Nel 1999 Paul Krugman scrisse un breve libretto a ridosso delle crisi asiatiche (nel 1997 un’ondata di panico auto-rafforzante si propagò dalla Thailandia alla Malesia, l’Indonesia e la Corea del Sud, partì un circolo vizioso di collasso economico e finanziario che fu arrestato solo al prezzo di una lunga e dolorosa recessione). Nel 2009, a dieci anni di distanza, riprese in mano il testo e ne concluse il lavoro, confermando i timori della versione precedente: che quella asiatica fosse una lezione che avremmo dovuto apprendere. La crisi asiatica è infatti, con senno di poi (ma anche un poco di prima), solo la prova generale di quella del 2008.
Questo libro sulla crisi è diverso da alcuni altri perché è scritto mentre la crisi prende forma, mentre le risposte non sono ancora formate e non solo non si è data la W, ma neppure la U (cioè non è terminata la prima fase). Il tono del testo è, però, meno concitato del successivo “Fuori da questa crisi. Adesso!”, che è del 2012, e sconta lo spettacolo del progressivo degrado dell’economia “reale” nei successivi tre anni. Quindi Krugman può prendersi il tempo di riflettere su cosa è andato storto, perché malgrado le crisi in successione (e la loro assoluta somiglianza), le ripetute battute di arresto dell’economia messicana (la “crisi tequila” del 1993) quelle argentine (1995 e 2002), la lunga “depressione nascosta” del Giappone, la crisi asiatica (1997) e quella russa, il tono generale del dibattito economico è stato per anni tanto ottimista da far dire nel 2003 a Lucas (premio nobel 1995) che <<il problema principale di prevenire la depressione è stato risolto, in tutte le sue implicazioni pratiche>>. Perché quando tutto faceva pensare ad una bolla gigantesca dei valori immobiliari e quasi nessuno si poteva più permettere di comprare casa con un normale (ed anche rilevante) reddito, Greenspan (Presidente FED per dieci anni) non raffreddava il mercato alzando i tassi? Perché nessuno si preoccupava dello strapotere degli Hedge Fund (o, se preoccupato, non faceva niente per regolarli)? Perché, alla partenza delle crisi, puntualmente, venivano suggerite (imposte) politiche assolutamente controproducenti. Come alzare i tassi e ridurre le spese, per lo più alzando contemporaneamente le tasse mentre calava il PIL? Perché è stato lasciato proliferare il sistema bancario ombra?
Nel 2008, improvvisamente, tutto questo è arrivato in casa. Abbiamo avuto, contemporaneamente, “l’implosione di una bolla immobiliare paragonabile a quella che si è creata in Giappone alla fine degli anni ottanta; un’ondata di corse agli sportelli paragonabile a quella dei primi anni trenta (che ha coinvolto il sistema bancario-ombra, anziché le banche convenzionali), un grosso problema di liquidità negli Stati Uniti, analogo a quello che si era già presentato in Giappone, e ultimamente una discontinuità dei flussi internazionali di capitale e un’ondata di crisi valutarie fin troppo simile a quella che si è avuta in Asia alla fine degli anni novanta” (K, p. 186).
Come è ovvio Krugman non propone una risposta semplice, ma descrive alcune ragioni: tutte queste cose sono successe nel contesto politico degli anni novanta, caratterizzati dal crollo dell’impero sovietico. Questo evento epocale ha creato l’aspettativa di trionfo dell’unico competitore rimasto, l’economia liberale era, finalmente, senza alternative. Tutti gli aspetti negativi (ineguaglianza, disoccupazione, ingiustizia) diventano, per differenza, semplici fatti della vita. Inevitabili.
Anche la spettacolare visione di economie che avevano tentato, per anni, la strada dello sviluppo dosando aiuti, statalismo, protezione e che iniziano ad accelerare quando si aprono ai capitali e allentano i vincoli interni, genera il clima entusiasta nel quale prendono forma le politiche e le ricette liberiste del Washington Consensus (K. p. 33).
