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lunedì 29 luglio 2013

Dani Rodrik, La globalizzazione intelligente.

Nel 2011 Dani Rodrik, eminente docente di economia politica internazionale ad Harvard, ha scritto un libro sulla globalizzazione, “The globalization paradox. Democracy and the father of the world economy”, la cui traduzione italiana recita: La globalizzazione intelligente (Laterza, 2011). Nel testo viene mostrato come la Globalizzazione (cioè l’ondata di interconnessione dei mercati partita negli anni ottanta del secolo scorso) post Bretton Woods ha, in effetti, aperto una frattura, una “zona morta” nella quale si muovono forze immense, attirate dalla libertà che possono godere in essa. Libertà dalle regolazioni imposte dagli Stati nazionali. In effetti si tratta di un’essenziale mutazione, ma non si tratta di un fatto di natura: piuttosto un’astuzia intenzionale ed esplicitamente ricercata. Tra gli Stati Nazione occidentali (a maggiore densità di capitale e più consolidato assetto regolatorio) ed i “mercati” (includendo quello finanziario, per molti versi trainante) si apre un varco nel quale la mano dei primi non arriva.



Non c’è dubbio che l’enorme crescita degli scambi commerciali e delle transazioni finanziarie abbia, nel tempo, portato vantaggi significativi ai paesi industrializzati (ma, come vedremo, non a tutti) ed a molti lavoratori in Cina ed in India o Brasile, ma comincia da tempo ad emergere anche l’altra faccia della medaglia. I mercati restano troppo debolmente integrati e manca un’autorità antitrust internazionale, un credibile e adeguato fornitore di ultima istanza di stabilità (il FMI non ha sufficienti risorse), un’autorità di controllo e di sicurezza globale (l’ONU è spesso paralizzato dalla sua complessa governance e carente di risorse), e manca infine una forma di rappresentanza dei popoli (anziché delle nazioni).
Torneremo più tardi sull’ultima e più problematica mancanza, per ora si può sottolineare come questa mancanza di regolazione porti ad instabilità, inefficienza e scarsa legittimità. Questa è, in effetti, la tesi centrale di Rodrik.

Le conseguenze di questi squilibri, e della conseguente inefficienza nell’allocazione delle risorse e dei fattori di produzione non gestiti (ad esempio evidenziata fragorosamente dal fallimento della disoccupazione e della sottoccupazione), è l’abbandono dei più deboli, la  crisi fiscale che riduce drasticamente gli spazi di manovra e la disponibilità di risorse mobilitabili, la perdita di coesione sociale e lo “spettro dell’inutilità” (Sennett) a livello individuale, l’incapacità di garantire le prestazioni assicurative del governo (ci torneremo).

Il programma di liberalizzazione dell’economia (le riforme di prima generazione negli anni ottanta e novanta), portò alcune importanti conseguenze: furono aboliti i controlli sui mercati dei capitali internazionali ed esercitate (soprattutto dal FMI) forti pressioni per indurre le nazioni in via di sviluppo ad aprire i loro mercati sia al commercio internazionale sia agli investimenti (quel che una volta veniva chiamato “denaro caldo”); molte lo fecero, la Cina e l’India no. Esse continuarono invece ad operare nel sistema globale più aperto applicando internamente la ricetta di Bretton Woods, “invece di aprirsi incondizionatamente al commercio e alla finanza internazionale, tali paesi perseguivano strategie eterogenee, e si avvalevano inoltre di una consistente dose di interventi dello Stato al fine di diversificare le loro economie”.

Per capire meglio quest’ultimo punto apriamo una finestra e guardiamo più da vicino il caso Cinese; ci si può riferire al testo di Prem Shankar Jha, Quando la tigre incontra il Dragone, che critica l’assunzione della Banca mondiale secondo cui lo spazio lasciato libero dal ritiro dello Stato in Cina (secondo la dottrina del <<guadare il fiume tastando prima le pietre>>) “sia stato riempito, senza scosse, dall’impresa privata. [e che] l’impresa privata sia invariabilmente più efficiente dello Stato” (Jha, p. 63).

