che questo rivolgimento presuppone la messa
sotto controllo da parte dello Stato delle forze animali del capitale
mobile (facendo leva su quelle delle diverse forme di capitale fisso), dunque
richiede l’affermazione della “logica territorialista”[45] alla scala opportuna. Il punto centrale è
che un Impero americano sempre più sfidato deve ripristinare, prima che sia
troppo tardi, l’autentica fonte di sovranità statuale: il controllo
della domanda interna. Ciò perché non può più essere certo di controllare i
meccanismi estrattivi i quali nutrono la sua debolezza (la mancata produzione,
l’eccesso di consumo, la dipendenza dai flussi finanziari, l’ormai insostenibile,
ma necessaria, centralità del dollaro). Ma ciò può avvenire solo se si pongono
sotto controllo responsabile, se si riconducono alla logica della potenza dello
Stato e non del singolo agente, i flussi di capitale e se si commercia su un
piano appropriato. Secondo ragioni di scambio controllate dal centro e non
dalla periferia, dall’acquirente e non dal venditore.
In definitiva, e questo serve a capire
meglio il clima di scontro nel quale scivoliamo. La coalizione che ha scelto
Trump (e Vance) è espressione dell’esaurimento per estenuazione,
soprattutto sociale, e dopo numerosi tentativi falliti, del modello di ‘accumulazione
per spoliazione’ del liberismo. Tale modello fallisce soprattutto per
l’aumento della concorrenza internazionale (come avvenne nel ciclo di fine
Ottocento e inizio Novecento descritto da Karl Polanyi che pose termine
all’egemonia inglese). È quindi espressione del tentativo di trovare una
nuova formula politica di gestione della situazione. Paradossalmente
una nuova formula che può anche passare per un’estremizzazione della
spoliazione verso i subalterni. Spoliazione che avviene più scopertamente per
via politica.
Parte necessaria di questo tentativo, qui
occorre fare attenzione, è il superamento con assorbimento-incorporazione e
quindi funzionalizzazione delle spinte popolari. Il populismo deve allora diventare
forma di governo e rientrare nella sua componente più radicale e ribellista. Si
tratta, in un certo senso, della seconda gamba del nuovo potere. Al contrario
del tentativo di Obama, questo avviene sul piano del “Nazionalismo imperiale”
(un poco come fece Benjamin Disraeli). Ne fa parte necessaria la ricerca di un
“dividendo imperiale”, intorno al quale ritrovare l’equilibrio interno
necessario per vincere (pacificamente si spera) la sfida storico-epocale con la
Cina. Deve perciò passare per l’estrazione dalle province (principalmente
l’Europa, come peraltro tentava di fare Biden), e la creazione di una nuova
coalizione di potere, con referenti sociali precisi. Quindi per la ricerca
di una soluzione storica che abbia la forza di riattivare un ciclo di egemonia
che rivoluzioni-conservando per stabilizzare l’impero e la nazione insieme
(questa è la novità direi), sopendo, reprimendo e creando nuova gerarchia. Non è
per caso che, a saper ascoltare con attenzione, il vero argomento avanzato
contro la transizione ambientale ed energetica non è tanto che si tratta di una
politica ‘globalista’ (lo è, per necessità, ma è anche territorialista e
persino sovranista, dato che punta sulla indipendenza), non è che danneggia i
ceti lavoratori (può avere questa dimensione, ma non è affatto una necessità),
o che è “di sinistra” (perché non ha colore), quanto che è “cinese”.
Ovvero che abbiamo perso la corsa.
Per comprendere il progetto che sottende
alla Guerra Mondiale a Pezzi, con variazioni tra Presidenti anche
importanti, bisogna capirlo, in definitiva, come una nuova forma del progetto
imperiale obbligato a passare necessariamente per un’aspra riorganizzazione del
mondo intero su base multipolare (bi o tripolare), prevedendo una nuova
divisione dei compiti e delle gerarchie. In questo progetto devono perdere,
almeno in senso relativo, i centri industriali e finanziari semi-rivali (la
Germania, l’Italia, il Giappone, la Francia, probabilmente la servizievole e
volenterosa Inghilterra), se non accettano di stare al loro posto di fortini di
confine e consumatori-subfornitori.
In questa nuova struttura d’ordine, potrebbe
anche esserci uno spostamento relativo di ricchezza dall’economia
dell’intrattenimento e immateriale, privilegiata nella fase finanziaria, a
quella produttiva. Non è necessariamente una buona notizia nelle condizioni
della tecnologia contemporanea e perché, dal punto di vista dei lavoratori
servono competenze diverse. Ma potrebbe essere necessario in un mondo nel quale
la Cina laurea molti più ingegneri (e migliori) di tutto l’Occidente messo
insieme, ed in India il doppio (che è dieci volte il numero USA) e nel quale l’Iran
laurea come gli USA, la Russia il doppio[46].
Il “Nazionalismo imperiale” (al posto
dell’Universalismo imperiale) potrebbe essere in questo contesto la nuova forma
ideologica adatta (una forma, sia chiaro, che richiederà anni per affermarsi).
