In questo libro del 2006, Joseph Stiglitz (uno tra i più rilevanti economisti mondiali, premio Nobel nel 2001 per le sue ricerche sulle asimmetrie informative che ostacolano il libero mercato, e già capo dello staff di economisti di Clinton e successivamente Vicepresidente della Banca Mondiale), prosegue la sua riflessione sulla globalizzazione, iniziata con il libro del 2002 che attaccava in modo piuttosto deciso le politiche del Fondo Monetario Internazionale (FMI).
A quattro anni di distanza l’economista americano approfondisce l’analisi e intravede la tempesta che si avvicina. Il testo è una denuncia di ciò che non ha funzionato nella globalizzazione liberista (ovvero nelle politiche del Washington Consensus), ma più in generale nel mondo dominato dall’occidente e dalle sue grandi aziende internazionali. Il testo muove dall’analisi degli accordi commerciali iniqui e distorsivi, promossi nei vari round negoziali condotti dagli organismi di cooperazione e nei vari trattati bilaterali (l’analisi parte dal NAFTA), in sintesi il rischio è di produrre “paesi ricchi abitati da gente povera”. Infatti, la liberalizzazione del commercio comporta sempre costi (“salari più bassi, disoccupazione crescente, perdita di sovranità nazionale”), che non sono negati ormai praticamente da nessuno (almeno a breve termine), e che rischiano di “superare di gran lunga i vantaggi di una maggiore efficienza e di una crescita più sostenuta” (S, p. 66). La teoria sarebbe che, partendo da mercati perfetti e da una liberalizzazione equa, ci saranno sempre vantaggi al paese nel suo complesso (ovvero, “all’attore rappresentativo” dei modelli accademici che persino Rajan ormai critica); riconoscendo naturalmente che ci sono dei perdenti, ma considerandoli provvisori (nell’economia senza attriti dei modelli, si riposizionano subito in altri settori). Conta dunque solo che i “vincitori” siano più dei “perdenti”.
Le cose stanno diversamente: i vantaggi in realtà si accumulano nella parte alta della scala sociale e gli svantaggi in quella bassa. “Quindi se la liberalizzazione non viene gestita in maniera efficace, la maggior parte dei cittadini potrebbe stare peggio di prima, senza capirne il motivo”. Dunque chi protesta, contro questo destino, non è portatore, per Stiglitz, di interessi particolari che vanno contro la liberalizzazione (come, ad esempio sostiene Zingales), “ma semplicemente cittadini che vedono il mondo come è” (S. p. 67).
Chiaramente anche per l’autore il commercio è fondamentale (in sua assenza bisognerebbe che a spostarsi fossero le persone), ma quando a spostarsi sono le merci chi le produceva nel paese di destinazione deve ricollocarsi (o nelle liste di disoccupazione, o in altro impiego). La velocità diventa allora essenziale, perché la teoria vorrebbe che si creassero nuovi posti di lavoro con la stessa velocità, e quantità, in cui si perdono. In tal caso il risultato sarebbe un netto incremento di efficienza senza costi sociali.
La realtà è diversa: la disoccupazione resta alta molto a lungo e chi perde il lavoro (perché sostituito da merci in ingresso o da modifiche del ciclo produttivo) fatica a trovarne un altro, soprattutto se di mezza età o se poco specializzato e acculturato. Certo, la soluzione potrebbe essere demandata a “politiche monetarie e fiscali adeguate”, su cui il testo tornerà nelle conclusioni.
Dunque, riassumendo, “quando la rapidità della liberalizzazione del commercio fa aumentare la disoccupazione, difficilmente si possono concretizzare i vantaggi promessi dalla liberalizzazione stessa. Quando le persone passano da lavori tutelati a bassa produttività alla disoccupazione, sarà la povertà ad aumentare, e non certo la crescita” (S. p.72). Infatti chi non perde il lavoro vedrà, normalmente, ridursi il suo salario o i benefici collaterali, datori di lavoro spiegheranno che l’alternativa a perdere indennità e tutele è la delocalizzazione. È in questo contesto discorsivo che Keynes spese la famosa frase (tra le più equivocate della storia intellettuale) <<nel lungo periodo saremo tutti morti>>. Nel lungo periodo è ben possibile che i mercati ripristino la piena occupazione, ma sarà tardi per molti.
