La vicenda pluridecennale
dell’Europa, e quella decennale dell’Euro, si iscrivono in molteplici sfere di
senso, ognuna delle quali ha una propria dinamica e provenienza. Vorrei
sostenere, spero con qualche plausibilità, che quella più rilevante non è economica,
ma incrocia in modo forte (da un certo momento in poi) la più importante
corrente politico-economica della Storia recente. Parlando di Europa e di Euro,
insomma, siamo dentro la Storia.
Angelo Bolaffi (Cuore Tedesco) ci ha ricordato che
il processo di unificazione europeo è la principale decisione geopolitica che
la generazione uscita dalla guerra prende; cercando di rompere una volta per
tutte con il <<dissidio spirituale>> (Croce) che, dopo Bismarck, ha
diviso per quasi un secolo la Germania dall’Europa. Un dissidio che
aveva portato già tre volte l’Europa entro la guerra (1870, 1915, 1939); in
tutti e tre i casi andando allo scontro con l’altra grande potenza di
equilibrio del continente: la Francia. La Germania del dopoguerra, posta sotto
gli occhi attenti di USA e URSS, ha finalmente accettato di “stedeschizzarsi”
(come preconizzava, ad esempio, Nietzsche in Umano, troppo umano),
guardando con coraggio negli occhi il demone della sua Storia (la volontà di
potenza e l’estraneità all’occidente liberale, che l’aveva portata a desiderare
un’Europa germanica invece di una Germania europea).
Prima di essere un accordo
politico, cioè, il progetto di unificazione europeo è una mutazione culturale.
Rappresenta la decisione fondamentale delle elité tedesche di accettare le tre
rivoluzioni (inglese, americana e francese) che fondano l’identità
dell’occidente ed alle quali avevano ostinatamente opposto per un secolo,
dall’unificazione ottocentesca, lo stigma di undeutch (non-tedesco). Un
programma di emancipazione e secolarizzazione colpevole di provocare la perdita
della <<sostanza tedesca>>, come temeva Mann in Considerazioni
di un impolitico. La sconfitta di chi si era sempre opposto all’occidente
(Bolaffi identifica il blocco di potere junkeriano-prussiano insieme agli
industriali della Ruhr e alle elité culturali e accademiche, il cui
risentimento ed esibita estraneità dall’occidente liberale delle rivoluzioni è
più che evidente) e che riesce a conservare la sua egemonia anche dopo la
sconfitta della prima guerra, ostacolando e scavando sotto il terreno della
Repubblica di Weimar tramite il racconto del tradimento del cuore tedesco che
porta al nazismo; tutto questo nel secondo dopoguerra viene messo a margine.
Ciò che è interrato in questo
modo è il mito della Germania di mezzo, terra della radice, custode dei valori
fondamentali dell’occidente, oscurati dalle rivoluzioni liberali e traditi
dalle elité anglosassoni (e francesi), il mito della Germania “popolo
metafisico per eccellenza” (Heidegger), destinato a determinare “il dominio
della potenza del [suo] essere”. Il tempo, facendo ad esempio riferimento al
fondamentale Corso del 1934, nel quale alla domanda <<che cosa è
l’Uomo>> la risposta era <<è il “noi” del popolo tedesco, in
opposizione all’”io” del liberalismo>>. Un “noi” tutto iscritto
nell’ordine e nella volontà dello Stato.
Allontanarsi da questa cultura
è, ovviamente, un processo lento, che prende almeno tutti gli anni sessanta e
settanta, ma che oggi pare(va) ormai completamente definito.
Per allontanarsene, si potrebbe
dire per immunizzarsi da esso, il progetto politico europeo prevedeva il
compromesso fondamentale, tra le due grandi potenze egemoni, nel Patto di unire
i propri destini economici (partendo dal commercio del carbone e dell’acciaio,
materie prime strategiche per eccellenza) sotto la supervisione americana e
l’attivo interesse inglese (è rilevante il ruolo di Churchill nell’opera di
convincimento dei ritrosi francesi), non da ultimo con finalità di contenimento
militare e politico nei confronti dell’URSS. Le date le ricordiamo: 1951,
Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio; 1957, Comunità Economica Europea
con il Trattato di Roma; 1986 Atto Unico Europeo; 1993 nascita della UE con il
Trattato di Maastricht; 1999, Trattato di Amsterdam; 1999, nascita dell’Euro.