Questa forma ideologica, nella versione Usa, potrebbe restare una forma di
universalismo predatorio esattamente come il progressismo liberal, ma sotto
vestiti di diverso colore (che all’inizio confonderanno).
Lotta per
il cuore del mondo, scontro tra progetti
Allargando lo sguardo, potremmo avere come
posta della Guerra Mondiale a Pezzi, il superamento della fase
unipolare, ormai morta, e della centralità dell’Occidente con essa, ma in
favore di diversi ed alternativi modelli multipolari:
il primo, probabilmente immaginato come
sbocco finale da Trump, e da parte dell'establishment Usa, che vede una
nuova divisione in blocchi di influenza, nella quale ognuno abbia i “suoi”
satelliti da gestire (leggi, verso i quali regolare a proprio favore le ragioni
di scambio) e da “proteggere” (cosa che costa), e tra questi ci siano scambi
regolati dai rapporti di forza.
Il secondo, che presumibilmente interessa
alla Cina (ma non alla Russia), può essere descritto come “armonia sotto il
cielo”, e si traduce in un sistematico rifiuto della logica amico-nemico,
piuttosto sostituito da quella delle vie (Dao) molteplici alla comune umanità.
Il primo passa per un Grande Accordo, il
secondo passa per l'ONU e gli organismi di cooperazione, ma, soprattutto, per
gli scambi. Il secondo è gradualista, paziente, avvolgente, fatto di incremento
delle interdipendenze, degli scambi e per questo può sembrare mondialista, ma
il suo spirito è completamente diverso.
Resta un punto. Il dominio del
discorso universalista occidentale sta venendo meno. Di questo discorso siamo
al tramonto. Siamo, insomma, al termine del macrociclo nel quale la centralità
militare, tecnologica e della formazione del capitale nell'Occidente
collettivo ha avuto inizio. Ovvero, alla fine di quel grandioso movimento che
si avviò con l'aggiramento spagnolo del blocco turco e la distruzione delle
Americhe. La dipendenza e l’assorbimento dei capitali periferici, insieme all'intero
sistema morale, ideologico e sociale che vi è stato costruito sopra (la stessa
coppia Occidente/Oriente che lo organizza), è ormai presentata davanti agli
occhi del mondo e rigettata ogni giorno di più.
Si era trattato di un ciclopico evento
geopolitico: l’aggiramento della centralità (e del blocco) mediterraneo.
Quel mare abitato da cretesi e fenici, sbocco di egiziani e delle grandi
civiltà persiane, frequentato dai greci e conteso da Cartagine e Roma,
testimone del turbine arabo e poi del dominio della Sublime Porta, quindi di
veneziani e genovesi. Un mare periferico, si intenda, sbocco occidentale del
grande centro geopolitico dato dal mondo di lingua Farsi (dall’Afganistan
agli Emirati Arabi passando, ovviamente, per la Persia), e poi indiano e cinese
(da Occidente ad Oriente)[47]. Fino all’aggiramento prodotto dai sovrani
spagnoli e portoghesi l’Europa germanica e latina aveva due blocchi in
successione a separarli dai luoghi più ricchi del mondo (l’India e la Cina): il
mondo arabo e turco, e il retrostante mondo persiano. Restava solo la
possibilità di aggirarlo verso Est, o verso Sud. Dal secolo XIV fu aperta
quindi la via verso Occidente.
Da allora l’Europa si pensò come centro.
Nel pensarsi come centro l’Occidente ha
costruito, sulle basi della trascendenza cristiana, ma pervertendola, una
comoda interpretazione: vinciamo perché siamo la punta avanzata della storia,
del progresso umano verso la perfezione, e otteniamo il premio di questo essere
per il buon diritto che ci viene dalla forza civilizzatrice del commercio,
oltre alla potenza della nostra tecnologia e scienza. È il ‘dolce commercio’[48] che, necessariamente e per sua dinamica
interna porta con sé attraverso la spinta del consumo l'allineamento del mondo
agli standard dell'Occidente. L’idea era di considerare la “modernizzazione”[49] compiuta
storicamente, ed in innumerevoli conflitti, dalle società europee nel torno di
anni tra il XV ed il XIX secolo come una “tappa”[50],
storicamente necessaria, dei “progressi”[51] della
“Ragione” che porta con sé il necessario -biunivocamente connesso-
sviluppo delle forze produttive. Nessuno sviluppo autentico è
quindi considerato possibile, né civile e morale, né produttivo ed
autosostenuto, senza che si aderisca a questo movimento ineluttabile e
progressivo, irreversibile, scritto nella “Storia”[52],
e del quale l’Occidente rappresenta il modello e l’alfiere.
Questo mito fu scosso nella prima metà del Ventesimo
secolo dall’esperienza della distruzione della tecnica (le mitragliatrici ed il
gas nella Prima Guerra mondiale, i bombardamenti ad alta quota, le macchine di
sterminio, le atomiche nella Seconda), ed è oggi sfidato dalla direzione che
stanno prendendo i fatti.
