Recensione a: Alessandro Visalli,
Oltre l'Occidente. Nell'ombra di un tramonto epocale, Meltemi, Milano 2026
di Antonio Martone
I
Negli
ultimi decenni la filosofia politica ha rivolto la propria attenzione
soprattutto ai processi di globalizzazione, alla crisi della sovranità, alla
finanziarizzazione dell'economia, alle trasformazioni della democrazia liberale
e, più recentemente, all'impatto delle tecnologie digitali sulle forme della
vita collettiva. Anche quando si è confrontata con il mutamento degli equilibri
internazionali, lo ha fatto prevalentemente attraverso categorie economiche o
giuridiche: capitalismo, governance,
biopolitica, neoliberalismo, diritti, Stato. Meno frequente è stato, invece, il
tentativo di assumere le civiltà come oggetto specifico della riflessione
filosofica. Dopo la stagione inaugurata da autori come Toynbee, Spengler o, in
forme profondamente diverse, Huntington, la nozione stessa di civiltà è
progressivamente uscita dal lessico della teoria politica, gravata dal sospetto
di essenzialismo o ridotta a categoria descrittiva della storia delle culture.
È
precisamente su questo terreno che si colloca il nuovo libro di Alessandro
Visalli. Oltre l'Occidente non è soltanto un contributo alla riflessione
geopolitica sul declino dell'egemonia occidentale, né una nuova interpretazione
della transizione verso un ordine multipolare. Più radicalmente, esso
rappresenta il tentativo di restituire dignità filosofica alla categoria di
civiltà, sottraendola tanto alle semplificazioni geopolitiche quanto alle
letture culturalistiche che ne hanno spesso accompagnato l'impiego. Il
problema del libro non consiste infatti nello stabilire quale potenza dominerà
il XXI secolo, bensì nel comprendere se la modernità occidentale possa ancora
essere pensata come il destino universale dell'umanità oppure se essa debba
essere reinterpretata come il risultato storico di una particolare forma di
civiltà.
Va detto subito che l'opera di Visalli si inserisce in un
progetto più ampio: si tratta infatti del primo volume di un'opera a due mani,
realizzata in collaborazione con Carlo Formenti, che firmerà il secondo volume
intitolato L'alba di una nuova era. I due autori dichiarano di aver lavorato in
stretto scambio di bozze e osservazioni critiche, dando vita a due testi complementari,
pur nella diversità degli stili e delle angolazioni. A unirli è un approccio
che si potrebbe definire "marxista ancorché eretico", che vede
nell'universalismo occidentale non già una filosofia neutrale, ma una
"macchina da guerra" al servizio del modo di produzione
capitalistico, volta a imporre al mondo intero forme economiche, istituzioni e
valori del blocco euroatlantico. È da questa prospettiva che la nozione di
"provincializzare l'Occidente" — ripresa da Visalli — acquista il suo
pieno significato politico: è la presa d'atto che la storia universale non
può più coincidere con l'egemonia occidentale.
È
questo, probabilmente, il gesto teorico più significativo dell'opera. La crisi
dell'Occidente non viene assunta come un semplice fenomeno di riequilibrio dei
rapporti di forza internazionali ma come il segnale di una trasformazione più
profonda, nella quale viene meno la pretesa dell'Occidente di identificare la
propria esperienza con il cammino universale della storia.
Il
libro invita così a distinguere due questioni che nel dibattito contemporaneo
vengono spesso sovrapposte: il declino relativo della potenza occidentale e
la crisi dell'universalismo occidentale. La seconda eccede largamente la
prima. Anche se l'Occidente mantenesse una posizione predominante sul piano
economico o militare, la sua capacità di presentare i propri valori come
orizzonte necessario della modernità appare oggi profondamente incrinata.
In
questo senso Oltre l'Occidente non appartiene soltanto alla letteratura
sulla multipolarità. Il suo vero interlocutore è una lunga tradizione della
filosofia della storia che, dall'Illuminismo fino a buona parte del Novecento,
ha interpretato la vicenda europea come paradigma implicito dello sviluppo
storico universale. Visalli non nega il ruolo decisivo svolto
dall'Occidente nella costruzione della modernità; mette però in discussione la
conseguenza filosofica che da quel primato è stata troppo spesso ricavata: l'idea
che esista un'unica forma legittima di modernizzazione, un'unica razionalità
tecnica e una sola configurazione possibile del rapporto tra economia, politica
e libertà.
