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sabato 27 luglio 2013

Il nodo Europa: oltre l’Euro, cosa è in gioco?



La vicenda pluridecennale dell’Europa, e quella decennale dell’Euro, si iscrivono in molteplici sfere di senso, ognuna delle quali ha una propria dinamica e provenienza. Vorrei sostenere, spero con qualche plausibilità, che quella più rilevante non è economica, ma incrocia in modo forte (da un certo momento in poi) la più importante corrente politico-economica della Storia recente. Parlando di Europa e di Euro, insomma, siamo dentro la Storia.
Angelo Bolaffi (Cuore Tedesco) ci ha ricordato che il processo di unificazione europeo è la principale decisione geopolitica che la generazione uscita dalla guerra prende; cercando di rompere una volta per tutte con il <<dissidio spirituale>> (Croce) che, dopo Bismarck, ha diviso per quasi un secolo la Germania dall’Europa. Un dissidio che aveva portato già tre volte l’Europa entro la guerra (1870, 1915, 1939); in tutti e tre i casi andando allo scontro con l’altra grande potenza di equilibrio del continente: la Francia. La Germania del dopoguerra, posta sotto gli occhi attenti di USA e URSS, ha finalmente accettato di “stedeschizzarsi” (come preconizzava, ad esempio, Nietzsche in Umano, troppo umano), guardando con coraggio negli occhi il demone della sua Storia (la volontà di potenza e l’estraneità all’occidente liberale, che l’aveva portata a desiderare un’Europa germanica invece di una Germania europea).
Prima di essere un accordo politico, cioè, il progetto di unificazione europeo è una mutazione culturale. Rappresenta la decisione fondamentale delle elité tedesche di accettare le tre rivoluzioni (inglese, americana e francese) che fondano l’identità dell’occidente ed alle quali avevano ostinatamente opposto per un secolo, dall’unificazione ottocentesca, lo stigma di undeutch (non-tedesco). Un programma di emancipazione e secolarizzazione colpevole di provocare la perdita della <<sostanza tedesca>>, come temeva Mann in Considerazioni di un impolitico. La sconfitta di chi si era sempre opposto all’occidente (Bolaffi identifica il blocco di potere junkeriano-prussiano insieme agli industriali della Ruhr e alle elité culturali e accademiche, il cui risentimento ed esibita estraneità dall’occidente liberale delle rivoluzioni è più che evidente) e che riesce a conservare la sua egemonia anche dopo la sconfitta della prima guerra, ostacolando e scavando sotto il terreno della Repubblica di Weimar tramite il racconto del tradimento del cuore tedesco che porta al nazismo; tutto questo nel secondo dopoguerra viene messo a margine.
Ciò che è interrato in questo modo è il mito della Germania di mezzo, terra della radice, custode dei valori fondamentali dell’occidente, oscurati dalle rivoluzioni liberali e traditi dalle elité anglosassoni (e francesi), il mito della Germania “popolo metafisico per eccellenza” (Heidegger), destinato a determinare “il dominio della potenza del [suo] essere”. Il tempo, facendo ad esempio riferimento al fondamentale Corso del 1934, nel quale alla domanda <<che cosa è l’Uomo>> la risposta era <<è il “noi” del popolo tedesco, in opposizione all’”io” del liberalismo>>. Un “noi” tutto iscritto nell’ordine e nella volontà dello Stato.

Allontanarsi da questa cultura è, ovviamente, un processo lento, che prende almeno tutti gli anni sessanta e settanta, ma che oggi pare(va) ormai completamente definito.

Per allontanarsene, si potrebbe dire per immunizzarsi da esso, il progetto politico europeo prevedeva il compromesso fondamentale, tra le due grandi potenze egemoni, nel Patto di unire i propri destini economici (partendo dal commercio del carbone e dell’acciaio, materie prime strategiche per eccellenza) sotto la supervisione americana e l’attivo interesse inglese (è rilevante il ruolo di Churchill nell’opera di convincimento dei ritrosi francesi), non da ultimo con finalità di contenimento militare e politico nei confronti dell’URSS. Le date le ricordiamo: 1951, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio; 1957, Comunità Economica Europea con il Trattato di Roma; 1986 Atto Unico Europeo; 1993 nascita della UE con il Trattato di Maastricht; 1999, Trattato di Amsterdam; 1999, nascita dell’Euro.