L’attuale esaurimento per estenuazione di
questo giro di idee, e della forza che la rendeva plausibile, almeno per noi,
determina uno scuotimento. La mente di ogni buon cittadino occidentale,
democratico e progressista, è infatti scossa e confusa dall’indisponibilità
russa ad arrendersi, dalla nascita dei Brics e la sua espansione,
dall’irresistibile crescita della Cina, dalla crescita di movimenti politici
non liberali nei santuari occidentali.
Cambiare la
‘Piattaforma tecnologica’
Questo riassetto geopolitico ed egemonico in
corso, posta della Guerra Mondiale a Pezzi, richiede alcuni passaggi necessari:
bisogna rompere le connessioni
economico-finanziarie, fatte di flussi di merci ma anche di capitali, di aree
di ricircolo dei surplus e di riserve;
costringere gli attori intermedi a scegliere
il campo nel quale stare, e che sarà separato da alti muri di tassi e barriere
non commerciali;
indebolire la finanza e creare le condizioni
per una reindustrializzazione fondata necessariamente sulla nuova “Piattaforma
tecnologica”[53] che
si sta affacciando sulla scena.
Una “Piattaforma” imperniata non più sulla
vecchia, che era costituita da Ict standardizzante e centralizzate[54],
industria a rete lunga, decentrata e caratterizzata da forme specifiche di
dominazione del lavoro, quindi da funzioni di concentrazione e liberazione dei
flussi di capitali, deregolazione e indebolimento delle capacità di comando
dello stato, fuga fiscale. In sostanza. imperniata su scambio deflattivo e
economia del debito.
Ma su una nuova, determinata dall’insieme
dei nuovi abilitatori tecnologici, e geostrategici, che possiamo sintetizzare in
cinque aree che sono contemporaneamente arene di competizione:
1- la
lotta sulla frontiera tecnologica. IA Generativa (“debole”, per ora), che
porta con sé la sfida per il controllo dei modelli linguistici e l’automazione
cognitiva; la robotizzazione antropomorfa e non; il cloud e datacenter, con la
sfida decisiva per la sovranità del dato; la Iot e comunicazione, con le reti
distribuite; l’imposizione di standard tecnici e normativi; il quantum
computing e la supremazia crittografica; le biotecnologie; la sfida per il
controllo del suolo, della sua produttività, dell’economia dei semi e
dell’automazione. La lotta per il controllo dell’educazione. Gli attori chiave
qui sono, Nvidia per i chip, Open AI e Google per il software ma sfidato da
competitori cinesi sempre più agguerriti (come Alibaba, Baidu, DeepSeek), il
cloud e controllo del dato, come AWS e Azure, ma anche la sfida di Hauwei. In
questa prima area la frontiera non è solo hardware, ma anche semantica (chi
definisce le categorie, le lingue, le decisioni automatizzate).
2-
La sfida per il controllo delle enormi e
crescenti necessità energetiche, indispensabili per poter acquisire,
stabilizzare e scalare la supremazia tecnologica. In questa area troviamo il
controllo dei giacimenti, uranio, gas, petrolio, gas, litio per le batterie; le
infrastrutture smart, le reti digitali autonome e resilienti, di indispensabile
necessità strategica (per resistere agli attacchi alle infrastrutture); le
rinnovabili, le fossili, il nucleare, i vettori energetici intermedi (come
l’idrogeno, il cui risiko è alle porte), e via dicendo. Qui è decisivo
l’accesso continuo, sicuro, scalabile e non minacciabile e logistica.
3-
La logistica e mobilità. Droni e cargo
autonomi, le nuove rotte di proiezione commerciale e militare e la lotta
intorno ai punti di controllo; i grandi progetti infrastrutturali rivali, la
Belt and Road cinese (che passa per l’Iran), i canali del “Patto di Abramo”
(che passano per Israele), i porti di destinazione alternativi, le linee
ferroviarie strategiche (lungo l’Asia, come quella, inaugurata pochi giorni
prima della guerra del Golfo, che arriva in Iran partendo dalla Cina); le vie
marittime consolidate, come Malacca, Suez, lo stretto di Hormuz, Panama.
4-
La competizione per l’Artico. Con la
lotta per le materie prime critiche, le “terre rare”, l’uranio, il nichel, il
litio, il cobalto, il gas e petrolio, l’oro e gli altri metalli. I collegamenti
artici, che possono far risparmiare mesi (il passaggio a Nord-Est e quello a
Nord-Ovest). La sfida per la sovranità dei paesi limitrofi e per la banchina,
la militarizzazione. L’Artico è il nuovo Golfo Persico del Ventunesimo secolo:
qui si trovano risorse, passaggi e visibilità satellitare. Il controllo
dell’Artico permette accesso alle materie prime e logistica navale ad alta
efficienza, bypassando colli di bottiglia (Suez, Malacca). È anche un punto
d’appoggio per la guerra elettronica e missilistica del futuro.