L’unificazione europea è,
insomma, parte essenziale del progetto del dopoguerra. Di quel grandioso
affresco geopolitico e culturale messo in campo per determinare la fine di
tutte le guerre, dopo il fallimento del rancoroso schema di Versailles (primo
dopoguerra), per passare ad un più generoso schema cooperativo.
In questo schema la Germania
divisa è stata “docile scolaretto” (Beck) per quaranta anni, durante i
quali (soprattutto negli ultimi venti) ha progressivamente interiorizzato le
ragioni dell’altra Europa. Nel fare questo è stato portato avanti il progetto
politico e sociale sicuramente più grandioso del secolo. Quel progetto che
faceva vedere ad un intelligente ed influente analista americano come Parag
Khanna, nel suo I tre imperi (scritto alla vigilia della grande crisi
del 2008), l’Europa come “irradiatore di sicurezza”, nel quadro di un formando
equilibrio tripolare. Un vero e proprio “impero” che “continua ad espandersi,
anno dopo anno, annettendo nuove nazioni, con molte altre ordinatamente in fila
a implorare di essere accolte” (ivi, p.19). Per Khanna l’Unione Europea è,
anzi, “un’istituzione rivoluzionaria che detiene il potenziale per rovesciare
la storica rotazione verso ovest della centralità geopolitica” (quella
“rotazione” che ha visto negli ultimi duecento anni l’egemonia spostarsi
dall’Europa, agli USA, ed ora verso l’Asia). La forma più altamente evoluta di
governance tra Stati, “in un modo che assomiglia più ad una fusione societaria
che non ad una conquista politica”; una fusione “con guadagni netti,
commerciali e territoriali”. Un potenziale di forza che è giudicato maggiore di
quello americano, anche per l’irradiazione degli standard per tecnologia e
regolamenti. Un impero che “anziché dominare educa” (p. 40).
Una rottura è però intervenuta
in questo processo che Khanna guarda con eccessiva indulgenza (ma che ci
piacerebbe fosse tale), anzi l’insieme di due rotture che sono venute alla luce
con la lunga crisi del 2008-13: si tratta di momenti a diversa velocità che,
però, si rafforzano reciprocamente. Da una parte lo sfaldamento del modello
“renano” di welfare (ma anche del modello francese) sotto i colpi della fine
del compromesso di Bretton Woods e della globalizzazione (cioè della
tendenziale eliminazione dei vincoli alla circolazione di capitali e di merci,
ed alla capacità di azione dello Stato nazione, che erano strutturale
componente del felice compromesso) e l’unificazione (anzi, la seconda
unificazione dopo quella di Bismark) della Germania. I due movimenti (databili
rispettivamente al ‘71-73, con lo sganciamento dal dollaro deciso da
Washington, e quindici anni dopo al’89) si intrecciano, e si ampliano come due
onde concentriche in perfetta fase.
Quel che si è visto è che la
pressione della competizione internazionale nei confronti degli Stati nazione,
sposta radicalmente gli equilibri sociali e politici entro di essi (con
il fondamentale indebolimento dei sindacati ed il rafforzamento delle elité
economico finanziarie) e tra di loro (avviando il processo di unificazione
monetaria, in risposta alle gravi turbolenze aperte dalla libertà di
oscillazione nel quadro di una economia ostaggio di sempre più massicci e
rapidi movimenti di capitale). La reazione, negli anni ottanta e novanta
(centrale è il “liberista” Trattato di Maastricht) porta ad accettare il gioco
della liberalizzazione del capitale e dell’imbrigliamento dello Stato che ne
deriva. Ciò nel quadro di un assetto “sovranista” (e non “federalista”) delle
istituzioni europee e della competizione commerciale sempre più aggressiva tra
le potenze europee. Le riforme Delors, prevedono, in altre parole, un
assetto dei poteri che determina la perdita radicale della politica nazionale e
dello scambio politico (nel triangolo sindacato, organizzazioni datoriali e
Stato) in favore di una “virtuosa” centralità dei mercati finanziari e delle
autorità di vigilanza transnazionali, oltre che delle autorità monetarie
politicamente irresponsabili (cfr, Streeck Tempoguadagnato, p.132). L’idea
potrebbe essere garantire la centralità della distribuzione delle risorse via
mercato, anziché via politica. In conseguenze bisogna
necessariamente sopportare una forte ineguaglianza, senza strumenti per
contrastarla, che relega la politica alla semplice funzione di intrattenimento.