In realtà le riforme in Cina iniziano nel 1978 ed il PIL cinese raggiunge già nel 1981 la crescita annua dell’11%, quando la soppressione della pianificazione e del controllo sui prezzi “era appena cominciato, e i mercati erano ancora nel loro stato iniziale. L’industria privata non esisteva e veniva scoraggiata”; la privatizzazione proseguì, ma a passo di lumaca fino al 1997. Ancora nel 2006 le imprese private nuove (non privatizzazioni di imprese di Stato) rappresentavano solo il 20% della produzione industriale, mentre il 30% veniva da imprese con capitali esteri (emanazioni di multinazionali). Dunque in Cina, a quella data, la metà dell’economia produttiva era ancora in mano allo Stato, direttamente o indirettamente. Per leggere l’indiscutibile e clamoroso sviluppo della Cina bisogna, allora, guardare un quadro più complesso, nel quale gioca un ruolo molto rilevante la competizione tra i quadri del partito del governo centrale e quelli dei cinque livelli di governo locale in competizione. Sono in definitiva le riforme condotte tra il 1981 ed il 1983 (che devolvono a livello locale molti investimenti, la possibilità di accendere mutui dalle banche pubbliche –tutte- e quella di riscuotere tasse) che hanno attivato questa competizione. Dunque risponde ad una parte della verità dire che la Cina ha resistito al Washington Consensus, ed alla sua credenza nella possibilità di introdurre un’economia di mercato (di stampo anglossassone), dove non c’è, con una sola (o due) tornate di riforme radicali. 
Al contrario della Russia (e dell’Argentina) la Cina ha tenuto invece fermo il controllo dello Stato, ma ha comunque favorito la crescita, tramite elevatissimi investimenti decentrati (ancora oggi sono ca. la metà del PIL, come ci ricorda Krugman). Attivati non da privati (almeno all’inizio) ma dalle articolazioni locali dello Stato, e finanziate dalle banche pubbliche. “L’energia imprenditoriale che sta alimentando questa crescita non trae origine dalla privatizzazione, sostanziale o formale che sia, bensì dal suo esatto opposto, ossia dall’assoluta libertà d’azione concessa alle aziende statali” (Jha, p.91). Si tratta di un’energia colossale, ma altamente inefficiente, a causa della mancanza di entrambe le istanze di razionalizzazione possibili (nessuna pianificazione pubblica in assenza di controllo indiretto sugli investimenti, generato dal mercato). Solo da pochi anni (es. il caso Sunteck) grandi aziende sono state lasciate fallire dal sistema bancario controllato dal partito. Le conseguenze sono quelle tipiche delle bolle: ridondanza produttiva e duplicazioni, espansioni edili non utilizzate o sottoutilizzate (in percentuali che vanno dal 80% per il primo e 70% per il secondo indicatore). 
Dagli anni novanta al 2001 c’è stato, in effetti, all’opera un tentativo del governo centrale di riportare sotto controllo l’economia locale (cioè il partito locale), anche consentendo banche private; solo due anni dopo, però, le spese autorizzate dai governi locali crebbero di nuovo del 43% (a fronte di una diminuzione dell’8% degli investimenti centrali); in risposta le riserve bancarie obbligatorie furono portate fino al 10%; senza successo perché nel 2007 il credito bancario aumentò ancora del 37%. Al di là dell’incertezza sulla qualità dei dati (“all economic data are best viewed as a peculiarly boring genre of science fiction, but Chinese data are even more fictional than most”, come dice Krugman) sembra comunque che il modello di business cinese stia raggiungendo i suoi limiti. O come ha scritto recentemente Krugman sul suo blog, “stia per colpire la muraglia”. Gli investimenti rispetto al PIL (ormai simile a quello giapponese) sono ancora sovradimensionati ca al 50%. Ciò significa che i consumi restano sottodimensionati (in Usa sono il 70% del PIL) e che gli investimenti, che fino ad ora erano riusciti a sfuggire alla trappola dei “rendimenti decrescenti” a causa -per Krugman- dell’enorme forza lavoro disponibile nelle campagne (che, però, sta finendo), iniziano a rendere di meno. In conseguenza stanno salendo i salari e diventa sempre più insostenibile la politica di denaro a basso costo e denaro sottovalutato. Ciò accade mentre il resto del mondo è in cerca di un nuovo equilibrio.

