Aldo Bonomi, prolifico autore di ricerche sul territorio ed il suo sviluppo, scrittore a tratti complesso e barocco, prova ad accompagnarci in un ritratto della crisi che, pur nella oscurità e vaghezza di non poche valutazioni, conserva un interesse. Se non altro il tentativo è degno di rispetto.
Il testo descrive un sistema-Italia caratterizzato da: ca. 4.000 imprese ancora vitali, in grado di spendersi sul mercato internazionale e dotate di marchio forte e capacità di finanziarsi, ristrutturarsi ed aggiornarsi, poi alcuni grandi gruppi del “capitalismo delle reti”: due grandi banche, Finmeccanica, ENI, ENEL, Ferrovie dello Stato, Telecom, ciò che resta della FIAT, e di Alitalia. Intorno a queste ca. 100.000 aziende intermedie e poi una polvere di microimprese.
Tutto questo sistema è in corso di metamorfosi strutturale, in un’Italia che nei cinque anni della crisi più grave da sempre ha perso poco meno del 10% del PIL (a fine anno) e il 25% della produzione industriale, che ha ormai oltre il 50% dei giovani disoccupati e almeno 1/3 delle imprese nello stato di “zombies”. Un mercato interno in stato di grandissima contrazione e fortemente colonizzato da marchi stranieri, processi in corso di acquisizione e shopping sempre più accellerati da parte di capitali esteri delle nostre isole di valore ed eccellenza (processo, quest'ultimo che non potrà che recidere ancora di più i legami tra impresa-guida internazionalizzata e catena di fornitura territoriale, con conseguente ulteriore riduzione dell'effetto di fertilizzazione e trasmissione know how).
L'elemento centrale dell'analisi di Bonomi è che sta tramontando il capitalismo dei distretti, quel sistema di ca. 200 poli di aggregazione nei quali una o più medie imprese innovative riuscivano a trascinare con sé (certo anche sfruttandole, ma contemporaneamente agganciandole alla qualità ed alle metodiche industriali richieste dal mercato) catene di subfornitori strategici, distribuiti sul territorio. Un territorio nel quale si dava un rapporto (anche di dipendenza politica e sociale, e di rappresentanza) tra la “ditta”, la banca locale, gli istinti animali di un ceto imprenditoriale con forte radicamento identitario, una rete di professionisti e piccoli centri di servizio. Un ambiente nel quale per anni PDL e Lega hanno scavato il loro consenso e praticato i loro scambi identitari e funzionali. Un milieu che ha costruito in questi anni il nostro territorio anche fisicamente, disseminando edilizia ibrida e grandi contenitori, allargando le reti modali, generando rari processi di cura (in luoghi nei quali la riconversione identitaria ha fatto strada) e più frequenti aree contese e di disordine.
Con il progredire della crisi, con lo sfilacciarsi del modello già negli anni zero, questo territorio (in particolare dal momento della convergenza nell’euro) ha cercato di proteggere i propri margini estendendosi, spostando segmenti in Romania, cercando di agganciare il sentiero di crescita di una globalizzazione sostitutiva a corto raggio. Alla fine il tessuto ha iniziato a strapparsi, tra medie imprese sempre più internazionalizzate e loro ex fornitori locali quasi naturalmente abbandonati a se stessi, insieme ai legami con il territorio. Hanno fatto la loro strada imprese “globali” (di targlia per lo più media) che hanno iniziato a guardare alla Cina, al Brasile, la Russia, l’Africa, costruendo o consolidando reti di relazioni e partnership internazionali. Nel solo 2012, anno di accelerazione della crisi, come questo 2013, Bonomi ci ricorda che la rete dei subfornitori delle medie imprese è calato dal 49 al 38% (perdendo 11 punti) e quella dei subfornitori stranieri è ovviamente salita, fino al 20% del valore del prodotto.
Questi subfornitori abbandonati hanno chiuso o stanno resistendo come naufraghi sulla zattera, con ordini a tre mesi e consumando il patrimonio, perdendo pezzi (come si vede dai numeri crescenti della disoccupazione, dai fallimenti, e purtroppo dai suicidi). All’altro capo della linea, quello più lontano, proliferano i nuovi microimprenditori (spesso “di necessità”) che al 43% sono in uscita da un altro lavoro e solo al 7% sono impegnati nella manifattura (15% altri servizi e 14% turismo e ristorazione). Fortunatamente crescono anche le cooperative.
Le imprese che ancora esistono (al lordo di quelle che sono “zombies” e magari ancora non ne sono pienamente coscienti) restano rinserrate in corte reti locali, sempre più sfilacciate e rade, e solo per il 9% connesse al tessuto più vitale (nel quale resistono un certo numero di “multinazionali tascabili”, ancora capaci di azione, ma non sufficienti per modificare la sorte generale).