In questo contesto trova razionalità anche quella riduzione della
partecipazione facilmente registrabile in tutta Europa (mossa anche,
ovviamente, in tutto il mondo occidentale dall’indebolimento della classe
media, come ci ricorda tra gli altri Revelli in Finale di partito).
Nel 2002 Jean Paul Fitoussi, nel
suo Il dittatore benevolo, aveva già evidenziato le caratteristiche
fondamentali di questo progetto. La costruzione europea ha richiesto abbandoni
di sovranità sostanziali senza l’introduzione di equivalenti a scala
comunitaria. Un vuoto che determina la perdita delle leve di gestione
macroeconomica, affidando il recupero da eventuali shock (puntualmente
presentatosi nel 2008) solo attraverso le variazioni di prezzi e costi (con
connessa disoccupazione). Cioè a spontanei aggiustamenti di mercato. Spontanei
aggiustamenti, è chiaro, al riparo dai rischi della democrazia. “In altre
parole, saremmo in presenza di un despota” (illuminato dalla teoria economica
“giusta”, quella liberale). Nel 2002 Fitoussi prevedeva che “un giorno,
semplicemente a causa dell’aritmetica del Patto di stabilità, i governi saranno
costretti a condurre politiche restrittive durante un periodo di crescita zero,
con la politica monetaria che non potrà diventare ulteriormente espansiva” (p.
22).
La seconda rottura è determinata
dai due eventi connessi dello sfaldamento dell’URSS e dell’unificazione
tedesca. Il primo fa venir meno la necessità geostrategica e militare
dell’imbrigliamento della Germania nell’alleanza europea e Nato. Il secondo
ripristina le condizioni strutturali di equilibrio di forze (anzi, di
squilibrio) che avevano fondato la volontà di potenza “prussiana”. Quella
volontà che fa dire ad Habermas in La rivoluzione in corso, nel 1990,
che nei discorsi sulla unificazione è all’opera una “oscena” esibizione di
muscoli tedeschi. Esibizione che si lega all’orgoglio nei propri successi
economici sul quale i tedeschi avevano fondato la propria autocoscienza a
partire dagli anni sessanta (Mommsen). Habermas, denuncia nel 1990 che
“l’Alleanza per la Germania mostra di aver già dischiuso questo terreno dei
sentimenti fino ad oggi inutilizzato, dove, dall’arroganza di una posizione di
supremazia economica, sbocciano fiori nazionalistici” (p.207). Si presenta
sulla scena un “nuovo nazionalismo economico” che scambia il vecchio volto
marziale con “il gesto da galantuomo di colui che aiuta lo sviluppo in modo
ipocritamente amichevole”. L’alternativa era procedere all’integrazione della
RDT, come Stato, entro l’Unione Europea. Quel che, invece, succede è una brusca
accelerazione dell’unificazione per la quale Kohl si è prestato a non poche
forzature. In quell’anno cruciale il grande filosofo francofortese ricordava
che “se non ci liberiamo dalle diffuse rappresentazioni dello stato nazionale,
se non ci sbarazziamo delle stampelle prepolitiche della nazionalità e delle
comunità di destino, allora non potremo mai proseguire, senza i gravami del
passato, sulla via da lungo tempo intrapresa verso una società multiculturale,
sulla via di uno stato federale regionale ampiamente diversificato, con forti
competenze federative, e soprattutto sulla via di un< super-stato> delle
nazionalità: un’Europa unita” (p.215).