5- La
competizione per lo spazio. Le piattaforme come Starlink e Kuiper, le armi
orbitali; i satelliti geoposizionali come Galileo, Beidou, Glonass; il
controllo delle telecomunicazioni, e del Gps; la sorveglianza e intelligence;
il C5ISR (Command, Control, Communications, Computers, Combat Systems,
Intelligence, Surveillance, Reconnaissance). Qui agisce la Space Force
americana, ma anche Beidou. Chi controlla lo spazio controlla la
comunicazione globale, la capacità di proiezione di forza, la sicurezza degli
scambi digitali. È la nuova “high ground”, la quota dominante della guerra
informazionale.
Questa nuova “Piattaforma tecnologica”
emergente, all’incrocio di queste cinque aree, è anche una nuova agenda
delle lotte, intrecciata al “fallimento dell’Occidente” che ne fa da sfondo
geopolitico. Le sue dinamiche non sono oggi tutte prevedibili.
Si può però anticipare, ne faranno
probabilmente parte:
la radicalizzazione delle tendenze di
connessione ubiqua e potenziamento cognitivo, con conseguente distruzione delle
rendite cognitive di ampi strati del ceto ‘medio’ dei servizi.
Il passaggio dalla centralità di un’industria
(e servizi) con lavoro neo-servile, che ha dominato l’ultimo trentennio, alla divaricazione
tra industria ‘core’ senza lavoro e aree di micro-lavoro individualizzate.
La fuga di capitali che si sono scoperti
fragili per l’esaurimento dello scambio deflattivo e dell’economia del debito,
in primis negli Usa.
Come esito potrebbero affermarsi punti di
equilibrio in una nuova regionalizzazione competitiva.
Il punto centrale è che nel passaggio da una
“Piattaforma tecnologica” all’altra, ormai non più rinviabile, la
vecchia divisione/organizzazione del lavoro, che di spostamento in spostamento
è giunta all’oggi, dovrà essere rivista. E anche che questa transizione non
sarà pacifica. Come si è visto dalle mosse di apertura, comporterà un esercizio
di violenza economica e costrizione politica nella quale si dovrà vedere alla
fine chi prevarrà. Non sarà solo questione di scontro tra aree politiche e
statuali, quanto tra aree geografiche interstatali e relative costituency
sociali. Tra ceti e gruppi, per riposizionarsi e difendere i loro spazi
normativi economici ed esistenziali.
La forma sociale che si è affermata nell’era
neoliberale, ovvero negli ultimi cinquanta anni, fatta di lavoro debole e
flessibile di massa, e sezioni ad alto reddito cooptate nell’economia di
scambio finanziario, potrebbe essere spiazzata. Le forme di economia duale, con
massive differenze tra centri e periferie, entro ogni area economica (e
conseguente polarizzazione sociale e politica) sono quelle che determinano il
vuoto del cuore dell’Occidente.
La lotta per la “Piattaforma tecnologica” è
dunque lotta per la sua sostituzione o permanenza. Come vedremo è anche lotta
per l’affermazione di una “Cosmotecnica” e sarà il centro delle lotte sociali,
e tra aree politiche dei prossimi decenni.
In termini molto generali, allargando lo
sguardo, la posta della Guerra Mondiale a Pezzi diventa il definitivo
superamento della fase unipolare. Tutti gli attori primari sanno che è ormai trascorsa,
ma è da definire la direzione. La dinamica dell’insieme delle arene di
confronto e lo schema competitivo, ma anche le tendenze della tecnica, portano
verso una progressiva regionalizzazione. Ovvero a spazi economici chiusi
o semi-chiusi (ai quali la Cina si oppone, secondo uno schema che si connette
con una diversa cosmologia), diverse sovranità tecnologiche (ovvero schemi
normativi e di standardizzazione, ecosistemi tecnici, pratiche sociali connesse,
abilitazioni e meccanismi di sorveglianza e controllo), una pronunciata ristrutturazione
logistica e controllo militare delle aree produttive, flussi e ragioni di
scambio tra prodotti e servizi a diverso livello tecnologico.
In questo scontro alcuni dovranno perdere e
arretrare ulteriormente, alcuni capitali rischieranno la svalutazione, intere
aree di capitalizzazione (anche di capitalizzazione fissa, ovvero di centri
territoriali ed urbani), rischieranno il declino. Per questo non sarà pacifico.
Andremo incontro ad una nuova stagione di conflitti sociali, alla ripresa della
lotta materiale[55], ma anche ad una lunga fase di confronto e
scontro tra desideri, modelli e volontà di potenza. Ovvero ad una Guerra
Mondiale a Pezzi combattuta per il dominio dei corpi, delle cose e delle
menti.
Non si tratta, quindi, né solo né
principalmente di una guerra commerciale, ma del completo ridisegno di tutte le
relazioni internazionali e di tutte le relazioni sociali nei sistemi-paese. Il
problema è giungere a questo, dato che lo status quo non è sostenibile e
aumenta gli squilibri. Al contempo di farlo senza cadere nella Trappola di
Tucidide[56].
