Ho visto l’Odissea di Nolan, contrariamente a tutte le
polemiche mi è sembrato un film potente ed agghiacciante. Al di là di vari
aspetti minori, estetici o narrativi, Nolan parla rigorosamente del presente,
di noi. Ciò che nel film accade (non nella storia) è che per interrompere le
vie del commercio di una potente città noi, greci, con pretesti, sacrifichiamo
pure i nostri figli. Chi delle nostre élite si volesse sottrarre (come propone
Penelope ad Ulisse nella ultima sera) dovrà subire la vendetta del sovrano. I popoli
saranno puniti.
Nel compire questa opera di distruzione e saccheggio noi, i
greci, siamo disponibili a violare qualsiasi patto, perdere ogni onore,
offendere gli dei.
E per questo, per la caduta di tutte le regole della xenia,
noi, “popoli del mare”, condurremo a fine la nostra età. L’epoca degli scambi,
della civiltà. L’intera civilizzazione, il linguaggio persino. Porteremo sulla
terra secoli bui.
Nolan ci dice che il mondo, il nostro mondo, sta per
finire.
La perdita della xenia, in un mondo i cui l’equilibrio del
potere è instabile (tra Micenei, Ittiti, Egizi e numerosi popoli minori) la
regola della ospitalità, nel film la “legge di Giove” (che poi sarebbe Zeus,
qui la traduzione in italiano aggiunge assurdità), e del carattere sacro dei
patti, è l’unico modo per garantire gli scambi. Il bronzo richiede lo stagno, e
questo non c’è nel mediterraneo (all’epoca, con le tecniche estrattive dell’epoca).
Con la contabilità dell’epoca (il “lineare B”, e la gestione di magazzino, la
capacità di redistribuire il surplus che ne derivava) la fiducia è l’unico
credito possibile. Violare i patti (ad esempio, bombardare tre volte un paese
mentre si sta trattando, uccidere i diplomatici) distrugge l’infrastruttura
istituzionale dello scambio. Dopo c’è la guerra, il saccheggio, la rapina (ad
esempio, del petrolio venezuelano).
Certo, Nolan sceglie. In Omero non c’è il sacrificio della
figlia, né c’è la spiegazione mercantilista della guerra (c’è geras -il dono d’onore-,
eris -la contesa, la rivalità-, onore -il valore riconosciuto- , timé – il prezzo
del rispetto, o dell’onore -), o, ovviamente, i “popoli del mare” che è un nome
ancora ottocentesco, basato sulle formule date dagli egiziani agli scorridori
che loro alla fine sconfiggono. La ricerca propende per spiegazioni più
complesse, siccità come fattore scatenante, fragilità interne del sistema palaziale
– e dei magazzini -, effetti a cascata aggravati dalle guerre, i saccheggi, la
ricerca affannosa del cibo (ben presente nel film).
Nolan sceglie. E lo fa bene. I micenei temono i “popoli del
mare”, mentre sanno che sono loro (lo dice Menelao, lo ripete Ulisse), perché i
loro palazzi cadranno. La catena del saccheggio, una volta innestata, si
propaga.
Questo è il messaggio più interessante del film (non della
storia, non di Omero): i “popoli del mare” erano bande ed eserciti che
fuggivano da un crollo sistemico delle loro condizioni di sostentamento,
individuale e sociale, non una potenza egemone. La grande potenza egemone del
tempo, l’Egitto, li respinse. Se siamo noi i “popoli del mare”, Nolan ci dice
che siamo un impero che si sta disfacendo e che libera al suo interno forze che
si dirigono verso il saccheggio degli altri. La guerra è la forma fenomenica
del collasso.
Lo stesso Agamennone, con la sua armatura improbabile,
completamente diversa dalle altre, la sua altezza, il suo aspetto mai mostrato,
personifica esattamente il wanax, il sovrano che tiene in equilibrio il
palazzo, garantisce la redistribuzione, e muore.
Certo, molte critiche hanno ragione, il film è pieno di
anacronismi, e soprattutto di didatticismi non necessari. Dice frontalmente
quel che un contemporaneo non poteva sapere, “popoli del mare” è formula
attribuita dai nemici, e dopo. L’Occidente si vede da fuori. Chi è dentro un’età
non può nominarla “età del bronzo”, formula inventata nel XIX secolo. Ci sono
persone di provenienza africana e addirittura orientale, possibili in linea di
principio, come mercenari e come mercanti, difficili in posizione aristocratica
(le dinastie nubiane egizie sono di diversi secoli successive), ancora, una
donna dell’epoca molto difficilmente, e per ragioni anche pratiche, avrebbe rivendicato
il proprio diritto di difendere in battaglia (in prima fila, come noto e come
imposto dalle regole dell’onore) la città. Cose che servono lo spirito del
tempo presente. Alcune non necessarie nell’economia del film (con l’eccezione,
forse, del casting di colore che potrebbe testimoniare un mondo interconnesso e
con scambi di lunga distanza. Lo stesso dialogo tra Penelope e Telemaco, se
riguardava il radunare un esercito in un’epoca che non aveva stati, ma
clientele e obblighi familiari, e non comandarlo, poteva reggere, ma scritto
diversamente).
Probabilmente, se non ci fossero state sarebbe stato più
rigoroso (ma avrebbe creato meno attenzione).
Ma non importa, è un film.
O no?

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