Il
pregio dell'opera consiste nel non affrontare questa questione in termini
meramente polemici. L'autore evita accuratamente tanto la retorica del tramonto
irreversibile dell'Occidente quanto la contrapposizione speculare che celebra
l'ascesa delle nuove potenze come rivincita storica. La sua attenzione è
rivolta piuttosto ai processi attraverso i quali differenti tradizioni storiche
elaborano modalità autonome di rapporto fra tecnica, istituzioni,
organizzazione sociale e immaginario collettivo. È questo il motivo per cui il
libro si muove costantemente fra filosofia, storia, economia politica e
geopolitica, senza lasciarsi assorbire integralmente da nessuna di queste
discipline.
Da
tale punto di vista, uno dei risultati più convincenti dell'opera è la critica
delle interpretazioni riduzionistiche del dominio occidentale. Visalli prende
le distanze tanto dalle spiegazioni che attribuiscono il primato dell'Occidente
alla sola superiorità economica quanto da quelle che lo riconducono
esclusivamente alla forza militare o alla diffusione dell'ideologia liberale. Il
predominio occidentale appare piuttosto come l'esito storico di una particolare
configurazione nella quale si intrecciano forme della tecnica, istituzioni
politiche, organizzazione economica, rappresentazioni dell'uomo e concezioni
dell'ordine mondiale. Nessuno di questi elementi è sufficiente, da solo, a
spiegare il processo. È piuttosto la loro articolazione a produrre quella
specifica forma di civiltà che il libro assume ad oggetto della propria
analisi.
Proprio
qui emerge la categoria che costituisce, a mio giudizio, il contributo
filosofico più originale del volume: mi riferisco alla cosmotecnica. Riprendendo criticamente le riflessioni di Yuk Hui,
Visalli introduce una nozione che gli consente di superare una delle più
persistenti eredità della modernità occidentale, vale a dire l'idea della
neutralità universale della tecnica. Ogni civiltà, suggerisce il libro,
organizza infatti il proprio rapporto con il mondo attraverso una
particolare articolazione fra sapere tecnico, ordine simbolico e forma della
convivenza. La tecnica non rappresenta dunque un semplice insieme di
strumenti disponibili a qualsiasi cultura ma partecipa alla costituzione stessa
di una determinata esperienza storica.
È
difficile sopravvalutare la portata teorica di questo spostamento. Se la
tecnica non è universalmente neutrale, allora anche la modernizzazione cessa di
coincidere necessariamente con l'occidentalizzazione. Diventa possibile pensare
percorsi differenti di sviluppo, nei quali innovazione tecnologica e continuità
culturale non si escludano. È questa prospettiva che permette a Visalli di
interpretare l'emergere della Cina come la manifestazione storica della
possibilità di una modernità non interamente riconducibile al paradigma
occidentale.
Proprio
per questo il libro evita sia l'entusiasmo verso un presunto "secolo
asiatico", sia la lettura opposta che considera inevitabile la convergenza
di tutte le società verso il modello liberale (neoliberista). L'interesse
dell'autore non consiste nel prevedere il vincitore della competizione
geopolitica, ma nel comprendere che cosa accade quando differenti civiltà
elaborano forme autonome di integrazione fra tecnica, politica ed economia.
La Cina assume così il valore di un caso teorico prima ancora che geopolitico:
non la promessa di un nuovo universalismo, bensì il sintomo di un mondo nel
quale la pluralità delle forme storiche torna a costituire un problema
filosofico.
È
probabilmente questa la ragione per cui Oltre l'Occidente si distingue
dalla gran parte della recente pubblicistica geopolitica italiana. Più che
spiegare gli eventi, il libro cerca di ridefinire le categorie attraverso cui
essi possono essere compresi. Il suo contributo non consiste principalmente
nelle singole tesi sulla competizione internazionale, ma nell'invito a
ripensare la relazione fra civiltà, tecnica e storia fuori dagli schemi
attraverso cui il pensiero occidentale ha interpretato la modernità negli
ultimi due secoli.
