Lo sviluppo del ragionamento che il nobel americano ci sottopone inquadra la crisi in una causa scatenante (il crescere dei debiti privati), alcuni meccanismi specifici legati ad essi (denaro facile, prestiti predatori, incentivi distorsivi, esternalità, crescita dell’ineguaglianza e debolezza della domanda aggregata mondiale), l’evento di un “crac” secondo il classico meccanismo modellizzato da Minsky. Ma tutte cose che si muovono su un quadro profondo di cambiamenti strutturali di più lungo periodo.
Certo Stiglitz avvisa subito che cercare la causa prima “è come sbucciare una cipolla”, ogni risposta rinvia ad un nuovo strato. Con questa avvertenza si può comunque concordare che la prima buccia è una violenta crisi facilmente prevedibile, che descrive così: “un mercato deregolato inondato di liquidità e con tassi di interesse bassi, una bolla immobiliare globale e l’aumento sconsiderato della concessione di mutui subprime costituivano una combinazione tossica. Se a questa aggiungiamo il disavanzo fiscale e commerciale degli Stati Uniti e il corrispondente accumulo di ingenti riserve in dollari da parte della Cina –insomma un’economia globale in pieno squilibrio- era chiaro che le cose stavano andando malissimo” (S. p.3).
Il meccanismo base era, quindi, il risultato della volontà di continuare a consumare anche se il reddito era stagnante da anni (nella maggior parte della popolazione), ovviamente prendendo in prestito i soldi. Da chi? In un certo senso dai patrimoni immobiliari, che a loro volta progressivamente si gonfiavano per effetto della crescita della domanda. I prelievi di liquidità su garanzia ipotecaria erano arrivati alla fine al punto da valere il 7% del PIL degli USA (975 miliardi di dollari) e contribuire a legare al settore immobiliare dai 2/3 ai ¾ dell’economia americana. Si tratta di attività come comprare casa, arredarla, contrarre prestiti, rifinanziarli per aumentare i consumi, etc…
Giunti a questo punto tutti gli attori erano in scena, e –puntuale- si è presentato il cameriere con il conto. E’ successo quando inevitabilmente l’offerta di nuove case e terreni edificatori, lottizzazioni, etc… ha superato la domanda ormai esausta (a causa anche di fattori congiunturali, come il riscaldamento dell’economia, e delle materie prime –in particolare del petrolio - con conseguente piccola risalita dei tassi), e sempre più lotti sono andati senza compratore o con “sconti”. Ad un certo punto (era almeno da tutto il 2007 che aumentavano le sofferenze, i pignoramenti e scricchiolavano qua e là i prezzi) si è visto che i prezzi iniziavano a calare. Questo ha mandato allo scoperto gli investimenti (il cui valore scendeva, cioè, sotto il livello del debito) ed ha attivato il meccanismo del “momento Minsky”. Un verticale, autoalimentato, crescente per velocità e magnitudo, crollo della fiducia e quindi dei mercati.
Era alfine arrivato, insieme a quello della “bolla immobiliare”, anche il conto della “bolla tecnologica” del 2000-2002. Quel verticale crollo dei valori nelle aziende informatiche e tecnologiche (dopo un entusiasmante periodo di euforia nel quale qualunque cosa avesse la desinenza .dot, .com sembrava essere d’oro), che gli ha visto perdere in due anni il 78% del valore. Nel 2001 l’America era, infatti, entrata in recessione a causa di questa crisi che poteva sembrare localizzata, ma in realtà colpiva il settore nel quale si erano concentrati gli investimenti negli anni novanta. George W. Bush coglie allora l’occasione della crisi per portarsi avanti con il programma e ridurre le tasse ai ceti più alti, mentre Greenspan inonda il mercato di liquidità. La seconda azione (non la prima, secondo Stiglitz) ottengono l’effetto di avviare una “bolla” sostitutiva: il mercato immobiliare. Purtroppo il denaro facile è anche andato a gonfiare altre “bolle”, quella del petrolio e delle altre materie prime (incluso il cibo), che lavoravano in senso contrario: mentre la bolla immobiliare aumentava il reddito disponibile, e dunque la domanda interna ed i consumi, le altre sottraevano risorse ai consumatori portandole all’estero. Inoltre Bush decide nel 2003 di invadere l’Iraq, ottenendo due effetti diretti: enorme incremento delle spese militari ed esplosione del prezzo del greggio. Nel luglio 2008 il prezzo del greggio è ormai a 137 dollari al barile. Gli americani spendevano quindi oltre 500 miliardi di dollari su base annuale (1,4 al giorno) per comprare petrolio (cinque volte la spesa normale). Come detto si tratta di risorse integralmente sottratte alla domanda interna e dunque ai redditi degli americani.