Nel contesto della competizione internazionale e della crescita dei paesi non industrializzati, nasceva da simili considerazioni il protezionismo delle “industrie nascenti”. Cioè quella vasta pratica di politica industriale che ha portato paesi come il Giappone, la Corea del Sud, la Cina a proteggere i propri settori aperti alla competizione (quello dei beni “commerciabili”) fino a che non hanno raggiunto una forza adeguata. Il concetto fu applicato in Giappone negli anni sessanta e negli Stati Uniti nell’ottocento. “I paesi economicamente più forti si sono sviluppati al riparo di barriere protezionistiche; i detrattori della globalizzazione accusano paesi come il Giappone e gli Stati Uniti, ora all’apice dello sviluppo, di impedire agli altri di salire sulle stessa scala che hanno usato loro” (S. p. 75).
Ora, Stiglitz, illustra in questo quadro, i diversi Round negoziali che si sono succeduti nel GATT, fino alla nascita del WTO (nel Uruguay Round, 1986), organismo dotato di mezzi di pressione indiretti verso chi viola gli accordi (può autorizzare i paesi che subiscono il torto di rivalersi). C’è una sorta di ironia della storia: fino all’Uruguay Round la liberalizzazione aveva puntato sull’apertura del mercato dei beni industriali, lasciando indietro l’agricoltura ed il tessile. In altre parole aveva speso le sue energie per liberalizzare i settori nei quali l’occidente sapeva di avere un vantaggio comparato, lasciando invece in piedi le barriere difensive che proteggevano in occidente i settori nei quali i paesi “non sviluppati” erano più forti. Un calcolo cinico e miope. Infatti il vantaggio comparato è dinamico, e nel frattempo si era spostato in Cina: “senza saperlo per quattro decenni, i negoziatori avevano lavorato per la Cina in vista dell’apertura dei mercati”.
Nel testo, le accuse che Stiglitz riporta sono lunghe ed impressionanti: i trattati commerciali sono così iniqui che l’Africa subsahariana perse, come effetto del solo Uruguay Round, ca. 1,2 Miliardi di dollari all’anno; benefici per 350 miliardi all’anno sono andati al 15% della popolazione mondiale (i paesi sviluppati) mentre l’85% ha avuto benefici per 150 miliardi (quasi interamente a paesi come il Brasile, a medio reddito); l’attenzione alla liberalizzazione dei capitali e degli investimenti ha oscurato la questione dei flussi di manodopera (che restano ristretti); il rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale è disegnato solo a vantaggio dell’occidente (e di alcuni in particolare). L’impressione è che i negoziatori abbiano lavorato per “i loro <<clienti>> più diretti –vale a dire le corporation che esercitano costanti pressioni politiche su di loro” (S. p. 84) perdendo di vista il quadro generale nello sforzo di bilanciare gli interessi in gioco (cioè quelli presenti al tavolo). La trattativa di Cancùn, nel 2003, su queste premesse e con il precedente del rifiuto dei paesi occidentali ad eliminare le sovvenzioni all’agricoltura, si arenò spettacolarmente al quarto giorno. Quella successiva (Hong Kong, 2005), ha portato alla ridicola apertura del mercato del cotone (in cui gli USA sono il primo esportatore, grazie a cospicue sovvenzioni) ai produttori africani. Peccato che gli USA non importino cotone.