Se, comunque, la Cina non è il campione del liberismo o il disciplinato scolaro che ha tratto beneficio dai movimenti di capitale e liberalizzazione dei mercati (ne ha tratto beneficio, ma comportandosi da “free rider”, non seguendo la ricetta), chi lo è? Il testo di Rodrik si concentra sull’Argentina al tempo delle riforme Cavallo (Primo Ministro e Ministro dell’Economia di Menem) dal 1991 in poi.  Qui troviamo un’applicazione letterale del Washington Consensus (Domingo Cavallo aveva un Phd ad Harvard) che parte dalla convertibilità al dollaro (legarsi ad una moneta estera, come hanno fatto i paesi europei con l’euro) per impedirsi di avere facili vie di uscita, politicamente più semplici delle riforme. La politica di Cavallo prosegue con una forte accelerazione dei processi di privatizzazione, deregolamentazione e apertura. 
L’idea era che “gli investitori, se la politica era pilotata in modo automatico [dai mercati interni ed internazionali] avrebbero temuto di meno la possibilità di subire gli effetti negativi di eventuali cambiamenti delle regole” (Rodrik, p. 207), timore che, secondo l’analisi condivisa aveva frenato l’economia argentina sino ad allora. Cavallo, insomma, considerava la globalizzazione “nello stesso tempo una briglia e un motore per l’economia dell’Argentina”. 
Andò tutto bene sino allo shock della crisi asiatica. Una improvvisa rivalutazione dei rischi di investimento nei paesi emergenti (su questo si può vedere anche l’analisi di Stiglitz), insieme alla accresciuta concorrenza del Brasile che svalutò del 40% il “real”, portò ad un deflusso degli investimenti insostenibile. Nel 2001 Cavallo varò un piano “deficit zero”, tagliando emolumenti alle pensioni fino al 13%, restrizioni ai prelievi di denaro, quindi -al precipitare della crisi- fece seguire il congelamento dei conti correnti, il default dei debiti con l’estero, il controlli sui capitali e la svalutazione del “peso”. In pratica il tentativo di Cavallo, allo stringersi della crisi, fu di onorare fino all’ultimo centesimo gli obblighi contratti con i creditori esteri, trovando le risorse dai “contratti” stipulati con tutte le categorie nazionali (dipendenti pubblici, pensionati, autorità provinciali, correntisti bancari). Un tentativo cui il popolo argentino si oppose in modo risoluto e vincente.

Come è potuto succedere che la politica consigliata ad un paese relativamente debole come l’Argentina fosse sostanzialmente la totale dipendenza dal capitale finanziario estero, insieme alla rinuncia a praticamente tutte le possibili leve di politica macroeconomica? 
La ragione è la prevalenza, a partire dagli anni ottanta di una nuova dottrina forte nel campo delle politiche di sviluppo. Mentre esperti come Arthur Lewis, Raul Prebisch, Paul Rosenstein-Rodan e Albert Hirschman, consideravano necessaria una protezione delle industrie locali ed un ruolo del governo in tale direzione (memori della lezione dell’era dell’imperialismo, quando le economie cinese ed indiana, tra le altre, erano state distrutte dall’apertura alle merci europee favorita dalle cannoniere), la nuova generazione considerò lo Stato alla stregua del principale ostacolo allo sviluppo. Il ragionamento, nella versione iniziale di John Williamson, era che deregolamentazione, liberalizzazione commerciale, privatizzazione, stabilità monetaria e disciplina fiscale, se introdotte insieme, avrebbero liberato le energie del paese ed attratto gli investimenti necessari a promuovere lo sviluppo. Con il successivo potenziamento della globalizzazione finanziaria la ricetta diventò completa: stabilizzare, liberalizzare e privatizzare. Riveste importanza, in questo processo di consolidamento ideologico, l’articolo di Sachs del 1995, nel quale i paesi vengono divisi secondo abbiano un’economia <<aperta>> o <<chiusa>>. Secondo la ricostruzione proposta i primi crescevano 2,4 volte più velocemente dei secondi. Peccato che nei primi ci fossero Corea del Sud, Taiwan, Indonesia che avevano a lungo protetto con cura i propri “campioni nazionali” (e lo fanno ancora). Il Washington Consensus  comunque a quel punto si era formato e qualsiasi obiezione cadde nel vuoto.