Le armi in mano alle parti sono:
per gli Usa restringere e annullare
il loro ruolo di “acquirente di ultima istanza”, al contempo creando una
contrazione industriale nei paesi esportatori e ridimensionando il ruolo
centrale del dollaro, forse sostituendolo con qualcosa di meno controllabile e
ricattabile;
per la Cina utilizzare le riserve per
sfidare la stabilità del debito pubblico americano, ma soprattutto usare la
propria potenza commerciale e produttiva per creare una dipendenza ed un regime
tributario di nuovo tipo, scambiando ricchezza ma conservando il controllo;
Per gli attori intermedi decidere
verso quale economia rivolgere la propria attenzione prioritaria.
Probabilmente il passaggio dallo “Scambio
deflattivo” ad un nuovo sistema economico, che non necessariamente
assomiglierà a quello welfarista[57] porterà ad un non breve periodo di
assestamento dei prezzi, in un clima inflattivo, inoltre alla perdita di ruolo
delle società leader della “economia immateriale” e della finanza connessa[58]. Per questo è cruciale, ed è il vero
obiettivo, costringere un più ampio ecosistema di paesi a condividere le
tariffe, in cambio dell’esenzione[59]. Nel breve termine lo scontro sarà
esistenziale, anche ove non apparisse tale, gli Stati Uniti rischiano la
recessione, la destabilizzazione finanziaria e il salvataggio della FED al
prezzo del crollo dell’egemonia del dollaro; la Cina rischia la
destabilizzazione del consenso interno in strati intermedi di piccola
borghesia, politicamente pericolosi. Entrambi, in caso di perdita di
equilibrio, potrebbero trovare la strada di un’escalation distrattiva. In tal
caso la Trappola di Tucidide si aprirebbe e si potrebbe scivolare verso
il confronto diretto.
Di qui la diagnosi per la quale
vincerà chi riuscirà a gestire la transizione tecnica conservando coesione
sociale. Non già chi troverà le parole più alte ed ipocrite (gioco nel quale
sembra attardata l’Unione Europea). Vincerà chi avrà la migliore visione, e più
pratica, della situazione e dei diversi interessi e valori operanti, chi avrà
più pazienza e capacità di tessere reciproche relazioni, chi costruirà alleati
e non subalterni rancorosi. In una prospettiva più ampia, o di medio periodo,
chi riuscirà a superare meglio il modello mercatista, fondato sullo
sfruttamento degli squilibri (da parte cinese ad espandere con successo ed
ulteriormente il mercato interno, da parte americana a ristrutturarlo a danno
dei servizi e vantaggio delle filiere produttive interne e relative aree
territoriali e sociali).
Tutto questo è lo sfondo, per ora
tratteggiato in modo sommario, della Guerra Mondiale a Pezzi, la sua
posta in gioco. Nessuno può mettere indietro l’orologio, dunque la fase
unipolare e il dominio assoluto della finanza sono terminati. Al contempo
scivoliamo, e sempre più velocemente, in una nuova “Piattaforma tecnologica”
che avrà con la vecchia una sola cosa in comune: la dipendenza dall’energia.
Vincerà questa competizione, anzi, essenzialmente chi avrà più energia (per
alimentare computer quantistici, data center, IOT, modelli computazionali) e
non per caso si combatte o sulle linee di passaggio dell’energia o intorno ai
giacimenti.
Per andare oltre questa diagnosi al contempo
necessaria ed insufficiente, nel Capitolo secondo concentreremo lo sguardo
sulla storia dei rapporti dell’Occidente con l’Altro da sé. Un Altro che questi
ha sistematicamente negato e al contempo, perciò, sfruttato con singolare perversa
innocenza.
[1] - Papa Francesco, discorso
al sacrario militare di Redipuglia, Friuli-Venezia Giulia, 13 settembre 2014.
[2] - Per una ricostruzione ampia e documentata del primo decennio, 2008-18, si
veda tra tanti, Adam Tooze, Lo Schianto, Mondadori 2018.
[3] - Secondo
la lista di Emmanuel Todd in La sconfitta dell’Occidente, Fazi 2024, p.
163.
[4] - Cfr.
Tooze, A., L’anno del rinoceronte grigio, Feltrinelli 2021 (ed. or. 2021)
[5] - Si
veda il classico Soshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza,
Luiss University Press 2019 (ed. or. 2019).
[6] - Todd, E., in La
sconfitta dell’Occidente, op.cit.
[7] - Visalli, A., Classe e
Partito, Meltemi 2023.
[8] - Si veda ad esempio il
lavoro di Glotz, Deputato della SPD tedesca, e suo Segretario Generale. Si veda
P. Glotz, Il moderno principe nella
società dei due terzi, in “Il contemporaneo”, n. 8, 28 febbraio 1987, o
Id., La socialdemocrazia tedesca ad una
svolta, in Id., Kampagne in
Deutschland. Politisches Tagebuch, 1981-1983, Hoffmann und Campe, Hamburg
1986; e Id., Manifesto per una nuova
sinistra europea [1985], Feltrinelli, Milano 1986.