L’unificazione europea è, insomma, parte essenziale del progetto del dopoguerra. Di quel grandioso affresco geopolitico e culturale messo in campo per determinare la fine di tutte le guerre, dopo il fallimento del rancoroso schema di Versailles (primo dopoguerra), per passare ad un più generoso schema cooperativo.
In questo schema la Germania divisa è stata “docile scolaretto” (Beck) per quaranta anni, durante i quali (soprattutto negli ultimi venti) ha progressivamente interiorizzato le ragioni dell’altra Europa. Nel fare questo è stato portato avanti il progetto politico e sociale sicuramente più grandioso del secolo. Quel progetto che faceva vedere ad un intelligente ed influente analista americano come Parag Khanna, nel suo I tre imperi (scritto alla vigilia della grande crisi del 2008), l’Europa come “irradiatore di sicurezza”, nel quadro di un formando equilibrio tripolare. Un vero e proprio “impero” che “continua ad espandersi, anno dopo anno, annettendo nuove nazioni, con molte altre ordinatamente in fila a implorare di essere accolte” (ivi, p.19). Per Khanna l’Unione Europea è, anzi, “un’istituzione rivoluzionaria che detiene il potenziale per rovesciare la storica rotazione verso ovest della centralità geopolitica” (quella “rotazione” che ha visto negli ultimi duecento anni l’egemonia spostarsi dall’Europa, agli USA, ed ora verso l’Asia). La forma più altamente evoluta di governance tra Stati, “in un modo che assomiglia più ad una fusione societaria che non ad una conquista politica”; una fusione “con guadagni netti, commerciali e territoriali”. Un potenziale di forza che è giudicato maggiore di quello americano, anche per l’irradiazione degli standard per tecnologia e regolamenti. Un impero che “anziché dominare educa” (p. 40).
Una rottura è però intervenuta in questo processo che Khanna guarda con eccessiva indulgenza (ma che ci piacerebbe fosse tale), anzi l’insieme di due rotture che sono venute alla luce con la lunga crisi del 2008-13: si tratta di momenti a diversa velocità che, però, si rafforzano reciprocamente. Da una parte lo sfaldamento del modello “renano” di welfare (ma anche del modello francese) sotto i colpi della fine del compromesso di Bretton Woods e della globalizzazione (cioè della tendenziale eliminazione dei vincoli alla circolazione di capitali e di merci, ed alla capacità di azione dello Stato nazione, che erano strutturale componente del felice compromesso) e l’unificazione (anzi, la seconda unificazione dopo quella di Bismark) della Germania. I due movimenti (databili rispettivamente al ‘71-73, con lo sganciamento dal dollaro deciso da Washington, e quindici anni dopo al’89) si intrecciano, e si ampliano come due onde concentriche in perfetta fase.
Quel che si è visto è che la pressione della competizione internazionale nei confronti degli Stati nazione, sposta radicalmente gli equilibri sociali e politici entro di essi (con il fondamentale indebolimento dei sindacati ed il rafforzamento delle elité economico finanziarie) e tra di loro (avviando il processo di unificazione monetaria, in risposta alle gravi turbolenze aperte dalla libertà di oscillazione nel quadro di una economia ostaggio di sempre più massicci e rapidi movimenti di capitale). La reazione, negli anni ottanta e novanta (centrale è il “liberista” Trattato di Maastricht) porta ad accettare il gioco della liberalizzazione del capitale e dell’imbrigliamento dello Stato che ne deriva. Ciò nel quadro di un assetto “sovranista” (e non “federalista”) delle istituzioni europee e della competizione commerciale sempre più aggressiva tra le potenze europee. Le riforme Delors, prevedono, in altre parole, un assetto dei poteri che determina la perdita radicale della politica nazionale e dello scambio politico (nel triangolo sindacato, organizzazioni datoriali e Stato) in favore di una “virtuosa” centralità dei mercati finanziari e delle autorità di vigilanza transnazionali, oltre che delle autorità monetarie politicamente irresponsabili (cfr, Streeck Tempoguadagnato, p.132). L’idea potrebbe essere garantire la centralità della distribuzione delle risorse via mercato, anziché via politica. In conseguenze bisogna necessariamente sopportare una forte ineguaglianza, senza strumenti per contrastarla, che relega la politica alla semplice funzione di intrattenimento. In questo contesto trova razionalità anche quella riduzione della partecipazione facilmente registrabile in tutta Europa (mossa anche, ovviamente, in tutto il mondo occidentale dall’indebolimento della classe media, come ci ricorda tra gli altri Revelli in Finale di partito).