Ciò che andrebbe realizzato, invece di questo scambio ineguale, è un libero commercio tra uguali e calibrate protezioni verso i più forti. Un esempio interessante è quello dell’agricoltura, che è sovvenzionata per un terzo del reddito agricolo in Europa e per la metà in Giappone. La somma dei sussidi all’agricoltura di Stati Uniti Europa e Giappone corrisponde al 75% del reddito dei paesi dell’Africa subsahariana. È chiaro che i contadini africani non possono competere. Una mucca europea riceve più del reddito della metà della popolazione dei paesi in via di sviluppo. Nel settore del cotone 25.000 ricchissimi coltivatori di cotone negli USA si dividono 4 miliardi di dollari di sovvenzioni, creando un eccesso di offerta che fa crollare i prezzi e mette fuori gioco i 10 milioni di coltivatori del Burkina Faso. Le sovvenzioni finiscono per danneggiare anche i produttori occidentali che non riescono ad accedervi (ad esempio perché non esportano) che sono costretti a competere con prezzi troppo bassi. Naturalmente se si abolissero i sussidi ed aprissero in mercati, si alzerebbero i prezzi a vantaggio degli agricoltori nei paesi in via di sviluppo, ma a svantaggio dei lavoratori delle città (che sono oltre il 50% nel mondo) che andrebbero compensati.
Secondo l’analisi di Stiglitz, oltre alle barriere tariffarie andrebbero riarticolare anche quelle (spesso efficacissime) come: le misure di salvaguardia, i dazi antidumping (con la tecnica truffaldina del “paese surrogato”), le barriere tecniche (nelle quali eccelle l’Unione Europea), le regole d’origine.
Altra dimensione della globalizzazione che viene fatta oggetto di una puntuale analisi da Stiglitz è la regolazione e protezione della proprietà intellettuale. Si tratta degli effetti del TRIPS, stipulato il 15 aprile 1994, i cosiddetti “aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale” che furono imposti per costringere i paesi in via di sviluppo a riconoscere i brevetti, in particolare farmaceutici. La posizione di Stiglitz in materia è semplice, i TRIPS sono sbagliati sul piano morale (provocano innumerevoli morti non necessarie) e dannosi anche per l’innovazione in occidente, quindi per l’insieme dell’economia; in effetti “si prefiggevano qualcosa di totalmente diverso, e cioè di limitare la libera circolazione della conoscenza da un paese all’altro” (S. p. 130). L’attuale regime estende troppo il diritto di monopolio di una nuova scoperta, impedendo la propagazione della conoscenza (che è un bene comune). Infatti le idee sono sempre effetto di una disseminazione di idee precedenti e/o collaterali, e non poterle usare impedisce la generazione di nuove idee. L’alternativa è la <<architettura aperta>> del mondo accademico, o elaborare comunque un regime più equilibrato, rispondendo in modo diverso alle domande su cosa possa essere brevettato, con che estensione e che durata. Stiglitz fa l’esempio della brevettazione del genoma.
Il sistema della globalizzazione in essere è, insomma, profondamente distorsivo perché:
>Le regole del gioco sono inique;
>Vengono anteposti sempre i valori materiali a tutti gli altri;
>Priva della sovranità gli altri paesi;
>Ci rimettono in molti (anzi la maggioranza);
>La globalizzazione non dovrebbe significare americanizzazione delle regole. Il modello “liberal-americano” non è, infatti, l’unico e tra l’altro viene proposto in una versione estrema “a solo vantaggio degli interessi delle multinazionali” (S. p.9).
Inoltre, se questo modello viene imposto (dal FMI) tramite la condizionalità agli aiuti (i pacchetti di aiuti sono condizionati al rispetto di alcune “raccomandazioni”), insieme ad istituzioni come le Banche Centrali indipendenti è sospettabile di essere “una minaccia per la democrazia”. Del resto i fautori del Washington Consensus indirettamente lo confermano, con la loro poca fiducia nella democrazia stessa (altrimenti non si potrebbe capire perché l’indipendenza delle banche centrali sia necessaria per garantire una <<buona>> politica monetaria). (S. p.30)
Se questa è la critica, la sua articolazione passa per l’analisi di alcuni nodi irrisolti:
>la crisi ambientale, ricondotta alla “tragedia dei beni comuni”, che possono essere gestiti con l’attiva gestione dello Stato (o con la privatizzazione, nel caso esclusa). Dopo aver riassunto le principali caratteristiche della situazione (riscaldamento globale a causa di un colossale fallimento del mercato e accordi internazionali vigenti) l’autore ricorda come gli USA ancora non abbiano sottoscritto il Protocollo di Kyoto e di come sia possibile per il WTO (in base ad un precedente proprio voluto dagli stessi) autorizzare i paesi che vi aderiscono ad applicare sanzioni ai prodotti americani in funzione della CO2 emessa. In effetti chi non aderisce guadagna un vantaggio competitivo illecito che equivale a delle sovvenzioni (sull’acciaio questo si tradurrebbe in un dazio di ca. il 10%). La migliore soluzione si avrebbe con la tassazione della CO2, in base al principio economico che è meglio tassare cose cattive che buone (il lavoro), (S. p. 206).