[9] - Visalli, A., Classe e
partito, op.cit., p. 221.
[10] - Beck, U., La società del rischio [1986], Carocci
editore, Roma 2000, e Inglehart, R., La
società postmoderna [1996], Editori Riuniti, Roma 1998.
[11] - Per avere un termine di
confronto in Cina, nella medesima finestra temporale (2001-2022)
cinquecentottantasei miliardi sono stati investiti nel 2008, per affrontare la
crisi (all’epoca il 13% del Pil cinese). Per il 38% in infrastrutture pubbliche
e il resto welfare, tecnologia. Altri cinquecento miliardi sono stati investiti
durante il Covid (4% del Pil 2020); mille miliardi, infine, sono stati
investiti nel 2024 per far fronte ad un rallentamento congiunturale e altri
millequattrocento annunciati.
[12] - Si
veda la ricostruzione dei molti tentativi di risolvere la crisi degli anni
Sessanta e Settanta, nel suo farsi, condotte dalle élite americane nella
ricostruzione, passo-passo, di Paul Sweezy e dei suoi coautori riportata in
Alessandro Visalli, Dipendenza, Meltemi 2020.
[13] - Cfr. ad esempio,
Sorkin, A.R., Il crollo. Too big to fail, De Agostini, Novara 2010 (ed.
or. 2009).
[14] - Ad esempio, il
complessivo sistema di generazione di energia elettrica, riferibile a diversi
“complessi tecnici” – per esempio centrali da rinnovabili ed a carbone – nel
contesto di norme, politiche e strutture sociali.
[15] - Un’area altamente
industrializzata e densamente popolata, completamente priva di risorse
energetiche fossili, e quindi dipendente interamente dall’estero per esse,
avrebbe bisogno assoluto di dotarsi di capacità produttive interne (ovvero,
allo stato attuale della tecnica di rinnovabili e nucleare).
[16] - In
poche parole, lo scheletro era dato dall’integrale subordinazione del consumo,
messo a centro dell’uomo stesso, alla logica capitalista, negoziando da una
parte produttività e distribuzione in termini reali (in modo da garantire da
riproduzione della forza-lavoro e la stabilità sociale, ovvero la riproduzione
sociale) e dall’altra la gestione politica della moneta (progressivamente
smaterializzata in tutti gli anni Sessanta e Settanta, con enormi conseguenze
sistemiche).
[17] - Dopo la rottura dello
schema di Bretton Woods deciso da Nixon nel 1971.
[18] - Si veda Amin, S., Oltre
la mondializzazione, Editori Riuniti, Roma, 1999; Amin, S., Geopolitica
dell’impero, Asterios, Trieste, 2004; Amin, S., La crisi, Edizioni
Punto Rosso, Milano 2006.
[19] - Visalli, A., Dipendenza,
op.cit., p. 277.
[20] - Bandung, conferenza di è il punto
intermedio di un lungo processo che parte con il Congresso dei popoli
dell’oriente a Baku, nel 1920, del quale parleremo in seguito, e il successivo Congresso
dei popoli oppressi di Bruxelles nel 1927, oltre che la Asian Relations
Conference convocata da Nehru nel 1947 nella quale fu deciso di dotarsi di
una organizzazione permanente. Nell’aprile del 1954 i capi di governo di
Ceylon, India, Pakistan, Birmania, Indonesia si riunirono a Colombo (Ceylon)
per organizzare una grande conferenza afroasiatica. Conferenza che fu convocata
appunto a Bandung, invitando venticinque Stati con l’esclusione dei movimenti
di liberazione, con qualche anomalia (come i due Vietnam e l’esclusione delle
due Coree, oltre il mancato invito ai paesi latino-americani e soprattutto
dell’Unione Sovietica). Parteciparono paesi socialisti, come la Cina, e
filoccidentali, come il Giappone, o neutralisti. Con qualche compromesso,
mediato da Chou En-Lai da una parte e da Nehru dall’altra si arrivò a una
dichiarazione di condanna del solo colonialismo “tradizionale” (mentre alcuni
paesi volevano condannare anche quello sovietico). Bandung è l’anello di
congiunzione tra la sconfitta di Dien Bien Phu e l’evento di Suez. Tutti e tre
insieme fecero precipitare il colonialismo europeo.
[21] - Concetto presente ne Il
Capitale di Karl Marx. Processo storico che prepara il capitalismo
separando i produttori dai mezzi di sussistenza e concentrando ricchezza nelle
mani di pochi. Non è “accumulo frugale” progressivo e naturale alla Adam Smith,
ma espropriazione violenta organizzata da Stato e dal capitale nascente.