Nel 2002 Jean Paul Fitoussi, nel suo Il dittatore benevolo, aveva già evidenziato le caratteristiche fondamentali di questo progetto. La costruzione europea ha richiesto abbandoni di sovranità sostanziali senza l’introduzione di equivalenti a scala comunitaria. Un vuoto che determina la perdita delle leve di gestione macroeconomica, affidando il recupero da eventuali shock (puntualmente presentatosi nel 2008) solo attraverso le variazioni di prezzi e costi (con connessa disoccupazione). Cioè a spontanei aggiustamenti di mercato. Spontanei aggiustamenti, è chiaro, al riparo dai rischi della democrazia. “In altre parole, saremmo in presenza di un despota” (illuminato dalla teoria economica “giusta”, quella liberale). Nel 2002 Fitoussi prevedeva che “un giorno, semplicemente a causa dell’aritmetica del Patto di stabilità, i governi saranno costretti a condurre politiche restrittive durante un periodo di crescita zero, con la politica monetaria che non potrà diventare ulteriormente espansiva” (p. 22).
La seconda rottura è determinata dai due eventi connessi dello sfaldamento dell’URSS e dell’unificazione tedesca. Il primo fa venir meno la necessità geostrategica e militare dell’imbrigliamento della Germania nell’alleanza europea e Nato. Il secondo ripristina le condizioni strutturali di equilibrio di forze (anzi, di squilibrio) che avevano fondato la volontà di potenza “prussiana”. Quella volontà che fa dire ad Habermas in La rivoluzione in corso, nel 1990, che nei discorsi sulla unificazione è all’opera una “oscena” esibizione di muscoli tedeschi. Esibizione che si lega all’orgoglio nei propri successi economici sul quale i tedeschi avevano fondato la propria autocoscienza a partire dagli anni sessanta (Mommsen). Habermas, denuncia nel 1990 che “l’Alleanza per la Germania mostra di aver già dischiuso questo terreno dei sentimenti fino ad oggi inutilizzato, dove, dall’arroganza di una posizione di supremazia economica, sbocciano fiori nazionalistici” (p.207). Si presenta sulla scena un “nuovo nazionalismo economico” che scambia il vecchio volto marziale con “il gesto da galantuomo di colui che aiuta lo sviluppo in modo ipocritamente amichevole”. L’alternativa era procedere all’integrazione della RDT, come Stato, entro l’Unione Europea. Quel che, invece, succede è una brusca accelerazione dell’unificazione per la quale Kohl si è prestato a non poche forzature. In quell’anno cruciale il grande filosofo francofortese ricordava che “se non ci liberiamo dalle diffuse rappresentazioni dello stato nazionale, se non ci sbarazziamo delle stampelle prepolitiche della nazionalità e delle comunità di destino, allora non potremo mai proseguire, senza i gravami del passato, sulla via da lungo tempo intrapresa verso una società multiculturale, sulla via di uno stato federale regionale ampiamente diversificato, con forti competenze federative, e soprattutto sulla via di un< super-stato> delle nazionalità: un’Europa unita” (p.215).