Purtroppo il risultato delle prime applicazioni fu abbastanza deludente (come abbiamo visto la Cina non è da ascrivere alla dottrina del “Consensus”), cosa che fu, però, attribuita ad una insufficiente applicazione (è, in effetti, una “mossa” ricorrente). Dunque la seconda generazione vede la richiesta di riforme istituzionali più profonde, una relazione del FMI del 2005 consiglia riforme su vasta scala nella pubblica amministrazione, più flessibilità della manodopera, e più apertura al commercio internazionale. Quindi indipendenza delle banche centrali (in modo da non essere più uno strumento politico democraticamente influenzabile e dunque passibile di non rispondere ai “mercati”) e modifiche dei diritti di proprietà, autorità di vigilanza indipendenti e via dicendo. Istituti di stampo anglosassone che, anche dove utili, hanno richiesto secoli per essere implementati.

Lo scopo era di costringere gli Stati ad indossare la <<camicia di forza dorata>> di Tom Friedman, quello strano indumento, imposto dal “branco dell’elettronica” (esperti di finanza e speculatori globali) che “fa crescere l’economia e ritirare la politica”.

Abbiamo già incontrato questo argomento al cuore dell’interessante testo di Bini Smaghi sull’euro (Morire di austerità. Democrazie europee con le spalle al muro) che riconduce la crisi del 2008, nello stato di fine 2012, alla insufficiente integrazione nel nuovo contesto globale. “La conferma è dall’analisi del percorso dei diversi paesi, quelli <<aperti>> e con investimenti in ricerca ed infrastrutture hanno superato meglio la crisi di quelli basati sulla domanda interna” (Smaghi, p. 15). La soluzione passa per più liberalismo, più Washington Consensus, meno domanda interna (cioè minore parte del surplus economico prodotto dal paese speso in consumi interni) e più competizione per acquisire quote di export. Obiettivo che si ottiene con il “vincolo esterno” e la contrazione della politica democratica (cioè l’ampliamento di aree indipendenti dalla politica democratica, come è noto influenzata dagli interessi interni a breve termine). L’idea di Bini Smaghi sembra essere che, nelle condizioni contemporanee, la sovranità sia condivisa tra "popoli" e “mercati”, più precisamente sia dei popoli solo fino a che non hanno bisogno dei mercati (ad esempio per eccesso di indebitamento). A quel punto subentra una nuova sovranità, quella del creditore, che sopravanza quella democratica e la limita dall’esterno. Purtroppo, come ricorda Bini Smaghi, “i mercati finanziari si comportano spesso in modo pro ciclico, sottostimando i rischi quando le condizioni di mercato sono favorevoli e sovrastimandoli quando prevale la paura o l’instabilità” (Smaghi, p.174). Lo abbiamo visto con l’Argentina (e tante altre volte, nella crisi asiatica del 2001, oltre che in questi anni). Ma questo costringe ad attuare misure di contrazione, per recuperare le risorse necessarie ad onorare i debiti con i “mercati” e rassicurarli, in una fase di stagnazione (o recessione). Cioè di ottenere un “avanzo primario” (spendere meno di quel che si incassa dalla tasse) a danno del mercato interno (che si dissangua, per così dire) per assenza di alternative. Il risultato normalmente è la crescita della disoccupazione e lo spreco di capacità produttiva (fabbriche ferme, infrastrutture inutilizzate, lavoratori a casa a pesare sul welfare).

La prassi economica vede nell’espansione monetaria (cioè nell’acquisto di titoli di Stato, con i quali promuovere politiche espansive, da parte della Banca Centrale) una possibile soluzione a breve termine che, nel medio, può provocare inflazione (ma non in condizioni di stragflazione) e quindi diluire ulteriormente i debiti (l’inflazione è una tassa sui creditori), ostacolandone il rimborso (dal punto di vista dei creditori, facilitandolo da quello dei debitori). 
Questa soluzione è rifiutata esplicitamente dal “consensus”, che gli oppone l’indipendenza (dalla politica) delle Banche Centrali. Bini Smaghi riafferma il punto nelle conclusioni, “è in corso una pericolosa deriva, in paesi come gli Stati Uniti o il Giappone, per cercare di riportare la Banca Centrale sotto l’influenza del governo, che viene giustificata come un nuovo paradigma della politica monetaria a cui dovrebbero essere affidati nuovi compiti.” (Smaghi, p.186). I “nuovi compiti” non sarebbero altro che i vecchi del compromesso di Bretton Woods (piena occupazione insieme a stabilità). L’accusa è di una “politica economica eccessivamente di breve periodo”.