Meccanismi tipici: recinzioni dei commons in Inghilterra, dissoluzione dei
vincoli comunitari, esproprio delle terre (secolarizzazioni), colonialismo e
circuito schiavistico atlantico, tributi e metalli preziosi estratti nelle
Americhe, fiscalità coercitiva e debito pubblico, criminalizzazione del
vagabondaggio e disciplina del lavoro salariato. Funzione: (1) creare capitale
monetario e mercati; (2) produrre un proletariato “libero” (giuridicamente) ma
privo di mezzi; (3) instaurare la dipendenza salariale come norma.
[22] -
G. Arrighi, Caos e governo del mondo, Bruno Mondadori, 2003 (ed. or. 1999).
[23] -
S. Sassen, Territorio, autorità, diritti, Princeton, 2006.
[24] - Visalli, A., Dipendenza,
op.cit., p. 234.
[25] - Braudel, F., Civiltà
materiale, economia e capitalismo, Einaudi 1982 (ed. or. 1972); I tempi
del mondo, Einaudi, 1982 (ed. or. 1979); I giochi dello scambio,
Einaudi 1981 (ed. or. 1979).
[26] - Cfr. Arrighi, G., Il
lungo XX Secolo, Il Saggiatore 1996.
[27] - Immagine che si deve a
Streeck, W., Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico,
Feltrinelli, 2013 (ed. or. 2013).
[28] - Cfr. Visalli, A., Classe
e Partito, op.cit.
[29] - Con ciò non si intende
dire che la Russia non abbia aggredito l’Ucraina, ma che questo evento si
inserisce in una catena che parte dagli anni Novanta e accelera negli anni di
Biden che rifiuta ogni possibile compromesso, lasciando al grande paese nucleare
a cavallo tra Oriente e Occidente l’unica scelta tra accettare i missili alla
porta di casa o agire. A parti invertite (i missili russi in Messico) nessuno
può dubitare che sarebbe accaduta la medesima cosa.
[30] - Papa Francesco si trovò
ad usare questa espressione nell’intervista al Corriere della Sera del 3 maggio
20922. La frase esatta è: “Forse l’abbaiare della NATO alla porta della Russia
ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto. Non
so dire se questa provocazione sia stata voluta, ma forse ha facilitato lo
scoppio della guerra.”
[31] - Leader del Partito
Laburista inglese dal 2015 al 2020.
[32] - Si veda su questo la
diagnosi sulle “sinistre alla moda” di Carlo Formenti, che condivido in toto.
[33] - Howard Zinn, Storia
del popolo americano, op.cit.
[34] - Sassen, S., Territorio,
autorità, diritti, op.cit.
[35] - Si veda, La Spina, A.,
Majone, G., Lo stato regolatore, Il Mulino, 2000.
[36] - Dahrendorf, R., Dopo
la democrazia, Laterza, 2001.
[37] - Dahrendorf, R., Quadrare
il cerchio, Laterza, 2009 (ed. or. 1995).
[38] - Crouch, C., Postdemocrazia,
Laterza, Bari 2000.
[39] - Dahrendorf, R., Dopo
la democrazia, op.cit., p. 17.
[40] - Dahrendorf, R., Dopo
la democrazia, op.cit., p. 19.
[41] - Dahrendorf, R., Dopo
la democrazia, op.cit., p. 36.
[42] - Sassen, S., Territorio,
autorità diritti, op.cit., p. 340.
[43] - Che rappresenta la
parte populista ed a trazione popolare del movimento di Trump.
[44] - Che è in parte è passato
con lui poco prima dell’esito elettorale.
[45] - Costrutto
teorico che riprendo da Giovanni Arrighi.
[46] - Dati forniti da Todd,
nel suo ultimo libro.
[47] - Troppe sono le nostre
dimenticanze selettive, dalle relazioni del mondo greco classico con i maestri
egiziani, e di questi con le civiltà ancora più antiche con le quali
dialogavano e combattevano, alla centralità di Bisanzio, poi dell’impero-mondo
mongolo, la non irrilevante presenza africana, l’impero del Ghana, poi del Mali
e, dal 1468 del Songhai, ad esempio.
[48] - Il termine è messo in
giro nel XVIII secolo e rappresenta la condensazione di un’idea
contemporaneamente semplicissima e straordinariamente sottile: quella che far
passare le relazioni umane attraverso il vincolo morbido dello scambio per puro
interesse (il “dolce commercio”) le trasformerà e civilizzerà. L’uomo stesso
diventerà meno ferino, meno orientato a perseguire motivazioni irrazionali
(come “l’onore”), e la società diventerà meno separata in enclave, in clan in
lotta reciproca; sarà meno attraversata da inimicizie radicali (ad esempio
religiose). Cfr., ad esempio, Jean-Claude Michéa, L’impero del male,
Libri Scheiwiller, 2008 (ed. or. 2007).
[49] - Altro termine chiave
della costellazione liberale: si tratta essenzialmente del superamento del
mondo tradizionale, con tutte le sue strutture relazionali ed antropologiche, i
sistemi di potere, i vincoli costitutivi, i valori (ad esempio l’onore, la
responsabilità concreta, la reciprocità nel sistema del dono, l’ordine presunto
naturale, …).