La soluzione a questi dilemmi? Allargare la base inondando il mercato di “prestiti predatori”; complessi contratti del tutto asimmetrici, apparentemente economici (all’inizio) e in realtà costosissimi di commissioni e densi di rischi a direzione unica. Prestiti erogati a persone che non guadagnavano abbastanza (a volte nulla del tutto) e non erano in grado di capirli. Pensati specificatamente per spoliare i poveri (come in altri contesti hanno fatto banche senza scrupoli con il microcredito).
Perché farlo, quando dovrebbe essere evidente a tutti (e lo è) che non può durare? Perché gli schemi di remunerazione di dirigenti e trader (fino al funzionario di banca ed al procuratore finanziario) sono disegnati secondo il modello “prendi i soldi e scappa”. E quelli dei politici sulle prossime elezioni. I conti si fanno ogni tre mesi (oppure ogni quattro anni) e gli stessi azionisti sono dello stesso genere: “compra e vendi”. Dunque sono interessati solo ad aumentare il valore azionario, non ai dividendi a lungo termine. Si tratta di incentivi distorsivi che hanno letteralmente modificato il paesaggio, spazzando via ogni prudenza ed accorciando lo sguardo. In questo contesto le istituzioni (che dovrebbero essere disegnate per avere uno sguardo più lungo e largo) hanno fallito, paralizzate dalla logica della deregolazione e dalla errata convinzione che il mercato di autoequilibrasse sempre.Molti hanno comunque previsto che l’economia così disegnata non poteva durare. Stiglitz elenca Roubini, Soros, Roach, Shiller, Wescott. Tutti economisti Keynesiani, convinti che i mercati non si correggano da soli. Il problema principale che tutti vedevano era la debolezza della domanda aggregata mondiale in assenza della bolla. Ciò avveniva per lo spostamento di significativa parte della ricchezza da chi l’avrebbe spesa a chi “non ne aveva invece l’intenzione” (S. p. 27). La stessa cosa avveniva, a livello globale, per l’eccessiva crescita delle riserve (accantonamenti per momenti difficili), la cosa è avvenuta nei cosiddetti “paesi del terzo mondo”, ed è una reazione classica e razionale alla insufficienza di meccanismi assicurativi, o all’eccessivo costo di quelli esistenti. In particolare, la grande volatilità (testimoniata negli anni zero dalle crisi in successione dell’Indonesia, degli altri paesi del far east, del Brasile, Messico ed Argentina) e le politiche evidentemente punitive del “Washington Consensus” portate dal FMI, inducevano i paesi a dotarsi di riserve sufficienti per fare da soli. Stessa cosa facevano i paesi con materie prime (dato che l’oscillazione di prezzo delle stesse era stata altissima negli anni e più volte, scendendo aveva messo in ginocchio intere regioni). Infine lo facevano per mantenere bassa la loro moneta (comprare valuta estera abbassa la propria).
Ma più in fondo, tutti questi movimenti si sono sviluppati su una corrente poco visibile ma potente: come la grande depressione del 29, che è stata figlia della rivoluzione tecnologica dell’agricoltura (con l’invenzione dei fertilizzanti), e quindi dell’espulsione dei lavoratori agricoli di cui non c’era più bisogno e naturalmente dei prezzi calanti, per eccesso di offerta, che fecero il resto. E come in quel caso la crisi si risolse solo quando l’economia completò la propria mutazione strutturale da agricola ad industriale. Nello stesso modo, secondo Stiglitz, “oggi la tendenza negli Stati Uniti è quella di un passaggio dal settore manifatturiero al terziario” (S. p. 33).
Questo passaggio avviene –come per l’agricoltura- per effetto dell’incremento gigantesco di produttività del settore industriale (a causa delle tecnologie introdotte) che può produrre le merci che servono con molte meno persone. In occidente ciò è aggravato dalla globalizzazione che ha messo in contatto i lavoratori del mondo, rendendo pertinente ed effettivo il vantaggio comparato che i paesi come la Cina e l’India esprimono. In questo contesto, però, si creano anche squilibri macroeconomici quando i paesi poveri prestano a quelli ricchi perché producono senza consumare mentre i secondi consumano senza produrre (abbastanza). Si tratta del meccanismo che genera l’eccesso di riserve e comprime la domanda, contemporaneamente limitando gli investimenti necessari.