>Il secondo tema è quello dello sfruttamento delle risorse naturali, molto spesso oggetto di spreco, corruzione tramite donazioni elettorali o l’utilizzo di “facilitatori”, appropriazione da parte dei governi, privatizzazione (viene fatto l’esempio delle leggi di Bush sulle risorse petrolifere interne), ed il caso del saccheggio della Russia. La prima cosa da garantire è di usare bene il denaro. Ma non basta, infatti quando le risorse naturali vengono vendute all’estero e le risorse spese nel paese (cioè cambiate in valuta locale) il cambio si apprezza. È la famosa “sindrome olandese” (l’Olanda trovò il petrolio nel Mare del Nord e per alcuni anni lo vendette, fino a che iniziò a notare un rallentamento del resto dell’economia, il tasso di cambio rendeva difficile vendere tutto il resto). La soluzione è spendere solo una parte per pagare le importazioni e depositare il resto all’estero in valuta straniera. Si tratta di fare un “Fondo di Stabilizzazione”. La soluzione a breve è finanziare le spese interne con risorse tratte dalle tasse e non dalle risorse naturali vendute all’esterno. Ma, come vedremo tra poco, il sistema delle riserve crea più profondi problemi.
>Un’altra linea di frattura è la dinamica del debito, i paesi in via di sviluppo tendono a contrarre prestiti in eccesso che li espongono a rischi come l’aumento dei tassi di interesse, la fluttuazione dei tassi di cambio, o la diminuzione del reddito. Quel che manca è una sorta di diritto fallimentare internazionale, che aiuti i paesi che diventano insolventi ad uscire dalla loro condizione, “garantendo uno svolgimento equo, efficiente e rapido delle operazioni” (S. p. 244). Oggi, quando un paese diventa insolvente non viene più convinto con le cannoniere (come fecero all’inizio del novecento Germania, Italia e Inghilterra che bloccarono e bombardarono i porti del Venezuela per costringerla a pagare i debiti), tuttavia il FMI provvede ad esercitare comunque una “moral suasion” decisa. Normalmente lo fa prestandosi ad un <<salvataggio finanziario>> che fornisce (prestandole) le risorse necessarie per pagare i debiti ai creditori esteri, “dispensandoli quindi dall’accollarsi i costi dei loro prestiti sbagliati” (S. p. 248).
Così facendo, tuttavia, crea il problema del “rischio morale” proprio nei confronti di tali creditori esteri. Essi, infatti, concedono risorse con facilità, attratti dagli interessi vantaggiosi, sapendo che in caso di guai il FMI provvederà a prestare denaro pubblico (il Fondo è un Ente Pubblico finanziato con le tasse) con il quale essi rientreranno.