Facciamo un passo indietro: cosa rende così attraente l’idea di aprire il mercato alla competizione ed allo scambio? E’ l’antica idea dei “vantaggi comparati” la cui prima formulazione viene ricondotta da Rodrik a Henry Martyn nel 1701. L’economista e politico inglese sostenne la Compagnia delle Indie Orientali che aveva iniziato ad importare prodotti tessili a basso prezzo, mandando ovviamente fuori mercato l’industria della lana inglese. A chi proponeva che le importazioni si limitassero alle materie prime non lavorate, in modo da far lavorare l’industria locale, Martyn oppose l’argomento nel suo Considerazioni sul commercio nell’India orientale, che il commercio internazionale assomiglia al progresso tecnologico: come una segheria fa con due persone il lavoro di trenta segatori, o una chiatta, l’importazione consente di ottenere lo stesso risultato con meno impegno di risorse (che possono essere impiegate in altro, magari da scambiare con il prodotto importato). Un argomento che dà però per scontato che le risorse liberate saranno utilizzate. Il tema sarà perfezionato, oltre un secolo dopo, da David Ricardo, con l’esempio dello scambio tra vestiti e vini dell’Inghilterra con il Portogallo. Quelli che contano sono i vantaggi comparati. Purtroppo le cose –anche nella versione di Ricardo- non sono così semplici: guardando la cosa dal punto di vista della società, infatti, compaiono talvolta dei costi “sociali” non correttamente rappresentati nello scambio privato. Un esempio è dato dai danni ambientali della produzione (o del trasporto), un esempio di segno opposto è il guadagno di conoscenza o di trasferimento tecnologico. Un altro è il costo sociale della disoccupazione (transitoria o di lungo periodo). Ma anche il costo di una ricollocazione ad un livello inferiore di reddito o di posizione. La teoria dice che “poiché la ristrutturazione economica genera vantaggi a livello di efficienza, e i settori che beneficiano dei vantaggi comparati si espanderanno mentre gli altri subiranno una contrazione, la ridistribuzione è spesso necessariamente al servizio dei profitti che si ottengono dal commercio” (Rodrik, p.63).
In realtà anche in questo caso le cose non stanno esattamente così, o meglio non ci sono enormi vantaggi con modici impatti distribuzionali (da compensare). Rodrik afferma che in un sistema economico come gli USA con tariffe doganali del 5%, la liberalizzazione completa genererebbe 50 dollari di spostamento di reddito tra gruppi differenti per ogni dollaro di maggiore efficienza ricavata. Se la riduzione delle tariffe fosse dal 40% al 0 comunque il fattore sarebbe 6. “E’ come dare 51 dollari ad Adam, solo per lasciare David più povero di 50 dollari” (p.64). Se questo si accompagna a produzioni gravemente problematiche (sfruttamento di bambini, impatti ambientali, rischi sanitari o chimici) nei paesi di importazione si comprenderà che sarebbe materia da discutere. Insomma alla domanda “è utile maggiore commercio?” La risposta dovrebbe essere “dipende”.
La questione è che il commercio ha sempre conseguenze sociali, come ricorda Rodrik “uno scambio redditizio tra un acquirente ed un venditore è auspicabile per la società considerata nel suo insieme unicamente quando i prezzi rispecchiano interamente i costi sociali (opportunità) inclusi nello scambio” (Rodrik, p. 125). Una delle cose dalle quali dipende è se si possono tassare i vincenti (Adam) per risarcire i perdenti (David) fino a che il sistema ritroverà equilibrio. Cosa chiaramente più ardua se il vincente è un'impresa multinazionale con sede alle Caiman.