Eravamo finalmente usciti da un mondo nel quale dominava la crisi fiscale, la stagflazione (inflazione in contesto di stagnazione), corruzione e distorsioni di ogni tipo negli scambi internazionali, ed era sembrato logico (in qualche misura in modo giustificato) predicare la stabilità dei prezzi, come condizione per garantire apertura dei mercati, convertibilità delle valute, facilità di investire dove è più efficiente, bilanci in pareggio per curare deficit fuori controllo. Per un poco aveva funzionato (in realtà poco e male); la crescita accelerava, l’informatica cominciava a prendere piede (ogni tecnologia di rottura mette decine di anni a dare effettivamente i suoi frutti, perché il sistema deve imparare ad usarla e si deve diffondere) garantendo spettacolari recuperi di efficienza; ma presto aveva iniziato a presentarsi il conto: la crisi messicana è il primo avvertimento che anche un’economia non piccola, che si apre ai capitali e tenta radicali liberalizzazioni, può subire violenti contraccolpi. Nel 1994 Salinas era l’eroe del mondo, solo tre mesi dopo una repentina mutazione dell’umore dei mercati portò nella crisi “tequila”, a fatica contenuta con mezzi non convenzionali dalla FED e dal Tesoro americano. Contemporaneamente le riforme di Cavallo (ministro del presidente Menem) in Argentina, andavano nella stessa direzione (con l’aggiunta del vincolo di legarsi al dollaro dal 1991).
Più in dettaglio il Messico, ci racconta Krugman, aveva un problema di scarsa crescita ed eccessivo livello di importazioni (il deficit raggiunse l’8% del PIL), accumulava riserve in valuta estera. Emerse, quindi, la necessità di svalutare il peso per recuperare competitività. Un’azione rischiosa se mal condotta o nel momento sbagliato (K, p.54). Quando il governo lo fece si scatenò il panico e partì una massiccia fuga di capitali. La crisi si estese all’economia e face cadere il PIL del 7% in due anni, la produzione industriale scese del 15%. La crisi si estese all’America Latina, Argentina e Brasile.
Perché? Si trattava di economie del tutto diverse, con pochi interscambi e migliaia di km di distanza. La ragione, per Krugman, era che la distanza era grande, ma non nella testa degli investitori. Per questi l’America Latina era una categoria di investimento (come i “Paesi emergenti” del sud-est asiatico). I richiami di liquidità (che partirono dalle capitali finanziarie occidentali) asciugarono il credito anche locale, per via della usuale catena (richieste di copertura rendono necessari corrispondenti prelievi bancari e questi altre coperture).
Avevamo scoperto, quindi, che le economie erano molto più connesse di prima e che più rapidamente i panico si trasmetteva lungo la catena finanziaria.
Una cosa leggermente diversa successe in Giappone, dove una mostruosa bolla immobiliare (i prezzi delle case a Tokio erano diventati proverbiali negli anni ottanta) nel contesto di una economia molto particolare, iniziò ad essere sgonfiata intenzionalmente, con esiti che non si riuscì a tenere sotto controllo. L’economia giapponese era strettamente controllata dallo Stato, le keiretsu (alleanze tra imprese coordinate intorno ad una grande banca) erano del tutto indipendenti, non scalabili e autofinanziate. Potevano permettersi di non inseguire la redditività a breve. Lo sguardo era lungo. Poiché, però, un simile sistema si presta a notevoli “rischi soggettivi” (cioè a fenomeni di corruzione) generò nel tempo una enorme sopravvalutazione degli asset che, quando si ridusse (fino al 40% del valore massimo), indusse uno stato di crescita “recessiva”. Cioè una crescita inferiore alla capacità di espansione dell’economia, per un decennio. Il Giappone era caduto nella “trappola della liquidità”, i cittadini non erano disposti a spendere ed a impegnare, quindi, la capacità produttiva. Una cosa che assomiglia molto al problema dell’Italia.
La soluzione a questo problema, dice Krugman, può essere fornito dalla classica ricetta Keynesiana, nella quale il governo prende a prestito fondi e li utilizza per progetti di investimento. Ma ad un certo punto, dopo due programmi di stimolo non sufficienti, il governo giapponese si arrese. Il debito aveva raggiunto valori tali da non consentire più tale politica.
La seconda soluzione (il secondo attrezzo della scatola) è la liquidità fornita alle banche (perché la prestino). Dopo un piano di salvataggio da 500 miliardi, anche questa via non produsse molti risultati. Il cavallo non può essere portato a bere se non vuole.
La terza strada è incentivarlo a spendere, facendo perdere valore al denaro trattenuto. La strada dell’inflazione. Una certa quantità di inflazione, in alcune circostanze come questa, è utile (K, p.86).
Nel 2003, il boom delle importazioni americane, anche per via della domanda di componentistica che veniva dalla Cina fece comunque crescere le esportazioni giapponesi (la cui economia, normalmente, lavora per lo più per il mercato interno) e provocò una piccola ripresa. Troppo poco.
La storia della crisi asiatica assomiglia a quella del Messico, una economia rivolta all’esterno, fortemente dipendete dagli investimenti esteri, in forte crescita ma con grossi problemi di gestione monetaria. Quando le riserve di valuta estera si esaurirono e fu lasciato fluttuare il bath la fuga dalla Thailandia avviò anche qui un percorso auto rafforzante distruttivo che spazzò via l’intera regione in meno di tre mesi. Di nuovo il legame era solo nella testa degli investitori.