Ora, nella situazione che si dava nel 2010, Stiglitz vedeva sostanzialmente tre sfide: ripristinare una domanda aggregata sostenibile, ricostruire il sistema finanziario, ristrutturare l’economia.
La prima cosa, ripristinare la domanda globale, è necessaria perché la capacità produttiva del mondo è sottoutilizzata mentre tanti bisogni sono ancora insoddisfatti (S. p. 274). In primo luogo sono sottoutilizzate le risorse umane; ci sono i disoccupati (che alla data erano stimati in 240 milioni) della recessione, ma ci sono anche miliardi di persone che non hanno istruzione e mezzi per esprimere le proprie capacità potenziali. Tra i bisogni insoddisfatti c’è, dunque, anche quello di uno sviluppo umano adeguato, ma c’è anche quello di un ambiente sano e sicuro. In questa direzione abbiamo le gigantesche sfide ambientali del nuovo millennio: l’instabilità climatica, la carenza di acqua, … Il problema è che “le scarse risorse ambientali di cui il mondo dispone sono trattate come se fossero gratuite. Tutti i prezzi, di conseguenza, risultano distorti”. Poi ci sono i problemi di indipendenza alimentare. E’ in queste direzioni che bisognerebbe spingere per aumentare la domanda aggregata in modo sostenibile. In altre parole, Stiglitz non propone di alzare i consumi negli USA. Anzi, come vedremo, propone di abbassarli, in favore del risparmio e degli investimenti (entrambi carenti).
È, in definitiva “una visione più ampia e a più lungo termine – focalizzata sul dramma dei poveri e sulla sfida del riscaldamento globale – [che] garantirebbe una domanda sufficiente per assorbire l’intera capacità di produzione mondiale. Un aumento dei consumi da parte dei poveri – compreso i cinesi – e una riduzione da parte dei ricchi (specie negli Stati Uniti) ridurrebbero l’entità degli squilibri mondiali” (S. p. 278).
La seconda, la ricostruzione del sistema finanziario, si rende necessaria per porre un freno all’assunzione di rischi eccessivi nella convinzione che, tanto, alla fine pagherà lo Stato. La soluzione proposta da Stiglitz è semplice: le banche troppo grandi per fallire vanno smembrate, “se sono troppo grandi per fallire sono anche troppo grandi per esistere” (S. p. 238). Tra l’altro non sono neppure più efficienti. Altra cosa da fare è imporre assicurazioni dei depositi e capitale di riserva commisurato ai rischi sociali che provocano (cioè più grande quanto più grande è la banca). Infine quanto più sono grandi meno rischi si devono assumere. Dovrebbero essere precluse a loro le strade della finanza d’assalto che potrebbe essere svolta solo da istituzioni piccole e che possono essere lasciate fallire senza danno.
La terza, ristrutturare l’economia è una necessità perché il mondo dal credito facile nel quale è vissuta era di fantasia, “non tornerà e non deve tornare” (S. p. 271). In conseguenza le persone dovranno affrontare una riduzione del loro tenore di vita per adattarlo al reddito mediano (oggi più basso di trenta anni fa). Ciò che bisognerà fare, per Stiglitz, è spendere denaro pubblico per spostare risorse dai settori sovradimensionati (edilizia e finanza, ma anche industrie come quella farmaceutica o quella del petrolio e del carbone) verso settori troppo deboli (quello produttivo) e altri settori con migliori prospettive di crescita sostenibile. Bisogna anche completare il passaggio dal settore manifatturiero al terziario come centro dell’occupazione.
In questo contesto generale lo Stato, per Stiglitz, deve essenzialmente fare le seguenti cose: mantenere la piena occupazione ed un’economia stabile; promuovere l’innovazione; garantire tutela sociale e funzioni assicurative adeguate per tutti; evitare lo sfruttamento (esempi sono le carte di credito revolving, i mutui predatori ed altre forme di valorizzazione dell’ignoranza).
A livello internazionale c’è invece bisogno di un nuovo multilateralismo. Bisogna superare la logica degli anni di Bush e rifinanziare (riformandoli) FMI e Banca Mondiale perché possano fare il loro lavoro, fungendo da rete assicurativa globale. Quindi una delle cose più urgenti: avviare un sistema di regolamentazione finanziaria globale e coordinato.

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