[50] - L’idea di un procedere
per “tappe” della “storia” è un’altra tipica idea illuminista per la quale l’uomo
procede, generazione dopo generazione, ad apprendere sempre meglio il proprio
modo di essere nel mondo e quindi progredisce.
[51] - Progresso è
probabilmente il termine più inevitabile della costellazione liberale-moderna.
Il concetto è legato ad una duplice radice: da una parte
è un’interpretazione-ricostruzione dell’esperienza storica della
tecnica e della scienza, dall’altra è ancora un progetto di rottura
delle relazioni tradizionali e di liberazione delle forze del lavoro e
dell’industria dai vincoli storici. Si tratta di un progetto negativo, che
conosce ciò che non vuole, ma non ciò verso cui tende. Un programma
intrinsecamente “illimitato”, e quindi anche carico di hybris. Per questa
lettura si può leggere Andrea Zhok, Critica della ragione liberale,
Meltemi, 2020.
[52] - Tra virgolette in
quanto costrutto ideologico nelle mani dell’Occidente.
[53] - Si intende per “Piattaforma
tecnologica” un costrutto di sintesi sintetizzabile come set di funzionamenti
essenziali, punti di convenienza e vantaggio per diversi gruppi e ceti sociali
determinati da network di tecnologie convergenti e reciprocamente rafforzanti,
o di “sistemi tecnici” (Stiegler) coordinati, quindi dall’insieme di skill
favorite da queste e di know how privilegiati, ma anche da norme sociali e
giuridiche che si affermano nella sfera pubblica e privata, e infine da
pacchetti di incentivi pubblici e privati (entrambe, norme ed incentivi,
coinvolti nell'affermazione del network di tecnologie). Una “Piattaforma
Tecnologica” è, inoltre sempre connessa con un assetto geopolitico che la rende
vincente (ed in ultima analisi possibile). È connessa strettamente con visioni
del mondo, cosmologie e cosmotecniche (Yuk Hui), e con soggettivazioni sociali
ed individuali.
[54] - Che tendeva concentrare
fisicamente e socialmente expertise e servizi avanzati rari in “città globali”
e territori densi.
[55] - Questa era una delle
tesi del mio Classe e Partito, op.cit.
[56] - Graham Allison, Destinati
alla guerra, Fazi editore 2017
[57]- Per almeno due
essenziali differenze: la Piattaforma tecnologica nella quale si svolge, che
non è quella della rivoluzione industriale; l’assenza della spinta della
ricostruzione.
[58] - Nei paesi esportatori, la
Cina in primis, tutto ciò potrebbe portare ad una contrazione economica e
sociale che partirà non dalle grandi società (altamente meccanizzate), quanto
dal tessuto di microimprese, talvolta familiari, che vivono e lavorano personalizzando
piccole e medie forniture per paesi terzi (in genere del ‘secondo’ mondo,
Sudamerica, Africa, Medio Oriente). E che partirà dalle catene lunghe di
fornitura internazionale che dovranno essere profondamente ristrutturate.
[59] - Di fatto questo è il
gioco che si apre nei prossimi anni, l’inserimento in aree di free-trade o a
basse tariffe, dominate dall’uno o l’altro egemone, e quindi l’innalzamento di
barriere di confine tra le aree così definite. Ovviamente, anche ogni genere di
triangolazione, aggiramento, contrabbando, elusione. Si tratta anche del
terreno scelto da Trump per le sue mosse di apertura.
Non capisco chi è l'autore di questo interessantissimo post.
RispondiEliminaBello!
RispondiEliminaQuesto post mi è stato consigliato e definito "tosto". Non saprei. Non è "tosto" è scritto male perché per i marxisti l'incapacità di Marx di scrivere chiaro passa per un pregio da imitare.
RispondiEliminaNon so cosa sia peggio, se l'uso di Zinn (che fa sembrare Montanelli uno storico, non dico uno storico bravo) o l'ignorare completamente l'autonomia dei supposti "vassalli" come lo UK, ridicolmente considerato un servo servizievole invece che un parassita preoccupatissimo di conservare la forza dell'ospite per la sua allucinazione imperiale.
L'URSS ha perso e la Cina non è marxista: fatevene e una ragione e smettetela di ragionare come se fosse il 1955.
E' un post sulle politiche economiche del 21° secolo, sui saldi commerciali, su la geopolitica. Potevi dire non capisco.
EliminaNaturalmente accolgo l'invito a scrivere più chiaro. Ritengo però che Marx scrivesse chiarissimo (che dire, altrimenti, di Hegel, Heidegger, e via dicendo?) pur di conoscere la tradizione letteraria entro la quale lo fa. Ad ogni conto, io potrei dire di qualunque liberale che vive, a sua scelta nel 1700 (se idealista) o nel 1800 (se imperialista), sarebbe meglio replicare nel merito. L'Urss ha perso, vero, la Cina non è marxista, non vero. Lo è a modo suo, come a modo suo fa tutto.
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