In questo oceano di debiti e depressione sta venendo meno quel che più servirebbe: il capitale sociale che rappresenta la prima ricchezza e speranza di inversione possibile. Il 60% delle famiglie ha seri problemi, i “fiduciosi” si sono dimezzati in un anno (passando dal 30 al 16%), non trova più alcuna credibilità la promessa degli anni novanta. Nessuno più spera di “arricchirsi”, ci accontentiamo di galleggiare (molti non ci riescono). La conseguenza macroeconomica è che languono gli investimenti, accellerando tutta la dinamica di crisi. Restano stagnanti per la difficoltà di accesso al credito, ma anche per la riduzione della volontà di accedervi. Per investire prima di tutto bisogna avere delle idee e delle speranze.
In poco più di trenta anni, ci ricorda Bonomi, si è passato quindi dal “fordismo” (grande fabbrica, operaio massa, burocrazie rigide e stili di vita protettivi, trattamento amministrativo dei bisogni e dei processi di cura) al “postfordismo italico” (basato sulla piccola e media impresa diffusa sul territorio, dal Piemonte alla Toscana, ai processi di cura delegati e decentrati, alla produzione terziarizzata ed esplosione della società in tanti frammenti che faticano a ricomporre senso) fino all’abbozzo del “capitalismo delle reti” (processi produttivi agganciati alla dimensione globale, finanza e logistica a grande scala, infrastrutture di comunicazione e immateriali, centri di ricerca, terziario avanzato) che, però, non ha fatto in tempo a consolidarsi perché è stato “gelato” dalla crisi. Questo tipo di “capitalismo” aveva bisogno di investimenti (anche pubblici) che sono stati sempre insufficienti e si sono rapidamente essiccati a causa della crisi fiscale determinata dalla crescita irresistibile dei costi di finanziamento del debito. Aveva bisogno di superare i saperi locali per connettersi a nuovi concetti, saperi, logiche, a nuove elité a capacità professionali specializzate e di alto livello, a segmenti di burocrazie statali e sovranazionali ricettive e rapide. Tutti “club” che valutano di non aver più bisogno e di poter fare a meno del territorio. Delle solidarietà “parentali” (per cui si tende ad avere il fornitore vicino). Un poco per questo, ed un poco perché questi attori non hanno fatto in tempo a rinforzarsi, a stringere le maglie, chi non è riuscito ad agganciarli è come un naufrago che neppure riesce a capire le ragioni del suo fallimento. Un fallimento che (come ci ricorda anche Beck) pesa su di sé, per il quale la comunità non è di aiuto.
Questo genere di economia residuale ed in sofferenza tende quindi ad “immergersi”, ad accorciare la rete, a ridurre il tempo della visione. Così facendo, in effetti, si allontana sempre più dalla media impresa “di marchio” che va nella direzione opposta.
Ciò che ancora resta per Bonomi è, insomma, una rete di 4.000 medie imprese più o meno vivaci (nelle quali ci sono casi di sofferenza, ma anche di eccellenza, che producono insieme il 15% del valore aggiunto dell’industria italiana e analoga percentuale dell’export) e 70.000 gruppi di imprese “a grappolo”. Abbarbicate. Nelle prime ormai la metà del valore è costituita da beni immateriali come servizi di pubblicità, di ricerca e sviluppo, di marketing strategico. Servizi che si acquistano dove si trovano. E si trovano nei luoghi “connessi”.
Facendo leva su questi “luoghi” poteva nascere (e in qualche misura è) un tessuto di professioni e servizi “della conoscenza” che potrebbe essere una leva per risollevarsi. Ma che vede il terreno progressivamente dilavarsi sotto i loro piedi. Finance, Insurance e Real Estate, ma anche professionisti della cura, gestori di connessioni e “riscossori di pedaggi”, un segmento che Bonomi chiama “quinto stato”, per rimarcarne il numero, ma anche l’irrilevanza “politica” e la poca coesione. Abitanti delle metropoli, anche quando sono “connessi”, e dunque sono “ontologicamente global”. Purtroppo la crisi sottrae ossigeno anche a loro e fa registrare una netta inversione di tendenza, con il calo dal 2008 della percentuale degli occupati nelle professioni skilled. Del resto è assolutamente necessario per sostenere l’impegno (anche personale) di aggiornamento, selezione dei saperi pertinenti, ricerca della costante innovazione, di una densità minima di occasioni, di potenziali clienti in grado di giovarsi delle prestazioni erogate, di creare valore aggiunto sufficiente. Tutte cose che necessitano di quel livello intermedio tra l'impresa già compiutamente “globalizzata” (che, magari compra una parte significativa dei servizi distintivi a Londra) e la corona dei fornitori connessi e da questa stimolati a specializzarsi, a diventare eccellenti (o, almeno, accettabili) nel loro settore e ruolo. Quel livello intermedio che Bonomi denuncia in via di sfilacciamento sempre più accelerato.
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