II
Se
la categoria di cosmotecnica rappresenta il punto di maggiore originalità
teorica del volume, essa costituisce anche il luogo nel quale si concentrano le
questioni più stimolanti che la lettura lascia aperte. Non si tratta,
a ben vedere, di limiti dell'opera, quanto piuttosto della misura della sua
ambizione. I libri che introducono categorie nuove raramente riescono a
esaurirne immediatamente tutte le implicazioni; più spesso aprono un campo di
ricerca destinato a svilupparsi ben oltre i confini del testo che le ha
formulate.
È
quanto accade, a mio avviso, anche in Oltre l'Occidente. La cosmotecnica
consente infatti di comprendere come la tecnica non sia un elemento esterno
alle civiltà ma una modalità attraverso cui essa ordina il rapporto tra uomo,
natura e istituzioni. Quest’intuizione modifica profondamente il modo di
leggere la modernità. Se la tecnica è inseparabile dall'orizzonte simbolico nel
quale viene prodotta, allora anche la globalizzazione tecnologica non può più
essere interpretata come semplice diffusione di strumenti neutrali. Ogni
innovazione porta con sé una particolare configurazione del mondo, una
specifica idea dell'ordine e persino una determinata immagine dell'umano.
Il
libro insiste giustamente su questo punto, e proprio qui riesce a sottrarsi
tanto al determinismo tecnologico quanto alle concezioni puramente
economicistiche dello sviluppo storico. La tecnica non determina
automaticamente le forme della vita collettiva ma nemmeno può essere ridotta a
semplice strumento nelle mani di soggetti politici già costituiti. Essa appartiene
alla struttura stessa delle civiltà.
È
qui, tuttavia, che emerge un interrogativo filosofico che il libro sembra
evocare senza affrontarlo fino in fondo.
Nel
corso dell'argomentazione, infatti, le civiltà continuano a rappresentare il
soggetto fondamentale. Sono esse a produrre differenti cosmotecniche,
differenti forme dello Stato, e modi di organizzare il rapporto fra economia e
politica piuttosto eterogenei. La categoria di civiltà conserva così una
funzione teoricamente primaria, mentre la tecnica ne costituisce una delle
espressioni fondamentali. Ci si può domandare, tuttavia, se il movimento non
possa essere pensato anche nella direzione inversa.
La
rivoluzione digitale, l'intelligenza artificiale, le infrastrutture
algoritmiche, la finanziarizzazione delle reti informative e la crescente
automazione dei processi decisionali sembrano infatti attraversare
trasversalmente civiltà molto differenti. Pur assumendo configurazioni
istituzionali diverse, esse modificano simultaneamente le forme
dell'attenzione, della memoria, del lavoro, della rappresentazione politica e
perfino dell'esperienza del tempo. In questa prospettiva, la tecnica
contemporanea sembra acquisire un grado di autonomia che rende più complesso
ricondurla esclusivamente alle differenti tradizioni di civiltà.
Naturalmente
Visalli è pienamente consapevole di questa trasformazione. Numerose pagine del
volume mostrano come la competizione tecnologica rappresenti ormai uno dei
principali terreni della competizione geopolitica. E tuttavia proprio la forza
della sua analisi induce a chiedersi se la tecnica contemporanea non
costituisca ormai qualcosa di più di una variabile interna alle diverse
civiltà: un ambiente condiviso entro il quale le stesse civiltà sono
costrette a ridefinire continuamente le proprie forme storiche.
Questa
osservazione conduce a un secondo punto, strettamente connesso al precedente.
L'intero
impianto teorico del libro si sviluppa prevalentemente sulla scala delle grandi
configurazioni storiche: civiltà, imperi, Stati, sistemi economici, rapporti
internazionali. È una scelta metodologica coerente, che consente all'autore di
ricostruire con grande efficacia la lunga durata delle trasformazioni contemporanee.
Proprio questa scelta, tuttavia, lascia relativamente sullo sfondo un'altra
dimensione della crisi moderna: quella della soggettività.
Come
muta l'esperienza dell'individuo all'interno delle trasformazioni descritte dal
libro? Quali effetti producono le nuove tecnologie sulla formazione del
desiderio, sulla percezione del tempo, sulle forme dell'identità personale, sui
processi di costruzione del consenso? In quale misura la crisi
dell'universalismo occidentale coincide anche con una trasformazione
dell'esperienza umana della realtà?