Negli ultimi anni, comunque, il “consenso” intorno alla ricetta dell’iperglobalizzazione ha iniziato ad essere meno assoluto anche a causa di queste considerazioni. Si ha un bell’inneggiare alla “distruzione creatrice” ma normalmente solo fino a che i “distrutti” non sono troppi. Un esempio è il Progetto Millennium delle Nazioni Unite sotto la guida di Jeffrey Sachs, che punta su investimenti pubblici in vasta scala in alcuni settori mirati. Il programma fu approvato nel 2000 con obiettivo 2015. In esso l’approccio diventa più cooperativo, le cause della crisi sono indicate nella pressione dell’uomo sull’ambiente, nella crescita demografica, nella trappola della povertà per 1/6 della popolazione mondiale, nelle carenze di istitutional building. Per Sachs, “questi problemi non si risolveranno da soli. In un mondo in cui le forze del mercato sono lasciate completamente libere di agire e gli Stati Nazionali sono in competizione fra loro, non esistono meccanismi automatici di aggiustamento che leniscano problemi così gravi ed in via di progressivo aggravamento” (Jeffrey Sachs, Il bene comune, Mondadori, 2010, p.8). La soluzione deve passare per una maggiore cooperazione in tutte le direzioni contemporaneamente. Il paradosso che viene posto sotto accusa è quello di “un’economia globale sempre più unificata e una società globale sempre più divisa” (Sachs, p.10). Il testo, che esula sostanzialmente dal tema di questo testo, spende le sue ultime pagine per riaffermare l’utilità dei sistemi di assicurazione sociale rappresentati dai sistemi di welfare ed a confutare l’idea che riducano la crescita (i dati mostrano l’opposto). Un’altra alternativa è il Microcredito portato avanti da Yunus e da Hernando de Soto.

Questa oscillazione delle opinioni sulla globalizzazione non è una cosa nuova. La prima ondata di globalizzazione può essere datata al secolo tra il 1800 ed il 1914. Durante questo lungo periodo nuove tecnologie di trasporto (navi a vapore, linee ferrate, canali) e di comunicazione (telegrafo) misero in contatto le aree di produzione (ad esempio di cibo) del nuovo mondo con la vecchia Europa. Le conseguenze furono enormi, ad esempio emerse un vero e proprio sistema alimentare internazionale che collegò Australia, Argentina e USA all’affamata Europa in preda di continue crisi maltusiane. Nel 1900, verso la fine del periodo in Inghilterra la metà delle calorie erano ormai importate (come ci ricorda Paul Roberts in La fine del cibo). Dagli anni ottanta del 1800 in poi fu anche adottato il Golden Standard (un sistema internazionale di ancoraggio diretto all’oro, per il quale ogni squilibrio di bilancia dei pagamenti andava riequilibrato cedendo oro tra nazioni) che garantì la stabilità delle monete e dunque l’affidabilità dei contratti internazionali. Ma Rodrik ci ricorda anche che la prima globalizzazione poggiava su altre due istituzioni: il lassaire faire, e le cannoniere. L’ideologia dell’imperialismo, ed il mercantilismo che ne era la versione economica. Il primo ebbe andamenti notevolmente combattuti in funzione delle resistenze consolidate che via via incontrò e delle crisi (tra cui quella del 1870) derivante dall’afflusso di cereali dal nuovo mondo che mise gli agricoltori inglesi (che per tutto il secolo precedente, data la scarsità relativa dei loro prodotti, avevano goduto di prezzi molto alti) in gravi difficoltà. Nella Germania di Bismarck, nella Francia, ovunque le tariffe doganali salirono al 20% ca. La seconda non trovò a lungo ostacoli. Si può ricordare il comportamento della Compagnia delle Indie (e successivamente della Corona inglese), quello in Cina, o in Turchia. La combinazione che sostiene la prima globalizzazione è, insomma basata sul libero scambio (anche forzato), politiche interne e sistemi di pensiero.

La crisi arriva nel primo dopoguerra, quando l’inflazione prodotta dalla guerra ha prodotto ormai una tale divaricazione tra le monete da rendere troppo costoso il riallineamento sui vecchi valori. In Inghilterra i prezzi erano triplicati (e poi si erano ridotti ma non abbastanza), insieme agli altri fattori macroeconomici questo portò il breve tentativo di tenere lo Standard a livelli così insostenibili da far raddoppiare la disoccupazione (al 20%). Tra il ‘31 ed il ‘33 il Golden Standard fu abbandonato.
Dopo una breve fase protezionista tra le due guerre, nel secondo dopoguerra fu inaugurato un compromesso più temperato: gli accordi di Bretton Woods. Si è trattato di un sistema equilibrato con: una liberalizzazione parziale dei commerci (con ampie aree non liberalizzate), ampia libertà alle singole nazioni a regolare il proprio mercato interno, forti limitazioni alla finanza (che, come è noto Keynes considerava con molta prudenza). Nell’ambito di questo schema di cooperazione internazionale potevano convivere senza eccessive frizioni il modello “tedesco” di economia di mercato sociale, quello “scandinavo”, con uno stato sociale molto esteso, quello “francese” con la forte programmazione, quello americano e inglese, quello giapponese (protezione interna insieme a settore di esportazione molto competitivo ed aiutato). I negoziati sul commercio si svolgevano nell’ufficio di Ginevra del GATT, ed erano improntati allo sforzo di promuovere un commercio giudicato accettabile dagli Stati. La debolezza era la parità indiretta con l’oro (35 dollari per oncia) garantita dalla moneta americana. 
Nel 1971 l’operazione fallì quando Nixon scelse di introdurre una tassa del 10% sulle importazioni, per frenare l’insostenibile sbilanciamento che derivava dalla bilancia commerciale USA entrata in deficit. Dopo alcuni infruttuosi tentativi si passò alla fluttuazione libera delle valute.