Non sempre va però così “bene”, Stiglitz ricorda il caso dell’Argentina che a seguito della crisi del Sud Est Asiatico del 1997, entrò in una crisi del debito (i tassi praticati ai “mercati emergenti”, a seguito della mutata percezione di rischio, salirono e gli interessi sul debito passarono da 13 a 27 miliardi di dollari –per dare un’idea i nostri sono oggi ca. 90 miliardi di euro-) e di cambio (era agganciata al dollaro e in caso di crisi questo sale, perché è la moneta di riserva mondiale) che fece esplodere le importazioni e contrarre le esportazioni. Con meno soldi e più oneri sul debito l’Argentina era nei guai. L’FMI chiese politiche monetarie e fiscali più rigide: aumentare le tasse, tagliare le spese ed alzare i tassi di interesse. Inoltre chiese di privatizzare la previdenza sociale, oltre all’acqua e l’energia. Quando la cosa diventò insostenibile (e l’Argentina lasciò la parità col dollaro) il Fondo offrì di rinnovare i prestiti solo a condizione che tutto il debito fosse restituito e che si inasprissero le politiche di rigore. “In accesissimi negoziati a porte chiuse tra il Fondo Monetario e l’Argentina, quest’ultima ha tenuto duro, certa del fatto che qualsiasi ulteriore prestito del Fmi non sarebbe mai arrivato a Buenos Aires: il denaro sarebbe semplicemente rimasto a Washington per restituire ciò che il Paese doveva” (S. p. 254). Lo Stato sudamericano tenne duro, sapendo che in caso di dichiarazione di insolvenza il Fondo avrebbe dovuto esporre come perdita tutti i suoi prestiti e farsi rifinanziare dai paesi sottoscrittori (in primis dagli USA). Non successe nulla, o meglio, senza dover seguire più le indicazioni del FMI l’Argentina è cresciuta dell’8% per tre anni consecutivi. A quel punto restituì tutti i debiti (ristrutturati). Ciò che è successo, insomma, è che il Governo argentino ha considerato prioritari i suoi impegni e doveri verso i cittadini, rispetto quelli verso i creditori esteri ed il FMI.
Ciò che bisognerebbe fare allora è ridefinire le regole per i casi di crisi ed insolvenza: in primo luogo rispettare la sovranità e non danneggiare, “il condono non deve tradursi in un’occasione di ricatto o di minaccia alle istituzioni democratiche”; tornare ai prestiti anticiclici che erano nella missione inziale del Fondo; ridurre il rischio articolando delle assicurazioni; contrarre i prestiti con prudenza; definire un diritto fallimentare internazionale.
> Il cuore del problema è però, per Stiglitz, che il sistema finanziario globale fa funzionare i flussi di denaro “in salita, dai poveri verso i ricchi” (S. p. 281); gli USA vivono infatti al di sopra dei loro mezzi, prendendo in prestito 2 Miliardi al giorno dai paesi più poveri. In parte ciò avviene in ragione del pagamento del debito ed in parte per acquistare Buoni del Tesoro da utilizzare come Riserve. Ma i Titoli di Stato americani pagano un interesse bassissimo (ca l’1%). Nel solo 2004 il flusso da Cina, Malaysia, Filippine, Thailandia hanno trasferito per costituire riserve, agli USA 318 Miliardi di dollari.
Questi flussi generano instabilità (negli ultimi trenta anni ci son state 100 crisi). Le riserve sono sempre state tenute e sono necessarie, ma negli ultimi anni sono cresciute in risposta all’instabilità ed alle aggressive politiche del FMI; dal 2001 al 2005 gli otto principali paesi del Sud Est Asiatico le hanno portate da 1.000 a 2.300 miliardi di dollari. La sola Cina nel 2006 aveva riserve per 900 miliardi. Queste riserve complessive, con un rendimento così basso, rappresentano un “costo-opportunità” elevatissimo per i paesi in via di sviluppo ed un trasferimento corrispondente per gli USA che si può stimare in ca. 300 miliardi di dollari all’anno (il quadruplo degli aiuti totali al terzo mondo, il 2% del loro PIL).
Questo trasferimento, e le risorse paralizzate nelle riserve (dal punto di vista dei paesi in via di sviluppo), contribuiscono a ridurre la domanda aggregata mondiale: “per mettere a fuoco l’entità del problema, occorre sottolineare che i paesi del mondo possiedono oltre 4.500 miliardi di riserve che aumentano a un tasso annuo del 17% ca. In altre parole, ogni anno viene sottratto all’economia mondiale potere di acquisto per 750 miliardi – denaro che viene seppellito sottoterra. Un’economia globale solida ha bisogno di una domanda di beni e servizi abbastanza forte da soddisfare la capacità di produzione mondiale” (S. p. 287).
Chi in quegli anni riusciva a compensare questa tendenziale carenza di domanda aggregata mondiale, salvaguardando l’equilibrio, erano gli Stati Uniti, che servivano da consumatori di ultima istanza. Essi hanno in effetti gestito deficit di enormi proporzioni, che ha evitato una caduta dei prezzi e la deflazione (sindrome giapponese).