Con molta meno autorità, ma
maggiore franchezza, ed il vantaggio del tempo Paolo Savona, conserva le stesse
preoccupazioni nel suo Lettera agli amici italiani e tedeschi, quando
evoca il Piano Funk (Ministro Nazista ed autore del progetto di ridurre tutte
le economie europee allo stato preindustriale, incorporare le monete nel marco
e lasciare alla sola Germania il ruolo di “paese d’ordine”), gettando le basi
per la disgregazione del sogno europeo. Beck, in Europatedesca, vede il rischio del
crollo dei valori europei di apertura al mondo, libertà e tolleranza. Un
rischio che nasce dal sentimento di orgoglio nazionale e dalla rivendicazione
del ruolo di (severo) maestro, alla Germania ormai unificata; per Beck “non
solo l’Europa diventa tedesca, ma anche la verità diventa tedesca, che è poi la
verità della politica di risparmio” (p. 57). Si tratta, ancora una volta, del
“nocciolo dell’arroganza”. Un atteggiamento che fu sperimentato sulla RDT e ora
viene replicato sui paesi del sud, che hanno bisogno di una rieducazione (disposizione
al risparmio e senso di responsabilità) per imparare a competere nelle
condizioni della globalizzazione.
Certo, in tutto questo quadro,
l’Euro aggrava di molto la dinamica e restringe gli spazi di reazione
possibili, senza fornire equivalenti funzionali adeguati. In questo la forte
critica di un Bagnai, particolarmente efficace nel
denunciare la filosofia “mercantilista” che informa la logica dell’adattamento
tedesco al fatto della globalizzazione. Una logica (ridurre la domanda interna,
per contenere la crescita dei costi di produzione e per questa via competere
per conquistare quote di mercato della domanda estera), intrinsecamente
imperialista e non cooperativa alla quale la Germania pensa sia suo dovere
“rieducare” tutta l’Europa. Non credo sia necessario spendere molte parole per
mostrare che si tratta di una logica miope, non sostenibile anche nel medio
periodo e non esportabile (l’Europa è la prima area economica del mondo e la
seconda potenza industriale, verso chi dovrebbe esportare? Quale mercato
interno colonizzare? Come, considerando che le altre monete sovrane, a partire
dal dollaro, hanno tutta la capacità di azione strategica e di riaggiustamenti
macroeconomici?)
Ma ciò che è in campo è molto
più di un velleitario e datato modello economico, molto più di una ricetta
monetaria fallimentare. Ciò che è in gioco, la posta del momento, non è
principalmente economica, è il destino del nostro progetto comune. Ma è
anche il destino dell’adattamento sociale e politico alle condizioni della
globalizzazione. Fuori della pretesa dei conservatori tedeschi, dei tecnocrati
della Bundesbank e della BCE, dei circoli industriali e dei sindacati
“monopolisti” (O’Connor) ad essi legati, il tema che la crisi del 2008-13 rende
non più rinviabile, non più “comprabile” con denaro (Streeck) è il riassetto della
“società del benessere” nella limitazione della capacità degli stati-nazione
nel mercato transnazionalizzato. Nella estrema difficoltà di attuare strumenti
protezionistici e stimolare la domanda. Nella perdita di senso che consegue
alla espansione della società del rischio.
La discussione è ampia e
serrata, le ipotesi molteplici. Ma certamente tutto resta molto più difficile
se perseguito senza cooperazione, in un clima competitivo nel quale la fiducia
è stata distrutta; nel quale ognuno va per la sua strada. Ci sono intellettuali
come Habermas e Beck (in Potere e
contropotere) che ostinatamente si impegnano al recupero del progetto
cosmopolita di una sovranità sovranazionale. Della ricerca di una identità
superiore e di più evoluti livelli di solidarietà. Questa questione resta
aperta ed è messa a rischio dal nazionalismo tedesco.
Ma è in campo anche la risposta
tecnica alla sfida che la crisi del 2008 pone all’assetto del capitalismo
occidentale, qui sarebbero da ricordare il lavoro di economisti come Spence, Rodrik, Stiglitz, Krugman. Lo faremo a suo tempo.
La domanda implicata nella crisi
dell’euro è, insomma, <<chi vogliamo essere?>>.
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