In tutte queste crisi (peraltro negate come tali, ma attribuite ad errori dei governanti, o corruzione dell’economia, o altre cause esterne) il FMI rispose predicando austerità fiscale, aumento dei tassi di interesse e avanzo di bilancio per assicurare che i debiti vengano infallibilmente pagati fino all’ultimo peso, o bath. Per Krugman ciò fu fatto per “paura degli speculatori” (K, p. 117). Non è, infatti, possibile avere contemporaneamente libertà di adottare le politiche monetarie desiderate (ad esempio espansive in fase di crisi), tassi di cambio stabili, liberalizzazione degli scambi internazionali. Bisogna scegliere due di queste opzioni e lasciar cadere la terza (k. p.120). Se non si controllano i flussi di capitale, e si adottano politiche espansive (per ridurre la disoccupazione, ad es.) si rischia l’instabilità dei tassi di cambio. Se si controllano gli scambi (come fa la Cina) il tasso e le politiche monetarie possono essere scelte. Se si vogliono tassi stabili (che favoriscono le transazioni) e liberazione degli scambi di capitali si è nel mondo dell’iperglobalizzazione liberista nella quale non si possono attuare le politiche monetarie necessarie.
Tutto questo può sembrare, ed a Krugman sembra, poco razionale, ma è causato dalla vera minaccia che tiene sotto scacco tutti: quella dei mercati che sono in grado (e l’hanno dimostrato) di rovesciare il tavolo in brevissimo tempo. Krugman ricorda l’azione di Soros contro l’Inghilterra e quella (fallita) di vari hedge funds contro Hong Kong. Più precisamente ciò che consente ai mercati di mobilitare una tale potenza di fuoco è il sistema bancario-ombra, cresciuto tra le pieghe della de-regolazione che ha fatto seguito agli anni novanta, quindi nel mutato clima del capitalismo trionfante.
La crisi globale del 2008 è figlia di questa situazione, ed ha generato un nipote: il ritorno dell’economia della depressione. Di quel particolare stato dell’economia (che non si vedeva da decenni) nel quale “la domanda (aggregata)” diventa il problema. È, infatti, la scarsità della domanda ad essere ostacolo al benessere.
Krugman spende, in questo contesto, alcune pagine a contestare che le cosiddette “politiche dell’offerta” possano essere soluzione in questo particolare caso. L’unica risposta, infatti, che viene “dal lato dell’offerta” è lasciar ridurre la domanda fino a che il calo dei prezzi e dei salari non riporti la situazione in equilibrio (K, p. 204). Peccato che ci voglia tanto tempo e nel frattempo il sistema economico si degradi (i lavoratori perdono fiducia e competenze, le fabbriche chiudono o degradano, i macchinari si rovinano o invecchiano). Né il progresso tecnologico o la “crescita di lungo periodo” (cioè la crescita potenziale futura) possono essere soluzione per l’unica cosa che conta: risolvere il problema di “come mantenere il livello della domanda abbastanza elevato per utilizzare appieno la capacità produttiva disponibile” (K, p.206).
I rischi che Krugman vedeva, altrimenti, nel 2009? Che la crisi si estenda ai paesi di convergenza, Argentina, Turchia, Sud Africa, Cina. Che l’Europa entri in deflazione.
Altre opzioni per non riconoscere che la crisi è un problema di debolezza della domanda e di inceppamento dei meccanismi economici (la famosa metafora di Keynes del “motorino di avviamento”)? Dare la colpa alle vittime. E’ di volta in volta colpa dei Giapponesi, che hanno banche imprudenti, dell’Indonesia che è corrotta, del deficit di bilancio dello sprecone Brasile. Peccato che ognuna di queste cose, vera, c’era anche prima quando andavano gli anni buoni. Ed in genere quando esplosa la crisi erano migliorate.
Ancora, bisogna lasciar fare il suo corso alla depressione (Schumpeter), anche perché in questo modo si possono affrontare, finalmente, i “problemi strutturali”. Stimolare la domanda attenuerebbe, infatti, la spinta al cambiamento.
Ciò che per Krugman va fatto è l’opposto: il Giappone deve aumentare radicalmente la sua offerta di denaro (“fatto”, l’abenomics nel 2013 ha dato seguito a questo suggerimento) per ottenere una moderata e salutare inflazione, l’Europa dovrebbe tagliare i tassi (“fatto”) ed incentivare la crescita (come è noto, ha fatto l’opposto), per evitare di cadere nella trappola della liquidità (purtroppo, almeno in Italia, “fatto”).
Nessun commento:
Posta un commento