Molto gradualmente si è quindi passato al mondo attuale, nel quale lo spazio di manovra degli Stati è drasticamente limitato e sacrificato dai flussi di merci e capitale in grado di “scavalcarli” sistematicamente. La cosa fu graduale, nella prima fase si confrontarono le posizioni europea e giapponese, da una parte, ed americana e inglese, dall’altra; con i primi ad auspicare la stabilizzazione dei mercati delle valute estere con uno schema più cooperativo e gli americani (spinti dagli interessi di Wall Street e della City) ad opporsi. Lo spostamento della Francia di Mitterrand, dopo il 1981, sulle posizioni di liberalizzazione (dopo il tentativo fallito di controllare i capitali), e l’azione di Delors dopo il 1985 contribuì all'eliminazione di tutti i controlli sui flussi di capitali. Il Trattato di Maastricht ha infine formalizzato la cosa. Il contributo dell’OCSE e del FMI (dopo il 1997) contribuì a completare la trasformazione. 

Come ci ricorda Rodrik, “quella che una volta costituiva un’eresia e successivamente era diventata ortodossia, ancora una volta tornava ad essere eresia” (Rodrik, p. 117).

Dieci anni dopo si sono viste le conseguenze: il volume giornaliero delle transazioni valutarie estere era arrivato a 3.200 miliardi di dollari, “la finanza aveva travolto l’economia reale”.

La conclusione che propone Dodrik è netta, “la globalizzazione finanziaria ha disatteso le nostre attese. I paesi che hanno aperto le loro economie ai mercati dei capitali internazioni si sono trovati a far fronte a rischi maggiori senza ottenere alcun vantaggio compensativo nella forma di livelli di crescita più elevati” (Rodrik, p. 124), infatti quelli che hanno tratto giovamento, come Cina ed India, è perché non hanno liberalizzato la finanza ed hanno guidato ed aiutato l’economia interna. La crescita degli anni 1950-73 è stata del 3% annuo su base procapite, che fa il triplo della crescita fino agli anni trenta e il doppio di quella dalla fine degli anni settanta.

Il motivo di questo fallimento è determinato da quello che Rodrik chiama il “trilemma”: dato che periodicamente la finanza globalizzata ritira la propria fiducia e pretende la più inflessibile restituzione (fino all’ultimo cent) degli investimenti, e questo avviene sempre durante una fase di recessione o stagnazione (che diventa dunque recessione). E dato che in condizioni di accesso alle decisioni di coloro i quali sono colpiti dalle conseguenze, questa inflessibilità è difficile da mantenere, la prima scelta è tra democrazia nazionale e globalizzazione finanziaria, non si possono avere entrambe.

Nelle parole di Rodrik (p. 224), non si possono avere contemporaneamente democrazia nazionale, Stato nazionale indipendente e iperglobalizzazione. Tra queste tre bisogna sceglierne due.

Se si vuole l’iperglobalizzazione bisogna scegliere tra lo Stato Nazionale e la Democrazia. E’ possibile conservare un ruolo alla democrazia solo in forme di governance statuale allo stesso livello della sfida: globale. E’, altrimenti, possibile conservare un ruolo allo Stato Nazionale, solo se rinuncia a far esprimere il popolo sulle questioni economiche (distributive) quando vanno in conflitto con i “mercati internazionali”. 
Se si vuole Stato nazionale e democrazia, bisogna frenare la iperglobalizzazione (compromesso di Bretton Woods).

In altre parole bisogna scegliere tra: 

  • la “camicia dorata” (iperglobalizzazione + Stato nazionale non democratico); 
  • la governance globale (iperglobalizzazione “domesticata” + Stato democratico mondiale); 
  • il compromesso di Bretton Woods (Stato nazionale + politica democratica).



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