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lunedì 27 luglio 2026

Circa l'Odissea di Nolan

 

 

Ho visto l’Odissea di Nolan, contrariamente a tutte le polemiche mi è sembrato un film potente ed agghiacciante. Al di là di vari aspetti minori, estetici o narrativi, Nolan parla rigorosamente del presente, di noi. Ciò che nel film accade (non nella storia) è che per interrompere le vie del commercio di una potente città noi, greci, con pretesti, sacrifichiamo pure i nostri figli. Chi delle nostre élite si volesse sottrarre (come propone Penelope ad Ulisse nella ultima sera) dovrà subire la vendetta del sovrano. I popoli saranno puniti.

Nel compire questa opera di distruzione e saccheggio noi, i greci, siamo disponibili a violare qualsiasi patto, perdere ogni onore, offendere gli dei.

E per questo, per la caduta di tutte le regole della xenia, noi, “popoli del mare”, condurremo a fine la nostra età. L’epoca degli scambi, della civiltà. L’intera civilizzazione, il linguaggio persino. Porteremo sulla terra secoli bui.

Nolan ci dice che il mondo, il nostro mondo, sta per finire.

 


La perdita della xenia, in un mondo i cui l’equilibrio del potere è instabile (tra Micenei, Ittiti, Egizi e numerosi popoli minori) la regola della ospitalità, nel film la “legge di Giove” (che poi sarebbe Zeus, qui la traduzione in italiano aggiunge assurdità), e del carattere sacro dei patti, è l’unico modo per garantire gli scambi. Il bronzo richiede lo stagno, e questo non c’è nel mediterraneo (all’epoca, con le tecniche estrattive dell’epoca). Con la contabilità dell’epoca (il “lineare B”, e la gestione di magazzino, la capacità di redistribuire il surplus che ne derivava) la fiducia è l’unico credito possibile. Violare i patti (ad esempio, bombardare tre volte un paese mentre si sta trattando, uccidere i diplomatici) distrugge l’infrastruttura istituzionale dello scambio. Dopo c’è la guerra, il saccheggio, la rapina (ad esempio, del petrolio venezuelano).

Certo, Nolan sceglie. In Omero non c’è il sacrificio della figlia, né c’è la spiegazione mercantilista della guerra (c’è geras -il dono d’onore-, eris -la contesa, la rivalità-, onore -il valore riconosciuto- , timé – il prezzo del rispetto, o dell’onore -), o, ovviamente, i “popoli del mare” che è un nome ancora ottocentesco, basato sulle formule date dagli egiziani agli scorridori che loro alla fine sconfiggono. La ricerca propende per spiegazioni più complesse, siccità come fattore scatenante, fragilità interne del sistema palaziale – e dei magazzini -, effetti a cascata aggravati dalle guerre, i saccheggi, la ricerca affannosa del cibo (ben presente nel film).

Nolan sceglie. E lo fa bene. I micenei temono i “popoli del mare”, mentre sanno che sono loro (lo dice Menelao, lo ripete Ulisse), perché i loro palazzi cadranno. La catena del saccheggio, una volta innestata, si propaga.

Questo è il messaggio più interessante del film (non della storia, non di Omero): i “popoli del mare” erano bande ed eserciti che fuggivano da un crollo sistemico delle loro condizioni di sostentamento, individuale e sociale, non una potenza egemone. La grande potenza egemone del tempo, l’Egitto, li respinse. Se siamo noi i “popoli del mare”, Nolan ci dice che siamo un impero che si sta disfacendo e che libera al suo interno forze che si dirigono verso il saccheggio degli altri. La guerra è la forma fenomenica del collasso.

Lo stesso Agamennone, con la sua armatura improbabile, completamente diversa dalle altre, la sua altezza, il suo aspetto mai mostrato, personifica esattamente il wanax, il sovrano che tiene in equilibrio il palazzo, garantisce la redistribuzione, e muore.

 

Certo, molte critiche hanno ragione, il film è pieno di anacronismi, e soprattutto di didatticismi non necessari. Dice frontalmente quel che un contemporaneo non poteva sapere, “popoli del mare” è formula attribuita dai nemici, e dopo. L’Occidente si vede da fuori. Chi è dentro un’età non può nominarla “età del bronzo”, formula inventata nel XIX secolo. Ci sono persone di provenienza africana e addirittura orientale, possibili in linea di principio, come mercenari e come mercanti, difficili in posizione aristocratica (le dinastie nubiane egizie sono di diversi secoli successive), ancora, una donna dell’epoca molto difficilmente, e per ragioni anche pratiche, avrebbe rivendicato il proprio diritto di difendere in battaglia (in prima fila, come noto e come imposto dalle regole dell’onore) la città. Cose che servono lo spirito del tempo presente. Alcune non necessarie nell’economia del film (con l’eccezione, forse, del casting di colore che potrebbe testimoniare un mondo interconnesso e con scambi di lunga distanza. Lo stesso dialogo tra Penelope e Telemaco, se riguardava il radunare un esercito in un’epoca che non aveva stati, ma clientele e obblighi familiari, e non comandarlo, poteva reggere, ma scritto diversamente).

Probabilmente, se non ci fossero state sarebbe stato più rigoroso (ma avrebbe creato meno attenzione).

 

Ma non importa, è un film.

O no?

 

 

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