Sono domande che Oltre l'Occidente certamente rende possibili ma
che non costituiscono il centro della sua indagine. Ed è probabilmente giusto che sia così. Ogni opera
deve delimitare il proprio campo di ricerca. Resta però l'impressione che
proprio un ulteriore approfondimento della dimensione antropologica potrebbe
rafforzare ulteriormente il già notevole impianto teorico proposto dall'autore.
III
Vi
è poi un ulteriore aspetto che merita di essere sottolineato.
Uno
dei maggiori pregi del volume consiste nell'evitare qualsiasi nostalgia per
l'ordine occidentale. Visalli non propone una difesa dell'egemonia liberale né
indulge alla retorica della decadenza. La crisi dell'Occidente viene interpretata
come un processo storico non certo come una catastrofe morale. Al tempo stesso,
tuttavia, il libro evita accuratamente anche la tentazione opposta, quella di
attribuire alle nuove potenze una funzione salvifica o emancipatrice. Il
multipolarismo non viene presentato come una soluzione, ma come una nuova
condizione storica che richiede categorie interpretative differenti.
Questa
prudenza costituisce uno dei tratti più convincenti dell'opera. In un dibattito
spesso polarizzato fra difesa dell'ordine liberale e celebrazione della sua
crisi, Visalli sceglie la strada più difficile: comprendere prima di giudicare.
La sua analisi procede per ricostruzioni, genealogie, confronti teorici,
evitando il tono manifesto che caratterizza gran parte della pubblicistica
contemporanea.
È
probabilmente anche per questo motivo che il libro si presta più a essere
discusso che semplicemente condiviso o contestato. La sua importanza non
risiede tanto nelle singole conclusioni quanto nella qualità delle domande che
riesce a riaprire. In un'epoca nella quale la geopolitica tende spesso a
ridursi alla cronaca della competizione fra potenze, Oltre l'Occidente
restituisce profondità filosofica ai processi storici, ricordando come
nessun ordine internazionale possa essere compreso senza interrogare le forme
della tecnica, le immagini dell'uomo e le concezioni del mondo che lo rendono
possibile.
Più
che descrivere il passaggio da un ordine unipolare a uno multipolare, Visalli
invita a ripensare il rapporto stesso fra universalismo e pluralità storica. Il
problema non è semplicemente che l'Occidente perda la propria centralità; è che
la storia torna a presentarsi come il luogo di una pluralità di esperienze — nessuna
delle quali può più pretendere di identificarsi con il destino universale
dell'umanità.
Vale la pena notare, infine, che il lavoro di Visalli si
colloca in un campo intellettuale vivace e sfaccettato. Una prospettiva diversa,
ma ugualmente incentrata sulla crisi dell'ordine occidentale, è offerta dal
recente Storia e futuro dell'ordine
mondiale di Amitav
Acharya, accademico di origine indiana e studioso di relazioni internazionali.
Pur condividendo con Visalli l'assunto che il declino dell'Occidente non
equivalga alla fine della civiltà globale, Acharya muove da un approccio
liberal-democratico e riformista: l'ordine mondiale, egli sostiene, non è mai
stato monopolio dell'Occidente, ma un'opera condivisa di più civiltà nell'arco
della storia. Laddove Visalli (e Formenti) leggono nel multipolarismo
l'occasione per una rottura radicale con l'universalismo capitalista, Acharya
vi scorge piuttosto la possibilità di un ordine post-occidentale più equo, in
cui il "Resto" del mondo abbia maggiore voce, ma che preservi — sia
pure riformandoli — alcuni valori universali. Questa contrapposizione tra un
approccio critico-radicale e uno riformista-liberale contribuisce a restituire
la posta in gioco del dibattito contemporaneo, mostrando come la riflessione di
Visalli, lungi dall'essere un caso isolato, sia parte di una discussione più
ampia sul futuro dell'ordine globale.
In
questo senso Oltre l'Occidente rappresenta uno dei contributi
filosoficamente più rilevanti apparsi negli ultimi anni nel panorama italiano
della teoria politica. Che il lettore condivida o meno tutte le sue
conclusioni, difficilmente potrà sottrarsi all'impressione di avere attraversato
un libro che costringe a pensare.
Ed
è precisamente questa, in fondo, la qualità che distingue le opere destinate a
durare dalle interpretazioni vincolate esclusivamente all'attualità.
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