Con molta meno autorità, ma maggiore franchezza, ed il vantaggio del tempo Paolo Savona, conserva le stesse preoccupazioni nel suo Lettera agli amici italiani e tedeschi, quando evoca il Piano Funk (Ministro Nazista ed autore del progetto di ridurre tutte le economie europee allo stato preindustriale, incorporare le monete nel marco e lasciare alla sola Germania il ruolo di “paese d’ordine”), gettando le basi per la disgregazione del sogno europeo.  Beck, in Europatedesca, vede il rischio del crollo dei valori europei di apertura al mondo, libertà e tolleranza. Un rischio che nasce dal sentimento di orgoglio nazionale e dalla rivendicazione del ruolo di (severo) maestro, alla Germania ormai unificata; per Beck “non solo l’Europa diventa tedesca, ma anche la verità diventa tedesca, che è poi la verità della politica di risparmio” (p. 57). Si tratta, ancora una volta, del “nocciolo dell’arroganza”. Un atteggiamento che fu sperimentato sulla RDT e ora viene replicato sui paesi del sud, che hanno bisogno di una rieducazione (disposizione al risparmio e senso di responsabilità) per imparare a competere nelle condizioni della globalizzazione.
Certo, in tutto questo quadro, l’Euro aggrava di molto la dinamica e restringe gli spazi di reazione possibili, senza fornire equivalenti funzionali adeguati. In questo la forte critica di un Bagnai, particolarmente efficace nel denunciare la filosofia “mercantilista” che informa la logica dell’adattamento tedesco al fatto della globalizzazione. Una logica (ridurre la domanda interna, per contenere la crescita dei costi di produzione e per questa via competere per conquistare quote di mercato della domanda estera), intrinsecamente imperialista e non cooperativa alla quale la Germania pensa sia suo dovere “rieducare” tutta l’Europa. Non credo sia necessario spendere molte parole per mostrare che si tratta di una logica miope, non sostenibile anche nel medio periodo e non esportabile (l’Europa è la prima area economica del mondo e la seconda potenza industriale, verso chi dovrebbe esportare? Quale mercato interno colonizzare? Come, considerando che le altre monete sovrane, a partire dal dollaro, hanno tutta la capacità di azione strategica e di riaggiustamenti macroeconomici?)
Ma ciò che è in campo è molto più di un velleitario e datato modello economico, molto più di una ricetta monetaria fallimentare. Ciò che è in gioco, la posta del momento, non è principalmente economica, è il destino del nostro progetto comune. Ma è anche il destino dell’adattamento sociale e politico alle condizioni della globalizzazione. Fuori della pretesa dei conservatori tedeschi, dei tecnocrati della Bundesbank e della BCE, dei circoli industriali e dei sindacati “monopolisti” (O’Connor) ad essi legati, il tema che la crisi del 2008-13 rende non più rinviabile, non più “comprabile” con denaro (Streeck) è il riassetto della “società del benessere” nella limitazione della capacità degli stati-nazione nel mercato transnazionalizzato. Nella estrema difficoltà di attuare strumenti protezionistici e stimolare la domanda. Nella perdita di senso che consegue alla espansione della società del rischio.
La discussione è ampia e serrata, le ipotesi molteplici. Ma certamente tutto resta molto più difficile se perseguito senza cooperazione, in un clima competitivo nel quale la fiducia è stata distrutta; nel quale ognuno va per la sua strada. Ci sono intellettuali come Habermas e Beck (in Potere e contropotere) che ostinatamente si impegnano al recupero del progetto cosmopolita di una sovranità sovranazionale. Della ricerca di una identità superiore e di più evoluti livelli di solidarietà. Questa questione resta aperta ed è messa a rischio dal nazionalismo tedesco.
Ma è in campo anche la risposta tecnica alla sfida che la crisi del 2008 pone all’assetto del capitalismo occidentale, qui sarebbero da ricordare il lavoro di economisti come Spence, Rodrik, Stiglitz, Krugman. Lo faremo a suo tempo.

La domanda implicata nella crisi dell’euro è, insomma, <<chi vogliamo essere?>>.

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