Ma la questione che pone, a questo punto, Stiglitz nel 2006 è: “per quanto tempo gli Stati Uniti potranno continuare a fornire questo servizio, cioè proseguire a spendere e spandere senza ritegno?” (S. p. 288).
Vediamo meglio: gli Stati Uniti, in questo modo si indebitano verso l’estero (importando più di quanto esportino e compensando con emissione di titoli venduti all’estero), dunque impoveriscono la propria economia interna, “proprio come le esportazioni creano posti di lavoro, le importazioni li distruggono” (S.p. 289), e creano il rischio di avere una domanda aggregata interna insufficiente. Ciò porta disoccupazione (fattori di produzione non utilizzati) che deve essere combattuta abbassando i tassi di interesse (per stimolare investimenti) o aumentando la spesa pubblica. Il sistema non è sostenibile.
Il rischio che vede Stiglitz (e che ancora corriamo) è che l’aumento del debito porti ad una riduzione di fiducia nella stabilità del dollaro e quindi della sua adeguatezza come moneta di riserva. È un dato strutturale, “il paese che emette moneta di riserva si indebita sempre di più e questo, alla fine, rende la valuta inadeguata allo scopo” (S. p. 291). Ed il “sistema sta già mostrando segni di cedimento”.
In parte il problema (dell’apprezzamento della moneta e della perdita di competitività, con conseguente sbilanciamento della bilancia commerciale) si sta spostando sull’euro. “I paesi europei incontreranno sempre più gravi difficoltà a mantenere la piena occupazione; e con una disoccupazione già così critica e una banca centrale che si preoccupa solo ed esclusivamente dell’inflazione – senza alcun riguardo per i problemi occupazionali e la crescita – le prospettive macroeconomiche per l’Europa sono decisamente incerte” (S. p. 293). Questa dinamica insostenibile potrebbe negli USA, per Stiglitz, portare a gravi problemi di sostenibilità del debito (a causa dell’aumento dei tassi di interesse, necessario per riequilibrare la fuga di capitali) e alla dinamica dei mutui delle famiglie. In particolare “la quantità crescente di mutui a tasso variabile rende la situazione particolarmente critica”. Se il riaggiustamento, ad un certo punto necessario per eccesso di debiti, sarà rapido ci sarà un crollo. La soluzione strutturale che propone Stiglitz (sulle tracce della proposta di Keynes) è di creare una valuta di riserva mondiale che non dipenda dall’indebitamento di uno Stato (sia pure forte). Naturalmente bisognerebbe sanzionare gli eccessi di bilancia commerciale (sia le eccedenze, cioè la prevalenze delle esportazioni ad esempio della Germania, sia i deficit).
In questo mondo altamente ineguale, e pieno di fratture nascoste (molte delle quali sono, ad esempio, anche denunciate da Rajan, nel 2010), trova uno spazio un problema che l’autore considera inevitabile e strutturale: la riduzione tendenziale dei salari e dei redditi dei lavoratori sostituibili, cioè esposti alla concorrenza mondiale. Tendenzialmente ad aggiustamento concluso il reddito dei lavoratori esposti sarà una media di quello attuale dei lavoratori cinesi e di quelli americani. “La buona notizia è che una forza potente farà aumentare i salari in Cina ed in India, quella cattiva è che una forza uguale e contraria farà scendere le retribuzioni dei lavoratori generici in occidente” (S. p. 313). Quindi le diseguaglianze aumenteranno. Ci sono tre modi di reagire: non fare niente, ma è una posizione indifendibile; cercare di piegare la globalizzazione alle proprie esigenze, alzando barriere selettive e mandando l’equivalente delle cannoniere (qualche volta anche qualche portaerei), come sostanzialmente si sta facendo; affrontare la globalizzazione e mutarne la rotta, puntando anche ad una sempre maggiore qualificazione della forza lavoro e ad aumentare la progressività delle imposte, contemporaneamente investendo massicciamente in ricerca.
Occorre, insomma, trovare un nuovo equilibrio.

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